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“La contea più fradicia del mondo” di Matt Bondurant

Qualche mese fa mi è capitato di vedere Lawless di John Hillcoat (The Road), film con un cast spettacolare (che ti riporto: Tom Hardy, Shia LaBeouf, Jason Clarke, Guy Pearce, Jessica Chastain, Mia Wasikowska e Gary Oldman) su sceneggiatura di Nick Cave. Preso dall’entusiasmo ho subito deciso che dovevo recuperare il libro da cui era tratto e, finalmente, ci sono riuscito. L’autore, Matt Bondurant, è il nipote di Jake Bondurant, uno dei tre fratelli Bondurant (gli altri sono Forrest e Howard) dei quali il romanzo narra le gesta. Siamo di fronte a una ricostruzione romanzata della realtà, per stessa ammissione dello scrittore, ma questo non toglie nulla al piacere della riscoperta di un periodo, quello del proibizionismo, in cui le guerre tra i moonshiners (i distillatori di alcool illegale) e la legge, spesso corrotta, erano all’ordine del giorno.

Contea di Franklin, Virginia.
1935. Lo scrittore Sherwood Anderson cerca di capire quello che è successo cinque anni prima, quando i fratelli Bondurant sono stati feriti durante un conflitto a fuoco con le forze di polizia locali. Si scontra con l’omertà di un paese dove “chi si fa i fatti suoi..”
1929. Jake, il minore dei Bondurant, comincia la sua carriera da distillatore, tentando di imitare i fratelli più grandi, vere e proprie leggende della zona, tanto da essere ritenuti quasi immortali.
Sparatorie, inseguimenti, scazzottate. E, ovviamente, fiumi di alcool.

La contea più fradicia del mondo comincia piano, tanto che all’inizio temevo si trattasse di un pacco (forse anche per la copertina un po’ cupa scelta dall’editore Dalai), ma poi ti prende e non ti molla più. Le figure di Howard e Forrest sono magnetiche, questi fratelli silenziosi e pronti a esplodere con violenza inaudita hanno un loro codice etico, non sono più criminali degli “uomini di legge” che cercano di fermarli (perché non accettano di pagare le tangenti). Franklin è un luogo di sofferenza, dove l’alcool è la panacea di tutti i mali e la sbornia una condizione necessaria a sopportare una vita di insoddisfazioni, morte e miseria. Questo è il racconto di uomini che hanno sfidato un sistema malato, ingiusto. È una gangster story dove la linea tra bene e male è difficile da tracciare, poiché i criminali hanno desideri più puri di chi li combatte, e valori, come quello della famiglia, per cui sono pronti a morire.

Credo che ora cercherò Lawless e lo riguarderò.

“La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Il Reich ha vinto la II Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti sono divisi territorialmente tra le due potenze, l’Africa è stata spazzata via, Berlino è il centro del potere. La cultura orientale si è diffusa in tutto il pianeta, la spiritualità è importante quanto la supremazia della razza, le decisioni fondamentali vengono prese consultando il libro dell’Oracolo e gli oggetti americani antecendenti la guerra sono ricercati nel mondo dei collezionisti, tanto da alimentare anche un fiorente mercato di falsi dove il confine tra l’arte e la serialità è molto labile. In questo panorama si muovono le vite di un negoziante, di un falsario ebreo e altri personaggi, di cui alcuni sono spie sotto copertura. Ciò che li accoumuna è la lettura, o perlomeno la conoscenza, di un famoso libro verboten: La cavalletta non si alzerà più. La messa al bando del romanzo è dovuta alla strana storia che racconta, quella di un mondo dove Germania e Giappone sono stati sconfitti…

Come puoi vedere dalla trama, il soggetto principale di questo capolavoro di Philip K. Dick non sono i personaggi ma il contesto in cui sono calati. Come già per Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (da cui è tratto il famoso film Blade Runner), anche in La svastica sul sole quello che colpisce non è tanto la trama quanto la verosimiglianza di un mondo ricreato alla perfezione, dove non ci è dato sapere tutto e molto è lasciato all’immaginazione, ma quello che ci viene spiegato è molto coerente con quello che sarebbe potuto avvenire se la storia fosse andata diversamente. Abbiamo quindi un’Africa silenziosamente epurata dalle razze ritenute inferiori da Hitler, con la stessa discrezione (o menefreghismo generale) con cui erano stati organizzati i campi di concentramento. C’è un regime che appare decadente ma comunque in forma, dove a comandare sono i gerarchi nazisti ormai anziani, che si contendono potere e poltrone a furia di colpi di spionaggio e controspionaggio. C’è la natura umana che, al di là di colore, politica e credo, tende a portare la storia verso il mercato economico, vera dittatura che vince su qualsiasi storia reale e ucronica. E poi c’è il romanzo proibito, che racconta una storia che è la nostra, ma che appare comunque migliore della storia reale, come se l’uomo potesse solo immaginare un mondo dove la cultura abbia prevalso sull’avidità. E da questo ne esce una condanna per tutti, per chi ha perso, ma anche per chi ha vinto e avrebbe potuto fare di meglio.

The man in the high castle (da cui recentemente è stata tratta anche una serie tv) è il secondo romanzo di Dick che leggo, non ho quindi una grande esperienza su questo autore. È sicuramente un tipo di scrittura che punta alla riflessione più che al coinvolgimento. Interessante ad esempio tutto il discorso sul mercato del falso, la critica alla ricerca di cimeli (che è quello che fanno gli occidentali quando si sentono “turisti”) e il tentativo di capire dove, nella produzione di un oggetto, si fermi l’arte e cominci la serialità del lucro. Non posso spingermi oltre perchè solo su questo argomento ci sarebbe da parlare per ore, ma ciò è indicativo per capire quanti spunti di riflessione possa offrire il romanzo.

Devo dirti la verità, preferisco, restanto in ambito fantascientifico (anche se qui la vera e propria fantascienza è assente), scrittori come Asimov, Matheson, Bradbury o Vonnegut, perché sono sicuramente più coinvolgenti e ti inducono a voltare pagina più volentieri, ma la potenza evocativa e la profondità di ragionamento a cui ti spinge Dick sono inimitabili. Questo è quel tipo di scrittura che insegna a guardare la società, e l’uomo, con occhi diversi. A renderci consapevoli dei nostri limiti di piccoli (inutili, stupidi, prevedibili) esseri umani nell’Universo.
Credo che, mai come ora, ci sia bisogno di meditare su questo.

“Elevation” di Stephen King

Scott Carey perde peso, giorno dopo giorno, senza che il suo corpo presenti esteriormente alcun segno di dimagrimento. Scott, nel frattempo, diventa più agile, meno propenso a stancarsi e, cosa abbastanza strana, acquisisce la capacità di fare “perdere la gravità” agli oggetti che tiene tra le mani. L’uomo ha anche un difficile rapporto con le sue vicine di casa, due lesbiche sposate che stanno per chiudere il loro ristorante perché a Castle Rock, piccolo paese di provincia, i matrimoni gay non sono proprio ben visti. I destini di Scott e delle due donne sono destinati a incrociarsi ulteriormente e le loro difficoltà a trovare una soluzione, in attesa che la bilancia raggiunga il misterioso punto zero.

Non sto a riportarti il conteggio preciso dei caratteri di stampa, come avevo fatto per La scatola dei bottoni di Gwendy, ma io l’ho fatto. Elevation è un racconto di 80 pagine spalmato su 195 pagine con interlinea autostradale. Anche mettendo insieme questi due “romanzi” si ottiene circa 1/4 (in termini quantitativi) di una qualsiasi raccolta di racconti del King standard. 13 euro sono un po’ tantini per un racconto travestito da romanzo. E qui chiudiamo la parte tecnica, ma era giusto dirlo per non farsi prendere per il culo.

La storia è coinvolgente e piacevole, la leggi in fretta e sei curioso di girare pagina per vedere come procede. Certo, manca quella profondità dei personaggi e la complessità della trama a cui ci ha abituato il Re. Tutto sarebbe normale se fosse un racconto, ma questo è un romanzo, quindi dovrebbero esserci (sto facendo del sarcasmo).
Due cose non ho apprezzato: il finale, prevedibile e poco originale, e l’inserimento forzato delle tematiche LGBT, soprattutto in una storia così corta. Premesso che io sono per l’amore libero, trovo che la deriva artistica di King stia diventando troppo attenta agli argomenti “di moda” (era già successo con il tema del ruolo della donna in Sleeping Beauties). Sono temi importanti e ben venga che un grande scrittore come King ne parli ma, quando diventano un’interesse totalizzante, la trama perde in forza e guadagna in forzatura.

Che dire, questo Elevation non è stato malissimo, ma ti lascia con la voglia di un romanzo vero. Speriamo lo sarà The institute.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King, ma quelli di cui ti ho parlato sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)

“Clandestino” di James Ellroy

Clandestino è il secondo romanzo di James Ellroy, datato 1982. Ed è stracazzutissimamente bello.

Freddy Hunderhill è un poliziotto nella Los Angeles degli anni cinquanta, con la passione per le donne e la meraviglia. La meraviglia si incontra spesso nel suo mestiere ed è qualcosa che non è ben definibile, e non è per forza un elemento positivo, è semplicemente la meraviglia. Forse potrebbe essere la “poesia della vita”, dove la poesia non sia solo un bel tramonto, ma anche una determinata situazione tragica. Freddy è a caccia di un assassino di donne e sembra averlo trovato. Alcuni suoi superiori lo coinvolgono in un’indagine fatta di pestaggi e confessioni forzate, tanto che il principale indiziato, innocente e reo confesso, si suicida. Qualcuno deve pagare per questo errore e a pagare è proprio Freddy, costretto sotto ricatto ad abbandonare il lavoro con disonore. Passano degli anni, Freddy cerca di rifarsi una vita, ha una donna fissa e un cane ereditato da un ex-collega morto sul lavoro. Viene uccisa un’altra donna, con le stesse modalità che Freddy conosce bene. Deve riprendere a indagare, anche senza distintivo, per rimettere ordine nel mondo e nella sua vita, che nel frattempo sta andando in pezzi.

Siamo all’evoluzione di Prega detective, tutto ciò che di buono c’era nel primo romanzo di Ellroy è cresciuto e si moltiplicato. La trama è più complessa, i personaggi più profondi, la linea che divide il bene dal male si è assottigliata. Nessuno è assolto, Ellroy dipinge il mondo così come è, senza finzione, in questo noir che ti lascia in bocca il sapore di alcool e tabacco, che ti fa sentire sporco mentre lo leggi. Come per il precedente romanzo la forza non risiede nella trama ma nella costruzione dei personaggi e delle situazioni.

Vuoi un romanzo che ti porti da un’altra parte? È questo. Ti piace non sapere chi sia l’assassino fino alla fine? Clandestino fa per te.
Freddy Hunderhill non è del tutto una bella persona, ma non lo sei neanche tu. Ellroy lo sa.

Come puoi facilmente immaginare sono già a caccia della trilogia di Lioyd Hopkins. Con Ellroy procederò scrupolosamente in ordine cronologico (fatta eccezione per I miei luoghi oscuri). Ho già commesso l’errore di averlo ignorato fino ad ora, spero in questo modo di rimediare e gustarmi la sua crescita.

“Il sopravvissuto del Titanic” di Archibald Gracie

Ultimamente mi è presa questa passione per i naufragi e i relitti sommersi. Ho quindi passato al vaglio tutti le principali tragedie del mare, non solo quella del Titanic, ma anche quella dell’Andrea Doria (affondata nel 1956, giace a 75 metri) e dell’Achille Lauro (il transatlantico, non il menestrello), che subì un dirottamento nel 1984 e affondò nel 1994 (5000 metri). A tal proposito mi piacerebbe leggere altro, se hai suggerimenti sono ben accetti, tuttavia preferirei letture abbastanza scientifiche (non il romanzo del Poseidon, per capirci).

Ma veniamo al noto Titanic, il cui dramma ha avuto nuova linfa “vitale” dopo l’omonimo film di James Cameron. Il sopravvissuto del Titanic è scritto da Archibald Gracie, un ricco Newyorkese che è riuscito a mettersi in salvo nel naufragio (evitabile) del 1912.
[Attenzione, l’edizione che ho letto è quella edita da Rizzoli nel 1998, ma esiste anche un’edizione più recente (2017) della Gingko Edizioni intitolata La verità sul Titanic, con lo stesso testo e arricchita da una sessantina di foto. Ho voluto risparmiare, la nuova edizione non si trova usata.]

L’autore è stato così provato dall’esperienza da morire verso la fine dello stesso anno, non prima comunque di aver portato a termine il suo resoconto. Un resoconto che è abbastanza breve (135 pagine a grandi caratteri) e di facile lettura, forse anche troppo. Il libro pare infatti un romanzo d’avventure, con quel gusto un po’ retrò della scrittura di una volta, adatto anche alla lettura da parte dei più piccoli. Viene continuamente elogiato l’eroismo di tutti durante la vicenda, la pefetta preparazione dell’equipaggio, il coraggio e lo spirito di sacrificio dei passeggeri (molti muoiono dicendo cose tipo “ok io muoio salvatevi voi”). Mi è parso un grande epitaffio, più che una cronaca realistica, formulato in segno di rispetto delle vittime. E, soprattutto, vengono lanciate pochissime accuse per quella che è stata una tragedia che poteva benissimo essere evitata, quasi fosse solo colpa dell’iceberg…

Qui forse ci sta bene una specifica sul perché il naufragio del Titanic fosse un dramma annunciato, ti elenco solo i  motivi più evidenti (per tutti gli altri wiki è molto esaustiva):
• velocità eccessiva: nonostante i ripetuti allarmi inviati al transatlantico la velocità non è mai stata rallentata, era maggiore la fretta di arrivare in anticipo che quella di viaggiare in sicurezza;
• assenza dei binocoli: la nave è partita senza gli strumenti utili per gli avvistamenti da parte delle vedette, infatti questi strumenti erano in ritardo e si sarebbe dovuta rinviare la partenza di qualche ora (vedi sopra);
• insufficienza delle scialuppe di salvataggio: in verità a norma di legge nel numero, ma la legge non era attualizzata con la capienza dei transatlantici;
• scialuppe a mezzo carico: l’ordine era “prima le donne e i bambini”. Solo che con “prima” è stato inteso di calare le lance di salvataggio con 35 persone a bordo (solo le donne e i bambini) invece di 70…

Per tornare al romanzo, mi sento quindi di consigliartelo per una lettura leggera, senza grosse attese. Il protagonista rimane un buon narratore, verrà poi salvato insieme ad altri dalla nave Carpathia e subito dopo comincerà a scrivere. È curioso peraltro come sulla Carpathia incontri molti conoscenti, probabile che all’epoca solo una determinata parte della popolazione potesse permettersi questi viaggi e che quindi nell’alta società si conoscessero un po’ tutti. Sì, sì, c’era anche la terza classe, ma quelli sono morti quasi tutti, mica si son messi a scrivere libri.

Io continuo a immaginare come sarebbe andata ai giorni nostri: altro che eroismo e galanteria. Spintoni e urla intervallati solo da qualche fugace selfie con l’acqua alle ginocchia. E magari un capitano che, invece di aiutare i passeggeri, abbandona la nave e… ah no, questa scena l’abbiamo vista davvero.

“La collina dei ricordi” di Richard Adams

La collina dei ricordi (1996) è il seguito del famosissimo romanzo La collina dei conigli (1972) che, ti ricordo, ha venduto 50 milioni di copie nel mondo. A differenza del romanzo, che era  molto corposo, questo seguito è però solo una breve raccolta di racconti (260 pagine).

Il libro è strutturato in tre parti: le prime due sono composte da racconti che riguardano la mitologia di El-Ahrairà, una sorta di Gesù (solo più cazzuto) dei conigli, la terza invece racconta i  mesi immediatamente successivi alle vicende del romanzo, dopo la formazione della nuova colonia da parte del coniglio capo Moscardo e la sconfitta del generale Vulneraria. In tutto sono 19 racconti.

Quella che Richard Adams compie è una sorta di operazione nostalgia, riportando in vita i conigli a cui ti eri affezionato nel primo libro. Ritrovi quindi, oltre a Moscardo, anche Parruccone, Quintilio, Dente di Leone, Kaisentlaia, Ramolaccio e il gabbiano scorbutico Kehaar. Purtroppo però l’effetto amarcord non è sufficiente e la differenza dal primo romanzo si sente, sia in termini quantitativi che qualitativi.
Ti faccio un esempio. Ne La collina dei conigli le leggende di El-Ahrairà erano degli intermezzi perfettamente integrati nella trama principale, con una funzione formativa per i conigli più piccoli/inesperti, e coerenti con il racconto. Qui cercano, invece, di vivere di vita propria, ma in questo modo perdono il loro motivo di esistenza, e spesso ti lasciano indifferente. Paradossalmente, in questo secondo libro, dove la mitologia “coniglia” è maggiormente presente, viene a mancare quel senso epico che era invece la forza caratterizzante del romanzo.

Mi dispiace molto dirlo, perché il romanzo di Adams mi era veramente piaciuto, ma questa raccolta mi sembra essere qualcosa di molto vicino a una mossa commerciale. Non appassiona, non coinvolge e, nella terza parte, quella che dovrebbe essere l’ideale proseguo del romanzo, a tratti annoia. È un peccato, ma forse questo seguito non era necessario, l’Odissea di Moscardo e dei suoi conigli era già perfetta così, e probabilmente irripetibile.

“La carta più alta” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

La carta più alta è il quarto episodio della serie del BarLume scritta da Marco Malvaldi.
Questa volta il bar(r)ista Massimo Viviani, i quattro ottuagenari e il commissario Fusco sono alle prese con un dubbio caso di morte naturale, parrebbe per gli effetti devastanti della chemioterapia, avvenuto subito dopo la vendita di una nuda proprietà… come al solito mi fermo qua, trattandosi di un giallo.
Intanto anche le vicende personali che ruotano attorno a Massimo subiscono qualche scossone. Tiziana, la bella banconista, torna a lavorare nel bar e lui, nel frattempo, si vendica della Gorgonide, la temibile vicina di casa che frigge qualsiasi cosa rendendo l’aria irrespirabile.

La struttura è ormai consolidata, così come le gag, ma questo rimane comunque l’episodio della serie che più mi è piaciuto. Credo sia dovuto a un equilibrio perfetto tra la parte di vero e proprio “giallo” e quella più leggera che si occupa di tutto quello che gira attorno al mondo del BarLume. Siamo sul 50 e 50, un’ottima soluzione per chi cerca non solo l’intrigo ma anche lo svago e il divertimento.
Ci sentiamo a breve con Il telefono senza fili.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
La battaglia navale (2016)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
A bocce ferme (2018)

“Trilogia: Il castello errante di Howl – Il castello in aria – La casa per Ognidove” di Diana Wynne Jones

Sì lo so che è un po’ che non mi senti ma è un periodo davvero denso e ho molto da fare, purtroppo ho dovuto, in parte, trascurare la lettura. Detto questo, la trilogia di Howl è comunque un librone che comprende, nelle sue 650 pagine circa, i tre romanzi di Diana Wynne Jones ambientati nel mondo del famoso mago. Ti snocciolo qualcosina di trama, senza svelare troppo. Ecco, per la precisione, non si può andare molto in profondità per non spoilerare, perché i colpi di scena sono frequenti e parte integrante di tutti e tre i romanzi.

Il castello errante di Howl
Sicuramente il più famoso della trilogia, grazie al riuscitissimo film di Miyazaki, e anche il più complesso dei tre nell’intreccio. Sophie, una giovane ragazza, viene colpita dal maleficio di una strega e intrappolata nel corpo di un’anziana. Si imbatte nel castello errante del mago Howl e del suo “aiutante” Calcifer, un demone del fuoco, e insieme a loro cerca di risolvere il suo problema. Ci sono anche canuomini, spaventapasseri magici, stivali delle sette leghe, più persone fuse in unico corpo… Insomma un po’ di tutto, in realtà molto di più di quanto sia presente nel film, che invece comprende elementi cari a Miyazaki (assenti nel romanzo) come la guerra, le macchine volanti e le figure informi. Per dirne una: il mago Howl nel romanzo non subisce nessuna mutazione in volatile.

Il castello in aria
[Da non confondere con Il castello nel cielo, sempre di Miyazaki.] Racconto arabeggiante, molto arabeggiante. Abdullah, povero mercante di tappeti, si trova per caso in possesso di un tappeto volante che lo porta a conoscere la principessa Fior-della-Notte. Ovviamente questa viene rapita da un djinn, creatura mitologica araba, e Abdullah si butta all’inseguimento aiutato da un soldato di ventura e da un genio della lampada (in questo caso in bottiglia). Qui non posso davvero andare oltre perché sarebbe impossibile riuscire a non svelare i motivi per cui questa storia faccia parte della trilogia di Howl. Sappi che in questo romanzo troverai tutto quello che ti aspetti dovrebbe esserci in un racconto in stile arabo. Qualcuno potrebbe ritenerlo un insieme di stereotipi, in questo senso, ma io l’ho trovato piacevole.

La casa per Ognidove
Il romanzo dei tre che ho apprezzato meno. Charmain, una ragazzina viziata, si trova ad occuparsi della casa di un prozio mago, mentre questo viene ospitato e curato dagli elfi. La casa si rivela essere una sorta di distorsione spazio-temporale, dove ogni porta conduce in uno spazio, e a volte anche in un tempo, diverso. A Charmain si aggiungono un cane “speciale” e un ragazzino pasticcione. Tutti e tre si troveranno a doversi difendere dal Lubbock, una sorta di demone che depone uova nei corpi, e che ambisce a prendere il posto del re, che intanto Charmain sta aiutando nell’inventariare la biblioteca. Anche qui sto già dicendo troppo. E anche qui Howl, Calcifer e Sophie compariranno e saranno parte integrante della storia.

Non avevo mai letto romanzi di Diana Wynne Jones, e devo dire che mi sono piaciuti. Li ho trovati molto rilassanti, poiché abbastanza semplici (ma non per questo meno geniali). Certo, non sono una lettura propriamente per adulti, quindi ti deve piacere il genere. Diciamo che, mentre Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu (per rimanere sul genere) consente una profondità di interpretazione doppia, con metafore e giochi di parole, così non è per i romanzi di questa trilogia, che sono lineari e non nascondono nulla. Sono essenzialmente trama pura, l’ideale per staccare il cervello. Forse non andrò apposta a cercare altro di questa scrittrice, ma se per caso mi dovesse capitare qualcosa sottomano tornerò a leggerla.

“Le regole dell’attrazione” di Bret Easton Ellis

Bret Easton Ellis è un autore talmente prolifico che, dal suo esordio nel 1985 (Meno di Zero a soli 21 anni), ha scritto la bellezza di sette libri (…). Considera che l’ultimo suo lavoro, che non ho ancora letto, è Imperial bedrooms del 2010. In altri termini: sono otto anni che sta lavorando a un nuovo libro…
Le regole dell’attrazione (1987) è il suo secondo romanzo. A differenza del primo, Ellis ci infila dentro un po’ più di trama, che comunque non è il punto focale dell’opera. Te la racconto, così ti metti il cuore in pace, tu e anche i motori di ricerca.

La storia è racontata in prima persona dai tre protagonisti, Sean, Paul e Lauren, che si alternano nella narrazione. In aggiunta c’è anche una quarta figura, una ragazza non identificata, che però conosci solo attraverso le lettere anonime che scrive a Sean, di cui è innamorata. Bene, eccoci.
Contesto studentesco ricco di sesso, soldi e droga.
Lauren ama Victor, che però è in Europa e se ne sbatte. Sean ama Lauren, convinto che sia lei a depositare le lettere d’amore nella sua casella della posta. Paul ama Sean, con cui ha una storia per qualche tempo. Lauren non ama Sean. Sean non ama Paul. Tutti soffrono, tutti scopano con tutti.

Come il precedente, anche questo romanzo racconta una generazione alla deriva, senza alcun valore (ma ne esistono davvero?) e travolta dall’alcool e dalle droghe. L’amore per cui tutti si struggono è totalmente disgiunto dal sesso, il dolore infatti non impedisce i continui accoppiamenti dei tre studenti, ovviamente promiscui, con chiunque. Ellis descrive benissimo la mancanza di genere femminile/maschile. Per capirci: Sean è un beccafighe, si è trombato mezzo campus, ma ciò non gli preclude di avere una storia omosessuale con Paul, senza che questa crei particolari disagi a nessuno. E, sinceramente, era ora.

Ah, Sean, il fico strappamutande incallito, nel film omonimo (2002) tratto dal libro è interpretato da James Van Der Beek.


Scusa, non ho resistito.

Altra cosa che Ellis fa molto bene è mostrarti come ciò che spesso si creda gli altri pensino di noi sia davvero lontano dalla realtà. Sean, Paul e Lauren hanno un’idea precisa di quello che gli altri pensino di loro, che si rivela puntualmente sbagliata, senza che tuttavia se ne accorgano. Sono troppo concentrati su loro stessi per farlo. E così Lauren è convinta che Victor la ami quando nemmeno se la ricorda, Sean è sicuro che Lauren lo veneri quando per lei è solo una scopata e Paul crede che Sean sia innamorato di lui mentre per Sean, tra loro, c’è solo un’amicizia col bonus del sesso.
Ma la frase su cui dovevi porre la tua attenzione è sono troppo concentrati su loro stessi, perchè è questo il succo polposo del romanzo su cui riflettere. È questo che ti lascia qualcosa.

Sono a quattro su sette. Ora voglio American Psycho.

P.S. Nel frattempo ho visto Al di là di tutti i limiti, con Robert Downey Junior e James Spader, tratto dal primo romanzo di Ellis. Mi è piaciuto molto. Certo sente i suoi anni (1987) ma riesce a far vivere qualcosa della dissolutezza presente nel libro. E questo è un gran punto a favore.

I libri di Bret Easton Ellis:
Meno di zero (1985)
Le regole dell’attrazione (1987)
American Psycho (1991)
Acqua dal sole (1994)
Glamorama (1999)
Lunar Park (2005)
Imperial Bedrooms (2010)

“Cecità” di José Saramago

Cecità non è un romanzo facile. Forse non è nemmeno un romanzo, dal momento che il titolo originale, tradotto letteralmente, è Saggio sulla cecità. Era da tempo che volevo leggere qualcosa di José Saramago, per la precisione da quando ho visto lo stupendo Enemy di Villeneuve, tratto dal romanzo L’uomo duplicato. In realtà anche da Cecità è stato tratto un film, Blindness, con Julianne Moore, che però ricordo come noioso (l’ho visto anni fa, lo riguarderò).
Ma sto divagando.

Un po’ di trama.
In una nazione (o nel mondo intero?) non identificata scoppia un’epidemia di cecità, definita mal bianco, poiché chi ne viene colpito comincia a vedere tutto bianco. Nessuna causa fisica apparente giustifica la “malattia”, e te lo spiega un medico oculista che visita un cieco poco prima di diventare cieco a sua volta. In questa catastrofe Saramago ti fa seguire le vicende di un piccolo gruppo di persone, tra cui la moglie dell’oculista, unica persona (a quanto descritto) immune al male. Dapprima il governo mette in quarantena i malati, abbandonandoli a loro stessi in strutture isolate. Qui la bestialità umana prende il sopravvento, si formano delle tirannie, da cui derivano ricatti e minacce per ottenere il cibo. Le donne, ad esempio, devono diventare schiave sessuali di un drappello di uomini che possiedono una pistola. Tutto questo nella sporcizia più estrema, dove feci, sudore, sangue e morte si mescolano senza possibilità di salvezza. Poi anche i soldati a guardia di queste specie di lager (dove aguzzini e vittime sono tuttavia sempre i malati) diventano ciechi. Il mondo cade nel caos totale e il gruppo di non vedenti, capitanato dalla moglie “sana” dell’oculista, esce all’esterno, dove qualsiasi forma di organizzazione sociale è ormai crollata.

Dicevo, Cecità non è un romanzo facile.
Non lo è da nessun punto di vista.

Per prima cosa non è leggero, non è scorrevole, e per terminare le 280 pagine ci ho messo dieci giorni. Non ti aspettare un romanzo apocalittico nel senso comune del termine, Cecità è un viaggio nell’apocalisse dell’anima, più che in quella palpabile e terrena. Io ero pronto ed è stato comunque difficile. È carico di riflessioni, filosofia, meditazioni su quello che è l’uomo, su cosa possa diventare o, forse, su cosa faccia finta di non essere. Saramago permea di un pessimismo invincibile (che io condivido pienamente) la natura umana. Privata della vista, l’umanità recede nella sua più bassa forma, il crollo di qualsiasi valore morale e civile è totale. L’unico gruppo che sembra immune è quello dei “nostri” ciechi ma, attenzione, perché guidati da una persona che ancora ci vede. È attravero la vista che ha un senso la cooperazione, l’aiutarsi l’un l’altro. Chi ne è privo invece, chi non ha nemmeno una guida, può solo cadere nell’individualismo più estremo.

Cecità è incomprensibile finché non lo si legge. Queste mie poche righe non possono rendere la bravura con cui l’autore riesce a far diventare cieco il lettore. Cieco in un mondo di ciechi, non dimenticarlo. Ci sono persone (praticamente tutte) che non ritrovano casa propria, perché sono diventate cieche all’esterno e nessuno può aiutarle. La pulizia, l’igiene, non esistono più. Nessuno vede, quindi è possibile fare tutto ciò che non era socialmente accettato, defecare per strada, violentare una donna, uccidere per poco. Il peccato è negli occhi degli altri, se questi occhi non vedono, il peccato non esiste. L’uomo non ha un’etica propria, una morale intrinseca, di conseguenza se nessuno può giudicarlo sarà in grado di ritornare alla sua vera natura, peggiore di quella animale.

Dal punto di vista strettamente tecnico il romanzo sembra uno scritto sperimentale, tanto è lontano dalla narrativa canonica a cui siamo abituati. Per prima cosa non esistono i nomi, i personaggi sono definiti come “Il primo cieco”, “La moglie dell’oculista”, ecc. Anche i nomi fanno parte di un organizzazione sociale che crolla con il mal bianco, e non hanno quindi più senso di esistere. I dialoghi sono riportati senza alcun segnale grafico se non con la sola maiuscola.
Ma te ne riporto un estratto a caso, se no è davvero difficile capire:

“Finalmente ti sei svegliato, dormiglione, disse lei sorridendo. Si fece silenzio, e lui disse, Sono cieco, non ti vedo. La moglie lo rimproverò, Piantala con gli scherzi stupidi, su certe cose non ci si scherza, Magari fosse uno scherzo, la verità è che sono cieco sul serio, non vedo niente, Per favore, non mi spaventare, guardami, qui, sono qui, la luce è accesa, Lo so che ci sei, ti sento, ti tocco, immagino che tu abbia acceso la luce, ma io sono cieco.”

Nonostante questo però la lettura, per quanto riguarda la semplice comprensione degli eventi e dei discorsi, è estremamente fluida e facile. Non aspettarti qualcosa come il “flusso di coscienza”, non avrai alcuna difficoltà a seguire la trama e ciò che succede. Saramago è bravissimo anche in questo.

Avrai capito: questo è un romanzo che vuole (e ci riesce) insegnare qualcosa. Paradossalmente Saramago ti apre gli occhi. Come ogni lezione non è scorrevole e nemmeno divertente. Devi metterci del tuo e non te ne uscirai con un “che bello, lo voglio rileggere”. No, una volta basta. Ti sentirai in colpa a pensare che forse un po’ ti sei annoiato e avrai difficoltà ad ammetterlo, non solo con gli altri, ma anche con te stesso.
Allora, forse, significherà che qualcosa l’avrai imparato davvero.

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”