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“La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Il Reich ha vinto la II Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti sono divisi territorialmente tra le due potenze, l’Africa è stata spazzata via, Berlino è il centro del potere. La cultura orientale si è diffusa in tutto il pianeta, la spiritualità è importante quanto la supremazia della razza, le decisioni fondamentali vengono prese consultando il libro dell’Oracolo e gli oggetti americani antecendenti la guerra sono ricercati nel mondo dei collezionisti, tanto da alimentare anche un fiorente mercato di falsi dove il confine tra l’arte e la serialità è molto labile. In questo panorama si muovono le vite di un negoziante, di un falsario ebreo e altri personaggi, di cui alcuni sono spie sotto copertura. Ciò che li accoumuna è la lettura, o perlomeno la conoscenza, di un famoso libro verboten: La cavalletta non si alzerà più. La messa al bando del romanzo è dovuta alla strana storia che racconta, quella di un mondo dove Germania e Giappone sono stati sconfitti…

Come puoi vedere dalla trama, il soggetto principale di questo capolavoro di Philip K. Dick non sono i personaggi ma il contesto in cui sono calati. Come già per Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (da cui è tratto il famoso film Blade Runner), anche in La svastica sul sole quello che colpisce non è tanto la trama quanto la verosimiglianza di un mondo ricreato alla perfezione, dove non ci è dato sapere tutto e molto è lasciato all’immaginazione, ma quello che ci viene spiegato è molto coerente con quello che sarebbe potuto avvenire se la storia fosse andata diversamente. Abbiamo quindi un’Africa silenziosamente epurata dalle razze ritenute inferiori da Hitler, con la stessa discrezione (o menefreghismo generale) con cui erano stati organizzati i campi di concentramento. C’è un regime che appare decadente ma comunque in forma, dove a comandare sono i gerarchi nazisti ormai anziani, che si contendono potere e poltrone a furia di colpi di spionaggio e controspionaggio. C’è la natura umana che, al di là di colore, politica e credo, tende a portare la storia verso il mercato economico, vera dittatura che vince su qualsiasi storia reale e ucronica. E poi c’è il romanzo proibito, che racconta una storia che è la nostra, ma che appare comunque migliore della storia reale, come se l’uomo potesse solo immaginare un mondo dove la cultura abbia prevalso sull’avidità. E da questo ne esce una condanna per tutti, per chi ha perso, ma anche per chi ha vinto e avrebbe potuto fare di meglio.

The man in the high castle (da cui recentemente è stata tratta anche una serie tv) è il secondo romanzo di Dick che leggo, non ho quindi una grande esperienza su questo autore. È sicuramente un tipo di scrittura che punta alla riflessione più che al coinvolgimento. Interessante ad esempio tutto il discorso sul mercato del falso, la critica alla ricerca di cimeli (che è quello che fanno gli occidentali quando si sentono “turisti”) e il tentativo di capire dove, nella produzione di un oggetto, si fermi l’arte e cominci la serialità del lucro. Non posso spingermi oltre perchè solo su questo argomento ci sarebbe da parlare per ore, ma ciò è indicativo per capire quanti spunti di riflessione possa offrire il romanzo.

Devo dirti la verità, preferisco, restanto in ambito fantascientifico (anche se qui la vera e propria fantascienza è assente), scrittori come Asimov, Matheson, Bradbury o Vonnegut, perché sono sicuramente più coninvolgenti e ti inducono a voltare pagina più volentieri, ma la potenza evocativa e la profondità di ragionamento a cui ti spinge Dick sono inimitabili. Questo è quel tipo di scrittura che insegna a guardare la società, e l’uomo, con occhi diversi. A renderci consapevoli dei nostri limiti di piccoli (inutili, stupidi, prevedibili) esseri umani nell’Universo.
Credo che, mai come ora, ci sia stato il bisogno di meditare su questo.

“Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve

Lo dico subito: Villeneuve non mi ha deluso nemmeno questa volta. E sì che il rischio era alto, andando a confrontarsi con una delle pietre miliari della fantascienza. (Recentemente, peraltro, ho visto il suo Enemy: stupendo.) Blade Runner è stato trattato con la venerazione che merita, senza cadere nella tentazione di strafare. E’ come se il regista abbia esplorato nuove zone dell’universo creato da Dick evitando di cercare di imitare il film di Scott, ma ampliandone gli orizzonti geografici. E’ un film carico di smog, nebbie, deserti urbani. Era un seguito indispensabile? Forse no. E’ un buon seguito? Sicuramente sì, e accade di rado.

Trama, non spoilero. Dai primi dieci minuti salta subito fuori che, trent’anni prima delle vicende narrate, è nato un bambino da una replicante. Su questo gira tutta la storia. Di chi è il bambino? Chi è? Se i replicanti potessero riprodursi sarebbe un nuovo gradino dell’evoluzione? Non aggiungo altro, per non togliere il gusto della visione.

C’è qualcosa di disumanizzante nel seguire le vicende di Gosling, che è a sua volta un replicante (si sa fin da subito), qualcosa che però viene smorzato dal suo bisogno di compagnia, che lo rende comunque “umano”, in un certo modo. E poi beh, la compagnia gliela offre Ana de Armas sotto forma di ologramma. Amore tra androidi, difficile da digerire inizialmente, ma poi ci si abitua. Soprattutto perché è Ana.

Ci sta anche Harrison Ford nei panni di Deckard invecchiato, è ormai una parte a cui sarà abituato, dopo Ian Solo e Indiana Jones.

Quello che mi è mancato è l’angoscia che il Blade Runner dell’82 ti lascia nell’animo ogni volta che ne termini la visione. Quel misto tra comprensione e tristezza che provi nei confronti di Rutger Hauer durante il suo ultimo monologo.
Ma non si può avere tutto (così dicono).