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“American Gangster e altre storie di New York” di Mark Jacobson

Questo è un libro che ho trovato al bancone del Libraccio (sia santificato) durante l’edizione 2020 di Librixia (la fiera del libro di Brescia). Due euro e cinquanta centesimi. E meno male. Un acquisto avventato, forse, ma l’American Gangster di Ridley Scott, pur non essendo tra i suoi capolavori, mi era piaciuto (Denzel Washington è sempre cazzutissimo).

Il film racconta la storia vera di Frank Lucas, narcotrafficante di Harlem diventato un gangster, di quelli tosti, dopo la consueta gavetta e la tipica comparsa dal nulla. Una cosa alla Scarface, per capirci. Figo. L’opera di Scott, nasceva, è vero, da un articolo di Mark Jacobson (quello che dà il titolo al libro, pur occupandone solo trenta pagine). Il libro uscì praticamente in contemporanea con il film. Devo aggiungere altro?

Pura opera commerciale, questa raccolta di articoli (sono sette in circa duecento pagine) rappresenta un fantastico esempio di onanismo autoriale. Jacobson scrive molto, molto bene. È crudo, duro, sa far sorridere con il suo freddo cinismo. A tratti, nello stile, mi ricorda Palahniuk. Ma finisce lì, perché quello che racconta non è assolutamente interessante. Le diverse (sono diverse?) storie narrate non stimolano nessuna sensazione, se non, appunto, la lettura di qualche paragrafo particolarmente brillante.

Se dovessi riassumere di cosa parlano questi articoli non saprei nemmeno da che parte iniziare. Basterebbe leggere dieci righe a caso prese nel mezzo, e poi altre dieci e altre dieci ancora. È qualcosa di talmente frammentato da essere indescrivibile. Sembra un elenco della spesa.

Puttane, droga, gang, fattoni e magnaccia si mescolano senza sosta e senza un filo conduttore. Sembra che gli abbiano detto: «Ehi, sta per uscire il film, metti insieme altre pagine a caso insieme all’articolo su Frank Lucas e facciamo un po’ di soldi». Che peccato. Onestamente, non so se Jacobson abbia scritto anche dei romanzi. Se l’avesse fatto ne leggerei volentieri perché, ripeto, lo stile c’è ed è molto forte. Ma questa, questa è solo un’opera senz’anima figlia del mercato.

“Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! He Hui. Un soprano cinese nel mondo dell’opera lirica” di Melanie Ho

Qualche secolo fa, durante i miei studi universitari, ricordo di aver sostenuto un temibile esame di storia della musica. Ovviamente, c’era una mostruosa discrepanza tra ciò che intendessi io per “storia della musica” e quello che aveva in mente il docente. Fui quindi costretto ad abbandonare momentaneamente Led Zeppelin, Rolling Stones e Black Sabbath in favore di Mozart, Beethoven, Puccini e compagnia allegra. Come compendio all’esame, oltre ai tre tomi d’ordinanza, un ancor più terrificante libricino che riassumeva tutti i librettisti d’opera, gli scenografi e altre amenità di questo tipo. In breve: un incubo.
Se devo essere sincero, da allora non ho mai approfondito la mia conoscenza della lirica, anche se lo studio si rivelò meno noioso del previsto. (Per la cronaca, era il mio primo esame e presi 28.)

Leggere questo Dilegua, o notte! Tramontate, stelle! He Hui. Un soprano cinese nel mondo dell’opera lirica (a quanto pare a essere lunghe non sono solo le rappresentazioni…) di Melanie Ho mi ha quindi portato anche un certo carico di nostalgia. Per quanto l’opera lirica sia un mondo molto distante dai miei interessi, scoprire la storia della soprano cinese He Hui, mi ha fatto venire voglia di tornare indietro e affrontare i miei studi con maggiore apertura mentale (qualcuno ha una DeLorean?).

Certo, questa è una lettura destinata agli appassionati, non ci si scappa. Tuttavia la brevità della biografia, meno di cento pagine, e la semplicità con la quale è scritta, la rende godibile anche per chi, come me, è ignorante in materia. Ho scoperto, ad esempio, l’esistenza di una competizione organizzata da Placido Domingo: l’Operalia (contest che ha rappresentato un punto di svolta nella vita di He Hui). Non solo, ho rispolverato le principali opere come l’Aida, la Turandot, la Bohème, la Tosca e tante altre. Insomma ho fatto un piacevole ripasso, all’ombra dell’Arena di Verona, dove la soprano He Hui si esibisce spesso (l’introduzione del libro è di Cecilia Gasdia, soprano e sovraintendente della Fondazione Arena di Verona).

La mia competenza, come avrai capito, si limita ai fantastici duetti tra Freddie Mercury e Montserrat Caballé. Tuttavia è comprensibile anche a me quanto la lettura di questo libro sia imprescindibile per un appassionato e, probabilmente (considerati i forti legami con l’Arena), anche per un veronese.

Copia omaggio ricevuta da Gingko Edizioni.

“Gli orsi delle Alpi – Chi sono e come vivono” di Filippo Zibordi

Libro un po’ “fuori genere” rispetto al solito ma, dal momento che la regola esige ti parli di tutto quello che leggo, eccomi. Non mi dilungherò, comunque.

Sto studiando per scrivere una cosa e, la cosa in questione (senza entrare nei particolari e mantenendo un alone di mistero), richiede una minima conoscenza in ambito orsi. Cercavo quindi una lettura che mi fornisse quel genere di informazioni che fossero un po’ più approfondite rispetto a wikipedia ma che rimanessero comunque comprensibili per i comuni mortali. Gli orsi delle Alpi, del naturalista Filippo Zibordi, è stata di certo una scelta azzeccata.

È un breve saggio (circa 130 pagine), ricco di fotografie, che parla dell’orso (ma dai!) a 360°. Questo significa che affronta non solo le caratteristiche fisiche e le abitudini del plantigrado, ma anche tutto quello che riguarda il mondo che ci gira intorno, come ad esempio le leggi, la storia, i progetti di reinserimento e tanto altro. È ricco anche di tabelle e curiosità. Ora mi sembra superfluo farti degli esempi, ma io non sapevo che durante l’ibernazione l’orso arrivasse a respirare una volta al minuto (così, per dirne una).

Ho trovato quello che cercavo? Decisamente sì.
Di sicuro ne so più di prima e posso così pensare di limitare eventuali errori dovuti alla mia ignoranza sull’argomento. Peraltro io amo fare escursionismo in montagna e la possibilità di incontrare un orso mi ha sempre abbastanza intimorito (no, non sono uno di quelli che spera in un avvistamento). Avendo letto Gli orsi delle Alpi, però, la mia paura è decisamente diminuita… sto ovviamente mentendo, la verità è che adesso so che non dovrei aver paura, ma ne ho comunque. Tuttavia ora, nel caso rarissimo di un incontro, eviterò di comportarmi come il pupazzo gonfiabile che saluta come uno scemo (e che urla facendosela sotto), ed è già un gran passo avanti.

Il consiglio è: se vuoi fare escursionismo in zone frequentate da orsi, leggi questo libro e non guardare Revenant o Backcountry. Vivrai davvero molto meglio.

“Una feroce compassione” di Angelo Paratico

Una feroce compassione è il nuovo romanzo storico di Angelo Paratico (tradotto dalla sua versione inglese: The dew of Heaven). Ti avevo già parlato di Paratico in due precedenti occasioni, per l’interessantissimo saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava e per il bel thriller La settima fata. Con Una feroce compassione l’autore mescola in qualche modo i due generi, arrivando così a portare all’attenzione vicende storiche realmente accadute (e poco conosciute) attraverso una ricostruzione che poggia anche su situazioni di pura finzione.

Tutto ruota intorno al ritrovamento del diario di Gino Montecorvo, un ufficiale dell’esercito italiano, inviato a Pechino nel 1900 e stabilitosi poi a Macao per motivi sentimentali ed economici. La lettura del diario – da parte dei personaggi appartenenti alla parte di “fiction” del romanzo – è l’occasione per narrare un periodo storico e gli eventi che lo hanno attraversato. È una storia da noi poco nota (io, almeno, la ignoravo) che riguarda l’Olocausto sofferto dalla Mongolia a opera dei bolscevichi sovietici. Una rappresaglia di guerra che ha causato, oltre a incalcolabili perdite umane, anche lo smarrimento e la distruzione di opere sacre, libri e monasteri. Tra queste reliquie venne perso anche il Sulde, cioè l’oggetto che avrebbe dovuto contenere l’anima di Gengis Khan e conferire il potere di ricreare lo Stato mongolo… (qualcosa di simile alla Sacra Sindone ma con più superpoteri – scostandoci dal fantasy cristiano e avvicinandoci alla realtà, potrei paragonarlo al mantello di Superman).

Ciò che fa da cornice al diario è una vicenda di intrigo e spionaggio, più affine alla precedente opera di Paratico, La settima fata. Ho trovato questa soluzione molto utile a rendere la parte storica più godibile, poiché l’autore ha saputo creare un buon equilibrio tra la narrativa e la storia, dosando sapientemente intrattenimento e informazione (direi un buon 50/50). C’è quindi tutta una sottotrama di intrighi, mafie e segreti (che include anche una storia d’amore) che accompagna il ritrovamento del diario e il mistero del Sulde.

Curiosità: nell’ultima parte del romanzo si svolge un “funerale celeste“, approfonditamente descritto. Un tipo di “sepoltura” rituale tibetana che non conoscevo e che è molto lontana (è un eufemismo) dalle nostre tradizioni. Ti dico solo che gli avvoltoi si cibano del corpo del defunto… Davvero molto interessante.

Ora l’ultima domanda che mi rimane (e che porrò direttamente all’autore) è come e perché il titolo The dew of Heaven sia diventato Una feroce compassione. Alla fine anche La rugiada del Paradiso non sarebbe suonato male.

“Romance” di Chuck Palahniuk

Romance è una raccolta di ventitré racconti di Chuck Palaniuk, uscita nel 2015 (titolo originale Make Something Up). È sempre difficile parlare di antologie di questo tipo, salvo non volersi fermare ad analizzare ogni singolo racconto (cosa che, tranquillizzati, non farò). Nella mia personale classifica dei libri di Palahniuk (li ho letti tutti esclusi Beautiful You e Il libro di Talbott) Romance si piazza molto in basso, se non all’ultimo posto. Mi sono letteralmente forzato ad arrivare in fondo combattendo con attacchi narcolettici ricorrenti, ho impiegato quindici giorni per leggere 320 pagine.

Partiamo da ciò che ho trovato di buono: lo stile.
Palahniuk non si smentisce, sarebbe capace di rendere divertente anche la “descrizione della mia cameretta”. Cinico, pungente e senza filtri. Prendendo dei singoli paragrafi, ed estrapolandoli dal testo, le trovate geniali sono molteplici. La capacità espressiva di Chuck non è in discussione e probabilmente non lo sarà mai, scrive in modo unico e inimitabile.

Ciò che mi è mancato: i contenuti.
I racconti trattano svariati argomenti, strizzando comunque sempre l’occhio alla sessualità e alla sfera degli “istinti”. Le storie però sono poco convincenti e, soprattutto, per nulla coinvolgenti. Non c’è stato un singolo momento nel quale io sia stato invogliato a terminare un racconto per vedere come andasse a finire, cosa succedesse dopo. Il livello di oniricità e sperimentazione delle trame mi è risultato parecchio indigesto.
Peccato.

Chiariamoci, non manca qualche buono spunto (il mio racconto preferito, Zombi, parla del dilagare di una moda giovanile che consiste nell’autolobotomizzarsi con i defibrillatori per essere sempre felici e eliminare le pressioni sociali), tuttavia, se non hai mai letto Palahniuk, ti consiglierei di partire da qualsiasi altro suo libro.

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
Portland Souvenir (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)
Romance (2015)

“Se scorre il sangue” di Stephen King

Ho finito ieri Se scorre il sangue (If it bleeds) e la domanda che mi sono posto subito dopo è stata: «E ora cosa leggo?». Già, perché, come ti ho sempre detto, Stephen King è casa. E, se King è casa, Se scorre il sangue è la poltrona comoda che conosci da sempre, che ti coccola le chiappe dall’infanzia alla vecchiaia. Un libro vero, un Re in gran spolvero che richiama i vecchi tempi quando i racconti erano tutti dentro le sue (vere) raccolte e non travestiti da romanzi. Se scorre il sangue raccoglie il triplo del materiale di Elevation e La scatola dei bottoni di Gwendy messi insieme ed è all’altezza de Il bazar dei brutti sogni (l’ultimo che mi è davvero piaciuto). Credimi, se la giocava duro, perché ultimamente mi sono riascoltato in audiolibro le raccolte “classiche” A volte ritornano e Scheletri (momento di nostalgia, le ho lette che avevo… lasciamo stare).

Mi è piaciuto tutto. La copertina, rossa, che nell’edizione italiana della Sperling & Kupfer è anche migliore di quella arancione (?) originale. La traduzione, questo Luca Briasco è fresco, ti tiene attaccato alle parole come faceva Tullio Dobner. La dimensione dei racconti, brevi sì (500 pagine, 4 racconti), ma non troppo da non farti entrare completamente nella storia, a braccetto dei personaggi. E ora, cosa leggo?

Il telefono del signor Harrigan
L’amicizia tra un ragazzino e un ricco magnate ritiratosi (quasi) a vita privata. Craig legge al miliardario dei romanzi nei lunghi pomeriggi e lo erudisce sull’utilizzo della tecnologia, regalandogli un Iphone. Diffidenza e rispetto si mescolano fino alla morte dell’uomo, che si porterà lo smartphone nella tomba…

La vita di Chuck
Indescrivibile dal punto di vista della trama, è la somma di tre racconti. Ma è anche una stupenda celebrazione della vita e della scrittura. Il titolo del terzo capitolo, Contengo moltitudini, è la perfetta sintesi di questa opera d’arte.

Se scorre il sangue
Bello e coinvolgente ma (devo dirlo, tirandomi addosso le ire di tutti) il racconto che ho comunque preferito meno. Holly Gibney (sì, quella della trilogia di Mr. Mercedes) si trova alle prese con un altro Outsider. La storia fila via che è un piacere, ma a me la protagonista non ha mai fatto impazzire nemmeno nelle altre sue comparse, mi spiace.

Ratto
Torna il tema della scrittura e delle tempeste interiori che deve affrontare l’autore. King è bravissimo nel descriverle (se non lo sa lui, considerato il suo passato…). Questo racconto mi ha fatto venire in mente una frase di Hemingway: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”. Ecco, Ratto ne è una buona rappresentazione e Drew Larson, che ha già avuto un esaurimento nervoso tentando di scrivere un precedente romanzo, dovrà affrontare tutti i suoi demoni, isolato dal mondo e pronto per una nuova stesura.

Sebbene, rispetto al passato, abbia notato un crescente aumento di product placement (non solo Iphone, ma anche Netflix, Amazon, ecc.), Se scorre il sangue scorre anche nella lettura. Credo che di meglio, al momento, non si possa chiedere, salvo lo zio Stephen non decida di tirar fuori dal cilindro un’altro romanzo costola de La torre nera. Un buon libro con cui iniziare, ma anche uno con cui ricordare i tempi andati. I migliori, sempre.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (me ne mancano 4), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)

“Cuore nero” di Dean Koontz

Come ti avevo anticipato, dopo Il luogo delle ombre, rieccomi a parlarti di Dean Koontz. Scrittore, a mio parere, da noi un po’ trascurato, se consideri che wiki sostiene abbia venduto 450 milioni di copie dei suoi romanzi (Stephen King si aggira attorno ai 500, credo il primo posto se lo giochino ancora gli autori fantasy di Bibbia e Corano). Forse la minore notorietà, in Italia, è dovuta alle poche (e, quelle poche, scarse) trasposizioni cinematografiche. Lo stesso Cuore nero (Hideaway, 1993) è stato portato sullo schermo con il titolo Premonizioni, un film con Jeff Goldblum che non ho visto, ma che a quanto pare era talmente brutto da far incazzare proprio Koontz, tanto da fargli fare di tutto per riuscire a rimuovere il suo nome dai crediti.

Hatch e Lindsey hanno un terribile incidente d’auto. Lindsey se la cava bene, ma Hatch rimane morto per ottanta minuti prima che un luminare della rianimazione “a freddo” lo riporti indietro. I due coniugi si rimettono e tornano a casa, adottano anche una bambina. Poi Hatch inizia ad avere strane visioni, sembra che il suo inconscio sia collegato telepaticamente con qualcuno dalla psiche distorta, un freddo e crudele serial killer che identifica sé stesso con il demone Vassago. Perché Hatch è tornato dall’aldilà con questo “dono”? Non ti anticipo altro, perché il mistero è parte integrante della trama.

Come avrai intuito ci risiamo: 100% intrattenimento. In questo periodo ho il cervello che mi fuma, troppe cose da fare, e quando prendo in mano un libro lo svago è esattamente ciò che cerco. Con Koontz me la gioco facile, perché le sue storie sono coinvolgenti come un buon film d’azione. Anche in questo caso i riferimenti alla religione, ai demoni e al satanismo, sono funzionali alla trama e difficilmente aprono la strada a dubbi morali o a ragionamenti complessi. Semplicemente, una pagina tira l’altra.
Tranquillo, ritornerò a proporti pipponi pseudofilometafisici, ma non oggi, non oggi…

“Come sasso nella corrente” di Mauro Corona

Come già successo in passato, prima di leggere quello che sto per scrivere, ti chiedo di effettuare un enorme sforzo cognitivo e dimenticare il Mauro Corona personaggio per concentrarti solo su Mauro Corona scrittore. Anche se ormai lo saprai, sono due entità ben distinte. (Se non lo sai significa che è la prima volta che passi di qui. Scorri il post fino alla fine, dove trovi gli altri libri di Corona che ho letto, e ripassa.)

Come sasso nella corrente.
Mi è piaciuto? Ni. Per certi versi è uno dei migliori romanzi di Corona (senza scomodare quel paio di titoli che nemmeno ti vado più a citare), per altri uno dei peggiori. Ma prima vediamo di cosa parla, così sei contento e non ti vengono le emorroidi da stress.

Autobiografia in terza persona dello scrittore (o almeno lo sembra molto) fino alle ultime pagine, quando vira verso un genere misterioso/fantastico. Ecco, questa è la trama, sono stato più ermetico del solito. Ok, ok, ancora un paio di cose. Cupo e triste, questo romanzo racconta l’esistenza di un uomo che dalla vita ha avuto tutto e niente. Tutto, perché ha ottenuto il successo e la notorietà, che hanno gonfiato il suo ego e soddisfatto il suo narcisismo; niente, perché l’infelicità non lo ha mai lasciato, impedendogli di godersi anche quei momenti superficiali a fronte della ricerca di qualcosa di profondo, che non è riuscito a trovare. Ad ogni modo, è chiaro che una delle principali cause di questa sofferenza sia imputabile a un’infanzia negata, caratterizzata da una madre assente e da un padre violento. Solo dopo è arrivata la vita, che ha cinghiato il protagonista laddove non lo aveva già cinghiato il padre.
Cupo, dicevo. Triste.

Tuttavia…
Tuttavia in questo romanzo si trovano dei singoli paragrafi che sono i migliori che abbia mai letto scritti da Corona. Estrapolati dal contesto, sono poesia pura. Forse perché, in fin dei conti, vediamo la vita in modo simile. E, siccome un esempio vale più di mille parole…

Erano buone ore quando stavano assieme. Buone per ciò che restava delle loro anime. Le loro anime non erano intere. In passato le avevano divise con qualcuno che era stato allontanato. Chi viene allontanato non se ne va a mani vuote, ruba sempre un po’ d’anima all’altro. Non si esce ad anima integra da una separazione o da spartizioni di beni comuni. Il passato condiviso non si cancella, resta lì col muso duro e il pugno chiuso, a rammentarci che è esistito. Dentro al pugno un po’ d’anima dell’altro. E viceversa.

Per il resto, invece, Come sasso nella corrente non mi ha particolarmente coinvolto, la lettura è stata lenta. Questo anche per una certa ripetitività nella costruzione della frase (ecco, sono cose di cui di solito non mi accorgo, per dire) che tende a riformulare sempre lo stesso concetto, più volte, aiutandosi (troppo) spesso con elenchi di sinonimi. La sensazione è quella di una cantilena che procede per alti e bassi, senza mutamenti. Quando ti aspetti una ripetizione… taaac, arriva, puntuale.

Nel complesso ti direi di leggerlo, non tra i migliori libri dello scrittore/alpinista/scultore/showman, ma di sicuro molto diverso dagli altri. Ecco, forse è questa la cosa più interessante: mentre alcuni suoi titoli, trascorso un po’ di tempo, faccio fatica a distinguerli gli uni dagli altri (soprattutto quelli composti da racconti), questo mi rimarrà in mente. Ha una sua personalità intimista (cupa sempre, eh) ben definita. Così cupa che, in fondo, mi attira.
Ah, ho comprato anche Storia di neve, regolati.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“La città dei libri sognanti” di Walter Moers (serie Zamonia)

Walter Moers è un genio. Ok, ora possiamo iniziare.

La città dei libri sognanti è il quarto romanzo della serie di Zamonia, cominciata con lo spettacolarissimo Le tredici vite e mezzo del capitano orso blu. Un serie che, in teoria, sarebbe dedicata ai più giovani ma che, in pratica, richiederebbe dei “più giovani” particolarmente svegli e intelligenti (o geneticamente modificati). Già, perché il livello di gioco che raggiunge Moers con la lingua (e quindi il fantastico traduttore Umberto Gandini) è qualcosa di unico e inimitabile, difficile da comprendere per gli italici fanciulli figli di italici (mediamente) imbecilli.
[No, non è una polemica inutile. In un paese dove il 60% della popolazione non legge neanche un libro all’anno l’imbecillità è un dato oggettivo.]

Ma torniamo a La città dei libri sognanti che, proprio in merito a quanto appena detto, è una totale e immensa dedica al mondo della scrittura e della letteratura. Non è un romanzo leggero e, talvolta, ho rischiato di arenarmi nei punti più prolissi. E non è nemmeno divertente come il primo della serie o come Rumo e i prodigi nell’oscurità. La città dei libri sognanti è un omaggio dovuto, anche da parte di chi si impegna a leggerlo, alla bellezza del mondo letterario. Per affrontare 500 pagine di giochi di parole e anagrammi ci vuole una predisposizione d’animo non indifferente!

Cerco di farti capire di cosa ti sto parlando.
Il vermicchione (abitante di Forte Vermicchio) Ildefonso de’ Sventramitis ha scritto una biografia in venticinque volumi dal titolo Diario di viaggio di un dinosauro sentimentale. La città dei libri sognanti è la traduzione dei soli primi due capitoli, ad opera di Walter Moers (eh?), dove lo Sventramitis narra la sua avventura nella città di Librandia in cerca dell’autore di un manoscritto lasciatogli dal suo padrino (letterario) Danzelot lo Spaccasillabe. Qui il vermicchione incontrerà moltissimi personaggi e visiterà le catacombe della città in cerca di Colofonio Lucorumido, il più grande cacciatore di libri mai vissuto. E ancora, agenti letterari, shokkie, squalombrichi… Non ti dico altro, ma a seguire ti elenco i nomi (copio da wikipedia) dei Librovori (creature che imparano a memorie opere letterarie di un singolo autore) che Ildefonso incontra nelle catacombe di Librandia. Gli omaggi alla letteratura, esistita e esistente, sono talmente tanti da non riuscire nemmeno a identificarli tutti!

Librovori
Ojann Golgo van Fontheweg (Johann Wolfgang von Goethe)
Gofid Letterkerl (Gottfried Keller)
Danzelot lo Spaccasillabe
Perla La Gadeon (Edgar Allan Poe)
Ali Aria Erkmirrner (Rainer Maria Rilke
Sanotthe von Rhüffel-Estond (Annette von Droste-Hülshoff)
T.T. Strillalasalsiccia (Kurt Schwitters)
Idro Blorn (Lord Byron)
Göfel Ramsella (Selma Lagerlöf)
Fatoma Senape (E.T.A. Hoffmann)
Orca de Wils (Oscar Wilde)
Balono de Zacher (Honoré de Balzac)
Reta Del Petarrosto (Adalbert Stifter)
Ugor Vochti (Victor Hugo)
Holgo Bla (Hugo Ball)
Woski Disgrasciagur (Dostojewski)
Wonog A. Ciavarni (Iwan Gontscharow)
Collerico Cervellotico
Ovidio de’ Fresarime
Akud Rimescolo
Eseila Wimpershlaak (William Shakespeare)
Clas Raisden

Ci sono poi evidenti riferimenti a Il nome della rosa e molti altri romanzi. I numeri dei capitoli, inoltre, sono scritti in base ottale, un particolare sistema numerico inventato da Moers (anche per quanto riguarda la simbologia grafica). Ti ricordo, a tal proposito, che Moers illustra i suoi libri con diverse immagini di cui è lui stesso il disegnatore.

Io resto dell’idea che un mondo dove i lettori di questo romanzo fossero davvero dei bambini sarebbe un mondo migliore. Ripeto, forse il volume più “pesante” della serie, il meno veloce e coinvolgente dal punto di vista della trama, ma comunque un capolavoro. E sì, ho già comprato L’accalappiastreghe, voglio al più presto tornare nel regno dei tenebroni a più cervelli e degli arpiri. Voglio trovare la mia unza (l’ispirazione divina!) e so per certo che potrò farlo solo a Zamonia.

Serie di Zamonia:
Le 13 vite e mezzo del capitano Orso Blu (1999)
Ensel e Krete (2001)
Rumo e i prodigi nell’oscurità (2002)
La città dei libri sognanti (2004)
L’accalappiastreghe (2007)
Il labirinto dei libri sognanti (2011)
La principessa Insomnia e il rovello notturno color incubo (2017)
Weihnachten auf der Lindwurmfeste (2018, non ancora tradotto)
Der Bücherdrache (2019, non ancora tradotto)

“Il luogo delle ombre” di Dean Koontz

Ho tutta una serie di libri di Dean Koontz (classe 1945) che vegetano nella mia libreria senza mai essere stati letti. Phantoms, Cuore nero, Intensity, Il tunnel dell’orrore. Koontz è un autore che dire prolifico è poco, si parla di più di 100 romanzi, un’intera vita passata a scrivere. Un inizio di carriera che poi, se leggi su wikipedia, è affascinante quanto quello di Stephen King. La moglie decide di sostenere la sua passione per la scrittura e gli concede cinque anni di mantenimento: se diventerà scrittore in quel periodo bene, altrimenti fine dei sogni. E Koontz ovviamente ci riesce, altrimenti non sarei qui a parlartene.

Io però questo autore l’avevo sempre ignorato, senza un motivo preciso. Forse proprio perché i suoi libri si trovano ovunque (entra in qualsiasi mercatino e beccherai di sicuro almeno 3/4 titoli) e come ogni cosa disponibile tendi inconsciamente a posticiparla in favore di ciò che lo è di meno. Poi, qualche mese fa, mi è capitato di vedere Il luogo delle ombre (il film) di Stephen Sommers e mi è scattata la curiosità. Capiamoci, il film è leggerino, ma parecchio divertente, con un protagonista ironico (un Anton Yelchin stile Jesse Eisenberg in Zombieland) e Willem Dafoe come comprimario. Eh sì, ok, c’è anche Addison Timlin (oserei dire in odore di Oscar, come si evince chiaramente dalla foto qui sotto).

Comunque, andiamo con la trama…
Odd Thomas è un giovane ragazzo che ha una dote particolare: vede le persone morte (e fino a qui ci bastava Bruce Willis). Non solo però, vede anche i Bodach, creature che si nutrono di dolore e preannunciano, con la loro presenza, l’imminente arrivo di eventi violenti e catastrofici. Tra un fantasma e l’altro, Odd nota un aumento “mostruoso” nella quantità di Bodach presenti nella cittadina in cui vive. Che stia per succedere qualcosa di veramente drammatico? Aiutato dal capo della polizia e dalla sua amata Stormy cercherà di salvare la situazione.

Quanto detto per il film vale anche per il romanzo, stiamo parlando di intrattenimento puro al 100%. In copertina c’è scritto: “Koontz narra la follia che s’annida nella società o nei lati più oscuri di alcuni esseri umani”, come se per essere ritenuto interessante un libro debba per forza trattare qualcosa di profondamente impegnativo e avere un secondo fine “sociale”. Secondo me, invece, questo Odd Thomas si fa leggere volentieri anche senza tante pippe mentali. Mi ha divertito parecchio e, ogni tanto, ci vuole una lettura così, leggera e piacevole.

Unica pecca (che in realtà non lo è) è che il film sia proprio identico al romanzo, tanto da non lasciarmi molto da scoprire. Questo il solo motivo per cui non ho “divorato” le pagine. Ora recupererò il seguito, Nel labirinto delle ombre, sperando che nel frattempo la Sperling decida di tradurre in italiano anche gli altri cinque titoli successivi della serie.