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“L’amico ritrovato” di Fred Uhlman

L’amico ritrovato racconta la storia dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni. Uno, Hans Schwarz, è figlio di un medico ebreo, l’altro, Konradin von Hohenfels, proviene da una ricca famiglia aristocratica. L’anno è il 1933, il luogo Stoccarda. Siamo esattamente nel periodo che vede l’ascesa al potere di Hitler e questo, ovviamente, complica notevolmente le cose. Il mondo “reale”, quello degli adulti, e la politica dell’odio entrano a far parte della vita dell’esclusiva scuola che i due frequentano, mettendo a dura prova la loro amicizia.

Generalmente non amo i romanzi (nemmeno i film) di ambientazione fascista/nazista. Questo perché è molto difficile dire qualcosa che non sia già stato detto (o farlo in modo diverso) e, quindi, molto semplicemente, tendo a stancarmi in fretta. Capisco che questo possa apparire poco “politicamente corretto”, ma è la verità. E no, non sono un simpatizzante, quello che penso “sul tema” l’ho già espresso in Fuga dal campo 14, e non starò qui a ripeterlo. Tuttavia Fred Uhlman, in L’amico ritrovato, fa qualcosa di speciale: chiude il nazismo fuori dalla porta, concentrandosi su un valore senza tempo quale è l’amicizia. Forse, però, mi sono espresso male, non chiude il nazismo fuori dalla porta, lo ridimensiona. Una cosa estremamente poetica.

Dal capitolo 7. “Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini”.

A parlare (a pensare, a dire il vero) è Hans, che si sta interrogando sul valore della vita, sul suo significato nel cosmo incommensurabile. A sedici anni, è questa la sua domanda, il problema da risolvere. Non chi sia Hitler, cosa predichi il nazismo o quale nuova corrente politica vada di moda tra gli adulti. Con queste poche righe, Fred Uhlman disintegra il nazismo, il fascismo, ma anche tutte le altre correnti (magari meno pericolose) che si allontanano da quelle che dovrebbero essere le vere priorità dell’essere umano. E lo fa con una semplicità disarmante.

So che L’amico ritrovato fa parte di una trilogia, leggerò anche gli altri due romanzi: Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore. In particolare, il primo dei due, racconta sempre la storia di Hans e Konradin, ma narrata dal punto di vista di Konradin. Esperimento interessante, direi.

“Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler” di Walter Charles Langer

Caro mio fedele lettore (come direbbe Stephen King, giusto per volare basso), parliamoci fuori dai denti perché le cose è bene dirle e dirle chiare. So bene che quando leggi che ho ricevuto un libro da una casa editrice la tua mente maliziosa e pervertita pensa “ecco, un’altra marchetta”, perché a volte lo penso anche io, quando sto dal tuo lato dello schermo (peraltro, puliscilo lo schermo, che restano le tracce delle tue visite ai siti birichini). Ma a me questo Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler di Walter Langer è piaciuto davvero, ti diro di più, l’ho trovato stracazzutamente interessante (l’ho letto in due giorni).

Parto subito dal pregio di questo libro: mi ha raccontato delle cose che non sapevo. Se consideri quante pubblicazioni sono state fatte sul Führer e sul nazismo, quanti documentari (pensa solo all’Istituto Luce), quanto lo si è studiato a scuola, non è cosa da poco. Questo libro parla di Hitler, ma non l’Hitler che tutti conosciamo (di cui ne abbiamo le palle piene e che ci fa cambiare canale), parla di Hitler come persona, come essere umano. Ne indaga i comportamenti, la storia familiare, le turbe emotive. Tu lo sapevi che Hitler è stato praticamente un mendicante per diversi anni? Io no.

Ma partiamo dall’inizio. Walter Charles Langer riceve l’incarico da William Donovan (direttore dell’Office of Strategic Services statunitense, poi divenuto CIA) di effettuare uno studio psicologico su Hitler, basandosi sui dati conosciuti, le immagini e le testimonianze di persone che avevano avuto modo di frequentare il Führer. Langer, vicino a Freud, è conscio di quanto sia difficile esaminare un paziente “senza il paziente” (e lo ammette da subito, dato apprezzabile), ma ce la mette tutta e, nel 1943, con Hitler ancora vivo, scrive questo testo come relazione finale, pronosticando peraltro il probabile suicidio del dittatore.

Langler scinde in due la personalità di Hitler, analizzando come i traumi subiti nell’infanzia, tra cui una forte condizione edipica vissuta malissimo, l’abbiano portato a diventare (nell’apparenza) il Führer, ossia la proiezione di quello che, per l’Hitler persona, sarebbe il vero uomo a cui tutti dovrebbero ispirarsi. Per arrivare a questa deduzione (che lui ovviamente spiega meglio e molto più dettagliatamente di come abbia fatto io) Langler passa in rassegna tutti i momenti significativi della vita di Adolfino (scusami, ma dopo la lettura Hitler mi appare come un tipo insicuro, da qui il diminutivo). Oltre che in famiglia, viene quindi descritto l’atteggiamento di Hitler a scuola, nell’esercito e poi per strada, quando tentava di vendere i suoi dipinti in preda ai morsi della fame. Si parla di presunte perversioni (sarò esplicito: Hitler che si fa defecare in bocca), fortissime insicurezze, omosessualità, masochismo, spiccata tendenza alla sottomissione (sì, proprio la sua!) e davvero tanto altro. Ne esce un Hitler frignone, timido, impacciato, insicuro, che cerca di auto-caricarsi creando una figura che non gli appartiene e di cui è vittima, una vera e propria schizofrenia che lo vede saltare da pianti isterici a diaboliche crudeltà, praticamente autoimposte, per esternare al mondo una forza che in realtà non possiede.

È lo stesso Langer che sostiene (e qui l’ho aprezzato moltissimo) che lo studio su Hitler sia necessario, ma che sarebbe altrettanto necessario uno studio su tutta la popolazione che l’ha seguito. Ed è qualcosa di innegabile. Dire che Hitler sia stato il Male è semplice, troppo, ed è una bugia. Hitler era solo un uomo (un piagnone, ora che lo so), schizzato, con i baffi. Senza il Male vero, quello che alberga nell’Uomo in quanto tale e in tutta la nostra specie, non sarebbe arrivato da nessuna parte. Come sempre, puntare il dito è la cosa più facile che si possa fare, e anche la più ipocrita. Ecco, forse il pregio maggiore di Langer è quello di riportarti a vedere la piccolezza della persona Hitler, e di conseguenza costringerti a riflettere su chi sia il vero colpevole di quanto successo in quegli anni. Questo, negli studi scolastici preconfezionati, non lo fa mai nessuno.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.