“Blowjim” di Christian Cavaciuti

Lo so benissimo cosa stai pensando, è inutile che mi guardi così. Dopo due libri a sfondo erotico come Donne e L’altalena di Apollinarija ti vado a leggere un romanzo che si intitola Blowjim, manco avessi inghiottito una scatola intera di Viagra e fossi in preda a turbe ormonali incontrollabili. Ma, credimi, non è come sembra, non sto scrivendo nudo e non ho nemmeno dovuto ingrandire la dimensione del font per sopraggiunta cecità…

Blowjim è il romanzo di Christian Cavaciuti che ha vinto il “Premio Letterario RTL 102.5 e Mursia – Romanzo Italiano – Seconda edizione” nel 2018. E, a dispetto del titolo che strizza l’occhio ad altre strizzate più intime, il sesso non rappresenta il tema principale (se non l’elemento scatenante della trama) né si tratta di un libro erotico. Peraltro l’autore, in una nota finale, ci tiene a specificare che il titolo, se non fosse stato limitato da esigenze editoriali, sarebbe stato ben più esplicito (mmm, chissà com’era inizialmente… forse Sgorgonjim?). Detto questo, dal momento che la pubblicità su Radiofreccia era martellante, quando me lo sono trovato davanti, usato, ho deciso di tentare la sorte.

Trama. Melanie, a sedici anni, sale sul palco mentre stanno suonando i Doors e ha un dialogo ravvicinato con lo snake (che, ricordiamolo, is long seven miles) di Jim Morrison. Poi scende dal palco e se ne va restando una fan qualsiasi, ritratta solo in qualche foto di spalle in cui è quasi irriconoscibile. Passano venticinque anni. Melanie è diventata una sorta di consulente alimentare e lavora per Barry Sears, il creatore della dieta a Zona. Un po’ per lavoro e un po’ per amicizia accompagna il noto wrestler André the Giant (momento malinconia per chi aveva il pupazzeto da bambino) a Parigi, dove questi muore d’infarto. Melanie deve quindi restare in città intanto che i medici terminano le indagini di rito e ne approfitta per visitare la tomba di Morrison e rivangare il passato e quel gesto eclatante che l’ha tanto scombussolata. Solo che Jim ricompare… Mi fermo.

A dispetto dei pochi(ssimi) spostamenti fisici che avvengono durante la storia, il viaggio vero è quello all’interno della protagonista, all’interno di Melanie. Gran parte del romanzo è infatti uno studio, una introspezione, per capire cosa sia rimasto della ragazzina che ha fatto un pompino a Jim Morrison e per capire perché l’abbia fatto (o se sarebbe in grado di rifarlo). Ci sono poi moltissime divagazioni sui più svariati argomenti. L’autore, infatti, con la scusa di confrontare la cultura americana di Melanie con quella francesce, approfitta per dire implicitamente cosa ne pensa della nostra.

Blowjim non si può certo definire un romanzo “commerciale”, non credo sia un libro per tutti, a partire dal lessico che spesso è molto articolato. Mi aspettavo qualcosa di più semplice, invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. Certo, lo puoi leggere solo in superficie e accontentarti della vicenda principale, ma credo che ti perderesti parecchio di quello che è nascosto sotto il tappeto. (E te lo dice uno che avrebbe preferito un po’ più di azione.)

Io, però, non sono fatto per i romanzi che hanno come protagoniste delle donne, riesco ad immedesimarmi poco e non li apprezzo quanto meritano. Ma questo è un mio limite, credo (o della mia natura umana), tanto che non ascolto nemmeno, salvo rare eccezioni, musica femminile, dove per femminile intendo cantata da donne.
Cosa vuoi farci, è così.

“L’Altalena di Apollinarija” di Ciriaco Offeddu

Se cerchi traccia di “roba russa” su questo blog non troverai molto. Credo che la cosa più vicina alla Russia che tu possa incontrare sia Putin – Vita di uno zar, di cui ti ho parlato qualche anno fa. In realtà, anche a livello cinematografico, non ho mai frequentato l’ambiente, se non per la doverosa visione de La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn (che, ricordiamolo, dura poco meno di un’ora e mezza, a dispetto della fama che lo circonda). Figurati che anche tra i film spacconi e anabolizzati degli anni ’80 (quelli con Schwarzenegger o Stallone, per capirci) Danko non è mai stato tra i miei preferiti. Certo, tra poco mi dedicherò alla Trilogia siberiana di Nicolai Lilin, ma devo ammettere che non ho mai prestato attenzione ai grandi classici russi, cioè a Tolstoj, Gogol’ e, appunto, Dostoevskij.

Questo L’Altalena di Apollinarija di Ciriaco Offeddu si apre con un sottotitolo che dice:

Chi ha ucciso Dostoevskij? Erotismo, spionaggio, amore e letteratura nella Russia di fine Ottocento.

Quindi capisci che non è proprio il mio pane… (anche se non cita Danko!)

Come avrai facilmente intuito, il romanzo gravita attorno alla figura di Fyodor Dostoevskij e della sua amante (un po’ puttana, diciamolo) Apollinaria Prokofyevna Suslova. L’altalena del titolo non è null’altro che una sex machine, strumento che consente di avere rapporti sessuali mantenendo la donna in sospensione (te lo dice uno che ha un discreto grado di competenza), passione erotica della Suslova, la quale non perde occasione di accoppiarsi come un istrice in calore con qualsiasi cosa respiri. Il povero Dostoevskij non può che mal sopportare la situazione (cioè il peregrinare della sua amante di caz.. ehm, di fiore in fiore) fino allo sfinimento, che esorcizza infilando Apollinaria nei suoi romanzi e facendola diventare la sua musa distruttrice.
Nel frattempo la polizia segreta dello zar sta compiendo un’indagine approfondita per capire se gli intellettuali della Russia di fine Ottocento siano complici dell’avverarsi della Grande Profezia, cioè la fine del regno degli zar, il gggomplotto, la rivoluzione. Ovviamente è un’indagine “alla russa”, cioè compiuta utilizzando interrogatori e terrore, oltre che con eliminazioni fisiche. E poi c’è questo sospetto che Dostoevskij sia stato ucciso…

Tutto il romanzo è scritto in chiave neo situazionista, cioè nell’impossibilità di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario. La storia è quindi mescolata alla finzione, ed è (quasi) impossibile capire dove si fermi la cronaca vera e cominci l’immaginario. Certo, ovviamente questa difficoltà decade nelle frequenti parti erotiche del racconto, che restano però lì a metà tra un semplice accenno e un esplicito De Sade (in pratica mai abbastanza da scatenarti una festa nelle mutande, ma sufficienti a desiderarla, la festa).
E no, anche se è il secondo romanzo di seguito che leggo (dopo Donne di Bukowski) con espliciti riferimenti sessuali non sto diventando un imperterrito onanista.

Ho letto questo libro, circa 200 pagine, in soli tre giorni. Questo perché la scrittura è coinvolgente e soprattutto divertente, ironica e, a tratti, volutamente grottesca nelle scene di sesso. Tuttavia non credo di averlo apprezzato appieno, probabilmente perché non conosco realmente Dostoevskij e la letteratura russa, come ti dicevo. Certo, i riferimenti sono molti e anche ben spiegati, tuttavia penso rimanga una lettura per chi abbia una buona conoscenza di Dostoevskij (ok, ti prometto che leggerò almeno Le notti bianche) e quindi te lo consiglio solo se la letteratura russa è tra le tue passioni.
Chissà, forse lo riprenderò in mano quando avrò colmato il vuoto.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Donne” di Charles Bukowski

Donne era uno degli ultimi due romanzi che mi mancavano di Charles Bukowski (insieme a Hollywood, Hollywood!). L’altro giorno ero al mercatino dell’usato e me lo sono trovato davanti, alla modica cifra di 3 euro (difficilmente lo si riesce a recuperare a meno di 25 euro). Io del “vecchio sporcaccione” ho letto parecchio (purtroppo prima di aprire questo blog), e ti confermo che continuo a preferire i romanzi ai racconti, come ti avevo già detto quando ti ho parlato di Compagno di sbronze.
[Per dovere di cronaca: le poesie invece non le ho mai lette.]

In Donne lo scrittore sfoggia tutto il suo repertorio, con particolare attenzione al sesso (come se fosse necessario…). Il protagonista è Henry Chinaski, usuale alter ego di Bukowski, che tra una sbronza e l’altra scopa, scopa, scopa. Questo non è sicuramente uno dei romanzi più articolati di Charles, tanto che sarebbe quasi possibile iniziare a leggerlo da una pagina a caso senza sapere cosa sia successo prima. Chinaski descrive la sua vita, trascorsa a correre il lungo e in largo per gli Stati Uniti a fare letture pubbliche organizzate dal suo editore. Viene letteralmente sommerso da donne facili che gli telefonano, scrivono lettere o si presentano alla porta di casa, pronte a concedersi e umiliarsi per poter testare il viril membro dell’artista/poeta. Quanta sia la verità non è dato sapersi, resta inteso che si parla quasi sempre di relitti umani: drogate, alcolizzate, pazze psicotiche, ecc.

Poi lui ogni tanto tira fuori delle perle, eh. Quelle cose che quando le leggi dici: «Cazzo, è proprio così!». E le descrive con una semplicità disarmante. Mi viene in mente un passaggio in cui si lamenta dell’alto volume dello stereo dei vicini, e scrive una cosa tipo (non cito letteralmente): «Chi ascolta lo stereo tiene il volume alto e le finestre aperte, convinto che se quella musica piaccia a lui debba per forza essere interessante anche per tutti gli altri».

Forse non è il romanzo migliore dal quale iniziare, se non hai mai letto Bukowski. Ti consiglierei sicuramente Panino al prosciutto o Pulp, poiché riescono a integrare lo stile indiscusso dello scrittore con una trama più articolata, coinvolgendoti maggiormente. Devo però dire in difesa di questo libro che, nonostante le 300 pagine e la scarsità di argomenti, scorre via comunque veloce. Il linguaggio, spesso volgare ma sempre semplice, ti consente di rilassarti, di conservare un po’ di curiosità su come Chinaski affronterà il prossimo pompino.
Oltre che ubriaco, si intende.

“Border – Creature di confine” di Ali Abbasi

Che per vedere qualcosa di originale e nuovo ci si debba spingere verso una cinematografia meno “occidentale” (passami il termine, anche se so abbastanza bene dove sia la Svezia) è ormai un dato di fatto (Ali Abbasi, alla regia, è peraltro di origine iraniano-svedese). Border – Creature di confine si piazza senza dubbio tra i migliori film che ho visto quest’anno. Gran parte del merito però credo vada a John Ajvide Lindqvist (il film è tratto da un racconto della sua raccolta Muri di carta), che già con Lasciami entrare aveva dimostrato un modo innovativo di affrontare determinati tipi di “argomenti”.

Ma vado in ordine, la trama.
Tina ha qualcosa che non va, lo si vede subito. È massiccia, ha un naso “particolare” e una conformazione neanderthaliana del viso. Oltre a questo riesce a fiutare letteralmente le emozioni, cosa che torna molto utile nel suo lavoro in dogana. Ha un compagno che non la ama, ma che le fa compagnia, e un padre ormai sul viale del tramonto. È integrata nella società, ma pur sempre ai limiti. In altri termini: è brutta, oltre che strana.
Un giorno, durante un controllo doganale, incontra Vore, un uomo che pare avere le sue stesse caratteristiche. Tina fiuta subito qualcosa. Ma cosa?
Non ti dico altro, dal decimo minuto in poi sarebbe un continuo spoiler. Posso però aggiungere che in parallelo Tina collabora con la polizia per scovare, grazie ai suoi sensi, una rete di pedofili.

Ora, diversamente dal solito, ti elenco i punti di forza e gli argomenti che mi hanno colpito in questo film:

• Il primo risiede proprio nell’impossibilità di raccontarne la trama (non lo fa nemmeno Wikipedia!). La storia è talmente fuori dai canonici punti di svolta a cui sei abituato (o assuefatto?) che ti stupisce ogni poco con qualcosa di nuovo. Dall’incontro tra Tina e Vore in poi è una continua scoperta, che ovviamente non ti rivelo.

• Un modo totalmente diverso di trattare argomenti conosciuti. Come ti dicevo, già in Lasciami entrare (nel romanzo e poi nel bel film di Tomas Alfredson) ciò accadeva con il vampirismo. Lì il vampiro affrontava i veri problemi del vivere nella nostra società. L’umanizzazione del “mostro”, che ha sentimenti, emozioni, contrasti e difficoltà di integrazione.

• L’integrazione, appunto. Qualcuno ci ha visto il tema dei migranti, ma quel qualcuno ormai questo tema lo vedo dappertutto. Io credo sia più un tema legato ai diversi, di qualsiasi tipo, ma diversi davvero. Siamo quasi al problema della convivenza tra Sapiens e Neanderthal (no, non è uno spoiler): più che di una difficoltà di integrazione dovuta a un pregiudizio si parla di una vera e propria differenza oggettiva, genetica.

• La mitologia nordica, scandinava. Una mitologia che non conosco bene ma che mi piacerebbe molto approfondire. Anzi, probabilmente molti riferimenti mi sono sfuggiti, proprio per ignoranza in materia. Dubito che un Norvegese o uno Svedese avrebbe visto Border con i miei stessi occhi.

• Il sesso è un tema sicuramente dominante ma in modo del tutto inedito. Viene scardinato il concetto comune di uomo/donna mischiando le caratteristiche di genere, anche qui con una visione nuova, mai vista prima.

• E poi c’è tutto quello che riguarda il cinema di una cultura diversa dalla nostra. Come già per Alfredson anche Abbasi utilizza i silenzi e tempi lunghi per riflettere, le immagini per svelare e pochi spiegoni.

Avevo ormai perso le speranze, pensavo sarei stato costretto a cercarlo in streaming, ma alla fine son riuscito a beccare questo film in una proiezione lampo di tre giorni fuori dal circuito delle multisale (ormai distributrici automatiche di patatine e Avengers). Te lo consiglio davvero e, se non l’hai ancora visto, cerca anche Lasciami entrare (nella versione svedese, non il remake hollywoodiano).

“1936. Le Olimpiadi di Hitler. I fatti.” di John R. Webb

Nel leggere questo 1936. Le Olimpiadi di Hitler. I fatti. di John R. Webb sono stato preso da una certa nostalgia verso il passato. Ok, aspetta, così non suona benissimo… Rifaccio.

Era il lontano e misterioso 1734 e io, giovinetto dalle belle speranze, frequentavo il corso di Storia del Cinema all’Università. Rimembro, come fosse ieri, la passione che pervadeva il mio animo nell’approfondire la magia dell’immagine in movimento, dai Lumière a Méliès…
Ho esagerato di nuovo, ricomincio.

Insomma: io nel leggere il nome di Leni Riefenstahl mi sono ritrovato di colpo a pensare a quei venerdì mattina passati a vedere i grandi classici della storia del Cinema nell’aula di proiezione. Ero molto più giovane e potevo dedicarmi a cose davvero interessanti (cose diverse dal lavoro, per capirci…). Tra queste proiezioni c’era, appunto, Olympia, il documentario della nota regista sui Giochi Olimpici nella Germania di Hitler. Un documentario all’avanguardissima per quanto riguarda la tecnologia, grazie anche alle cospicue disponibilità economiche concesse alla Riefenstahl dal Reich, che desiderava fare di quest’opera il manifesto della potenza tedesca. Webb, nel libro, parla anche di Olympia, tra le altre cose, e mi ha quindi suscitato un certo amarcord.

Ma veniamo al libro. 111 pagine che si leggono molto velocemente, meno di un paio d’ore, anche perché arricchite da moltissime fotografie e immagini dell’epoca, oltre a tabelle con i medaglieri, ecc. È uno scritto fortemente informativo, ricco di aneddoti e dettagli che spesso cadono in secondo piano, messi in oscurità dai fatti che tutti invece conosciamo. Ma ti faccio un esempio pratico così ci capiamo.

Tutti conosciamo la vicenda di Jesse Owens, l’atleta statunitense afroamericano (è questo il termine “di moda” socialmente corretto oggi, giusto?). Si dice che Hitler si sentì umiliato e reagì con rabbia alle continue vittorie di Owens e che non lo salutò nemmeno. Una superficiale ricerca online lo conferma. Webb, invece, riporta come Owens fu assolutamente soddisfatto dell’accoglienza tedesca e che addirittura conservò nel portafoglio una foto di Hitler autografata (donatagli dal Führer in persona). Fu in realtà Roosevelt che non saluto l’atleta al ritorno negli Stati Uniti, per non perdere l’elettorato del sud (fortemente razzista). Se ci si pensa bene, infatti, era negli Stati Uniti che i bianchi erano separati dai neri nei servizi pubblici, quindi tutto torna (Owens dice: «Era nel mio Paese che non potevo salire davanti, in autobus, non in Germania»).
Webb in questo libretto scava oltre la superficie, dicendo le cose che nessuno vuole sentire. Siamo talmente abituati ad additare la Germania di Hitler come “il cattivo” della storia (cosa indubbia, chiariamoci) da dimenticare tutto quello che c’era intorno. Il silenzio, l’omertà, seguiti poi dall’accusa pubblica e il dito puntato, che toglie le colpe agli accusatori. Ma, per dirla con una metafora dei giorni nostri, dietro al bullo c’è anche chi ride del bullizzato, chi non fa nulla, chi si gira dall’altra parte.
È un poco come il problema della terminologia (la visione superficiale e lavacoscienze che abbiamo del mondo). Il problema di sporco negro, non è mai stato la parola negro, ma la parola sporco. Eppure si passa da negro a nero, poi da nero a colorato, poi da colorato a afroamericano… Come se questo risolvesse le cose. Qualcuno si è mai sentito offeso ad essere chiamato bianco? Eppure nero è offensivo, non si può usare. Molto comodo, per sentirsi meglio. Un po’ come dire: «È solo colpa di Hitler».
La finisco qui.

Ritornando a 1936. Le Olimpiadi di Hitler. I fatti. si parla anche di molti altri atleti. Tipo di Dora Ratjen, atleta tedesca rivelatasi poi essere un uomo (questa storia non la conoscevo), di Gretel Bergmann, dell’italiana Ondina Valla, ecc. C’è anche tutto un approfondimento sul Saluto Olimpico (poi vietato perché troppo simile a quello fascista) e sulle innovazioni nate durante quelle Olimpiadi che sono successivamente divenute la consuetudine fino ai giorni nostri, come la campana e la torcia olimpica. Ovviamente è anche analizzato il fallito tentativo di boicottaggio, con tutti i retroscena e le incoerenze che lo hanno caratterizzato.

Insomma, leggendo questo libro ho scoperto (e riscoperto) un sacco di cose scopate sotto lo zerbino della storia, grazie a un punto di vista nuovo, sicuramente meno perbenista. Ma tanto non è cambiato nulla, come sempre la storia si ripete, l’importante è far finta di non sapere quello che accade e mostrarsi indignati DOPO (vedi Fuga dal campo 14 e la Corea del Nord).

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.
(D’ora in poi ti indicherò sempre quando il libro di cui ti parlo è stato ricevuto in omaggio, per trasparenza. Ma tanto lo sai che non sono corruttibile).

“I quarantanove racconti” di Ernest Hemingway

I quarantanove racconti sono stati scritti attorno al 1930 da Ernest Hemingway e riuniti nell’antologia edita nel 1938. Aspettavano sulla mia mensola da mesi, tutti e quarantanove. Li guardavo e pensavo sarebbero stati pesantissimi (sempre tutti e quarantanove), senza mai trovare il coraggio di cominciarli. La paura era giustificata. Sì, sto per dirti quello che nessuno vorrebbe sentir dire di Hemingway, soprattutto chi ha definito questa raccolta la migliore raccolta di racconti del secolo. Un pacco mostruoso. La noia solidificata e condensata in un mattone cartaceo. E sì che l’inizio non sembrava male, La breve vita felice di Francis Macomber mi è piaciuto e mi ha fatto ben sperare, poi il nulla. Sono seguite quarantotto masturbazioni letterarie, narcisismo puro per Hemingway, storie senza capo né coda. Attimi narrati senza essere minimamente interessanti, senza suscitare nessun tipo di curiosità. E io ho adorato Il vecchio e il mare, chiariamoci, ritengo sia uno dei libri migliori che abbia mai letto. Anche Bukowski raccontava dei momenti, e spesso si ripeteva nelle sue descrizione di sbornie/scopate/cavalli, ma sapeva tenere incollato il lettore. Questi racconti invece mi hanno ucciso. Iniziati, interrotti, ripresi e buttati giù all’ingozzo. Pocco conta che il protagonista sia o meno Nick Adams, lo pseudonimo dello scrittore, sono un accozzaglia di istanti descritti con la consapevolezza di sapere scrivere. C’è la guerra, la boxe, le corride, molti dialoghi. Esemplifico: ci sono venti pagine di descrizione di una corrida, il toro che carica, il fantino che schiva e via dicendo. Libro terribile, noioso, lento. Se poi per sentirti migliore devi dire che Hemingway sia insuperabile è un altro conto, ma io e te lo sappiamo che in questo caso stai mentendo per fingerti colto. Caro Ernest, puoi scrivere bene quanto vuoi, ma non c’è mai stato un singolo momento in cui io sia stato invogliato a girare pagina per andare avanti. E di pagine ce ne sono 500, interminabili.
Mai più.

“Leonardo Da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava” di Angelo Paratico

Il 2 maggio 2019 si celebrano i 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci (Anchiano, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519). Sinceramente, se escludiamo la Gioconda, il Cenacolo e gli schizzi delle macchine volanti, non posso (o meglio, non potevo) dirmi un grande conoscitore dell’artista/scienziato/inventore. Pessimamente nella media, le mie conoscenze si limitavano a quanto assorbito per osmosi da Il codice da Vinci di Dan Brown (e sì, anche dal mitico Hudson Hawk – Il mago del furto con Bruce Willis), del tutto dimentico degli esami universitari dati.
Ora ho rimediato, con solo mezzo millennio di ritardo.

Ti dirò la verità, riguardo a questo Leonardo Da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava (Gingko Edizioni): ero scettico. Uno scetticismo nato proprio dalla mia scarsa conoscenza su Leonardo. Già, perché mi sono detto, se devo leggere un libro su Leonardo tanto vale partire da qualcosa di generico, e non da un testo che desideri dimostrare delle tesi (come si evince dal titolo). Per semplicità mia, capiscimi, è come se per studiare la vita di Kennedy partissi da una biografia che sostenga non sia stato Oswald a sparare. E invece sono stato piacevolmente sorpreso.

Ma torniamo al titolo, appunto.
L’autore, Angelo Paratico, dalle prime pagine sostiene che la madre di Leonardo potesse essere una schiava tartara (termine con cui si definivano praticamente tutte le schiave provenienti da oriente) e che, anche a causa di queste origini umili, Leonardo abbia sempre rincorso un bisogno estremo di dimostrare la propria grandezza sia a sé stesso che al prossimo, soffrendo così di insoddisfazione cronica (e da qui: psicotico). Tutto molto interessante ma, per uno come me (ignorante in materia), poco utile. Ed è qui che il libro, nella sua importante mole di 360 pagine, mi ha sorpreso. Per dimostrare queste teorie, infatti, Paratico ricostruisce tutto il contesto storico per filo e per segno, riportandoti in un’Italia di signorie, epidemie, schiavismo (ebbene sì, in Italia), inciuci di palazzo e quant’altro. La vita di Leonardo viene passata al microscopio, ricostruita fin dagli avi e niente è trascurato.

Sai che sono un tipo pratico, quindi lungi da me addentrarmi nei dettagli del volume (mi perderei perché sono davvero molti, talvolta forse troppi) ma ti offro qualche esempio molto semplice. Sai come funzionava lo schiavismo in Italia nel XV secolo? Conosci i tratti orientali presenti nelle opere di Leonardo e le influenze orientali nel Rinascimento in generale? Sai che Leonardo era vegetariano e che scriveva al contrario? Hai idea di come l’omosessualità fosse affrontata in quel periodo? Pensi che persino tua nonna potrebbe essere il soggetto misterioso nascosto dietro alla Gioconda?
Ecco, dopo la lettura avrai tutte queste risposte e molto di più.

Credo in definitiva che non ci si debba troppo soffermare sulle tesi dell’autore, o che comunque non debbano essere considerate permeanti l’intero volume, poiché vengono esplicitate solo a margine di un’analisi esaustiva del personaggio e del contesto, ed è questo che mi è piaciuto maggiormente. Mi è parso per un po’ di camminare tra le botteghe nelle vie di Firenze e, soprattutto, ho colmato molte mie lacune sia su Leonardo in particolare che sul periodo del Rinascimento in generale.

E lo so che stai ancora storcendo il naso, ti vedo, cazzone. Che dici: «Sì, adesso vien fuori che anche Leonardo è Made in China». Premesso che identificare Cina = bassa qualità nasca da una visione miope (dovuta al fatto che TU compri solo articoli plasticosi da un euro da Cinciampai all’angolo), mi pare che questa opinione da tifoseria da stadio possa essere superata. (Chissà quante cose cinesi “assembled in Germany” hai in casa, di cui vai fiero, ri-cazzone). In Cina, e in oriente in generale, le arti ci sono sempre state, svegliati.

Non credo avrò bisogno di leggere altro su Leonardo Da Vinci, mi sento soddisfatto così, e questo è un dato abbastanza indicativo.
Ed ora, per non spaventarti troppo (che poi ti scoppia il cervello) e tornare alla narrativa, sappi che sto finendo I quarantanove racconti di Hemingway. Non è certo Il vecchio e il mare, ma non ti dico altro…

“Captive State” di Rupert Wyatt

Devo dirti che non ero proprio ben disposto andando al cinema a vedere questo film (o meglio, più esplicitamente, mentre guidavo ho pensato sarà la solita stronzata con gli alieni). Io avrei voluto vedere Border – Crature di confine, ma è un film troppo elitario per le menti limitate dei miei concittadini, quindi non è in programma nelle mie zone (e intendo né in città né in provincia).
[Anzi, aspetta, ti sparo una bella digressione offensiva, prima di parlarti di Captive State (che mi ha piacevolmente sorpreso). Ieri era mercoledì, il giorno dei poveri, quello in cui si paga meno al cinema. La sala era vuota. Strano, perché di solito c’è un casino infernale di gente che sgranocchia lipidi come se fosse sul divano di casa. Dopo il film, però, sono andato a mangiare, e allora ho capito. Maxi schermo e partita: Giuventus – Dixan (o simile). I poveri del mercoledì sono più poveri nel cervello che nel portafogli. Sono talmente poveri che si esaltano come dei dannati anche quando fa goal la squadra avversaria, perché tifano contro. Io a quel boato di urla pensavo avessero trovato la cura per il cancro, o che fosse stato scoperto un modo per lavorare di meno, dimentico della società in cui vivo… Ecco, se sei uno di questi, un vero sportivo, fai una bella cosa, levati dal cazzo, vai pure a fare il follower da un’altra parte. Fine digressione.]

Il film si apre con la conquista della Terra da parte degli alieni. Vengono mostrati i protagonisti, due fratelli bambini, che perdono i genitori durante una fuga in auto nel caos generale. Poi c’è uno stacco di dieci anni. Durante questo periodo l’umanità si è totalmente asservita alla nuova razza dominante che vive nel sottosuolo e sta prosciugando il pianeta dei beni naturali, complici gli umani stessi. Per non combattere, per evitare problemi, l’uomo si è infatti piegato di fronte a una falsa propaganda di benessere che sostiene (falsamente) il miglioramento generale delle condizioni di vita dall’arrivo degli invasori. Ci sono umani preposti a comunicare con gli alieni e a riportare in superficie le leggi che questi decidono per l’umanità intera. La massa, il popolo, crede che tutto stia andando per il meglio, decidendo di non vedere la realtà. Vengono mantenuti quegli eventi che tengono calme le masse, gli stadi sono pieni (toh, guarda caso, panem et circenses), l’economia del lavoro, ecc. In tutto questo, però, c’è una resistenza, un gruppo organizzato che si oppone all’invasore alieno, gruppo capeggiato da uno dei due bambini che abbiamo conosciuto all’inzio del film. L’altro fratello, invece, deve ancora prendere la sua strada, capire come opporsi all’ordine dominante. Mi fermo.

Budget del film 25 milioni di dollari (che sono pochi), di conseguenza pochi effetti speciali e molte idee. È questo il cinema che mi piace. Non siamo certo di fronte a un film che resterà nella storia della fantascienza, ma è davvero piacevole da vedere. Così come è piacevole NON vedere quasi mai gli alieni, perché quello che si immagina fa sempre più paura di quello a cui si può dare una forma. Altra grande carta sfruttata è l’effetto Cronenberg, ossia la contaminazione della tecnologia sul corpo umano. Tutti gli uomini hanno infatti una cimice-controllore sottopelle, che pulsa, lasciandoti nel dubbio se sia una tecnologia vivente o meccanica, anche se sicuramente in parte biologica. E poi c’è un grande John Goodman, che fa il poliziotto scova ribelli, che ho trovato davvero bravissimo.

Ho letto diverse interpretazioni su questo film. C’è chi parla di Trump, chi del bavaglio all’informazione. Io la vedo meno metaforicamente, non credo si debba sempre andare a trovare un significato “secondo” in queste pellicole. O forse sì, però trovarlo in una persona specifica, in un problema specifico, mi sembra abbastanza limitante. Forse bisogna allargare un po’ gli orizzonti per non vedere sempre e solo il dito invece della Luna. Perché gli invasori, quelli che limitano la libertà e si chiudono in un sistema, siamo noi stessi, con le stupide ambizioni del nostro fallimentare sistema. Un sistema che poi sputa fuori personaggi a cui contrapporci (il dito, appunto), personaggi ben visibili, da abbattere, mentre la Luna resta sempre lì, ferma e inattaccabile.

Comunque sì, ho divagato. Questo significa che il film è un buon film.

“Il telefono senza fili” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Quinto episodio della serie di romanzi del BarLume di Marco Malvaldi, edita da Sellerio. Nel momento in cui scrivo i libri pubblicati sono otto (sette romanzi più una raccolta di racconti), io li ho già sulla mensola, quindi rassegnati che piano piano te li pippi tutti.

Come sempre non ti dico molto della trama, trattandosi di un giallo. Questa volta a far aprire le danze (delle anche) dei vecchietti del bar è la scomparsa di una donna, nota per avere problemi coniugali abbastanza importanti. Subito i sospetti ricadono sul marito, ma non c’è niente di scontato al BarLume e il bar(r)ista Massimo Viviani si troverà quindi a indagare su intercettazioni telefoniche e medium televisivi (o presunti tali). Mi fermo.

La principale novità di questa nuova puntata è costituita dall’uscita di scena del commissario Fusco, sostituito dalla giovane, e molto appetibile, Alice Martelli. Questo fatto, in concomitanza del ritorno di Tiziana dietro al bancone (insieme all’ex marito Marchino), fa presagire ulteriori complicazioni per quanto riguarda la vita sentimentale di Massimo.

Vedremo o, meglio, leggeremo.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
La battaglia navale (2016)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
A bocce ferme (2018)

“La contea più fradicia del mondo” di Matt Bondurant

Qualche mese fa mi è capitato di vedere Lawless di John Hillcoat (The Road), film con un cast spettacolare (che ti riporto: Tom Hardy, Shia LaBeouf, Jason Clarke, Guy Pearce, Jessica Chastain, Mia Wasikowska e Gary Oldman) su sceneggiatura di Nick Cave. Preso dall’entusiasmo ho subito deciso che dovevo recuperare il libro da cui era tratto e, finalmente, ci sono riuscito. L’autore, Matt Bondurant, è il nipote di Jake Bondurant, uno dei tre fratelli Bondurant (gli altri sono Forrest e Howard) dei quali il romanzo narra le gesta. Siamo di fronte a una ricostruzione romanzata della realtà, per stessa ammissione dello scrittore, ma questo non toglie nulla al piacere della riscoperta di un periodo, quello del proibizionismo, in cui le guerre tra i moonshiners (i distillatori di alcool illegale) e la legge, spesso corrotta, erano all’ordine del giorno.

Contea di Franklin, Virginia.
1935. Lo scrittore Sherwood Anderson cerca di capire quello che è successo cinque anni prima, quando i fratelli Bondurant sono stati feriti durante un conflitto a fuoco con le forze di polizia locali. Si scontra con l’omertà di un paese dove “chi si fa i fatti suoi..”
1929. Jake, il minore dei Bondurant, comincia la sua carriera da distillatore, tentando di imitare i fratelli più grandi, vere e proprie leggende della zona, tanto da essere ritenuti quasi immortali.
Sparatorie, inseguimenti, scazzottate. E, ovviamente, fiumi di alcool.

La contea più fradicia del mondo comincia piano, tanto che all’inizio temevo si trattasse di un pacco (forse anche per la copertina un po’ cupa scelta dall’editore Dalai), ma poi ti prende e non ti molla più. Le figure di Howard e Forrest sono magnetiche, questi fratelli silenziosi e pronti a esplodere con violenza inaudita hanno un loro codice etico, non sono più criminali degli “uomini di legge” che cercano di fermarli (perché non accettano di pagare le tangenti). Franklin è un luogo di sofferenza, dove l’alcool è la panacea di tutti i mali e la sbornia una condizione necessaria a sopportare una vita di insoddisfazioni, morte e miseria. Questo è il racconto di uomini che hanno sfidato un sistema malato, ingiusto. È una gangster story dove la linea tra bene e male è difficile da tracciare, poiché i criminali hanno desideri più puri di chi li combatte, e valori, come quello della famiglia, per cui sono pronti a morire.

Credo che ora cercherò Lawless e lo riguarderò.

La vita, l'universo e tutto quanto.