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“L’inverno di Frankie Machine” di Don Winslow

Frankie “The Machine” Macchiano, sessant’anni, è un ex malavitoso che si è ritirato a vita privata. Si gode il surf – rigorosamente nell’Ora dei Gentiluomini – e vende esche nel suo negozio sul molo di San Diego. Una ex moglie, un’amante, una figlia. Una vita tranquilla, insomma. Poi qualcuno gli tende un’imboscata e cerca di farlo fuori. Chi mai potrebbe volerlo morto? Dopo anni nella mala, frequentando boss e gangster di ogni tipo, i sospettati sono davvero tanti, forse troppi. Frankie Machine mette al sicuro le sue donne, chiude il negozio e sparisce, sotto un’altra identità. È un tipo organizzato, uno di quelli che non sbaglia mai. È The Machine, appunto, rispettato e temuto da tutti. L’ultima sua partita, quella con la morte, è appena iniziata.

L’inverno di Frankie Machine è il primo romanzo che leggo di Don Winslow, con colpevole ritardo. Sebbene, nel corso della storia, diversi mafiosi citino Il padrino come fosse la Bibbia, questo romanzo è mooolto più vicino allo stile di Quei bravi ragazzi. Diciamo pure che, se ti è piaciuto il film di Scorsese, amerai The Machine. So che De Niro ha acquistato i diritti del romanzo per trarne un film, potrebbe essere una scelta azzeccata (sempre che non si scada in un ringiovanimento forzato in stile The Irishman).

Frankie è uno della mafia che “ci piace”. La mafia con un codice etico, che non tocca donne e bambini e che uccide solo chi se lo merita. La mafia che aborre il coinvolgimento di civili, che reputa un disonore la morte di un innocente. Quella mafia d’altri tempi, insomma, con regole d’onore ferree. La mafia del cinema, di De Niro, Pesci, Liotta, Brando, Al Pacino e compagnia. La mafia epica, quella della voce narrante in sottofondo, dei ricordi e delle “buone azioni”. Una mafia fantascientifica, insomma.

Detto questo, a Frankie ti affezioni, non c’è niente da fare. Winslow – debitore di quanto descritto sopra, più che della realtà – ti cala in un mondo che non esiste e lo fa molto bene. E tu vorresti farne parte. Il Canone hollywoodiano è perfettamente rispettato ed è quello che stavi cercando. Quello che è quasi impossibile da trovare, oggi.
È inutile specificare che di questo autore mi sentirai parlare ancora…

“Rivelazioni” di Michael Crichton

Sto cercando di aprire questo post con una frase che non mi procuri un’istantanea accusa di sessismo. Ci sto provando, davvero. Ma, diciamolo, è impossibile pensare a Rivelazioni di Crichton senza ricordare Demi Moore che tenta di violentare Michael Douglas. Io, almeno, non ci riesco. In realtà la situazione è molto più complessa (ci arriveremo), ma del film omonimo (1994) di Barry Levinson ricordo solo questo. E non commenterò la cosa. No, no, no.
Ah, tra parentesi, ho visto recentemente Il metodo Kominsky su Netflix, con un fantastico Douglas settantacinquenne (copia carbone del padre Kirk), e te lo consiglio di cuore.

La trama di Rivelazioni è nota.
Tom Sanders è un importante dirigente d’azienda che, durante una fusione, viene scavalcato da una sua ex fiamma, Meredith Johnson. Lei diventa il suo capo e lo desidera ancora, tanto da attrarlo in ufficio e saltargli addosso. Tom all’inizio cede, poi pensa alla moglie e ai figli e si tira indietro. Meredith si incazza come una biscia e cerca di farlo licenziare, accusandolo di molestie sessuali e violenza. Segue un complicato plot digital-sessual-industriale che non ti svelo per tenerti sulla corda e non spoilerare. Sappi solo che ci sono dietro anche parecchio spionaggio e strategie di business, non solo sesso.

Come anticipavo, in questo caso, la violenza vera e propria non avviene (è difficile che, fisicamente, una donna possa violentare un uomo), ma è la violenza psicologica del ricatto sessuale ad essere protagonista. Oltre, ovviamente, a tutto il meccanismo che gira intorno al preconcetto (virile) per cui l’uomo non possa subire un ricatto simile da una donna. Siamo negli anni Novanta, eh, meglio ricordarlo. Cioè, intendo, da allora ne abbiamo viste di cose…

Crichton ci vede lungo come al solito – anche al di fuori dell’ambito fantascientifico – e anticipa una tematica che sarà sempre più discussa negli anni a venire (fino a diventare, oggi, dominante). Il sesso come arma, come ricatto. Il diritto che si ingigantisce a dismisura, fino a diventare un mezzo di estorsione vero e proprio. La doppia lama, insomma.

C’è un passaggio breve, nel romanzo, che mi è piaciuto molto. Non ricordo chi, mi pare una superiore di Tom, racconta di come l’attuale marito (e collega) le abbia chiesto di uscire cinque volte prima che lei accettasse, anni prima. È il marito stesso ad aver poi ammesso, con lei, che se la situazione si fosse verificata in tempi più recenti, avrebbe desistito dopo il primo rifiuto, per timore di avere problemi sul lavoro. Ecco, è una buona sintesi degli eccessi a cui si è arrivati. Ma mi fermo qui, non voglio aprire un dibattito.

Ho iniziato a leggere Rivelazioni perché, in questo periodo, sono parecchio impegnato e desideravo un librone (460 pagine) da portare avanti per un po’. Crichton mi ha fregato anche questa volta. Ho letto di notte, fuori dalla doccia, nelle pause degli allenamenti. E conoscevo anche la storia e come sarebbe andata a finire…

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“La morte ci sfida” di Joe R. Lansdale

Nell’introduzione di La morte ci sfida (Dead in the West, 1984) Lansdale, all’epoca al suo terzo romanzo, scrive qualcosa di fantastico. Lo fa rivolgendosi direttamente al lettore, come consolidata abitudine anche di Stephen King. Ti dice di non aspettarti “alta letteratura” da quello che hai tra le mani ma, piuttosto, di abbassare le luci, prendere dei pop-corn, goderti il temporale e prepararti ad affrontare un viaggio che sarà molto simile alla visione di un horror b-movie. Di divertirti, insomma. E io mi sono divertito, molto.

Il reverendo Jebidiah Mercer giunge nella cittadina di Mud Creek (Texas) con l’intenzione di riportare i peccatori sulla retta via. Non che il reverendo sia un uomo tanto retto – capiamoci – è dedito al whisky, non disprezza la compagnia femminile ed è molto, molto, molto veloce con la pistola. Ed è proprio mentre Jeb sta iniziando ad ambientarsi che la cittadina viene invasa dagli zombie. Il reverendo si allea con il dottore di Mud Creek, la di lui affascinante figlia e un giovane ragazzo che ambisce a diventare un pistolero, e cerca così di resistere ai non-morti. Mi fermo.

La morte ci sfida è un fantawestern, qualcosa di assolutamente appagante. Un omaggio pulp a più generi, leggero e veloce, che potrebbe essere letto tutto d’un fiato (per chi ha la fortuna di avere del tempo a disposizione, fortuna che io ho di rado). È esattamente così come te lo aspetti, non ti delude. Wikipedia mi informa che esistono anche un “prequel”, Texas Night Riders (credo ancora non tradotto, purtroppo), e un sequel, Deadman’s Crossing (che so essere uscito nell’antolgia Il grande libro degli zombie di Fanucci). Sarebbe davvero stupendo se i tre romanzi fossero riuniti in una trilogia, per poterli assaporare nella loro interezza. Perché io ci sguazzo in queste cose di sangue con uno stile un po’ eighties, ormai dovresti saperlo.

Questo è il primo libro di Lansdale che leggo, ma è nato un nuovo amore. Ti avviso, sai cosa ti aspetta.

P.S. Nel frattempo sto leggendo Il grande libro di Stephen King, di Beahm, ma lo alterno alla narrativa poiché è un (bellissimo, ti anticipo) saggio di 700 pagine, peraltro scritto abbastanza fitto. Te ne parlerò appena lo finisco.

“Racconti bresciani” AA.VV. (Edizione 2021)

Dalla quarta di copertina:

Un’antologia che raccoglie stili e storie diverse, che narrano Brescia e i suoi abitanti. Ma non solo. Un viaggio che coinvolge presente, passato e futuro: è così riusciamo a percepire queste voci, immergendoci in piccoli stralci di vita. A volte guardando dal buco della serratura, altre spalancando la porta.

Ogni anno Historica Edizioni indice diversi concorsi gratuiti (non ci sono tasse d’iscrizione e il premio è la pubblicazione) dedicati sia a generi letterari definiti che a specifiche aree geografiche. Senza girarci troppo attorno, nel 2021 ho partecipato al concorso riservato a Brescia (la mia città, guarda caso) e ho così avuto il piacere di vedere il mio racconto Il freddo consumatore  selezionato per l’antologia Racconti bresciani. Non è da solo, ovviamente; ci sono altri 34 brevi racconti a fargli compagnia, scritti da altrettanti autori residenti/domiciliati/nati nel comune o nella provincia di Brescia.

È stato piacevole leggere questa antologia, ricca di ricordi e aneddoti legati alle “mie zone”, che in realtà conosco troppo poco. Ho potuto distinguere chiaramente gli autori meno giovani, che narrano di una Brescia di altri tempi, da quelli contemporanei, che descrivono una città più moderna. È così che si salta dalla metropolitana al fascismo, dal lockdown alla guerra, attraverso una sorta di diario della memoria condiviso e geolocalizzato. Non mancano anche i racconti più “classici”, che poi sono i miei preferiti. Ma io, si sa, sono di parte, preferisco sempre la finzione alla realtà…

“Andromeda” di Michael Crichton

Il piccolo satellite Scoop, inviato nello spazio dalla Nasa, precipita in uno sperduto paesino dell’Arizona: tutti gli abitanti muoiono all’istante, tranne un anziano e un neonato. I due vengono portati in una base sotteranea segreta, dotata di un sistema di analisi avveneristico e diretta da un team di scienziati preparati per emergenze di questo tipo. La base è anche predisposta per autodistruggersi con una bomba nucleare, nel caso i sistemi rilevino la fuoriuscita di batteri o virus pericolosi…

Andromeda è il decimo libro di Crichton che leggo (gli altri li puoi trovare a fine post) e anche il più datato, poiché risale al 1969. Non ho visto il film omonimo di Robert Wise del 1971, né la miniserie del 2008. So però che di recente (2021) è uscito il romanzo postumo L’evoluzione di Andromeda, scritto da Michael Crichton e completato da Daniel H. Wilson. Ho quindi parecchio materiale da recuperare, a quanto pare.

È interessante e strano allo stesso tempo il modo in cui questo romanzo sia “invecchiato”. Già, perchè la struttura, i personaggi e la storia narrata risultano estremamente freschi e scorrevoli, pur presentando una “fantascienza tecnologica” in linea con il Commodore 64. Nelle schermate del computer, riprodotte tra le pagine (un artificio caratteristico di Crichton), scopri cose davvero divertenti, come ad esempio una raffigurazione del corpo umano, stilizzato e squadrettato, terribilmente retrò. Eppure non hai la sensazione che ti prende quando guardi uno di quei film di fantascienza anni Sessanta, dove ci sono un sacco di grossi pulsanti illuminati e gli scienziati hanno tute fluorescenti con vistosi microfoni. È questo, ad essere strano. Ti sembra di leggere un moderno e attuale romanzo di fantascienza, nel quale sia stata buttata dentro la tecnologia di trenta/quaranta anni fa.

Per il resto Andromeda si divora in un paio di giorni, anche perché è relativamente breve (siamo sulle 330 pagine). L’unico rimpianto è quello di non aver potuto vivere la visionarietà di Crichton negli anni corretti, così da poterne apprezzare il genio in tempo reale. Ma anche così, quando ti descrive il tuo tempo dal suo tempo, è semplicemente grandioso.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“Next” di Michael Crichton

È davvero difficile parlarti di questo romanzo di Michael Crichton, non so proprio da che parte cominciare. Ma, dovendo partire, facciamolo da una disambiguazione: Next (2006) non ha nulla a che vedere con l’omonimo film del 2007 interpretato da Nicolas Cage (ispirato, invece, a un racconto di Philip K. Dick), così non facciamo confusione. Anche perché di confusione ce n’è già abbastanza nella trama, dove si incrociano le storie di moltissimi personaggi (e altrettanti nomi da ricordare) in una sorta di Magnolia letterario della biogenetica. Next sembra essere quasi un esperimento di Crichton, che abbandona la linearità che lo contraddistingue per buttarsi in una denuncia satirico-thriller-grottesca della moderna “tratta” dei geni (le sequenze di DNA, non i geni delle lampade).

Wikipedia ti offre un riassunto della trama abbastanza comprensibile, ma forzatamente semplificato e ridotto all’osso. La verità è che per tutto il romanzo non riesci a capire dove ti stia portando l’autore. Ci sono scimmie parlanti, grosse corporation farmaceutiche, università arriviste, furti di proprietà corporali a fini di studio/lucro (ossa, sangue e simili), pappagalli parlanti (con costrutti sintattici, si intende), invecchiamenti precoci, fughe da “cacciatori di taglie cellulari” e così via. Per farla breve: un gran casino.

Una volta terminato Next – che paraltro è lungo ben 480 pagine – hai chiaro cosa intendesse fare Crichton (cioè denunciare la selvaggia brevettazione dei geni) tuttavia ti resta davvero poco dall’esperienza come lettore. La parte più interessante del libro sono le note in coda, nelle quali lo scrittore spiega quale sia la situazione, perlomeno negli USA, riguardo al commercio e alla detenzione dei diritti sui geni e sulle cellule umane. Un argomento poco noto per chi non sia americano e ancor meno per i non addetti al settore, ma che in realtà ci riguarda tutti. E non stiamo nemmeno parlando di brevetti sui vaccini, di quelli ormai qualcosa ne sappiamo, ma di brevetti su parti del DNA. Crichton fa un paragone molto comprensibile: è come se stessero brevettando una parte del corpo umano, ad esempio il naso (quindi qualcosa di presente in natura, non un prodotto dell’uomo), e poi ti costringessero a pagare dei diritti per tutto ciò che lo riguardi (indossare occhiali, annusare un piatto di lasagne…). Ovviamente brevettare un gene implica un successivo blocco della ricerca, poiché troppo dispendiosa in diritti. Non mi addentro oltre, non mi pare il periodo storico adatto, che poi rischiamo che arrivino a commentare le scimmie urlatrici anziché quelle parlanti…

Mi è piaciuto Next? Nì. È molto buona l’intenzione, ma la storia è davvero troppo dispersiva. Crichton scrive così bene da riuscire comunque a fartela leggere, poiché le singole sottotrame risultano scorrevoli e interessanti. Tuttavia, se non hai mai letto nulla di questo autore, NON COMINCIARE DA NEXT.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

Ieri sono andato al cinema a vedere È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, sconfortato e disilluso dal pessimo trailer che gira su Netflix (il film esce sulla piattaforma il 15 dicembre). Mi sono dovuto ricredere, ed è stato proprio un bel ricredersi. Un po’ perché la sala era quasi vuota (vedi sopra, hanno pensato tutti di risparmiare sul biglietto), un po’ perché alla fine, secondo me, È stata la mano di Dio è forse il miglior film del regista napoletano.

La trama la conosci, non servono grandi spiegazioni. Sorrentino racconta la propria giovinezza (o, perlomeno, qualcosa che ci somiglia molto) nella Napoli degli anni Ottanta. L’alias protagonista è Fabietto Schisa, un sedicenne che vive in una famiglia agiata, anche se non ricca, circondato da una moltitudine di parenti parecchio eccentrici. Su tutto, aleggia l’arrivo (reale, falso, presunto) di Maradona al Napoli, vissuto come un vero e proprio miracolo.

Il film si può dividere in due parti. La prima, più leggera e divertente (si ride molto), racconta il contesto nel quale Fabio cresce, le influenze che ne formano il carattere. Racconta anche quella Napoli – per un non-napoletano incomprensibile – del culto estremo, (quasi) religioso, nei confronti de El Pibe de Oro. La seconda, che giunge con la morte improvvisa dei genitori di Fabio, mostra come il dolore e il desiderio di evasione del ragazzo si traformino in un bisogno di creatività e nella ricerca di un modo per realizzare i propri sogni, nello specifico, diventare regista (pur avendo visto solo due o tre film).

Non che i due film debbano per forza essere confrontati, ma credo che È stata la mano di Dio sia, in qualche modo, un’opera più completa rispetto a La grande bellezza. Napoli, e i napoletani, vengono celebrati senza utilizzare eccessivamente la stampella della bellezza urbanistica (come era inevitabile accadesse per Roma). Qui c’è più storia, più anima. Qui è tutto merito, non ci sono scorciatoie (senza nulla togliere a La grande bellezza, sia chiaro).

La parola che mi viene in mente, pensando a questo film, è equilibrio. L’attenzione alle caratteristiche dei singoli personaggi – tutti straordinari (non solo Servillo, questa volta) – è quella dei primi film di Sorrentino (uno su tutti, L’amico di famiglia), ma si innesta su una struttura più grande, senza mai perdere il dettaglio.

Sarò onesto, non ho mai amato la “napoletanità”, non sopporto quel genere di orgoglio patriottico che contraddistingue i fieri abitanti di una delle città più problematiche d’Italia. Non ho mai particolarmente amato nemmeno Maradona, perché sono convinto che la sportività di un uomo non dovrebbe palesarsi solo in un circoscritto rettangolo di terreno (così come l’esempio che dovrebbe dare dovrebbe essere un esempio a 360°). Eppure È stata la mano di Dio mi è piaciuto molto.
Vedremo cosa succederà il 27 marzo, agli Oscar.

“L’apprendista di Goya” di Sara Di Furia

Arrivo decisamente in ritardo su L’apprendista di Goya (2019), avevo in programma di leggerlo da parecchio tempo ma – tra una pandemia e l’altra – ho rimandato a lungo. Un po’ perché desideravo procurarmi il libro a una delle presentazioni dell’autrice (che nel frattempo ho avuto il piacere di conoscere) e di presentazioni, nel 2020, non è che se ne potessero fare tante, un po’ perché l’arte pittorica è da sempre, per me, un argomento abbastanza ostico (un modo ben costruito per dire che sono una capra).
Alla fine, comunque, ho approfittato del Salone del Libro di Torino (dietro l’angolo… perché cercare a Brescia il libro di una scrittrice bresciana?) e sono riuscito ad averlo con tanto di dedica. Peraltro della Di Furia ti avevo già parlato de La regina rossa, romanzo storico-gotico di atmosfera Edgarallanpoiana (no, non il rapace, il maestro dell’horror).

L’apprendista di Goya si colloca ancora nel genere romanzo storico – meglio, thriller-storico – ma questa volta la trama non ha nulla a che vedere con il soprannaturale. A fare gli “onori di casa” sono omicidi, sangue, arte, sangue, intrighi e… sangue. Non troppo eh, non è un romanzo splatter, chiariamoci, ma quanto basta per tenere alta la tensione e il livello percepito di pericolo.

1791, Madrid. Il giovane Manuèl Alvèra si trasferisce dal colorificio di famiglia allo studio del pittore Francisco Goya, con l’incarico di occuparsi della produzione dei colori per il noto artista. In cambio, Goya si impegna a prepararlo per l’esame di ammissione alla Real Accademia di San Fernando. Mentre tra i due si instaura un complesso rapporto maestro-discepolo (reso difficile dal carattere instabile di Goya), a Madrid scorrazza libero e felice un misterioso serial killer, el diablo, che prende di mira solo gli artisti – diciamo – “birboni” (cioè quelli che dipingono le cose sconce, fregandosene dell’Inquisizione). Manuèl comincia a sospettare di tutti, a partire dal proprio maestro. Mi fermo.

Tutta la storia è narrata in prima persona da Manuèl e questo ti butta direttamente dentro lo studio di Goya. Sei lì anche tu, a creare i colori insieme al protagonista, a cercare di capire chi sia l’assassino, a tremare per quello che penserà il maestro di te. Se ciò non fosse sufficiente a coinvolgerti, c’è persino un po’ di erotismo qua e là, che non guasta mai (lo diceva pure Bukowski, ma non so se vale, come fonte).
Per scrivere questo romanzo deve essersi reso necessario un grande lavoro di ricerca, in diversi campi. Oltre a quello più evidente, cioè quello storico, vi è poi tutta l’attenzione dedicata alla composizione dei colori, alla descrizione dei pigmenti, e tutto ciò che riguarda la pratica della pittura.

Nonostante la mia scarsa conoscenza artistica (casomai non si fosse capito), questo romanzo mi ha coinvolto molto, tanto che ho terminato in soli due giorni le sue 300 pagine. Ti dirò di più: ho addirittura cercato Goya su Wikipedia, per fare un breve ripasso della sua vita e delle opere. Ora, questo per te potrebbe non significare niente, ma ti assicuro che è un evento veramente straordinario.
Te l’avevo già promesso dopo aver letto La regina rossa (poi è andata diversamente), ma te lo ripeto: recupererò anche Jack.

“Tre di nessuno” di Davide Camparsi

Tre di nessuno è un romanzo breve (o racconto lungo, se preferisci) di Davide Camparsi, scrittore veronese del quale ti avevo già parlato a proposito della bella raccolta di racconti fantastici Tra cielo e terra (una delle antologie monografiche curate dall’associazione culturale RiLL). Anche in questa opera, ho ritrovato tutte quelle caratteristiche che mi erano piaciute nei racconti di Camparsi, sebbene il genere di riferimento non sia più la fantascienza ma il crime (rurale padano, aggiungerei).

Non posso raccontarti molto della trama, altrimenti rischio davvero di svelare troppo…
In un paesino nebbioso del nord Italia si incrociano le vite di tre grotteschi personaggi in cerca di riscatto sociale. Sono Lacarla (sì, tutto attaccato), aiutante focosa del prete che si è giocata i fondi della parrocchia alle “macchinette”; Duncan, una sorta di piccolo boss locale che ambisce alle politiche comunali; e (Super) Mario, meccanico a tempo pieno e saltuario leone “da bar” (stessa specie di quello “da tastiera” ma con habitat differente) che aspira al ruolo di supereroe. I tre (di nessuno, appunto) finiranno per scontrarsi, sotto lo sguardo innocente di Cippirì, una bambino con evidenti disturbi cognitivi (l’unico personaggio positivo della storia).

Non è difficile immaginare Lacarla perdere tutto al video poker – imprecando perché non esce mai l’ultima fragola – così come non lo è riconoscere in Duncan (ovviamente un soprannome di paese, alla Cisco o Balota) un qualunque delinquentello di periferia che sia riuscito a fare un minimo di “carriera” senza farsi arrestare. Ancora meno, distinguere Mario da uno qualsiasi di quei personaggi (con un bicchiere di vino come protesi perenne) che cercano il consenso in qualche bettola, declamando banalità come fossero assiomi incontestabili. Camparsi (che peraltro – ‘sti cazzi => con accezione nordica, cioè wow! – quest’anno ha vinto anche il Premio Robot) te li serve già cotti con grande abilità, te li fa capire subito e tu, altrettanto subito, li disprezzi buttando loro adosso il disgusto accumulato osservando per anni i loro simili.

Come dicevo, i tre sono grotteschi, e non vedi l’ora che cadano, che crollino, che abbiano quello che si meritano. Sono grotteschi anche (e soprattutto) nelle loro ambizioni, pallide imitazioni di ruoli troppo alti e irraggiungibili. Il “supereroe” Mario è bloccato nei primi dieci minuti di un qualsiasi film di genere, quando ancora il protagonista si traveste con gli stracci e sbatte la testa contro i muri. Duncan è un Tony Montana dei poveri, che ha autorità solo su dei patetici derelitti allo sbando. Lacarla insegue la fortuna – ma continua a non beccare la fragola – e si dichiara vincente, ma lo fa imitando i tristi gesti scaramantici dei perdenti che incrocia sul suo cammino. E, alla fine, l’unico che ottiene ciò che vuole è proprio il lettore, che soddisfa il suo crudele e spietato bisogno di giustizia sociale.
Mi fermo qui, altrimenti spoilero.

Ho divorato le 128 pagine di Tre di nessuno in un paio d’ore. Sono contento, ti avevo detto che avrei letto più autori italiani quest’anno e, per ora, mi sta andando molto bene.

“Tabù” di Piers Paul Read

Il 13 ottobre 1972 un Fokker F27 dell’aeronautica militare uruguayana si schianta sulla Cordigliera delle Ande, nei pressi di Glaciar de las Lágrimas. A bordo c’è la squadra di rugby uruguayana dell’Old Christians Club, accompagnata da amici e parenti degli atleti (l’aeronautica uruguayana era messa economicamente molto male e affittava gli aerei per recuperare fondi), per un totale di 40 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio. 12 persone muoiono durante l’incidente, ma dei 33 sopravvissuti all’impatto solo 16 riusciranno a salvarsi, alla fine.
Tabù racconta le dieci settimane che i superstiti hanno trascorso nella carcassa dell’aereo, a 3657 metri d’altitudine, facendo tutto il possibile per non morire. Travolti anche da una valanga (29 ottobre, 8 morti), decidono, come noto, di cibarsi dei corpi dei deceduti, per avere una speranza di vita. Il 12 dicembre tre di loro, Roberto Canessa, Fernando Parrado e Antonio Vizintin (che tornerà subito all’aereo per consentire di ottimizzare i viveri agli altri due), partono per un disperato viaggio a piedi lungo decine e decine di chilometri (non c’è un dato certo, dai 50 ai 100 chilometri in 7/10 giorni), scalano 4600 metri con sole scarpe da rugby e abbigliamento di fortuna e raggiungono una zona “civilizzata” (praticamente due capanne nel nulla) dove incontrano un pastore e comunicano la posizione del Fokker. Il 23 dicembre, 72 giorni dopo l’incidente, due elicotteri cileni recuperano i sopravvissuti delle Ande.

Il titolo originale del libro/ricostruzione di Pier Paul Read è Alive: the story of the Andes survivors; Tabù, invece, è il titolo italiano che fa riferimento a ciò che più ha sconvolto l’opinione pubblica dell’epoca: il cannibalismo, l’antropofagia… quindi parliamone subito.
Ricordo a malapena di aver visto il film Alive – Sopravvissuti (1993) diretto da Frank Marshall ma, onestamente, dovrei riguardarlo. Mi pare che nel film mostrassero i sopravvissuti che tagliavano qualche fetta di carne dai glutei dei cadaveri, o qualcosa di simile. Una versione molto soft di quanto accaduto, insomma. La verità è che, per salvarsi la vita, i 16 superstiti hanno dovuto mangiare ogni parte del corpo dei deceduti – compresi tutti gli organi, anche il cervello – spolpandone a fondo le ossa. L’immagine che, almeno per me, ha più reso l’idea di quanto accaduto è quella dell’utilizzo delle scatole craniche come ciotole, per mescolare il sapore della carne (alla lunga insopportabile perché sempre lo stesso) con quello delle altre parti del corpo.
È di questo, che stiamo parlando.

A rendere la situazione più difficile, il fatto che tutti i passeggeri dell’aereo fossero mooolto credenti. La decisione di accettare l’antropofagia, unica reale possibilità di sopravvivenza, viene presa dopo una lunga discussione di carattere etico/morale su quanto questa soluzione fosse ammissibile dal punto di vista del cattolicesimo. Alla fine, l’antropofagia viene, in qualche modo, equiparata all’eucaristia e ritenuta l’unica via con la quale il Signore avrebbe concesso la salvezza ai superstiti. La maggioranza di questi esce, infatti, rafforzata nella fede da questa dura esperienza, poiché Dio sarebbe stato con loro per tutto il tempo trascorso sulla montagna…
Non mi dilungo in un commento su questa visione delle cose, perché Tabù è davvero coinvolgente e l’esperienza estrema provata dai protagonisti è qualcosa di quasi unico. C’è, insomma, il massimo rispetto da parte mia (soprattutto per le capacità umane, la forza e la determinazione). Tuttavia è proprio vero che, quando VUOI vedere le cose in un determinato modo, le vedi in quel modo (Dio, se leggi il mio blog, continua pure ad assistere i credenti, io sono a posto così, grazie).

Fernando Parrado e Roberto Canessa con il pastore.
Fernando Parrado e Roberto Canessa con il pastore.

Ovviamente, dopo, si è scoperto che a una ventina di chilometri dalla fusoliera c’era una posto sicuro dove poter trovare salvezza (un rifugio abbandonato, ma con dei viveri in scatola all’interno). Tuttavia è doveroso ricordare che i ragazzi (perché erano ragazzi, nella maggior parte tra i 19 e 26 anni) hanno dovuto attendere che le condizioni climatiche migliorassero per potersi muovere (l’arrivo della primavera era l’unica speranza). Hanno fatto, in pratica, la sola cosa che potessero fare: se avessero agito diversamente, sia nei tempi che nelle modalità, sarebbero morti tutti.

Tabù, ad ogni modo, non parla solo di cannibalismo, anche se questo è, per forza di cose, ciò che più ha reso celebre questa storia. Ci sono le ricostruzioni delle varie spedizioni tentate dai ragazzi (prima di quella decisiva), la quotidianità della vita nella fusoliera, l’assistenza ai feriti, i tentativi dei parenti di far procedere le ricerche all’infinito (quando ormai nessuna autorità credeva più in un ritrovamento di persone vive). Tabù è tante cose, e credo vada letto per riordinare le priorità nella propria vita.

So che esitono altri due libri che raccontano questo storia, scritti dai due sopravvissuti più “famosi”: Dovevo sopravvivere di Roberto Canessa e Settantadue giorni: la vera storia dei sopravvissuti delle Ande e la mia lotta per tornare di Fernando Parrado. Credo proprio che li recupererò.

Libri sul genere storie vere/sopravvivenza estrema che ti consiglio perché mi sono piaciuti molto (ecco perché non c’è Walden di Thoreau nell’elenco):

12 anni schiavo di Solomon Northup (1853)
La verità sul Titanic di Archibald Gracie (1913)
Papillon di Henri Charrière (1969)
Tabù di Piers Paul Read (1974)
Verso il Polo con Armaduk di Ambrogio Fogar (1983)
Nelle terre estreme di Jon Krakauer (1996)
Aria sottile di Jon Krakauer (1997)
127 ore di Aron Ralston (2004)
Wild di Cheryl Strayed (2012)
Fuga dal Campo 14 di Blaine Harden (2012)