Archivi tag: trama

“Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu” di Walter Moers (serie Zamonia)

“Un orso di mare ha ventisette vite. Di tredici e mezzo delle mie vite riferirò in questo libro. Sulle altre, invece, tacerò. Anche un orso ha diritto a certi lati oscuri: lo rendono più interessante e misterioso”.

Così si aprono le memorie di Orso Blu, nato (forse) dalla schiuma di un onda in un guscio di noce e destinato a girovagare in lungo e in largo per il regno di Zamonia. Le tredici vite e mezzo non sono altro che 13 racconti (e mezzo) riguardanti le avventure di Orso Blu, dove ad ogni vita corrisponde una cambio di scenario e delle nuove peripezie. Orso Blu avrà a che fare con minipirati che gli insegneranno a navigare, onde ciacoline che lo istruiranno sulla dialettica, e poi ancora con croccamauri, sauri di salvataggio, spiriti coboldi, gaglioffi delle spelonche e, naturalmente, con il gran tenebrone Abdul Noctambulotti, genio dotato di sette cervelli, di cui peraltro il libro è cosparso di citazioni, essendo l’autore del “Dizionario enciclopedico dei portenti, degli organismi e dei fenomeni bisognosi di spiegazione di Zamonia e dintorni”.Come avrai capito siamo di fronte a una follia letteraria (in senso buono, si intende). Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu è un romanzo per bambini, sì, ma per bambini intelligenti, e quindi anche per adulti bambini. È corredato dalle illustrazioni di Walter Moers, l’autore, più frequenti all’inizio del libro e più rare verso la fine, quasi come se stessi crescendo insieme al protagonista. Già, perché questo romanzo può anche essere visto come una metafora della vita, ma in modo leggero, senza ansie e pesi eccessivi. Il libro è solo il prima della serie di Zamonia, al momento composta da sei volumi.

Se dovessi fare un paragone ti direi che Moers è per il fantasy quello che Dougla Adams è stato per la fantascienza. Qualcosa di unico ed inimitabile. Di sicuro leggerò anche il resto della serie. I giochi di parole sono fenomenali, di sicuro il traduttore ha avuto un ruolo fondamentale nel gradimento dell’opera, per quanto mi riguarda. Sono 700 pagine che si leggono in un attimo, con la curiosità di scoprire cosa sia una nottola, un buiatore o un sauro di salvataggio.

“I vermi conquistatori” di Brian Keene

Non ricordo dove abbia sentito per la prima volta nominare I vermi conquistatori di Keene (forse su un almanacco di Dylan Dog, non ne sono certo), ma fin da subito mi ha affascinato. Sono quindi riuscito a recuperarlo in un’edizione Urania e sono davvero sodddisfatto. Credo, oltretutto, che sia l’unico romanzo tradotto in italiano di questo scrittore americano.

È un horror semplice, senza fronzoli e proprio per questo davvero godibile.
In un futuro (che potrebbe essere domani) dove il clima è degenerato, sul pianeta cade un’incessante pioggia. Le terre emerse si riducono ogni giorno, costringendo i pochi umani rimasti a vivere sulle montagne, divenute isole, e sulle cime dei palazzi. A seguito del cambio climatico tornano in superficie creature che vivevano nei meandri della terra e nelle profondità degli oceani, come il mitico kraken (un calamaro gigante) e, appunto, i vermoni (che tanto ricordano Tremors). Ad affrontare questi vermi non c’è però Kevin Bacon, ma Teddy Garnett e il suo amico Carl, due ottantenni montanari con le palle quadre e la vescica debole. A loro, poi, si aggiungeranno  altri due personaggi, più giovani e “cittadini” (ossia abitatori dei tetti), che racconteranno la propria vicenda. Il romanzo è, infatti, composto dalle due storie che si fondono in un’unica avventura (mischiando la condizione sulle montagne a quella nelle città, e permettendo di avere una visione d’insieme).

Devo dire che è stata una lettura rilassante e piacevole. È un horror vecchio stampo, non ci sono fantasmi o presenze, è tutto molto concreto e i mostri non sono dei vampiri… Credo ci sia la necessità di tornare a questo tipo di narrazioni, più semplici, ma non per questo meno efficaci.
A quanto ho capito in America è uscito anche un seguito, aspetto fiducioso la traduzione.

“I miei luoghi oscuri” di James Ellroy

Premessa: è il primo libro che leggo di James Ellroy, ma posso già dirti che non sarà l’ultimo. Fine della premessa.

I miei luoghi oscuri è un romanzo autobiografico dello scrittore dedicato a tutto ciò che riguarda l’omicidio irrisolto di sua madre, Jean Ellroy, avvenuto per strangolamento il 22 giugno 1958. James all’epoca aveva solo dieci anni.

La vicenda narrata è divisibile in tre “atti”:
1° – Indagine ufficiale.
Ellroy racconta l’indagine in modo oggettivo, come se si svolgesse nel momento in cui lui la scrive. I dettagli sul cadavere, gli indiziati (molti), le piste (moltissime) e tutto il resto, quasi fosse uno dei poliziotti incaricati di risolvere il caso. Jean è stata stuprata e uccisa dopo aver frequentato un paio di locali in compagnia di due persone, una donna e un uomo, che non verranno mai rintracciate.
2° – James Ellroy.
Lo scrittore spiega tutto ciò che è accaduto dal momento dell’indagine fino al suo successo come romanziere. Racconta come la morte della madre, accolta con felicità, abbia influenzato gli anni successivi nella sua psiche. Si parla di droga, furti, criminalità. Il giovane Ellroy è fuori di testa. Entra nelle case dei vicini e ruba le mutandine delle ragazze, ruba nei negozi, si mastruba pensando alla madre.
3° – L’indagine del 1994.
Ellroy, facendosi assistere da un poliziotto in pensione, riesamina il caso e cerca di risolverlo. Torna nei luoghi della vicenda, interroga le poche persone ancora vive che potrebbero saperne qualcosa, cerca l’assassino della madre e… cerca sua madre, la “rossa”, coma la chiama lui.

Non ti racconto come evolve il personaggio, poiché è questo il vero mistero del libro e non voglio svelarlo troppo. Ellroy ha dei ricordi della madre che sono in gran parte stati creati dal padre, un fallito alcolizzato, e che ritraggono Jean come una puttana irresponsabile e a sua volta alcolizzata. Solo “cercandola” riuscirà a ricostruirne l’esistenza. Certo, non era una santa, e questo si intuisce chiaramente, ma c’era anche dell’altro.

Questo romanzo racconta un trauma lungo una vita, mai esorcizzato. Un lutto, non superato, che ha condizionato tutta l’esistenza dello scrittore. In poche parole: un’ossessione. È un libro estremamente cupo, nero, mentre lo leggi ti mette la morte nell’animo.
L’edizione che ho letto io (quella in foto) ha la copertina nera e c’è l’autore in abito scuro appogiato su un tavolo in primo piano. È il packaging perfetto per un’agenzia di pompe funebri, il libro sembra una piccola bara. È perfetto.

Conoscevo Ellroy come il re indiscusso del noir e del poliziesco. Avevo visto qualche film tratto dai suoi libri, come L.A. Confidential e La notte non aspetta. Non so perché l’avessi sempre trascurato, ma ho fatto male. Scrive dannatamente bene e ha uno stile personale ed inconfondibile. Sono rarissime le frasi lunghe più di due righe, per dirne una. Ti riempie di nomi, sta a te capire quali siano importanti e quali no. Non è di certo una lettura facile, rilassante, ma è indimenticabile.
Sicuramente anche il traduttore ha i suoi meriti (è lo stesso Sergio Claudio Perroni che ho apprezzato nella nuova edizione di Furore di Steinbeck, poco tempo fa).

Insomma, credo proprio di aver trovato un nuovo autore da saccheggiare.