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“Rivelazioni” di Michael Crichton

Sto cercando di aprire questo post con una frase che non mi procuri un’istantanea accusa di sessismo. Ci sto provando, davvero. Ma, diciamolo, è impossibile pensare a Rivelazioni di Crichton senza ricordare Demi Moore che tenta di violentare Michael Douglas. Io, almeno, non ci riesco. In realtà la situazione è molto più complessa (ci arriveremo), ma del film omonimo (1994) di Barry Levinson ricordo solo questo. E non commenterò la cosa. No, no, no.
Ah, tra parentesi, ho visto recentemente Il metodo Kominsky su Netflix, con un fantastico Douglas settantacinquenne (copia carbone del padre Kirk), e te lo consiglio di cuore.

La trama di Rivelazioni è nota.
Tom Sanders è un importante dirigente d’azienda che, durante una fusione, viene scavalcato da una sua ex fiamma, Meredith Johnson. Lei diventa il suo capo e lo desidera ancora, tanto da attrarlo in ufficio e saltargli addosso. Tom all’inizio cede, poi pensa alla moglie e ai figli e si tira indietro. Meredith si incazza come una biscia e cerca di farlo licenziare, accusandolo di molestie sessuali e violenza. Segue un complicato plot digital-sessual-industriale che non ti svelo per tenerti sulla corda e non spoilerare. Sappi solo che ci sono dietro anche parecchio spionaggio e strategie di business, non solo sesso.

Come anticipavo, in questo caso, la violenza vera e propria non avviene (è difficile che, fisicamente, una donna possa violentare un uomo), ma è la violenza psicologica del ricatto sessuale ad essere protagonista. Oltre, ovviamente, a tutto il meccanismo che gira intorno al preconcetto (virile) per cui l’uomo non possa subire un ricatto simile da una donna. Siamo negli anni Novanta, eh, meglio ricordarlo. Cioè, intendo, da allora ne abbiamo viste di cose…

Crichton ci vede lungo come al solito – anche al di fuori dell’ambito fantascientifico – e anticipa una tematica che sarà sempre più discussa negli anni a venire (fino a diventare, oggi, dominante). Il sesso come arma, come ricatto. Il diritto che si ingigantisce a dismisura, fino a diventare un mezzo di estorsione vero e proprio. La doppia lama, insomma.

C’è un passaggio breve, nel romanzo, che mi è piaciuto molto. Non ricordo chi, mi pare una superiore di Tom, racconta di come l’attuale marito (e collega) le abbia chiesto di uscire cinque volte prima che lei accettasse, anni prima. È il marito stesso ad aver poi ammesso, con lei, che se la situazione si fosse verificata in tempi più recenti, avrebbe desistito dopo il primo rifiuto, per timore di avere problemi sul lavoro. Ecco, è una buona sintesi degli eccessi a cui si è arrivati. Ma mi fermo qui, non voglio aprire un dibattito.

Ho iniziato a leggere Rivelazioni perché, in questo periodo, sono parecchio impegnato e desideravo un librone (460 pagine) da portare avanti per un po’. Crichton mi ha fregato anche questa volta. Ho letto di notte, fuori dalla doccia, nelle pause degli allenamenti. E conoscevo anche la storia e come sarebbe andata a finire…

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“Lolito” di Ben Brooks

ISBN Edizioni è fallita nel 2015: un vero peccato. I libri che pubblicava erano curati ed esteticamente molto piacevoli, anche dal punto di vista della leggibilità (parole per pagina, dimensione caratteri, eccetera). A fine post, inserirò una lista dei titoli che ho letto di questo editore – in particolare della collana Special Books – con la promessa di allungare l’elenco (ho già in mente di recuperare Skippy muore di Paul Murray, per dirne uno).
Questa della lista, di solito, è una cosa che non faccio per gli editori (perché mi sembrerebbe una vera e propria marchetta), ma solo per autori/generi, tuttavia in questo caso farò un’eccezione.

Lolito ha in copertina un blurb di Nick Cave che lo definisce uno dei libri più tremendi e divertenti che lui abbia letto negli ultimi anni. In effetti lo è, tremendo e divertente. La cosa interessante è che Ben Brooks, enfant prodige della letteratura inglese (classe 1992), lo ha scritto a soli ventuno anni. E non è nemmeno il suo primo romanzo, quello – Fences – l’ha scritto a diciassette…

Il quindicenne Etgar ha appena scoperto che la sua fidanzata l’ha tradito con un ragazzo più grande, più muscoloso e più peloso di lui. Una vera e propria umiliazione adolescenziale, insomma (tipicamente maschile, a voler ben vedere). Si rifugia nell’alcool e nei documentari di Richard Attenborough, in compagnia di pochi amici e del suo cane. Poi decide di mettersi a chattare online e conosce Macy, una quarantenne annoiata e desiderosa di avventure. Etgar finge di essere più grande (da qui il gioco con il Lolita di Nabokov) e i due finiscono per incontrarsi in un hotel, dopo aver già fatto parecchio sesso virtuale. Mi fermo.

Lolito è il racconto di Etgar, spesso infarcito dei suoi pensieri in una sorta di flusso di coscienza alleggerito. Non è un pacco, insomma, come accade spesso con i flussi di coscienza. Sono presenti dialoghi e situazioni “normali” mischiati a vere e proprie digressioni nell’io più profondo di Etgar. È ironico e irriverente, talvolta onirico (forse troppo). È un romanzo che si legge in poche ore, vola via. Magari una cinquantina di pagine in meno avrebbero giovato, ma temo che questa sia una mia opinione personale, perché tenderei a tagliare tutto quello che diventa troppo impalpabile (vedi -> onirico).

È uno stile interessante quello di Brooks, molto asciutto, difficile da trovare in autori italiani. Mi ha ricordato una versione soft di Ellis. Dovrebbe esserci qualcos’altro di suo proprio tra gli Special Books, lo recupererò sicuramente.

Special Books / ISBN Editore che ho letto:
19 – Alta definizione di Adam Wilson (2013)
21 – Vite pericolose di bravi ragazzi di Chris Fuhrman (1994/2013)
23 – Lolito di Ben Brooks (2014)

“La morte ci sfida” di Joe R. Lansdale

Nell’introduzione di La morte ci sfida (Dead in the West, 1984) Lansdale, all’epoca al suo terzo romanzo, scrive qualcosa di fantastico. Lo fa rivolgendosi direttamente al lettore, come consolidata abitudine anche di Stephen King. Ti dice di non aspettarti “alta letteratura” da quello che hai tra le mani ma, piuttosto, di abbassare le luci, prendere dei pop-corn, goderti il temporale e prepararti ad affrontare un viaggio che sarà molto simile alla visione di un horror b-movie. Di divertirti, insomma. E io mi sono divertito, molto.

Il reverendo Jebidiah Mercer giunge nella cittadina di Mud Creek (Texas) con l’intenzione di riportare i peccatori sulla retta via. Non che il reverendo sia un uomo tanto retto – capiamoci – è dedito al whisky, non disprezza la compagnia femminile ed è molto, molto, molto veloce con la pistola. Ed è proprio mentre Jeb sta iniziando ad ambientarsi che la cittadina viene invasa dagli zombie. Il reverendo si allea con il dottore di Mud Creek, la di lui affascinante figlia e un giovane ragazzo che ambisce a diventare un pistolero, e cerca così di resistere ai non-morti. Mi fermo.

La morte ci sfida è un fantawestern, qualcosa di assolutamente appagante. Un omaggio pulp a più generi, leggero e veloce, che potrebbe essere letto tutto d’un fiato (per chi ha la fortuna di avere del tempo a disposizione, fortuna che io ho di rado). È esattamente così come te lo aspetti, non ti delude. Wikipedia mi informa che esistono anche un “prequel”, Texas Night Riders (credo ancora non tradotto, purtroppo), e un sequel, Deadman’s Crossing (che so essere uscito nell’antolgia Il grande libro degli zombie di Fanucci). Sarebbe davvero stupendo se i tre romanzi fossero riuniti in una trilogia, per poterli assaporare nella loro interezza. Perché io ci sguazzo in queste cose di sangue con uno stile un po’ eighties, ormai dovresti saperlo.

Questo è il primo libro di Lansdale che leggo, ma è nato un nuovo amore. Ti avviso, sai cosa ti aspetta.

P.S. Nel frattempo sto leggendo Il grande libro di Stephen King, di Beahm, ma lo alterno alla narrativa poiché è un (bellissimo, ti anticipo) saggio di 700 pagine, peraltro scritto abbastanza fitto. Te ne parlerò appena lo finisco.

“Andromeda” di Michael Crichton

Il piccolo satellite Scoop, inviato nello spazio dalla Nasa, precipita in uno sperduto paesino dell’Arizona: tutti gli abitanti muoiono all’istante, tranne un anziano e un neonato. I due vengono portati in una base sotteranea segreta, dotata di un sistema di analisi avveneristico e diretta da un team di scienziati preparati per emergenze di questo tipo. La base è anche predisposta per autodistruggersi con una bomba nucleare, nel caso i sistemi rilevino la fuoriuscita di batteri o virus pericolosi…

Andromeda è il decimo libro di Crichton che leggo (gli altri li puoi trovare a fine post) e anche il più datato, poiché risale al 1969. Non ho visto il film omonimo di Robert Wise del 1971, né la miniserie del 2008. So però che di recente (2021) è uscito il romanzo postumo L’evoluzione di Andromeda, scritto da Michael Crichton e completato da Daniel H. Wilson. Ho quindi parecchio materiale da recuperare, a quanto pare.

È interessante e strano allo stesso tempo il modo in cui questo romanzo sia “invecchiato”. Già, perchè la struttura, i personaggi e la storia narrata risultano estremamente freschi e scorrevoli, pur presentando una “fantascienza tecnologica” in linea con il Commodore 64. Nelle schermate del computer, riprodotte tra le pagine (un artificio caratteristico di Crichton), scopri cose davvero divertenti, come ad esempio una raffigurazione del corpo umano, stilizzato e squadrettato, terribilmente retrò. Eppure non hai la sensazione che ti prende quando guardi uno di quei film di fantascienza anni Sessanta, dove ci sono un sacco di grossi pulsanti illuminati e gli scienziati hanno tute fluorescenti con vistosi microfoni. È questo, ad essere strano. Ti sembra di leggere un moderno e attuale romanzo di fantascienza, nel quale sia stata buttata dentro la tecnologia di trenta/quaranta anni fa.

Per il resto Andromeda si divora in un paio di giorni, anche perché è relativamente breve (siamo sulle 330 pagine). L’unico rimpianto è quello di non aver potuto vivere la visionarietà di Crichton negli anni corretti, così da poterne apprezzare il genio in tempo reale. Ma anche così, quando ti descrive il tuo tempo dal suo tempo, è semplicemente grandioso.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“Next” di Michael Crichton

È davvero difficile parlarti di questo romanzo di Michael Crichton, non so proprio da che parte cominciare. Ma, dovendo partire, facciamolo da una disambiguazione: Next (2006) non ha nulla a che vedere con l’omonimo film del 2007 interpretato da Nicolas Cage (ispirato, invece, a un racconto di Philip K. Dick), così non facciamo confusione. Anche perché di confusione ce n’è già abbastanza nella trama, dove si incrociano le storie di moltissimi personaggi (e altrettanti nomi da ricordare) in una sorta di Magnolia letterario della biogenetica. Next sembra essere quasi un esperimento di Crichton, che abbandona la linearità che lo contraddistingue per buttarsi in una denuncia satirico-thriller-grottesca della moderna “tratta” dei geni (le sequenze di DNA, non i geni delle lampade).

Wikipedia ti offre un riassunto della trama abbastanza comprensibile, ma forzatamente semplificato e ridotto all’osso. La verità è che per tutto il romanzo non riesci a capire dove ti stia portando l’autore. Ci sono scimmie parlanti, grosse corporation farmaceutiche, università arriviste, furti di proprietà corporali a fini di studio/lucro (ossa, sangue e simili), pappagalli parlanti (con costrutti sintattici, si intende), invecchiamenti precoci, fughe da “cacciatori di taglie cellulari” e così via. Per farla breve: un gran casino.

Una volta terminato Next – che paraltro è lungo ben 480 pagine – hai chiaro cosa intendesse fare Crichton (cioè denunciare la selvaggia brevettazione dei geni) tuttavia ti resta davvero poco dall’esperienza come lettore. La parte più interessante del libro sono le note in coda, nelle quali lo scrittore spiega quale sia la situazione, perlomeno negli USA, riguardo al commercio e alla detenzione dei diritti sui geni e sulle cellule umane. Un argomento poco noto per chi non sia americano e ancor meno per i non addetti al settore, ma che in realtà ci riguarda tutti. E non stiamo nemmeno parlando di brevetti sui vaccini, di quelli ormai qualcosa ne sappiamo, ma di brevetti su parti del DNA. Crichton fa un paragone molto comprensibile: è come se stessero brevettando una parte del corpo umano, ad esempio il naso (quindi qualcosa di presente in natura, non un prodotto dell’uomo), e poi ti costringessero a pagare dei diritti per tutto ciò che lo riguardi (indossare occhiali, annusare un piatto di lasagne…). Ovviamente brevettare un gene implica un successivo blocco della ricerca, poiché troppo dispendiosa in diritti. Non mi addentro oltre, non mi pare il periodo storico adatto, che poi rischiamo che arrivino a commentare le scimmie urlatrici anziché quelle parlanti…

Mi è piaciuto Next? Nì. È molto buona l’intenzione, ma la storia è davvero troppo dispersiva. Crichton scrive così bene da riuscire comunque a fartela leggere, poiché le singole sottotrame risultano scorrevoli e interessanti. Tuttavia, se non hai mai letto nulla di questo autore, NON COMINCIARE DA NEXT.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“L’apprendista di Goya” di Sara Di Furia

Arrivo decisamente in ritardo su L’apprendista di Goya (2019), avevo in programma di leggerlo da parecchio tempo ma – tra una pandemia e l’altra – ho rimandato a lungo. Un po’ perché desideravo procurarmi il libro a una delle presentazioni dell’autrice (che nel frattempo ho avuto il piacere di conoscere) e di presentazioni, nel 2020, non è che se ne potessero fare tante, un po’ perché l’arte pittorica è da sempre, per me, un argomento abbastanza ostico (un modo ben costruito per dire che sono una capra).
Alla fine, comunque, ho approfittato del Salone del Libro di Torino (dietro l’angolo… perché cercare a Brescia il libro di una scrittrice bresciana?) e sono riuscito ad averlo con tanto di dedica. Peraltro della Di Furia ti avevo già parlato de La regina rossa, romanzo storico-gotico di atmosfera Edgarallanpoiana (no, non il rapace, il maestro dell’horror).

L’apprendista di Goya si colloca ancora nel genere romanzo storico – meglio, thriller-storico – ma questa volta la trama non ha nulla a che vedere con il soprannaturale. A fare gli “onori di casa” sono omicidi, sangue, arte, sangue, intrighi e… sangue. Non troppo eh, non è un romanzo splatter, chiariamoci, ma quanto basta per tenere alta la tensione e il livello percepito di pericolo.

1791, Madrid. Il giovane Manuèl Alvèra si trasferisce dal colorificio di famiglia allo studio del pittore Francisco Goya, con l’incarico di occuparsi della produzione dei colori per il noto artista. In cambio, Goya si impegna a prepararlo per l’esame di ammissione alla Real Accademia di San Fernando. Mentre tra i due si instaura un complesso rapporto maestro-discepolo (reso difficile dal carattere instabile di Goya), a Madrid scorrazza libero e felice un misterioso serial killer, el diablo, che prende di mira solo gli artisti – diciamo – “birboni” (cioè quelli che dipingono le cose sconce, fregandosene dell’Inquisizione). Manuèl comincia a sospettare di tutti, a partire dal proprio maestro. Mi fermo.

Tutta la storia è narrata in prima persona da Manuèl e questo ti butta direttamente dentro lo studio di Goya. Sei lì anche tu, a creare i colori insieme al protagonista, a cercare di capire chi sia l’assassino, a tremare per quello che penserà il maestro di te. Se ciò non fosse sufficiente a coinvolgerti, c’è persino un po’ di erotismo qua e là, che non guasta mai (lo diceva pure Bukowski, ma non so se vale, come fonte).
Per scrivere questo romanzo deve essersi reso necessario un grande lavoro di ricerca, in diversi campi. Oltre a quello più evidente, cioè quello storico, vi è poi tutta l’attenzione dedicata alla composizione dei colori, alla descrizione dei pigmenti, e tutto ciò che riguarda la pratica della pittura.

Nonostante la mia scarsa conoscenza artistica (casomai non si fosse capito), questo romanzo mi ha coinvolto molto, tanto che ho terminato in soli due giorni le sue 300 pagine. Ti dirò di più: ho addirittura cercato Goya su Wikipedia, per fare un breve ripasso della sua vita e delle opere. Ora, questo per te potrebbe non significare niente, ma ti assicuro che è un evento veramente straordinario.
Te l’avevo già promesso dopo aver letto La regina rossa (poi è andata diversamente), ma te lo ripeto: recupererò anche Jack.

“Tre di nessuno” di Davide Camparsi

Tre di nessuno è un romanzo breve (o racconto lungo, se preferisci) di Davide Camparsi, scrittore veronese del quale ti avevo già parlato a proposito della bella raccolta di racconti fantastici Tra cielo e terra (una delle antologie monografiche curate dall’associazione culturale RiLL). Anche in questa opera, ho ritrovato tutte quelle caratteristiche che mi erano piaciute nei racconti di Camparsi, sebbene il genere di riferimento non sia più la fantascienza ma il crime (rurale padano, aggiungerei).

Non posso raccontarti molto della trama, altrimenti rischio davvero di svelare troppo…
In un paesino nebbioso del nord Italia si incrociano le vite di tre grotteschi personaggi in cerca di riscatto sociale. Sono Lacarla (sì, tutto attaccato), aiutante focosa del prete che si è giocata i fondi della parrocchia alle “macchinette”; Duncan, una sorta di piccolo boss locale che ambisce alle politiche comunali; e (Super) Mario, meccanico a tempo pieno e saltuario leone “da bar” (stessa specie di quello “da tastiera” ma con habitat differente) che aspira al ruolo di supereroe. I tre (di nessuno, appunto) finiranno per scontrarsi, sotto lo sguardo innocente di Cippirì, una bambino con evidenti disturbi cognitivi (l’unico personaggio positivo della storia).

Non è difficile immaginare Lacarla perdere tutto al video poker – imprecando perché non esce mai l’ultima fragola – così come non lo è riconoscere in Duncan (ovviamente un soprannome di paese, alla Cisco o Balota) un qualunque delinquentello di periferia che sia riuscito a fare un minimo di “carriera” senza farsi arrestare. Ancora meno, distinguere Mario da uno qualsiasi di quei personaggi (con un bicchiere di vino come protesi perenne) che cercano il consenso in qualche bettola, declamando banalità come fossero assiomi incontestabili. Camparsi (che peraltro – ‘sti cazzi => con accezione nordica, cioè wow! – quest’anno ha vinto anche il Premio Robot) te li serve già cotti con grande abilità, te li fa capire subito e tu, altrettanto subito, li disprezzi buttando loro adosso il disgusto accumulato osservando per anni i loro simili.

Come dicevo, i tre sono grotteschi, e non vedi l’ora che cadano, che crollino, che abbiano quello che si meritano. Sono grotteschi anche (e soprattutto) nelle loro ambizioni, pallide imitazioni di ruoli troppo alti e irraggiungibili. Il “supereroe” Mario è bloccato nei primi dieci minuti di un qualsiasi film di genere, quando ancora il protagonista si traveste con gli stracci e sbatte la testa contro i muri. Duncan è un Tony Montana dei poveri, che ha autorità solo su dei patetici derelitti allo sbando. Lacarla insegue la fortuna – ma continua a non beccare la fragola – e si dichiara vincente, ma lo fa imitando i tristi gesti scaramantici dei perdenti che incrocia sul suo cammino. E, alla fine, l’unico che ottiene ciò che vuole è proprio il lettore, che soddisfa il suo crudele e spietato bisogno di giustizia sociale.
Mi fermo qui, altrimenti spoilero.

Ho divorato le 128 pagine di Tre di nessuno in un paio d’ore. Sono contento, ti avevo detto che avrei letto più autori italiani quest’anno e, per ora, mi sta andando molto bene.

“Mussolini in Giappone” di Angelo Paratico

Esiste una lunghissima lista di nomi di personaggi famosi deceduti che in realtà NON sarebbero morti. Nella cultura pop, per forza di cose, questi presunti zombie sono molto conosciuti: Elvis (che vivrebbe a Buenos Aires), Jim Morrison (avvistato in… Molise!), Moana Pozzi (in India), Michael Jackson (recentemente apparso sullo sfondo di un selfie della figlia Paris) e via dicendo. Meno noti, sono gli zombie che appartengono al mondo della storia e della politica. Credo che ciò sia facilmente comprensibile: tutti desidereremmo risentire Freddie (tornato in incognito nella natia Zanzibar) che canta Bohemian Rhapsody, ma in quanti vorremmo riascoltare l’ennesimo discorso del politico di turno, fosse anche JFK in persona? Pochi, credo. Certo, probabilmente perché di politica ne abbiamo le palle piene (oggi più che mai), ma forse anche perché l’arte è senza tempo, mentre le personalità della “storia” (dittatori e politicanti vari) rimangono fortemente ancorate al loro periodo, a sbiadire nelle foto dei libri di scuola. Tuttavia, per gli appassionati del genere, una lista di questo tipo esiste. È meno romantica e più legata all’eterna ossessione del gomblotto (mito sempre attuale) e comprende, tra gli altri, Napoleone, Hitler e, ovviamente, Mussolini.

La morte di Mussolini, in particolare, è sempre stata avvolta da un certo alone di mistero. Le varianti sul luogo del decesso, e i dubbi sul reale esecutore che avrebbe sparato al Duce, si sprecano (fatti una googlata), fino ad arrivare alla consueta conclusione: Mussolini in verità non sarebbe morto (e forse è a Memphis a dar sfoggio del suo straordinario movimento pelvico).

Scherzi a parte, è in questo filone che si inserisce Mussolini in Giappone, il nuovo romanzo di Angelo Paratico. Cosa sarebbe successo se… Mussolini fosse scappato su un sommergibile diretto in Giappone?
E qui tu mi dirai: questa cosa mi ricorda tanto La svastica sul Sole di Dick (romanzo distopico per eccellenza se si parla di una realtà alternativa nella quale fascismo e nazismo non siano stati sconfitti). Invece no, perché l’autore non è caduto in questo tranello e ha creato qualcosa di nuovo. Mussolini fugge, sì, ma a questo punto Paratico si dedica meno agli eventi storici e più all’uomo, al padre, all’amante. Si dedica più a Benito, che al Duce. È una distopia emotiva, più che storica.

Mussolini si mette in salvo grazie all’utilizzo di un sosia, che viene fucilato al suo posto. Un vero e proprio doppelgänger (o kagemusha, in Giapponese) sacrificale, che muore a fianco della Petacci, fiero di regalare in questo modo un’altra occasione al Duce. Ma chi si sdoppia davvero, nella narrazione, è proprio Mussolini. Non più un uomo forte e dallo spirito tenace, quanto un essere pieno di rimpianti e di dubbi, al quale manca la famiglia e che si condanna per l’alleanza con quel “pazzo” di Hitler. Per dirla in poche parole: si sdoppia e diventa una versione migliore di sé stesso (o, semplicemente, cessa di essere Mussolini…). Arrivato in Giappone, al suo servizio viene messa una geisha, Aya. Con questo stratagemma, Paratico ha modo di mostrarti anche un inedito Mussolini “in amore”, dolce e romantico.

La ricostruzione storica è molto curata e rende la lettura interessante senza mai scadere nel temutissimo infodump. Questo romanzo si legge davvero velocemente, io l’ho terminato in un paio di giorni.
C’è solo una cosa che mi domando, alla fine. Se Mussolini fosse stato davvero così riflessivo e pieno di dubbi, se avesse davvero disprezzato Hitler, se fosse stato umano come il protagonista del romanzo… sarei qui a parlarti di questo libro o ci troveremmo in un paradosso storico-politico-emotivo?

Libri che ho letto di Angelo Paratico:
Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava (2018)
La settima fata (2019)
Una feroce compassione (2020)
Mussolini in Giappone (2021)

“Billy Summers” di Stephen King

Billy Summers è un sicario, un cecchino esperto che si è fatto le ossa a Falluja. Viene ingaggiato per uccidere un uomo (un uomo cattivo, poiché altrimenti Billy non accetterebbe l’incarico) che deve testimoniare durante un processo. È un lavoro lungo e ben retribuito, l’ultimo. Billy deve trasferirsi in un paesino sotto falsa identità e aspettare il momento giusto, che potrebbe arrivare dopo diversi mesi. Ma Billy sente puzza di bruciato e così si costruisce anche un’altra identità, a pochi chilometri di distanza, come via di fuga in caso il mandante dell’omicidio decida di fargli la pelle. E intanto comincia a scrivere un romanzo autobiografico, nel quale racconta gli orrori della guerra, e della vita. Quando tutto andrà per il verso sbagliato, come lui aveva pronosticato, Billy troverà un’inaspettata spalla sulla quale poter contare, una vera e propria redenzione su due piedi.
Mi fermo.

Cos’è Billy Summers? È difficile dirlo, e questo è uno dei motivi per i quali l’ho adorato. In un settore nel quale sembra che si debba incasellare tutto in un genere definito, King tira fuori un romanzo che i generi li attraversa tutti. È di certo un romanzo di formazione, ma è anche una revenge story. È un romanzo di guerra (le pagine scritte da Billy, ambientate in Iraq, hanno un carattere tipografico e uno stile diverso), ma anche un racconto di azione pura, con risvolti gangster. È, a tratti, una storia on the road. E come lasciare fuori gli accenni al soprannaturale, all’Overlook Hotel di Shining, che, seppure restando marginali rispetto alla trama, lasciano una porta aperta sull’insondabile. Per finire, è un fantastico inno al piacere della scrittura, un’analisi (o forse auto-analisi) sulla medicina (o forse droga) della creatività come via di fuga.

Come ti dico sempre, con Stephen King io ritorno a casa. È vero, ci ho messo un po’ a leggere le quasi 550 pagine di questo tomo, ma è stato un periodo complicato, pieno di cose da fare. Se ne avessi avuto il tempo, avrei finito Billy Summers in due giorni anziché in dieci. Ma in questi dieci giorni – questa è una cosa che mi accade solo con il Re – la mia testa era sempre in due posti contemporaneamente. Una parte di me sbrogliava i casini del lavoro, l’altra era sempre in una villetta, o in un interrato, o su un’auto, o tra le montagne (a casa del vecchio Bucky).
L’altra era Billy Summers.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)

“Oceano” di Francesco Vidotto

Ho appena finito di leggere Oceano e la prima sensazione che ho provato è stata il rimpianto. Dovevo aspettarmelo, considerato quanto mi era piaciuto Fabro, non poteva che essere così. Ma ora ti spiego il perché del rimpianto, un attimo.

Sono stato al Salone del libro di Torino (ahimè di sabato, quando c’è più casino) e, ovviamente, ho fatto la spesa (un buon venti chili di libri).
Apro un piccolo inciso.
Ho acquistato solo da quegli editori che proponevano offerte dedicate alla fiera. Non ho mai capito perché si dovrebbe pagare un biglietto di ingresso per poi pagare la merce a prezzo pieno (che, in fin dei conti, significa a un prezzo più alto rispetto all’acquisto sui vari siti online). Edizioni Minerva era uno degli editori che applicavano degli sconti, e qui chiudo l’inciso e arrivo al mio rimpianto.
Di Francesco Vidotto, al Salone, ho comprato solo Oceano e Siro, lasciando lì (nel tentativo di contenere l’emorragia monetaria) Il selvaggio e Zoe.
È stato un errore.

Oceano racconta la storia di un uomo, quasi centenario, che fa visita a Vidotto (in più riprese) e gli racconta la propria vita, chiedendogli di scriverne un libro. Gli incontri si susseguono e la trama della vita di Oceano (perché è questo il nome dell’uomo) prende forma, come l’amicizia tra l’anziano e lo scrittore. Oceano ha affrontato la guerra, le difficoltà e l’amore, sempre con grande coraggio e umiltà. Ha una moglie, Italia, e un figlio che, però, non si vede mai… mi fermo.

Così come accadrà in Fabro (che è successivo), anche in Oceano Vidotto descrive la vita del protagonista con uno stile che definirei poetico. In poche pagine lo scrittore condensa tutti gli eventi che contano – quelli che hanno un vero significato – e te li propone con la forza di un pugno nello stomaco. Non perché siano particolarmente violenti (spesso non lo sono), ma perché, terminato il romanzo, sei costretto a riflettere sulla vita (l’Universo e tutto quanto, aggiungerei).
Terminato il romanzo, tu sei Oceano. Tu tiri le somme e cerchi di capire cosa hai fatto, cosa non hai fatto e cosa avresti dovuto fare. Come Oceano, che non ha mai visto il mare e che cerca, per quello che può, di recuperare.

P.S. Ci risentiamo a breve. Di certo con Siro, ma anche con tutto il resto dei “venti chili”. Son riuscito a trovare la Trilogia della frontiera di McCarthy (grazie a Libraccio) e tanto altro. E poi, lo sai, ieri è uscito Billy Summers