“La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro

Guillermo del Toro è uno di quei pochi registi, come Burton o Carpenter, la cui estetica è fortemente riconoscibile. E già questo secondo me è un forte punto positivo. Se ti trovi all’improvviso di fronte allo schermo ti viene da dire la classica frase: «Ah, ma questo film è di..». La forma dell’acqua non fa eccezione, è 100% del Toro.

La trama è molto semplice.
Durante la Guerra Fredda una creatura ibrida viene catturata dal perfido governo degli Stati Uniti (impersonato da Michael Shannon) e tenuta rinchiusa in laboratorio per carpirne ogni segreto, ovviamente per trarne vantaggio nei confronti dei Russi. Elisa, inserviente muta, si innamora del “mostro” e, aiutata dal vicino di casa gay (Richard Jenkins) e da un’altra inserviente di colore (afroamerinda, afromaericana, nera.. non ricordo oggi quale sia il termine politicamente corretto di moda) cerca di liberarla prima dell’inevitabile soppressione. Mi fermo qui, se no in una riga arriviamo alla conclusione.

Come dicevo, la parte migliore del film è l’estetica, la ricostruzione in toni cupi degli anni sessanta e il richiamo alle creature dei classici b-movie in stile Il mostro della palude. Unito a questa una commistione, talvolta spiazzante, di generi. Si passa dal film sentimentale al musical, ma si viene anche sorpresi da scene tipicamente splatter, come quando la creatura mangia la testa del gatto del vicino di casa, o dal continuo tormento dato al cattivone di turno dal due dita che gli stanno andando in putrefazione (non si contano le volte in cui si staccano/riattacano/secernono liquidi).

È sicuramente un bel film, tuttavia non penso lo riguarderò. Spulciando online vedo che è giudicato addirittura migliore de Il labirinto del fauno. Io non credo. La storia non mi ha coinvolto troppo, in realtà succede molto poco ed è tutto abbastanza stereotipato, anche se forse negli USA degli anni sessanta lo era davvero.

Purtroppo nel cinema di questi ultimi anni c’è questa nuova ondata morale per cui, se parli di minoranze, il film parte già con due punti di vantaggio. Credo sia proprio questo il caso. Mi spiego. Pensando ai gay ad esempio, mi vengono in mente film più datati come Dallas Buyers Club o Philadelphia (o American History X per il tema del razzismo, ecc.), impegnati in modo più consistente che forse avevano anche un pubblico più pronto ad impegnarsi intellettualmente. Ecco, quando vedo La forma dell’acqua, trovo gli stessi temi ma affrontati con l’impegno di un post color arcobaleno su un social. La fruibilità istantanea, l’importanza di cambiare un vocabolo, ritenuto oltraggioso, prima di cambiare un’idea. Molta voglia di mostrare, poca di pensare. Insomma, la società dell’apparenza, miglior nemica di se stessa.

Detto questo, ripeto, il film è bello e ti consiglio di vederlo, ma non andare al cinema troppo carico di aspettative, perché resteresti deluso.

“La casa del sonno” di Jonathan Coe

Premessa.
In ogni libreria in cui entravo, prima o dopo, mi imbattevo in La banda dei brocchi di Coe. Avendo io una passione per tutto quello che riguarda la letteratura adolescenziale, o giù di lì (vedi lo stupendo Vite pericolose di bravi ragazzi), questo titolo, con il tempo, ha iniziato a incuriosirmi. Tuttavia ho scoperto che fa parte di una sorta di trilogia e ho quindi mollato in favore di La casa del sonno, ritenuto peraltro da molti il miglior romanzo di Coe.
Fine premessa.

La casa del sonno racconta la storia dello stesso gruppo di personaggi in due periodi temporali diversi. Quello che accomuna persone ed eventi è una clinica del sonno, dove i protagonisti si trovano prima come studenti e dopo qualche anno come pazienti/dottori. Il titolo del romanzo prende il nome da un libro che viene citato più volte da alcuni dei personaggi.

Ok, finita la parte positiva.

Non ci giro attorno. La casa del sonno è noioso, privo di qualsiasi interesse, campato per aria, inutile. È in assoluto uno dei romanzi più brutti che abbia mai letto. Ho dovuto stabilire una tabellina di marcia per leggere almeno 20 pagine al giorno e riuscire a levarmelo dai “piedi” il prima possibile. Hai presente il totale disinteresse? Ecco. Roba che se, mentre stai leggendo, suona l’orologio a cucù ti fermi a guardare il passero che fa capolino dodici volte perché è più coinvolgente. Non sono mai stato così poco propenso a girare pagina.
Non so cosa ci trovino molti in Coe, io non ci ho trovato nulla. Certo, ha un lessico un po’ più forbito della media (o forse è il traduttore), ma manca tutto il resto, la sostanza. Quando leggo romanzi “ben scritti” che non mi comunicano nulla mi viene sempre il sospetto che il successo sia dovuto a molti lettori medi che desiderino sentirsi “eruditi”.
Questo è un caso da manuale.

Ah, e non è la tematica, non sono chiuso o prevenuto su certi argomenti, tutt’altro. Non posso dire nulla per non spoilerare ma, rimanendo in tema, Invisible monsters di Palahniuk è uno stracazzo di romanzo cazzuto, questo no.

Mai più Jonathan Coe.

“Macerie prime” di Zerocalcare

Sì, lo so che non è un libro e che di solito qui scrivo di libri. So anche che questa pagina del blog si chiama “recensioni libri”. Vedila così: se mi capiteranno sottomano altri fumetti aprirò una pagina apposita. E poi questo Zerocalcare nelle sue opere scrive un sacco, cioè, è bello denso, quindi la lettura non è proprio quella classica veloce da fumetto.

Insomma, come spesso accade, ero al mercatino dell’usato e mi è capitato questo Macerie prime sotto il naso a 5 pleuri. Di Zerocalcare, alias Michele Rech, avevo letto ogni tanto solo le strisce online che girano sui social, facendomi effettivamente qualche risata. L’ho però sempre un po’ snobbato, perché piace a tutti e io sono un bastian contrario di default, e la cultura di massa la reggo generalmente poco. Tuttavia…

Tuttavia è stato divertente, mi ha piacevolmente stupito. In questo volume l’autore affronta i suoi problemi del dopo-notorietà, ossia quello che si potrebbe definire il lato oscuro del successo (e no, non è quello di sesso, alcool e droga: mica è Axl o Morrison..). Quindi il superlavoro, il non volersi allontanare dalle proprie radici, il rapporto con gli amici di sempre e quello con chi gli chiede costantemente comparse, prese di posizione, ecc. E devo dire che fa una bella impressione, perché affronta i problemi che avrebbe chiunque in modo ironico e trasparente, ma anche molto condivisibile se si ha una coscienza pulita, come pare essere la sua (che di coscienze, in forma coomics, ne ha qualche migliaio).

Ho poi scoperto che questo è il primo di due volumi (azz), adesso quindi mi toccherà recuperare anche il secondo, quando uscirà a maggio.
Insomma, nonostante il linguaggio in romanaccio, mi è piaciuto.

“Furore” di John Steinbeck

Durante la Grande Depressione americana degli anni ’30 una grande moltitudine di contadini e mezzadri perse il lavoro, e la terra, per l’impossibilità di essere competitivi sul nuovo mercato che si stava affermando: quello dei grandi profitti, delle bance, delle colossali aziende e dei trattori. Furore racconta la storia della famiglia Joad che, come molte altre, emigra dall’Oklahoma verso l’ovest, con il sogno di trovare il lavoro, idealisticamente raporesentato dalla California. Ed è così che la California, terra di profitti, si trovia invasa dagli Okies (termine dispregiativo per chi viene dall’est, non solo dall’Oklahoma) e li sfrutta a proprio vantaggio, riducendo le paghe al minimo in-sostenibile, creando campi-lager di lavoro e sfruttamento.

Furore può essere diviso in tre atti:
1° – Il fallimento.
I Joad perdono la loro terra e sono costretti alla fame. In questa prima parte Steinbeck presenta i molti personaggi. Il più noto è Tom Joad (sì, è proprio lo stesso della canzone del Boss, che ti posto a fine recensione), figlio di padre omonimo.
2° – Il viaggio.
I Joad attraversano l’America sulla Route 66 con un furgone scassatissimo (anche qui vi è una speculazione economica sui mezzi di trasporto per i bisognosi) guadagnando ogni chilometro con pochi dollari e tanto sudore. Un viaggio della speranza, come lo chiameremmo oggi, anche se a mio parere le situazioni sono molto diverse.
3° – Lo scontro con la realtà.
I Joad arrivano in California e devono fare i conti con quello che li attende, un futuro di miseria e povertà, lavoro precario e mal-non-pagato, violenza e sopprusi.

Furore è tutto qui. È un romanzo che necessita di rispetto, come puoi notare dalla mia inconsueta recensione classica, comprensiva di trama. Steinbeck ti porta direttamente in viaggio con i Joad, sei l’ennesimo passeggero del loro catorcio ambulante. All’inizio non è stato facile, lo stile è molto lento e descrittivo e se devo essere sincero dopo 50 pagine mi sono chiesto se sarei riuscito a leggerne altre 600.. poi però qualcosa cambia. Ti entra dentro. Quando sei a metà hai già capito perché è considerato uno dei grandi romanzi americani e non hai più dubbi che lo sia.

Ho letto molto riguardo a questo romanzo e alle sue similutidini con la storia recente contemporanea. Mi trovo d’accordo solo in parte. Furore è una critica aperta all’economia del profitto che, oggi come allora, governa il nostro mondo in molte forme diverse (non c’è ebbastanza tempo, qui, per analizzarle). Il mondo fa schifo, e questo è un dato di fatto inconfutabile.
I Joad, però, sono rappresentanti di una dignità perduta, un popolo che pur di non rubare morirebbe di fame. E che, se proprio fosse costretto a rubare, lo farebbe per un tozzo di pane, una patata, non per avere uno smartphone o una BMW. Solo il male necessario, nessuna violenza gratuita. E mi fermo qui.

Per questa edizione, dopo la brutta esperienza con I pascoli del cielo tradotto da Vittorini, ho scelto la nuova traduzione di Perroni. Incredibile ci siano voluti tanti anni per dare una traduzione decente a un capolavoro del genere.

Come promesso, ora, ecco Bruce Springsteen che ti spiega come stanno le cose, meglio di quanto sappia fare io:

(Nel momento in cui inserisco il video del Boss, prima di poter sentire la canzone, devo sorbirmi la pubblicità di un album di uno degli “artisti” di Amici di Maria De Filippi. Ti giuro che mi stanno sanguinando i testicoli.)

“La teoria del tutto” di Stephen W. Hawking

Di Hawking avevo già letto anni fa Dal Big Bang ai buchi neri, e mi era piaciuto molto. La teoria del tutto è probabilmente meno complesso dal punto di vista dei contenuti, almeno per quanto mi ricordi dell’altro libro, ma non per questo meno interessante.

Ora non starò a descriverti in modo approfondito di cosa parla, non ne sono in grado. Si passa dal concetto di tempo e di spazio alla formazione dell’Universo, si esplorano i buchi neri e le varie leggi fisiche cui sono legati. L’intenzione è quella di introdurre, appunto, la teoria del tutto che, se imbroccata, ci permetterebbe di conoscere l’intero funzionamento del.. tutto. Fine, stop, non ci provo nemmeno ad andare oltre.

La grandiosità di Hawking sta nel farti capire cose estremamente complesse in modo semplice. Mentre leggi continui a pensare: ok, ci sono, ci sono ancora, fino a qui ho capito, ok, ok, ecc.. Tuttavia, come evidente poche righe sopra, provare a riproporre ciò che il tuo intelletto ha appena sfiorato diventa impossibile. È però una lettura obbligatoria, almeno per conoscere gli studi più recenti in un campo, quello della cosmologia, che difficilmente incontreresti nella vita di tutti i giorni.

La cosa per me più evidente è che proprio la cosmologia (e l’esplorazione dello Spazio in generale) sia forse uno dei settori, insieme a quello della scienza medica, in cui bisognerebbe investire molto di più, se non tutto il possibile. Perché la vera domanda è da dove veniamo? e non come finirà il campionato quest’anno? Ma è un concetto difficile da capire per i più, ed è per questo che al mondo ci sono pochissimi Hawking e miliardi di idioti.

Un altro punto fondamentale è quello della questione metafisica, di Dio, per capirci. Hawking pian piano lo sposta sempre più in disparte e lo relega in un confine sempre più piccolo, facendo intuire quanto non sia in realtà necessaria la sua “eventuale” presenza. E lo fa con competenza e razionalità, non con un discorso da bar tra un prete e un menefreghista. È scienza pura al 100%.
In poche parole ti fa venire voglia di evolverti: il tempo in cui non ci si spiegava da dove venisse il fulmine, o il terremoto, è passato da un bel pezzo.

“Papillon” di Henri Charrière

La storia di Papillon è nota soprattutto per il film omonimo del 1973 con Steve McQueen e Dustin Hoffman. Il romanzo è l’autobiografia dello stesso Henri “Papi” Charrière, arrestato nel 1931 in Francia per un omicidio (che lui dichiara di non aver commesso) e condannato ai lavori forzati a vita nella Guyana francese. Durante la sua detenzione, di tredici anni, tenta di evadere per nove volte, diventando il simbolo vivente della ricerca della libertà ad ogni costo.

Prima di dirti cosa penso di questo libro faccio una scelta di fede, cioè prendo per vero tutto quanto sia stato scritto da Charrière. Sono molti quelli che accusano “Papi” di aver mentito su vari aspetti della sua storia, da chi parla di un racconto molto romanzato, a chi lo accusa di aver messo insieme storie di terzi in un unico romanzo. Ecco, io per scelta me ne sbatto.

Non avevo il minimo sospetto che Papillon fosse uno stracazzissimo libro cazzuto come quello che ho scoperto essere. Io ho vissuto con Charrière per 650 pagine, ci sono stato in ogni sua fuga, in ogni avventura. Posso dirti che il film, pur essendo sicuramente molto bello, rappresenta un 30% della storia ed è estremamente semplificato, addirittura si conclude 150 pagine prima della fine del libro. Se non l’hai ancora letto, fallo! FALLO!

Per prima cosa lo stile. Terminata la lettura ti senti come se avessi ascoltato un racconto orale. Tutta la storia è narrata da Papillon (il suo soprannome deriva da una farfalla tatuata sul petto) al tempo presente e in prima persona. Una scelta che accorcia la distanza con il lettore, anzi, l’annulla. Sei in ogni pensiero del protagonista, mangi insieme a lui i millepiedi e gli scarafaggi quando sei rinchiuso in isolamento e rischi di morire di fame.

Papillon è rispettato da tutti, dai criminali ma anche dalle guardie, e da tutte le persone che incontra nelle sue traversie. E questo perché è un persona integra, con dei principi e dei valori. È il solo bianco ad essere accettato nel villaggio degli indios, dove trova pace (e due mogli) per sei mesi durante una delle sue fughe. È anche una marinaio eccellente e per questo è ammirato da chi lo incontra per mare, quando attraversa con una bagnarola 2500 chilometri di oceano.

Leggilo anche solo per conoscere le condizioni disumane in cui venivano detenuti i prigionieri nel bagno penale francese, a largo delle coste dell’America del Sud. Diritti umani talmente calpestati che gli evasi, nelle loro fughe, potevano contare sull’appoggio degli altri stati, come farà poi alla fine Papillon con il Venezuela, chiedendo asilo ed aiuto che spesso non veniva negato. Leggilo per la forza di volontà di Charrière che, sempre e comunque, pensava solo ed esclusivamente ad evadere, in qualunque momento e ovunque si trovasse (le isole sono solo una parte del racconto, Papillon “visita” anche altre strutture detentive).

Charrière ha scritto anche un altro libro, Banco, che parla della sua vita da uomo libero successivamente al 1945. A quanto ho capito non è all’altezza di Papillon, ma conto comunque di leggerlo. (Tutto questo fervore mi ha fatto venire voglia di leggere anche Il conte di Montecristo di Dumas, lo metto nei piani per il 2018.)

Avrei così tanto ancora da dire su questo romanzo. Non ti ho parlato dei bossoli anali contenenti denaro, o degli omicidi d’onore, della corruzione delle guardie, dei commerci tollerati nelle isole, della pesca e dei pescecani mangiauomini. Di perle recuperate sul fondo dell’oceano e delle foglie di coca masticate per avere più energia.
Non ti ho parlato di tante cose, perché questo cazzo di libro te lo devi leggere, non c’è altro modo.

“Fiesta” di Ernest Hemingway

La recensione de Il vecchio e il mare è stato il primo articolo che ho scritto su questo blog. Un romanzo talmente bello che è impossibile non parlarne, uno dei miei libri preferiti in assoluto insieme a Il giovane Holden di Salinger e a Il gabbiano Jonathan Livingston di Bach. Poi di Hemingway non avevo più letto nulla. Non so perché. Fino, appunto, a Fiesta (o Il sole sorgerà ancora).

Fiesta racconta le vicende di un gruppo di espatriati americani/britannici in viaggio negli anni ’20 tra la Francia e la Spagna, in particolare tra Parigi e Pamplona. Giovani che hanno tutto e possono pensare solo a divertirsi tra alcol, bar e corride (la fiesta è infatti quella dell’encierro di Pamplona). Pochi personaggi molto caratterizzati. Il narratore è Jake, reso impotente da una ferita di guerra, poi c’è Brett, quella che potremmo definire senza problemi una puttanella immatura, Cohn, l’ebreo odiato da tutti in apparenza perché è ebreo ma in realtà perché è riuscito a trombarsi Brett, e ancora Mike, Bill e il torero Pedro Romero, di cui Brett si innamorerà (ma giusto per il tempo di mollarla anche a lui). Tra sbronze e scazzottate il gruppo si trova e si divide in un’atmosfera di apparente gioia che nasconde la mancanza di qualsiasi obiettivo. Tutti innamorati di Brett, che si confida solo con Jake, impotente, che non potrà mai averla ma la ama alla follia.

Che romanzo. Difficile. Da inquadrare. Fino a pagina 100 ho pensato “che pacco, un libro inutile senza nessuno scopo, senza attrattive, fatto di dialoghi insensati”. Poi ho cominciato a vedere anche io i tori. Non saprei spiegarlo diversamente. Ho cominciato a percepire la tristezza di fondo del superficiale divertimento dei protagonisti, come se fosse stata costruita piano piano per saltare fuori, da un momento all’altro, all’insaputa del lettore. Ho odiato Brett, desiderata da tutti i personaggi del libro, perché è quella gatta morta insipida che rovina le amicizie, ed è terribilmente vera. Cazzo, ci sono, esistono e sono fatte così! Superficiali eau de passerina. E, certo, con Jake avrebbe funzionato se lui non fosse stato impotente… ma chi ci crede?

Probabilmente non ricorderò Fiesta per sempre, anzi, mi aspettavo di più dall’Hemingway de Il vecchio e il mare, ma mi è comunque piaciuto, in un certo modo. Voglio leggere altri suoi romanzi, ma non so proprio da che parte cominciare.
È una grave lacuna che sento, però, di dover colmare.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh

Ultimamente non vado spesso al cinema e quando ci vado i film non li scelgo io, ecco il motivo per cui scrivo poco. Spesso, infatti, quello che vedo è così insignificante e dimenticabile da non valere nemmeno la pena di riportarti quello che penso a riguardo.

Fatta questa premessa te ne faccio un’altra: non ho visto il precedente film, tratto dal romanzo omonimo del 1934, e non ho mai letto un libro di Agatha Christie (rimedierò). Di conseguenza ho visto Assassinio sull’Orient Express senza alcun pregiudizio e anche senza aver alcuna idea di come sarebbe andata a finire la storia.

La trama è semplice e nota: durante un viaggio sul famoso treno un mercante d’arte di dubbia fama (un Johnny Depp sempre più bolso) muore accoltellato. Sono sospettati tutti i passeggeri. Poirot (Kenneth Branagh), sul treno per caso, indaga.

Ora, al di là del cast stellare, tra cui Kenneth Branagh e Johnny Depp, appunto, e poi Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Michelle Pfeiffer, si tratta di un giallo abbastanza classico. Il tipico di giallo che mi fa pensare a Cluedo, il gioco. C’è l’arma del delitto, l’uomo morto, i sospetti, gli indizi, ecc. E, come forse saprai già i, gialli non mi entusiasmano troppo (escluso il grande Sherlock Holmes di Doyle).

È un bel film, godibile e che intrattiene, non ci si annoia sicuramente. Ma tra un mese l’avrò dimenticato, questa è la realtà dei fatti. Vale la pena andare al cinema a spendere dieci euro per vederlo? Secondo me no. Però si tratta di un’opinione al 100% soggettiva, credo che un amante del genere la penserebbe diversamente.
A me piacciono quei film che c’è gusto a rivederli diverse volte per apprezzarli sempre di più, indipendentemente dalla trama. Questo, invece, una volta conosciuta la soluzione del caso, non ha più alcun motivo di essere visto.

“La casa d’inferno” di Richard Matheson

L’avevo anticipato nella recensione di Io sono Helen Driscoll e così è stato: ho trovato e letto La casa d’inferno. Sono riuscito, peraltro, a recuperare la prima edizione Rizzoli del ’74, che ha anche un piccolo valore collezionistico.
Forse questo titolo è più sconosciuto rispetto agli altri dello scrittore/sceneggiatore, ma non certo meno coinvolgente. Ne è stato tratto anche un film, Dopo la vita di John Hough, ma non l’ho ancora visto.
Nemmeno questa volta,in ogni caso, Matheson mi ha deluso.

La trama è classica, ed è la sua forza. Quattro persone si recano in una casa “notoriamente” infestata, su commissione del riccone di turno, per scoprire se esista o meno la vita dopo la morte tramite l’utilizzo di diversi tipi di indagine. C’è infatti uno scienziato, con la moglie, una medium “mentale” e un medium “fisico”, unico sopravvissuto da una precedente spedizione di trent’anni prima. Non aggiungo altro per non rovinare i colpi di scena.

Matheson gestisce a meraviglia l’horror di genere, creando proprio quelle atmosfere che il lettore si aspetta da un romanzo con la tipica casa infestata. Ma non basta, c’è una sorpresa, se così la si può chiamare. A un certo punto infatti ti stupisce con una lieve virata verso il porno-soft, con possessioni carnali di ogni tipo. E devo dire che questo mi ha sorpreso molto, non ricordo di aver mai letto nemmeno una parolaccia nei suoi altri romanzi, non mi aspettavo quindi situazioni di violenza verbale e fisica a tema sessuale.

Se devo trovare una pecca è la traduzione. Già, perché.. ho scoperto cose. Tipo che sitibondo significa “assetato”, o che si possa scrivere eppoi e davvicino. Insomma, un linguaggio che doveva già essere arcaico nel 1974 e che si sposa male con frasi come “ho voglia di uccello” e “fattelo venire duro”.

Ora il prossimo obiettivo sarà leggere L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, dovrebbe essere uno dei più bei romanzi sulle case infestate. Almeno così mi pare di aver capito..

“Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi” di Rian Johnson

A long time ago in a galaxy far, far away….

…c’era Star Wars. Adesso c’è la morte, nera, per tutti. E quando dico tutti intendo per i protagonisti della vera saga, per i fans non strettamente legati all’impero dei Disney Store e anche per gli attori nella vita reale. Insomma, peggio di così si muo.. ehm, peggio di così non c’è.

Questo film è un grosso pacco di cose che accadono molto velocemente senza che in realtà succeda nulla di interessante. Non basta più qualche strizzata d’occhio al passato, con i classici titoli iniziali o il verso di Chewbecca, non serve più a un cazzo. Star Wars è morto sotto un ondata di pupazzetti Disney che ha sterminato i protagonisti della vecchia saga. E la sfiga, che come al solito ci vede benissimo, ha fatto fuori nella vita reale l’unico personaggio che era ancora in vita nella nuova pseudo-saga.

Il fine ultimo di questa nuova trilogia è la rottamazione, è ormai chiaro. Solo (e non quel Solo, magari!) che non c’è nessuno degno di sostituire i caduti. L’umorismo prende il sopravvento su tutto, la battuta pronta e la gag comica sono ovunque. Quello che prima diventava un tratto distintivo, soprattutto di Harrison Ford, ora è la norma, si scherza su qualsiasi cosa, non c’è alcuna serietà, mai.
Mentre la vedevo mi sono chiesto se la scena dei ferri da stiro automatici non fosse un omaggio a Balle Spaziali, ma tempo che non sia così.

90% di film su combattimenti ed effetti speciali. Bellissimi ovviamente, ma inutili. Manca tutto il resto. L’intera sceneggiatura sembra costruita su un’indagine di mercato della Disney.

L’unica cosa certa è che Mark Hamill è diventato uguale a Peter Dinklage.

Per tutto il resto è finita. Nel prossimo episodio non ci sarà più nessuno, salvo esperimenti computerizzati per resuscitare le fattezze, ma non il carisma, di qualche personaggio ormai abbandonato, o deceduto. Per quel che mi riguarda la Speranza è morta, ha vinto il Lato Oscuro.
Anzi, vista la piega degli eventi sul finale, posso solo sperare in uno Star Porn: Interracial per suscitare un minimo d’interesse, se non cerebrale, almeno fisico.

La vita, l'universo e tutto quanto.