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“Furore” di John Steinbeck

Durante la Grande Depressione americana degli anni ’30 una grande moltitudine di contadini e mezzadri perse il lavoro, e la terra, per l’impossibilità di essere competitivi sul nuovo mercato che si stava affermando: quello dei grandi profitti, delle bance, delle colossali aziende e dei trattori. Furore racconta la storia della famiglia Joad che, come molte altre, emigra dall’Oklahoma verso l’ovest, con il sogno di trovare il lavoro, idealisticamente raporesentato dalla California. Ed è così che la California, terra di profitti, si trovia invasa dagli Okies (termine dispregiativo per chi viene dall’est, non solo dall’Oklahoma) e li sfrutta a proprio vantaggio, riducendo le paghe al minimo in-sostenibile, creando campi-lager di lavoro e sfruttamento.

Furore può essere diviso in tre atti:
1° – Il fallimento.
I Joad perdono la loro terra e sono costretti alla fame. In questa prima parte Steinbeck presenta i molti personaggi. Il più noto è Tom Joad (sì, è proprio lo stesso della canzone del Boss, che ti posto a fine recensione), figlio di padre omonimo.
2° – Il viaggio.
I Joad attraversano l’America sulla Route 66 con un furgone scassatissimo (anche qui vi è una speculazione economica sui mezzi di trasporto per i bisognosi) guadagnando ogni chilometro con pochi dollari e tanto sudore. Un viaggio della speranza, come lo chiameremmo oggi, anche se a mio parere le situazioni sono molto diverse.
3° – Lo scontro con la realtà.
I Joad arrivano in California e devono fare i conti con quello che li attende, un futuro di miseria e povertà, lavoro precario e mal-non-pagato, violenza e sopprusi.

Furore è tutto qui. È un romanzo che necessita di rispetto, come puoi notare dalla mia inconsueta recensione classica, comprensiva di trama. Steinbeck ti porta direttamente in viaggio con i Joad, sei l’ennesimo passeggero del loro catorcio ambulante. All’inizio non è stato facile, lo stile è molto lento e descrittivo e se devo essere sincero dopo 50 pagine mi sono chiesto se sarei riuscito a leggerne altre 600.. poi però qualcosa cambia. Ti entra dentro. Quando sei a metà hai già capito perché è considerato uno dei grandi romanzi americani e non hai più dubbi che lo sia.

Ho letto molto riguardo a questo romanzo e alle sue similutidini con la storia recente contemporanea. Mi trovo d’accordo solo in parte. Furore è una critica aperta all’economia del profitto che, oggi come allora, governa il nostro mondo in molte forme diverse (non c’è ebbastanza tempo, qui, per analizzarle). Il mondo fa schifo, e questo è un dato di fatto inconfutabile.
I Joad, però, sono rappresentanti di una dignità perduta, un popolo che pur di non rubare morirebbe di fame. E che, se proprio fosse costretto a rubare, lo farebbe per un tozzo di pane, una patata, non per avere uno smartphone o una BMW. Solo il male necessario, nessuna violenza gratuita. E mi fermo qui.

Per questa edizione, dopo la brutta esperienza con I pascoli del cielo tradotto da Vittorini, ho scelto la nuova traduzione di Perroni. Incredibile ci siano voluti tanti anni per dare una traduzione decente a un capolavoro del genere.

Come promesso, ora, ecco Bruce Springsteen che ti spiega come stanno le cose, meglio di quanto sappia fare io:

(Nel momento in cui inserisco il video del Boss, prima di poter sentire la canzone, devo sorbirmi la pubblicità di un album di uno degli “artisti” di Amici di Maria De Filippi. Ti giuro che mi stanno sanguinando i testicoli.)