“Papillon” di Henri Charrière

La storia di Papillon è nota soprattutto per il film omonimo del 1973 con Steve McQueen e Dustin Hoffman. Il romanzo è l’autobiografia dello stesso Henri “Papi” Charrière, arrestato nel 1931 in Francia per un omicidio (che lui dichiara di non aver commesso) e condannato ai lavori forzati a vita nella Guyana francese. Durante la sua detenzione, di tredici anni, tenta di evadere per nove volte, diventando il simbolo vivente della ricerca della libertà ad ogni costo.

Prima di dirti cosa penso di questo libro faccio una scelta di fede, cioè prendo per vero tutto quanto sia stato scritto da Charrière. Sono molti quelli che accusano “Papi” di aver mentito su vari aspetti della sua storia, da chi parla di un racconto molto romanzato, a chi lo accusa di aver messo insieme storie di terzi in un unico romanzo. Ecco, io per scelta me ne sbatto.

Non avevo il minimo sospetto che Papillon fosse uno stracazzissimo libro cazzuto come quello che ho scoperto essere. Io ho vissuto con Charrière per 650 pagine, ci sono stato in ogni sua fuga, in ogni avventura. Posso dirti che il film, pur essendo sicuramente molto bello, rappresenta un 30% della storia ed è estremamente semplificato, addirittura si conclude 150 pagine prima della fine del libro. Se non l’hai ancora letto, fallo! FALLO!

Per prima cosa lo stile. Terminata la lettura ti senti come se avessi ascoltato un racconto orale. Tutta la storia è narrata da Papillon (il suo soprannome deriva da una farfalla tatuata sul petto) al tempo presente e in prima persona. Una scelta che accorcia la distanza con il lettore, anzi, l’annulla. Sei in ogni pensiero del protagonista, mangi insieme a lui i millepiedi e gli scarafaggi quando sei rinchiuso in isolamento e rischi di morire di fame.

Papillon è rispettato da tutti, dai criminali ma anche dalle guardie, e da tutte le persone che incontra nelle sue traversie. E questo perché è un persona integra, con dei principi e dei valori. È il solo bianco ad essere accettato nel villaggio degli indios, dove trova pace (e due mogli) per sei mesi durante una delle sue fughe. È anche una marinaio eccellente e per questo è ammirato da chi lo incontra per mare, quando attraversa con una bagnarola 2500 chilometri di oceano.

Leggilo anche solo per conoscere le condizioni disumane in cui venivano detenuti i prigionieri nel bagno penale francese, a largo delle coste dell’America del Sud. Diritti umani talmente calpestati che gli evasi, nelle loro fughe, potevano contare sull’appoggio degli altri stati, come farà poi alla fine Papillon con il Venezuela, chiedendo asilo ed aiuto che spesso non veniva negato. Leggilo per la forza di volontà di Charrière che, sempre e comunque, pensava solo ed esclusivamente ad evadere, in qualunque momento e ovunque si trovasse (le isole sono solo una parte del racconto, Papillon “visita” anche altre strutture detentive).

Charrière ha scritto anche un altro libro, Banco, che parla della sua vita da uomo libero successivamente al 1945. A quanto ho capito non è all’altezza di Papillon, ma conto comunque di leggerlo. (Tutto questo fervore mi ha fatto venire voglia di leggere anche Il conte di Montecristo di Dumas, lo metto nei piani per il 2018.)

Avrei così tanto ancora da dire su questo romanzo. Non ti ho parlato dei bossoli anali contenenti denaro, o degli omicidi d’onore, della corruzione delle guardie, dei commerci tollerati nelle isole, della pesca e dei pescecani mangiauomini. Di perle recuperate sul fondo dell’oceano e delle foglie di coca masticate per avere più energia.
Non ti ho parlato di tante cose, perché questo cazzo di libro te lo devi leggere, non c’è altro modo.

“Fiesta” di Ernest Hemingway

La recensione de Il vecchio e il mare è stato il primo articolo che ho scritto su questo blog. Un romanzo talmente bello che è impossibile non parlarne, uno dei miei libri preferiti in assoluto insieme a Il giovane Holden di Salinger e a Il gabbiano Jonathan Livingston di Bach. Poi di Hemingway non avevo più letto nulla. Non so perché. Fino, appunto, a Fiesta (o Il sole sorgerà ancora).

Fiesta racconta le vicende di un gruppo di espatriati americani/britannici in viaggio negli anni ’20 tra la Francia e la Spagna, in particolare tra Parigi e Pamplona. Giovani che hanno tutto e possono pensare solo a divertirsi tra alcol, bar e corride (la fiesta è infatti quella dell’encierro di Pamplona). Pochi personaggi molto caratterizzati. Il narratore è Jake, reso impotente da una ferita di guerra, poi c’è Brett, quella che potremmo definire senza problemi una puttanella immatura, Cohn, l’ebreo odiato da tutti in apparenza perché è ebreo ma in realtà perché è riuscito a trombarsi Brett, e ancora Mike, Bill e il torero Pedro Romero, di cui Brett si innamorerà (ma giusto per il tempo di mollarla anche a lui). Tra sbronze e scazzottate il gruppo si trova e si divide in un’atmosfera di apparente gioia che nasconde la mancanza di qualsiasi obiettivo. Tutti innamorati di Brett, che si confida solo con Jake, impotente, che non potrà mai averla ma la ama alla follia.

Che romanzo. Difficile. Da inquadrare. Fino a pagina 100 ho pensato “che pacco, un libro inutile senza nessuno scopo, senza attrattive, fatto di dialoghi insensati”. Poi ho cominciato a vedere anche io i tori. Non saprei spiegarlo diversamente. Ho cominciato a percepire la tristezza di fondo del superficiale divertimento dei protagonisti, come se fosse stata costruita piano piano per saltare fuori, da un momento all’altro, all’insaputa del lettore. Ho odiato Brett, desiderata da tutti i personaggi del libro, perché è quella gatta morta insipida che rovina le amicizie, ed è terribilmente vera. Cazzo, ci sono, esistono e sono fatte così! Superficiali eau de passerina. E, certo, con Jake avrebbe funzionato se lui non fosse stato impotente… ma chi ci crede?

Probabilmente non ricorderò Fiesta per sempre, anzi, mi aspettavo di più dall’Hemingway de Il vecchio e il mare, ma mi è comunque piaciuto, in un certo modo. Voglio leggere altri suoi romanzi, ma non so proprio da che parte cominciare.
È una grave lacuna che sento, però, di dover colmare.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh

Ultimamente non vado spesso al cinema e quando ci vado i film non li scelgo io, ecco il motivo per cui scrivo poco. Spesso, infatti, quello che vedo è così insignificante e dimenticabile da non valere nemmeno la pena di riportarti quello che penso a riguardo.

Fatta questa premessa te ne faccio un’altra: non ho visto il precedente film, tratto dal romanzo omonimo del 1934, e non ho mai letto un libro di Agatha Christie (rimedierò). Di conseguenza ho visto Assassinio sull’Orient Express senza alcun pregiudizio e anche senza aver alcuna idea di come sarebbe andata a finire la storia.

La trama è semplice e nota: durante un viaggio sul famoso treno un mercante d’arte di dubbia fama (un Johnny Depp sempre più bolso) muore accoltellato. Sono sospettati tutti i passeggeri. Poirot (Kenneth Branagh), sul treno per caso, indaga.

Ora, al di là del cast stellare, tra cui Kenneth Branagh e Johnny Depp, appunto, e poi Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Michelle Pfeiffer, si tratta di un giallo abbastanza classico. Il tipico di giallo che mi fa pensare a Cluedo, il gioco. C’è l’arma del delitto, l’uomo morto, i sospetti, gli indizi, ecc. E, come forse saprai già i, gialli non mi entusiasmano troppo (escluso il grande Sherlock Holmes di Doyle).

È un bel film, godibile e che intrattiene, non ci si annoia sicuramente. Ma tra un mese l’avrò dimenticato, questa è la realtà dei fatti. Vale la pena andare al cinema a spendere dieci euro per vederlo? Secondo me no. Però si tratta di un’opinione al 100% soggettiva, credo che un amante del genere la penserebbe diversamente.
A me piacciono quei film che c’è gusto a rivederli diverse volte per apprezzarli sempre di più, indipendentemente dalla trama. Questo, invece, una volta conosciuta la soluzione del caso, non ha più alcun motivo di essere visto.

“La casa d’inferno” di Richard Matheson

L’avevo anticipato nella recensione di Io sono Helen Driscoll e così è stato: ho trovato e letto La casa d’inferno. Sono riuscito, peraltro, a recuperare la prima edizione Rizzoli del ’74, che ha anche un piccolo valore collezionistico.
Forse questo titolo è più sconosciuto rispetto agli altri dello scrittore/sceneggiatore, ma non certo meno coinvolgente. Ne è stato tratto anche un film, Dopo la vita di John Hough, ma non l’ho ancora visto.
Nemmeno questa volta,in ogni caso, Matheson mi ha deluso.

La trama è classica, ed è la sua forza. Quattro persone si recano in una casa “notoriamente” infestata, su commissione del riccone di turno, per scoprire se esista o meno la vita dopo la morte tramite l’utilizzo di diversi tipi di indagine. C’è infatti uno scienziato, con la moglie, una medium “mentale” e un medium “fisico”, unico sopravvissuto da una precedente spedizione di trent’anni prima. Non aggiungo altro per non rovinare i colpi di scena.

Matheson gestisce a meraviglia l’horror di genere, creando proprio quelle atmosfere che il lettore si aspetta da un romanzo con la tipica casa infestata. Ma non basta, c’è una sorpresa, se così la si può chiamare. A un certo punto infatti ti stupisce con una lieve virata verso il porno-soft, con possessioni carnali di ogni tipo. E devo dire che questo mi ha sorpreso molto, non ricordo di aver mai letto nemmeno una parolaccia nei suoi altri romanzi, non mi aspettavo quindi situazioni di violenza verbale e fisica a tema sessuale.

Se devo trovare una pecca è la traduzione. Già, perché.. ho scoperto cose. Tipo che sitibondo significa “assetato”, o che si possa scrivere eppoi e davvicino. Insomma, un linguaggio che doveva già essere arcaico nel 1974 e che si sposa male con frasi come “ho voglia di uccello” e “fattelo venire duro”.

Ora il prossimo obiettivo sarà leggere L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, dovrebbe essere uno dei più bei romanzi sulle case infestate. Almeno così mi pare di aver capito..

“Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi” di Rian Johnson

A long time ago in a galaxy far, far away….

…c’era Star Wars. Adesso c’è la morte, nera, per tutti. E quando dico tutti intendo per i protagonisti della vera saga, per i fans non strettamente legati all’impero dei Disney Store e anche per gli attori nella vita reale. Insomma, peggio di così si muo.. ehm, peggio di così non c’è.

Questo film è un grosso pacco di cose che accadono molto velocemente senza che in realtà succeda nulla di interessante. Non basta più qualche strizzata d’occhio al passato, con i classici titoli iniziali o il verso di Chewbecca, non serve più a un cazzo. Star Wars è morto sotto un ondata di pupazzetti Disney che ha sterminato i protagonisti della vecchia saga. E la sfiga, che come al solito ci vede benissimo, ha fatto fuori nella vita reale l’unico personaggio che era ancora in vita nella nuova pseudo-saga.

Il fine ultimo di questa nuova trilogia è la rottamazione, è ormai chiaro. Solo (e non quel Solo, magari!) che non c’è nessuno degno di sostituire i caduti. L’umorismo prende il sopravvento su tutto, la battuta pronta e la gag comica sono ovunque. Quello che prima diventava un tratto distintivo, soprattutto di Harrison Ford, ora è la norma, si scherza su qualsiasi cosa, non c’è alcuna serietà, mai.
Mentre la vedevo mi sono chiesto se la scena dei ferri da stiro automatici non fosse un omaggio a Balle Spaziali, ma tempo che non sia così.

90% di film su combattimenti ed effetti speciali. Bellissimi ovviamente, ma inutili. Manca tutto il resto. L’intera sceneggiatura sembra costruita su un’indagine di mercato della Disney.

L’unica cosa certa è che Mark Hamill è diventato uguale a Peter Dinklage.

Per tutto il resto è finita. Nel prossimo episodio non ci sarà più nessuno, salvo esperimenti computerizzati per resuscitare le fattezze, ma non il carisma, di qualche personaggio ormai abbandonato, o deceduto. Per quel che mi riguarda la Speranza è morta, ha vinto il Lato Oscuro.
Anzi, vista la piega degli eventi sul finale, posso solo sperare in uno Star Porn: Interracial per suscitare un minimo d’interesse, se non cerebrale, almeno fisico.

“I fantasmi di pietra” di Mauro Corona

I fantasmi di pietra di Mauro Corona non sono altro che i fantasmi degli abitanti di Erto che hanno abbandonato il paese dopo (o, tristemente, “durante”) la tragedia del Vajont del 9 ottobre 1963. Da questa data, infatti, esiste un prima e dopo Vajont a dare un ordine al tempo della comunità montana. Un prima e dopo quei 1910 morti, assassinati dall’acqua e dallo Stato (non per forza in questo ordine di responsabilità).

Corona divide la narrazione in quattro stagioni, così come quattro sono le vie del paese attraverso cui passeggia scrivendo questo libro che, più che un romanzo, è una guida turistica della memoria. Per ogni casa lo scrittore racconta una storia, un aneddoto, talvolta recente e talvolta risalente a secoli fa. Su tutto aleggia la tragedia, la differenza tra la vita prima di quel 9 ottobre e la non-vita dopo. Anche chi è sopravvissuto è comunque morto, insieme ai suoi cari scomparsi. Il paese si è spopolato, le case sono andate in pezzi, le strade si sono svuotate.

È una lettura interessante, intima. Non mancano storie divertenti, situazioni allegre, racconti piccanti e di risse e bevute, ma con la costante consapevolezza che nulla potrà essere come prima. Dopo tanti dati, ricostruzioni, documentari e inchieste, questo libro riesce a riportare la tragedia al suo livello umano, a far capire come è stata stravolta la vita dei singoli individui di una comunità.

Questo è il quinto libro che leggo di Corona (gli altri quattro li trovi tra le recensioni precedenti), ma è il primo suo che scopro scritto in questo modo. Brevi racconti, piccole storie.
Una fruizione sicuramente semplice, adatta anche a quando si hanno pochi minuti a disposizione, ma comunque intensa e coinvolgente.

Di questo scrittore sento spesso parlare male e non ho ancora capito il perché. O forse sono scemo io che salto da Stephen King a Steinbeck a Corona trovando delle qualità, sicuramente diverse ma comunque apprezabili, in tutti questi autori profondamente differenti.
Boh.

“Sleeping Beauties” di Stephen King e Owen King

Oggi sarò eccentrico, partirò con la trama. Sintetica, che di prolissità ho già avuto la mia dose…

L’epidemia Aurora sconvolge il pianeta: simultaneamente tutte le donne che si addormentano vengono avvolte da un bozzolo e non si svegliano più. Se svegliate controvoglia sono violente, aggressive, assassine. Mentre si cerca di capire cosa stia succedendo, e le donne ancora sveglie si imbottiscono di stimolanti (per non cadere tra e braccia di Morfeo), una sola creatura di sesso femminile pare essere immune a questo destino: Evie Black. Lei parla con volpi, tigri, alberi, topi, uomini, smartphone e chi più ne ha più ne metta. Ah, fluttua e legge il pensiero, oltre ad avere una forza sovrumana. In questo contesto si sviluppano, tra gli uomini, le fazioni di chi vuole proteggere i bozzoli e chi vuole bruciarli, di chi vede Evie Black come una strega e chi come una salvatrice. E qui mi fermo, prima di scoprire dove siano finite le donne.

A questo punto ci vorrebbe una qualche frase ad effetto che fa tanto presa sui consumatori. Tipo: “Quando The Dome incontra Greenpeace nella giornata contro la violenza sulle donne”. Adesso te la spiego.
Ma cazzo, che pacco.

Effetto The Dome.
E’ la classica strategia di Stephen King: prendi un tot di persone e le inserisci in una situazione “isolante”, che sia un locale, un paese o un’epidemia. Tipo la cupola di The Dome, appunto, il supermarket di The Mist, il virus de L’ombra dello scorpione. Potrei andare avanti. Questa “situazione” diventa l’artificio letterario per creare due fazioni, il Bene e il Male, che si scontrano tra loro. Non è diverso per Sleeping Beauties. Come direbbe il buon Vincent Vega: «È lo stesso fottuto campo da gioco».

Effetto Greenpeace. [leggero spoiler]
Attenzione: coup de théâtre. In questo campo da gioco compare l’arbitro: Evie Black. Una sorta di emissaria della Natura, una figura che dovrebbe fare capire all’umanità intera cosa siamo e cosa potremmo essere. Il tutto condito da una certa dose di modaiolo sessismo (e non inteso come maschilismo, ma come femminismo).

Effetto Women’s Power.
Abbiamo il contrasto tra uomini buoni e uomini cattivi e quello tra umanità e natura, vuoi non buttarci dentro anche quello tra natura maschile e natura femminile? Di sicuro, a livello di marketing, è il momento migliore per farlo. Gli uomini hanno distrutto il mondo, le donne avrebbero fatto di meglio.
[Questa cultura ha rotto il cazzo, è la prima causa di disuguaglianza sociale. Ogni volta che sento la parola “femminicidio” penso a come, invece di portare uguaglianza, stiamo allargando il concetto che le donne vadano protette come se fossero esseri “speciali”. Dove, però, lo “speciale” sembra indicare implicitamente ancora un’inferiorità.]

Non ci siamo King (padre, figlio e Spirito Santo), nonostante io sia “il tuo ammiratore numero uno”, questo libro è stato uno dei peggiori tuoi libri che abbia letto (cioè tutti). Partiamo col dire che 650 pagine sono troppissime, per quello che succede, 400 sarebbero state sufficienti e abbondanti. Mi sento come quando si finisce una serie televisiva: sono stato intrattenuto a luuungo ma mi ritrovo con un pugno di mosche (o di falene) in mano, esito ben diverso da quando vedo un bel film. Situazioni inutilmente complesse, degne della migliore (per molti, ma non per me) serie diluita in 15.000 episodi, poco attinenti alla storia, molto attinenti al consumo, al consumismo e al vendere libri ai polli.

La prossima volta scriviamo un bel romanzo sui gattini?

“I pascoli del cielo” di John Steinbeck

Recentemente ho visto in televisione una bella serie di documentari, America tra le righe, in cui il critico e giornalista francese François Busnel attraversa tutti gli Stati Uniti intervistando moltissimi scrittori contemporanei. È interessante perché li raggiunge nelle loro abitazioni, che non sempre sono situate in luoghi turistici, e offre quindi l’occasione di scoprire anche quell’America che di solito non si vede sullo schermo. I temi trattati sono molti: razzismo, varie presidenze americane, terrorismo e 11 settembre, indiani, economia (soprattutto quella rurale) e, ovviamente, la scrittura. I nomi di Hemingway, Faulkner, Fitzgerald e Steinbeck saltano fuori sempre, o quasi, per tutti gli scrittori intervistati.
E quindi mi sono detto: studia le basi.

Di Steinbeck avevo letto, davvero molti anni fa, La luna è tramontata di cui purtroppo non ricordo proprio nulla. Generalmente non è un buon segno ma, come risaputo, l’età rende saggi (o rincoglioniti) e io ho voluto riprovarci. Quasi per caso mi è capitato tra le mani I pascoli del cielo e ho deciso di approfittarne subito.

Il romanzo, del 1932, è in realtà una raccolta di racconti in cui i vari personaggi compaiono più volte, andando a creare una sorta di storia unica fatta di intrecci. I pascoli del cielo non sono nient’altro che una vallata della California centrale in cui, a quanto si capisce, ogni persona sana di mente desidererebbe vivere. Una sorta di paradiso terrestre. Steinbeck narra le vicende di chi, per più o meno tempo, è riuscito a viverci, spesso con (s)fortune alterne. Analizzare i singoli racconti sarebbe ora inutile e prolisso, quello che è evidente è che lo scrittore parli di gente semplice, con sogni, vite e paure semplici. E anche una grande quantità di sfiga. Sì, perché, se non ricordo male dimenticando qualcuno, nessuno degli abitanti della valle è esente dalla sfiga, grande o piccola. Ed è tutto qui, in modo molto semplice.

Siccome potrebbe sembrare riduttivo ti dirò anche quale è stato il mio racconto preferito, così che forse da queste poche righe possa trasparire la poetica del libro. La faccio breve, però.

La storia di Junius Maltby e suo figlio Robbie.
Junius, povero perché ovviamente sfortunato (ma anche perché non molto interessato ai beni terreni), cresce il figlio Robbie istruendolo nella semplicità, facendolo giocare nel fango e leggendogli libri seduto su un ramo con i piedi nell’acqua. Robbie è molto felice e spensierato, tutti i suoi compagni ammirano lui, suo padre e il loro stile di vita libero. Un giorno, però, il consiglio scolastico decide di regalare dei vestiti a Robbie. Robbie li lascia per terra e si sente umiliato: ha scoperto solo in quel momento di essere povero. Robbie accetta la situazione, suo padre no. Junius decide di lasciare “il sogno” e tornare in città, per provare a dare al figlio quello che la società ritiene sia una vita accettabile.
Morale: sono passati quasi cento anni e non abbiamo ancora capito un cazzo.

Non posso dire, in realtà, che questo libro mi abbia particolarmente emozionato, ma credo che molto sia dovuto alla notoriamente “fantasiosa” traduzione di Elio Vittorini. Se molto si deve a Vittorini per aver portato in Italia romanzi che il fascismo non voleva, è anche vero che è risaputo non conoscesse bene l’inglese, che si facesse tradurre i romanzi parola per parola per poi reinterpretarli e riscriverli nel suo linguaggio personale. Un linguaggio tipicamente italiano, così voluto anche dalla censura vigente.
E questo è male.

Mi sto procurando Furore, così poi riparleremo di Steinbeck. Questa volta però, mi sono assicurato la traduzione del 2013 di Perroni, a scanso di equivoci.

“Pulp” di Charles Bukowski

Ecco che Bukowski, dopo una dozzina di libri letti con impressioni alterne, mi stupisce piacevolmente, di nuovo. Sono proprio contento di questa cosa. Dopo il noioso Compagno di sbronze, appena letto, non mi aspettavo sarebbe successo.

Pulp è letteralmente incredibile. Nel senso che ogni singola riga non è credibile. È anche inclassificabile a livello di genere, tuttora non saprei dirti se è un noir, un poliziesco hard boiled, un libro fantasy o una spacconata alla Bukoswski. Ma forse è tutto questo insieme.

La trama è semplice, segue le vicende di Nick Belane “il detective più dritto di Los Angeles” e delle sue strampalate indagini tra bar, locali e ippodromi. I personaggi su cui indaga (quelli a cui deve “inchiodare il culo”) e i suoi clienti sono del tutto assurdi. C’è la sexy Signora Morte (sì, la Morte), un’aliena (sempre sexy, eh) di nome Jeannie, un misterioso Passero Rosso, un marito tradito, lo scrittore Céline morto nel 1961 ma che è ancora in giro… insomma, ci siamo capiti.

Il nonsense è il vero motore che tiene insieme il romanzo, unito alla parodia della detective story classica. Wiki mi suggerisce che, per la precisione, la parodia sia rivolta a Rick Blane, interpretato da Humphrey Bogart in Casablanca, e ad altri personaggi noir interpretati sempre da Bogart.

Che dire, appena iniziato non mi era piaciuto molto, poi sono entrato nel mondo di Belane e tutto è cambiato. È sicuramente uno dei libri più divertenti che abbia letto negli ultimi tempi, con prese per il culo allo stereotipo del detective che sono davvero geniali. Pur riportando tratti caratteristici di Bukowski (appunto: i bar, le sbronze, l’ippodromo, il sesso) è un romanzo unico rispetto a tutto ciò che ha scritto. Sicuramente da leggere.

“Re del porno” di John Holmes

L’autobiografia del più grande attore hard.

La leggenda narra che, quando nel 1944 venne al mondo John Curtis Holmes (nato Estes), l’ostetrica disse alla madre: «Signora, suo figlio ha due piedi e tre gambe». E fu solo la prima donna, di una lunga serie, che Mr. 32 cm impressionò con le sue particolari doti (lui sostiene di aver avuto più di 20.000 partner).

Ho comprato questo libro per leggere qualcosa di leggero, scorrevole, senza troppo impegno. E invece no, è stata una lettura davvero molto interessante, su più livelli. In 44 anni di vita, Holmes, ha attraversato la storia del cinema hard, dagli inizi fino a poco prima dell’avvento di internet, è stato implicato in uno dei più grossi casi di cronaca nera del tempo, la strage di Wonderland, ed uno dei primi attori porno a contrarre il virus dell’HIV e a morire per l’Aids.

Poteva essere una vita facile quella di Holmes, ma non lo è stata, in gran parte per colpa sua. Tuttavia è sicuramente stata un’esistenza piena, vissuta in ogni singolo minuto. Holmes è passato, concedimi la facile ironia, dalle tope alle topaie, attraverso le sue molteplici dipendenze, quella dal sesso, la sua fortuna, e quella dalle droghe, la sua rovina. Ma andiamo a vedere tutto per punti, che si fa prima.

Storia del porno.
Holmes inzia a lavorare nel mondo della pornografia per caso, accettando un misero compenso per girare un filmino hard. Le sue peculiarità sono però troppo evidenti per passare inosservate e gli aprono le porte (e le gambe) per il futuro. Holmes ha anche un controllo totale del suo corpo, riesce ad avere erezioni a comando e a decidere quando “finire” il lavoro. È il pornoattore perfetto. I primi filmini a cui partecipa sono illegali, girati in case dalle finestre oscurate per non farsi scoprire dalla polizia. Il porno era infatti pesantemente punito dalla legge, all’epoca. Holmes vive tutte questa fasi storiche, dallo smercio clandestino dei video nei vicoli (dai bagagliai delle auto), fino allo sdoganamento avvenuto con film come Gola profonda e all’avvento delle grosse produzioni, legate anche al mondo dello star-system, alle VHS e ai sex toys.
Non si è mai capito come Holmes abbia contratto l’Aids. La moglie (che ha pubblicato il libro postumo) sostiene persino possa essere stato in qualche modo infettato durante un viaggio a Washington, su ordine di Reagan per dare un duro colpo al cinema porno (siamo in pieno puritanesimo). Del tipo: si è ammalato perché fa le cose brutte.

La dipendenza dalla droga.
Nel libro Holmes affronta senza filtri il problema della dipendenza. La droga è ovunque sui set e sembra impossibile resistere. La sua “fortuna” è quella di avere paura degli aghi, per questo motivo non diventerà mai eroinomane, ma “solo” cocainomane. Arriva a spendere fino a 1500 dollari al giorno in droga. Nella tossicodipendenza diventa come qualsiasi nullità dipendente dalle droghe. Vende tutti i suoi averi (che sono tanti, si parla di di palazzi, negozi, ecc.) e si riduce a frequentare sbandati e a rubare spaccando i finestrini delle auto. La droga è la causa di tutti i suoi mali ed è una cosa incredibile.. Sì, perché con un cazzo da 32 centimetri avrebbe potuto vivere nell’oro fino a 90 anni.

Wonderland.
Non posso star qui a riassumere tutta la vicenda, se no facciamo notte. Ma Holmes racconta la sua versione dei fatti sulla strage di Wonderland, per cui non è ancora stato trovato il vero colpevole. Quattro persone furono trucidate per un regolamento di conti nel mondo dello spaccio di droga. Holmes viveva con queste persone e conosceva bene il presunto mandante, il boss Eddie Nash. Fu Holmes, per sua ammissione, a permettere il colpo a casa del boss lasciando appositamente una finestra aperta. Ma chi fu la mano della vendetta è ignoto. Holmes dichiara di averli trovati già morti. Nash voleva che ad ucciderli fosse lo stesso Holmes. Il caso è irrisolto. È stato tratto anche un film, Wonderland – Massacro a Hollywood con Val Kilmer, che non ho visto e che guarderò stasera.

Vita di John Holmes.
In mezzo a tutto questo Holmes racconta la sua vita, è la parte leggera e divertente del libro, almeno fino a quando non si ammala e muore nel 1988. Una vita di regali, film, occasioni, soldi. Ogni donna lo desidera, è un po’ attore un po’ gigolò di lusso. Tutte vogliono provarlo e lui si concede. Mogli ricche, star. Si parla di regali importanti come auto e appartamenti. È abbastanza chiara la dipendenza dal sesso, Holmes non ha freni, tromba sotto i riflettori per ore e continua nel tempo libero. Poi arriva l’Aids e lui si autodistrugge. Sceglie di morire il prima possibile, evitando tutti i consigli dei medici e sfondandosi di alcool, droga e sigarette (7 pacchetti al giorno).
Il film Boogie Nights – L’altra Hollywod, di Paul Thomas Anderson con Mark Wahlberg, è ispirato alla sua vita, se non l’hai visto te lo consiglio. Non è fedele ma è molto bello.

L’idea che mi sono fatto è quella di una persona bruciata dalla sua stessa fortuna, incapace di gestirla, e forse anche fondamentalmente buona. Holmes lascia casa presto da giovane, circondato da una serie di padri ubriaconi e violenti, ha quella che si potrebbe definire un’infanzia difficile. Però vuole molto bene alla madre e alla moglie. Più che un assassino mi sembra una vittima degli eventi, uno di quei personaggi che si mette nei casini senza accorgersene e che poi rimane fregato.
Un piccolo uomo con un cazzo enorme e, forse, come dice sua moglie, con un cuore ancora più grande.

La vita, l'universo e tutto quanto.