“Lunar Park” di Bret Easton Ellis

Non so come mai, ma avevo sempre considerato Bret Easton Ellis come uno di quegli scrittori un po’ pesanti, poco interessanti. Sarà stato l’esordio letterario acclamatissimo con Meno di zero (che non ho ancora letto) o che altro, boh. Beh, mi sono dovuto totalmente ricredere, tanto che ho già tra le mani la raccolta di racconti Acqua dal sole. Lunar Park è il primo libro che leggo di questo autore, e mi ha folgorato.

È molto difficile spiegarti di cosa parla questo romanzo, scrivere una trama (riduttiva) di poche righe. Il protagonista è Bret Easton Ellis, che racconta, nella prima parte, come sia stato investito dal successo, dalla fama, dalle droghe. Poi, però, il libro segue una nuova strada paranormale, a tratti horror. C’è il bambolotto di suo figlio che vive di vita propria, dei ragazzini che spariscono dal quartiere, e il protagonista di American Psycho che si materializza fisicamente minacciando lo scrittore. E c’è il rapporto di Ellis con il figlio, quello con il padre, quello con la moglie.

Questo romanzo mi è piaciuto molto, proprio perché non è ben ascrivibile ad un singolo genere. Ti terrorizza nelle parti più vicine alla letteratura dell’orrore e ti commuove in quelle relative ai rapporti umani. È una sorta di viaggio all’interno di se stessi, dei propri errori ed orrori, è come se riuscisse a materializzare delle paure inconsce, rendendole tangibili tramite dei feticci (vedi il pupazzo, appunto). Il finale (non spoilero) è stupendo e porta a riflettere sull’eterno enigma dei rapporti tra padri e figli. Il tutto in uno stile fresco e scorrevole in prima persona.

Di Ellis avevo visto solo alcuni film tratti dai libri, come American Psycho e Le regole dell’attrazione, e anche un altro bel film, The Canyons, di cui è stato sceneggiatore. Credo che, considerata anche la scarsa produzione in termini numerici (sette libri), finirò per leggere ogni cosa che abbia scritto.
E ho detto tutto.

“Escobar – Il fascino del male” di Fernando León de Aranoa

Sarò piuttosto breve nella recensione di questo film, poiché non necessita di molte parole.
La storia è basata sul libro Amando Pablo, odiando Escobar di Virginia Vallejo, giornalista televisiva amante del noto narcotrafficante colombiano e poi, in extremis, passata dalla parte dei “buoni”. Viene ripercorsa la vita di Escobar, dall’ascesa criminale negli anni Ottanta fino alla morte avvenuta nel 1993, passando attraverso la carriera politica, la presunta lotta per il popolo e la costante corruzione di tutto il sistema che lo circondava.

Come avrai già capito non siamo di fronte a un nuovo Scarface, niente di così emozionante. È un film che si lascia guardare, che riporta molti episodi (ma non tutti) della vita del criminale e invoglia chi, come me, non l’abbia ancora fatto a leggersi una buona biografia. Tutto qui. Se togliamo l’istrionismo di un Bardem imbolsito all’inverosimile non resta poi molto, insomma. La sensazione, alla fine, è che sia successo poco, che in un attimo si sia consumato tutto. E sì che di cose da dire ce ne sarebbero state, anche solo guardando wikipedia, la vita del trafficante sembra ben più articolata di quanto mostrato da Fernando León de Aranoa.

Ora mi cerchero davvero una biografia, così da approfondire l’argomento come si deve. Un dato su tutti (sempre da wiki): il cartello di Medellín, di cui Escobar era a capo, incassava 60 milioni di dollari al giorno. Escobar, secondo Forbes, era il settimo uomo più ricco del mondo.

“Pian della Tortilla” di John Steinbeck

Pian della Tortilla è un romanzo del 1935 di John Steinbeck. Racconta la vita di un gruppo di amici, di origine latina, a Monterrey in California. Il termine che più spesso si sente, legato a questo romanzo, è picaresco. Già, perché questi uomini vivono la vita giorno per giorno, compiendo piccoli furti e scorrerie, con l’unico fine di recuperare qualche litro di vino. L’incipit del racconto è lo sconvolgimento dello status quo, dovuto all’improvvisa eredità di due case ricevuta da Danny, uno degli amici, che lo fa elevare dalla posizione di nullatenente a quella di proprietario. La condivisione della proprietà con i suoi compagni diventa l’unico metodo per evitare la perdita della libertà, strettamente legata all’assenza di possedimenti e quindi di responsabilità.

Ti avevo già parlato recentemente de I pascoli del cielo e, soprattutto, dell’immenso Furore. In effetti ho scoperto Steinbeck da poco, non so perché prima l’avessi trascurato. Devo però confessarti che questo Pian della Tortilla mi ha un po’ annoiato, l’ho trovato  lungo (in realtà sono solo 150 pagine) e poco coinvolgente, sebbene abbia un finale davvero molto bello e dei messaggi profondi e importanti. Forse è troppo allegro per i miei gusti, è un romanzo di cui ci si gusta le situazioni, più che la storia. Tuttavia questa continua ricerca del vino, che avevo già incontrato in Fiesta di Hemingway, fatica a conivolgermi, e non certo perché il vino non mi piaccia. Magari devo solo dormirci (o berci) sopra, non lo so.

La povertà, la guerra, l’incapacità di vivere, appaiono in questo romanzo meno drammatiche rispetto agli altri di Steinbeck che ho letto. Ecco, la parola corretta è leggerezza. Tutto è trattato con leggerezza, anche le tragedie. Che poi forse è un pregio, ma non è nel mio gusto. Anche ne I pascoli del cielo c’erano molte situazioni divertenti, ma il livello di drammaticità era più intenso.
(La versione che ho letto è stata tradotta ancora da Vittorini, spero che questo non abbia penalizzato troppo l’opera.)

Chiariamoci però, siamo comunque nel Pantheon degli Dei della scrittura, dove il confronto può essere, come scrivevo sopra, solo in rapporto a pochi autori intoccabili, se non sulle stesse opere dello scrittore.
In poche parole, non smetterò di certo di leggere Steinbeck.

“La casa sull’abisso” di William Hope Hodgson

William Hope Hodgson, insieme ai più noti Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft (di cui ho appena acquistato l’opera omnia in mammut: 2000 pg!), è ritenuto uno scrittore di culto per tutti gli amanti dell’horror con implicazioni metafisiche/spirituali/demonologiche. La casa sull’abisso uno dei suoi romanzi più rappresentativi. In realtà erano anni che desideravo affrontarlo, ne avevo letto qualcosa a proposito su uno dei primi Almanacchi di Dylan Dog (quando Dylan Dog era davveroo Dylan Dog) e avevo sempre rimandato.
Bene, ora l’ho letto.

L’edizione che ho recuperato è quella dei Classici Urania, è molto curata e contiene, oltre al romanzo (con naturale premessa e biografia), anche tre racconti e un illuminante saggio finale di Gianfranco de Turris. Dico “illuminante” perché de Turris spiega ed esplicita la doppia lettura che si può fare di questo romanzo. Ma veniamo alla trama, poi ci arrovelliamo.

Attraverso lo stratagemma letterario del “manoscritto ritrovato” vengono narrate le vicende di un uomo che, in Irlanda, abita isolato in un’enorme casa, insieme alla sorella e a un cane. Sotto la casa c’è un abisso, una grotta profonda da cui fuoriescono delle creature che, durante la notte, cercano di entrare nella casa. L’uomo resiste e indaga sull’abisso, scoprendo che è collegato sia da un apertura esterna alla casa che da una botola interna alla grande cantina inesplorata. Il tutto è condito da visioni cosmologiche, molto lunghe, in cui l’uomo vede un’altra realtà collegata alla sua solo da una casa, che pare la stessa in cui abita. Inoltre vive un’esperienza di viaggio nel tempo (che occupa molte pagine) composta solo ed esclusivamente dalla condizione e dall’evoluzione del cosmo nei milioni di anni a venire, fino al termine dell’Universo.

Non starò a descriverti tutto quanto spiega de Turris nel saggio, ti basti sapere che l’intero romanzo ha una chiave di lettura psicologica, dove la cantina e l’abisso rappresentano i lati oscuri dell’uomo, le bestie suine i suoi demoni, ecc. Abbastanza da farmi sentire scemo per non averlo compreso durante la lettura: il romanzo è quindi più complesso di quanto sembri.

Dal punto di vista esclusivamente letterario ho trovato la storia estremamente coinvolgente nelle parti reali, quelle di azione tangibile, e altrettanto pallosa in tutta la parte metafisica e cosmologica (non me ne vogliano gli appassionati), troppo lunga e prolissa.

È sicuramente una lettura da affrontare con la dovuta predisposizione psicologica, ma è comunque un libro da leggere. Hodgson è molto stimato da Lovecraft, e tanto basti per individuarne il genere. Ora, appena ne avrò il coraggio, affronterò il mammut di Lovecraft di cui parlavo sopra, magari a rate…

Un nota sui racconti: Il terrore della cisterna, La tempesta e Eloi, Eloi lama sabachtani! Ho apprezzato molto la semplicità giallistica e misteriosa del primo, il secondo parla di una tempesta in mare (Hodgson era un marinaio e un culturista) e l’ho trovato un po’ noioso, mentre il terzo affronta il tema del fervore religioso, forse in modo leggermente prolisso.

In definitiva non credo leggerò altro di Hodgson, tuttavia sono contento di averlo “conosciuto”.

“Ensel e Krete” di Walter Moers (serie Zamonia)

Sono dovuto tornare nel mondo di Zamonia, non ho saputo resistere. Dopo Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu, primo volume della serie di Walter Moers, mi sono buttato su Ensel e Krete, leggendolo nel giro di sole ventiquattro ore (anche perché molto più breve).

In questo volume i due gemelli seminani Ensel e Krete, ovviamente parodia della famosa fiaba, si perdono nella “Grande Foresta” di Zamonia dove incontrano creature di ogni tipo, naturalmente stranissime come solo Moers sa creare, dal lupo foglioso all’ormai noto graglioffo delle spelonche. La trama è tutta qui (c’è ovviamente una strega) ed è una trama al servizio delle stranezze che funge da veicolo per artifici letterari di ogni tipo, visioni, sabbie mobili, vegetali parlanti di tutte le forme e dimensioni, ecc.
L’intera storia è scritta dal dinosauro intellettuale Ildefonso de Sventramitis (di cui a fine volume ci sono anche una trentina di pagine di biografia!) che interviene ogni poco con le sue “divagazioni sventramitiche” (un artificio letterario di cui è creatore e di cui quindi si serve senza freni). De Sventramitis è, in pratica, per Ensel e Krete quello che Abdul Noctambulotti era per Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu.

Devo ammettere che il primo volume della serie mi era piaciuto di più, ma anche con questo siamo comunque a livelli altissimi di comicità e costruzione del testo. La traduzione deve essere stata un lavoro pachidermico, considerati gli infiniti giochi di parole e i doppi sensi.
Un libro sicuramente da leggere.

Ora devo recuperare Rumo e i prodigi nell’oscurità, il terzo volume della serie, ma ho appena scoperto che è il più difficile da trovare di tutti e sei. Non sarà facile, ma io non mollo, è ormai una dipendenza.

“La casa tonda” di Louise Erdrich

1988, North Dakota, riserva indiana. Geraldine Cutts, moglie del giudice Bazil Cutts, viene violentata e scampa miracolosamente alla furia del suo carnefice, che vorrebbe bruciarla viva. Poi si chiude nel silenzio, non rivelando chi sia il suo aggressore né alla giustizia, né al marito, né al figlio tredicenne Joe. Sarà proprio quest’ultimo, protagonista del romanzo, ad indagare di nascosto sul caso, una volta resosi conto che il padre, seppure giudice della riserva, non abbia mai avuto a che fare con crimini e criminali veri.

La casa tonda è un romanzo del 2012 scritto da una scrittrice statunitense indiana, Louise Erdrich, molto famosa nella sua terra natia e purtroppo ancora poco da noi, dove le sue opere sono state tradotte solo in minima parte. Dico purtroppo perché La casa tonda è un romanzo stupendo, una di quelle storie che ti fanno cercare “i due minuti liberi” per leggere e vedere come prosegue.

La narrazione avviene in prima persona: è Joe che ricorda gli eventi della sua giovinezza e li racconta. Ci sono quindi tutte le caratteristiche della storia adolescenziale, le amicizie, gli amori, le insicurezze, unite però a una cultura indiana che la Erdrich spiega senza mai diventare pedante o invasiva. È quindi un romanzo interessante a 360°, da tutti i punti di vista. Vengono affrontate, sempre con una leggerezza mai superficiale, anche le tematiche legali riguardanti l’amministrazione della giustizia nelle riserve indiane, e le controversie che ne seguono.

È davvero raro incontrare un libro che sia informativo, che coinvolga emotivamente e che abbia una storia trainante. La casa tonda è tutto questo. Sicuramente leggerò altro di questa scrittrice, sperando anche nella traduzione di altre sue opere.

“Prega detective” di James Ellroy

Prega detective è 100% noir. È, inoltre, il romanzo di esordio di James Ellroy, risale infatti al 1981, il titolo originale è Brown’s Requiem. In Italia la prima edizione è del 1995, ma noi si sa, arriviamo sempre in ritardo.

La trama è, a mio parere, secondaria rispetto allo stile e all’ambientazione. È una storia di intrighi, omicidi e corruzione su cui si trova ad indagare l’investigatore privato Fritz Brown, ex poliziotto, (quasi)ex alcolizzato e appassionato di musica classica. Di mezzo c’è il mondo delle scommesse, quello dei caddie (i facchini dei campi da golf) e truffe alla previdenza sociale. Non manca un cattivone, di cui non ti dico nulla per non svelare parte del mistero. E, ovviamente, la bella di cui il detective si innamora.

Io di Ellroy avevo letto solo I miei luoghi oscuri, un paio di mesi fa, che però è una biografia. Prega detective mi ha folgorato: è IL noir, punto. Hai presente quando ti aspetti quelle frasi tipo (invento): «Era una notte buia, ma quella bionda mi faceva girare la testa…», ecco. In questo romanzo trovi esattamente quello che cerchi, un’atmosfera perfetta per il genere.

Di veramente noir non avevo mai letto nulla, fatta eccezione per Pulp di Bukowski (che ora assume ancora più significato nella sua grandezza parodistica). Quello di Ellroy è uno stile cupo, una scrittura che sa di whisky, cazzotti e pallottole.
Dannazione, credo sia nato un amore.

“Politics” di Adam Thirlwell

«Mi divertiva l’idea di scrivere una sex comedy il cui tema in realtà non fosse il sesso ma… un argomento molto all’antica: la virtù.»
Adam Thirlwell

Questo è quanto afferma l’autore, classe 1978, in quarta di copertina di Politics (2003). Ma andiamo per ordine, ti racconto di cosa parla questo romanzo. La trama, insomma (da quando scrivo le trame le visite al blog si sono impennate, quindi mi adeguo al canone preconfezionato delle recensioni).

In Politics ci sono tre personaggi, i primi due, Moshe e Nana, sono una coppia, la terza, Anjali, è un’amica di entrambi. La coppia diventa un triangolo (non occulto, ma un ménage à trois accordato) e poi… e poi mi fermo perché ancora due parole e la trama sarebbe finita.

Quando ho preso in mano questo romanzo, e ho letto le prime pagine, sono stato subito colpito positivamente. Lo stile è molto fresco, semplice e diretto. Ci sono moltissime scene di sesso descritte in maniera quasi chirurgica, tecnica, tutt’altro che erotica. Sesso anale, fisting, rapporti saffici, posizioni a tre, bondage, ecc. Non manca nulla. Thirlwell parla poi in maniera diretta con il lettore, cioè, dice cose come “ora penserete che questo mio personaggio sia egoista”, sfondando il muro della finzione, che viene esplicitata come tale. I rapporti tra i tre, specie quelli sessuali, vengono descritti dal punto di vista psicologico di chi li vive. Ci sono scene tragicomiche in cui nessuno fa quello che vorrebbe davvero, perché pensa di fare ciò che renderà felice l’altro, rendendo tutti insoddisfatti. È un vero spaccato di quello che succede realmente in determinati rapporti in cui non si parla esplicitamente dei propri desideri. E tutto questo è molto positivo. Solo che…

…solo che, dopo le prime 50 pagine, la novità è finita, e non c’è stato molto altro di più. La trama è terribilmente scarna e il romanzo è lungo 260 pagine, peraltro anche molto fitte. Terminarlo si è rivelato difficile, sono stato pervaso da una noia mortale (eh già, nonostante il sesso). Ripeto, lo stile è sicuramente originale, e il sesso è funzionale a un nuovo metodo di studio dei personaggi costruito veramente bene. Non vorrei che pensassi fosse un romanzo per casalinghe frustrate come le 50 sfumature: non lo è, altrimenti lo conoscerebbero tutti. Non è un libro erotico per chi desidera leggere un libro erotico sentendosi comunque intellettuale (Cristo, andate su Pornhub e tagliate corto). È un romanzo sul sesso, sui rapporti a tre consensuali e sulla psicologia sessuale.

Ho scoperto Adam Thirlwell guardando la seconda serie di documentari di François Busnel: Les Carnets de route (in Italia: 1° serie America tra le righe; 2° serie Europa tra le righe, molto meglio la prima, guardala). Thirlwell è considerato uno scrittore emergente dall’innegabile talento.
Sarà… io però non so se leggerò mai un altro suo romanzo.

“La collina dei conigli” di Richard Adams

Ho appena scoperto che di questo romanzo esiste un seguito: una raccolta di racconti dal titolo La collina dei ricordi. Sono molto felice. Già, perché La collina dei conigli mi è piaciuto molto.

La storia è molto semplice. Diversi conigli, appartententi alla stessa conigliera, decidono di lasciare la loro tana a seguito di un presagio negativo (che si rivelerà corretto) di uno di loro, Quintilio. Il branco, guidato da Moscardo e dal suo braccio destro Parrucone, attraversa le colline in cerca di un nuovo posto dove stabilire una conigliera. Tra volpi, cani, gatti e nemici vari, i conigli dovranno affrontare la minaccia rappresentata dal Capo Coniglio Vulneraria, il dittatore di una conigliera organizzata in stile militaresco. Il tutto è accompagnato da una mitologia che i conigli tramandano, sotto forma di racconti, nei momenti di pace.

Se ti aspetti un romanzo metaforico, sul genere de La fattoria degli animali, non lo troverai nel libro di Adams. Questo però non toglie nulla a una narrazione davvero coinvolgente, le pagine si girano da sole mentre vaghi per i campi cercando femmine di coniglio per portare avanti la specie. I combattimenti sono davvero epici e i tranelli che il furbo coniglio Mirtillo attua per favorire i suoi amici sono degni del cavallo di Troia.

Richard Adams è morto, purtroppo, un paio di anni fa ed è in quell’occasione che io ho sentito parlare di lui per la prima volta. Ora credo che recupererò anche gli altri suoi libri, sempre a tema “animalesco”, come La valle dell’orso e I cani della peste.
Essenzialmente si tratta di un tipo di scrittura molto positiva, ed è una cosa rara che questo mi entusiasmi. Meglio approfittarne.

“La macchina del tempo – L’isola del dottor Moreau” di Herbert George Wells

Dopo L’uomo invisibile e La guerra dei mondi non potevo che completare l’opera di H.G. Wells con La macchina del tempo e L’isola del dottor Moreau, in questo caso raccolti in unico volume.

La trama de La macchina del tempo è nota, anche grazie al film del 2002 con Guy Pearce, lo è forse meno quella de L’isola del dottor Moreau, un romanzo che più che al genere della fantascienza appartiene all’horror. Il dottor Moreau è uno scienziato pazzo che ibrida animali rendendoli umani, vincolandoli con falsi credo e condizionamenti mentali a rigettare la propria natura bestiale. Ma ovviamente prima o dopo la sete di sangue dei carnivori si risveglia… e sarà il protagonista del libro, un naufrago, a trovarsi sull’isola di Moreau in balia dei mostri.

In definitiva ho trovato questi due romanzi parecchio più cupi dei due precedenti che ho letto (anche i Morlock nel futuro non scherzano), ed è questo probabilmente il motivo per cui li ho apprezzati di più. Wells si è spinto ad indagare l’animo umano, in entrambi, per capire dove finisca l’Uomo e cominci la Bestia.
Da leggere.

La vita, l'universo e tutto quanto.