“Il fuoco della vendetta” di Scott Cooper

Premessa: non ho visto “Crazy heart” ma mi ripropongo di farlo al più presto. Questo perchè quando si nomina Scott Cooper ho già capito che bisogna dire subito “no bè ma hai visto..”. Ecco, lo vedrò.

Detto questo il film si apre con “Release” dei Pearl Jam, roba che al 3° minuto sei addolorato e felice. Quei film che capisci subito di essere al posto giusto nel momento giusto. E poi Christian Bale, Casey Affleck, Woody Harrelson, Willem Dafoe.. BAM! BAM! BAM! Se si tralascia Forest Whitaker, che ho trovato un pochino sottotono, direi che già ai titoli di testa sei contento di aver qualche euro in meno in tasca.

La trama non te la scrivo, ascolta la canzone e viviti un po’ di atmosfera nelle immagini, che rende meglio di due righe di riassunto. Anche perchè la storia è semplice, è come viene raccontata. E bravi tutti, che non è una frase fatta.

Prima che tu faccia una cazzata e ti prepari a sgranocchiare pop corn davanti a quello che pensi essere una “VinDieselata”: la trama su wikipedia sembra il riassunto di Rambo II, con la natura del film ha poco da spartire. Inoltre la traduzione del titolo è la solita cappellata all’italiana. Il titolo originale “Out of the furnace” (Il fuoco della vendetta???) mi permetto di pensare che possa significare “fuori dalla fonderia”, inteso come la vita sociale e l’insieme dei valori che circondano i protagonisti, abitanti di un paese di periferia che basa la sua economia sulla fonderia.

C’è la gente che si è arresa al destino di vivere lì. Ci sono i problemi che si tengono così come sono perchè non ci si può fare niente. Il lavoro duro ogni giorno per sbarcare il lunario (e per lavoro duro non si intende quello che noi scriviamo su Facebook). Scelte che si prendono da sole e le si accetta così come sono. E’ il tipico paese dove puoi bere una birra con tuo padre a fine serata su un portico malridotto, in silenzio, perchè quel silenzio è la miglior cosa che ti può accadere nella giornata. Solo che qui anche il padre è malato e probabilmente mancano i soldi per la cura di cui avrebbe realmente bisogno. E quando tutto questo lo capisci al 3° minuto – allora, cazzo – significa che la storia te la sanno raccontare bene.

“I’ll ride the wave where it takes me. I’ll hold the pain…Release me…”

“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway

La recensione la scrivo a modo mio, quindi se sei capitato qui per caso è meglio tu vada a leggere una recensione classica, di quelle inquadrate.

“Nessuno esce vivo dalla vita”. Così diceva Paul “Hud il selvaggio” Newman. Santiago, il vecchio protagonista, dalla vita è stato schiacciato come una lepre sulla A4. Che gran romanzo, entra arrogantemente nella mia top ten.

Digressione: la prima cosa che ho pensato a lettura terminata è stata “come fanno a proporre questo romanzo alla scuola dell’obbligo”. Mi ricordo quando anni indietro (lasciamo il mistero su quanti) era tra le letture consigliate per la formazione. Un cazzo di testamento umano, una riflessione in toto sulla vita una volta che questa sta giungendo al termine. A un ragazzino. Come la scuola italiana sa fare odiare la letteratura nessuno mai. E dopo i bambini non crescono con la passione per la lettura..

In poche righe (si, c’è il finale, quindi non leggere se desideri la suspense): il vecchio e deriso pescatore Santiago, preso da indicibile sfiga, non pesca nulla da settimane. Il suo giovane aiutante Manolin è costretto ad abbandonarlo causa superstizione dei genitori. Il vecchio esce in mare solo e resta attaccato a un enorme marlin per tre giorni. Avuta la meglio sul pesce, il vecchio, nel tornare, viene più volte accerchiato dai pescecani che si pappano tutto lasciando solo la carcassa del pescione. Rientro con pive nel sacco. Fine.

La trama è semplice, ma quello che ci sta dietro no. Hemingway ti tiene legato a un pesce per 100 pagine e neanche te ne accorgi. Quella che si sta combattendo è una battaglia con la vita, l’ultima battaglia. E sebbene potrebbe a prima vista sembrare totalmente persa, così come il pesce, è invece stata in una certa parte vinta, come sostiene infine Manolin. Hai perso con i pescecani, ma non con il pesce. La vittoria è negli occhi stupiti di quei pescatori denigranti che ammirano quel che resta del pesce spada più grande che abbiano mai visto.

Questo te lo dico io vecchio: sei ancora un uomo Santiago perchè hai raggiunto il tuo obiettivo, hai vinto tutto. Il pesce; l’invidia che hai suscitato insieme all’ammirazione di chi ti sbeffeggiava; l’adulazione di un giovane dal cuore puro che ti seguirà ereditando il tuo sapere. Si, hai perso con i pescecani, ma quelli rappresentano la vita incontrollabile e “nessuno esce vivo dalla vita”.

La vita, l'universo e tutto quanto.

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