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“Michael” di Antoine Fuqua

Ormai al cinema ci vado tanto di rado che questo blog, nato principalmente per parlare di libri e film, parla solo di libri… Un po’ è dovuto al fatto che “c’ho un’età” e la sera ormai mi addormento, un po’ al monopolio delle sale nella mia città che ha portato i costi del biglietto a prezzi folli. Infatti, questa volta, sono andato al “cinema di paese” (che, peraltro, ha molto poco da invidiare al monopolio stesso) dove il biglietto, 5 euro, costa meno della metà della multisala.

Prima di parlare di Michael di Antoine Fuqua, ti faccio qualche altra doverosa premessa:
1 – Quando ero bambino Michael Jackson era il mio cantante preferito (di chi non lo era?), avevo anche qualche cassetta dei Jackson 5, perché già da piccolo tendevo ad approfondire le mie passioni oltre alla normale media.
2 – Non conosco, però, la vita di Michael, oltre alle notizie che tutti abbiamo sentito nel corso del tempo. Non so dirti, quindi, se il film sia stato romanzato in stile Bohemian Rhapsody, stravolgendo la realtà in favore dei doverosi turning point tanto cari al pubblico-capra, o se la storia della sua vita sia stata seguita per filo e per segno.
3 – Di Fuqua ho visto tutto, tranne l’ultimo film con Will Smith che non ho ancora recuperato. È quello che ritengo un buon regista intrattenente, difficilmente ci si annoia guardando un suo film, difficilmente farà la storia del Cinema.

Quindi, cosa ho visto ieri sera? Sto ancora cercando di capirlo, la realtà è questa. Ci sono dei punti saldi, però. Jaafar Jackson, figlio di Jermaine Jackson, è bravissimo nella parte di Michael, su questo non c’è dubbio. Al di là della somiglianza fisica (che dalla vita in giù è meno evidente, Michael era molto più esile) è proprio eccellente nell’imitazione dello zio, non c’è che dire. Le musiche e le coreografie sono quelle che ci si aspetta, cioè il massimo. La sensazione è quella di rivivere il momento di ascesa di Michael Jackson, un vero e proprio ritorno al passato e a quel qualcosa che non tornerà più a livello qualitativo (non solo per la morte del cantante, si intende).

Ci sono, tuttavia, alcune cose che vanno dette. Non che ci fosse qualche pruriginoso bisogno da parte mia di sapere di più sulla vita di Michael Jackson, rispetto a quel poco che sapessi già, ma il film non dice nulla di più di quanto già noto. Il padre padrone Joseph “Joe” Jackson, l’incidente e le ustioni durante lo spot della Pepsi, la vitiligine (casomai ci fosse ancora qualche coglione che ancora pensa si possa cambiare colore della pelle con la chirurgia), l’insicurezza di Michael. Insomma, la sensazione è quella di aver visto un bel compitino, un film girato come il pubblico si aspetta. Per quanto mi sia piaciuto, non credo comunque che lo riguarderei, al massimo occuperei il tempo guardando un concerto originale.

Non mi è chiaro se assisteremo a un seguito, il film si ferma al Bad World Tour (1987-1989, proprio gli anni in cui io iniziavo ad appassionarmi). Le voci dicono ci sia ancora molto materiale per mettere insieme una seconda parte, ma pare che ci siano anche molti problemi per gestire tutta la questione legata alle accuse di pedofilia (alle quali io non ho mai creduto) e la successiva deriva giuridica.

Quello che ne esce è un Michael Jackson molto fragile e insicuro ma dotato di uno straordinario dono, forse irripetibile nel suo genere. È l’idea che si era già fatto chi aveva visto tutti i documentari e gli approfondimenti. Il doppiaggio, con una voce infantile/femminile, sottolinea e rinforza queste caratteristiche.

Non lo so, forse mi aspettavo qualcosa di più. Forse, però, questo film non è stato girato per la generazione che è riuscita a vivere, anche solo in parte, quel periodo, ma per la nuova generazione “instagrammabile” che non ha la minima idea di cosa sia il mistero in stile Greta Garbo che Michael stesso cercava di inseguire.