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“Come sasso nella corrente” di Mauro Corona

Come già successo in passato, prima di leggere quello che sto per scrivere, ti chiedo di effettuare un enorme sforzo cognitivo e dimenticare il Mauro Corona personaggio per concentrarti solo su Mauro Corona scrittore. Anche se ormai lo saprai, sono due entità ben distinte. (Se non lo sai significa che è la prima volta che passi di qui. Scorri il post fino alla fine, dove trovi gli altri libri di Corona che ho letto, e ripassa.)

Come sasso nella corrente.
Mi è piaciuto? Ni. Per certi versi è uno dei migliori romanzi di Corona (senza scomodare quel paio di titoli che nemmeno ti vado più a citare), per altri uno dei peggiori. Ma prima vediamo di cosa parla, così sei contento e non ti vengono le emorroidi da stress.

Autobiografia in terza persona dello scrittore (o almeno lo sembra molto) fino alle ultime pagine, quando vira verso un genere misterioso/fantastico. Ecco, questa è la trama, sono stato più ermetico del solito. Ok, ok, ancora un paio di cose. Cupo e triste, questo romanzo racconta l’esistenza di un uomo che dalla vita ha avuto tutto e niente. Tutto, perché ha ottenuto il successo e la notorietà, che hanno gonfiato il suo ego e soddisfatto il suo narcisismo; niente, perché l’infelicità non lo ha mai lasciato, impedendogli di godersi anche quei momenti superficiali a fronte della ricerca di qualcosa di profondo, che non è riuscito a trovare. Ad ogni modo, è chiaro che una delle principali cause di questa sofferenza sia imputabile a un’infanzia negata, caratterizzata da una madre assente e da un padre violento. Solo dopo è arrivata la vita, che ha cinghiato il protagonista laddove non lo aveva già cinghiato il padre.
Cupo, dicevo. Triste.

Tuttavia…
Tuttavia in questo romanzo si trovano dei singoli paragrafi che sono i migliori che abbia mai letto scritti da Corona. Estrapolati dal contesto, sono poesia pura. Forse perché, in fin dei conti, vediamo la vita in modo simile. E, siccome un esempio vale più di mille parole…

Erano buone ore quando stavano assieme. Buone per ciò che restava delle loro anime. Le loro anime non erano intere. In passato le avevano divise con qualcuno che era stato allontanato. Chi viene allontanato non se ne va a mani vuote, ruba sempre un po’ d’anima all’altro. Non si esce ad anima integra da una separazione o da spartizioni di beni comuni. Il passato condiviso non si cancella, resta lì col muso duro e il pugno chiuso, a rammentarci che è esistito. Dentro al pugno un po’ d’anima dell’altro. E viceversa.

Per il resto, invece, Come sasso nella corrente non mi ha particolarmente coinvolto, la lettura è stata lenta. Questo anche per una certa ripetitività nella costruzione della frase (ecco, sono cose di cui di solito non mi accorgo, per dire) che tende a riformulare sempre lo stesso concetto, più volte, aiutandosi (troppo) spesso con elenchi di sinonimi. La sensazione è quella di una cantilena che procede per alti e bassi, senza mutamenti. Quando ti aspetti una ripetizione… taaac, arriva, puntuale.

Nel complesso ti direi di leggerlo, non tra i migliori libri dello scrittore/alpinista/scultore/showman, ma di sicuro molto diverso dagli altri. Ecco, forse è questa la cosa più interessante: mentre alcuni suoi titoli, trascorso un po’ di tempo, faccio fatica a distinguerli gli uni dagli altri (soprattutto quelli composti da racconti), questo mi rimarrà in mente. Ha una sua personalità intimista (cupa sempre, eh) ben definita. Così cupa che, in fondo, mi attira.
Ah, ho comprato anche Storia di neve, regolati.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“La città dei libri sognanti” di Walter Moers (serie Zamonia)

Walter Moers è un genio. Ok, ora possiamo iniziare.

La città dei libri sognanti è il quarto romanzo della serie di Zamonia, cominciata con lo spettacolarissimo Le tredici vite e mezzo del capitano orso blu. Un serie che, in teoria, sarebbe dedicata ai più giovani ma che, in pratica, richiederebbe dei “più giovani” particolarmente svegli e intelligenti (o geneticamente modificati). Già, perché il livello di gioco che raggiunge Moers con la lingua (e quindi il fantastico traduttore Umberto Gandini) è qualcosa di unico e inimitabile, difficile da comprendere per gli italici fanciulli figli di italici (mediamente) imbecilli.
[No, non è una polemica inutile. In un paese dove il 60% della popolazione non legge neanche un libro all’anno l’imbecillità è un dato oggettivo.]

Ma torniamo a La città dei libri sognanti che, proprio in merito a quanto appena detto, è una totale e immensa dedica al mondo della scrittura e della letteratura. Non è un romanzo leggero e, talvolta, ho rischiato di arenarmi nei punti più prolissi. E non è nemmeno divertente come il primo della serie o come Rumo e i prodigi nell’oscurità. La città dei libri sognanti è un omaggio dovuto, anche da parte di chi si impegna a leggerlo, alla bellezza del mondo letterario. Per affrontare 500 pagine di giochi di parole e anagrammi ci vuole una predisposizione d’animo non indifferente!

Cerco di farti capire di cosa ti sto parlando.
Il vermicchione (abitante di Forte Vermicchio) Ildefonso de’ Sventramitis ha scritto una biografia in venticinque volumi dal titolo Diario di viaggio di un dinosauro sentimentale. La città dei libri sognanti è la traduzione dei soli primi due capitoli, ad opera di Walter Moers (eh?), dove lo Sventramitis narra la sua avventura nella città di Librandia in cerca dell’autore di un manoscritto lasciatogli dal suo padrino (letterario) Danzelot lo Spaccasillabe. Qui il vermicchione incontrerà moltissimi personaggi e visiterà le catacombe della città in cerca di Colofonio Lucorumido, il più grande cacciatore di libri mai vissuto. E ancora, agenti letterari, shokkie, squalombrichi… Non ti dico altro, ma a seguire ti elenco i nomi (copio da wikipedia) dei Librovori (creature che imparano a memorie opere letterarie di un singolo autore) che Ildefonso incontra nelle catacombe di Librandia. Gli omaggi alla letteratura, esistita e esistente, sono talmente tanti da non riuscire nemmeno a identificarli tutti!

Librovori
Ojann Golgo van Fontheweg (Johann Wolfgang von Goethe)
Gofid Letterkerl (Gottfried Keller)
Danzelot lo Spaccasillabe
Perla La Gadeon (Edgar Allan Poe)
Ali Aria Erkmirrner (Rainer Maria Rilke
Sanotthe von Rhüffel-Estond (Annette von Droste-Hülshoff)
T.T. Strillalasalsiccia (Kurt Schwitters)
Idro Blorn (Lord Byron)
Göfel Ramsella (Selma Lagerlöf)
Fatoma Senape (E.T.A. Hoffmann)
Orca de Wils (Oscar Wilde)
Balono de Zacher (Honoré de Balzac)
Reta Del Petarrosto (Adalbert Stifter)
Ugor Vochti (Victor Hugo)
Holgo Bla (Hugo Ball)
Woski Disgrasciagur (Dostojewski)
Wonog A. Ciavarni (Iwan Gontscharow)
Collerico Cervellotico
Ovidio de’ Fresarime
Akud Rimescolo
Eseila Wimpershlaak (William Shakespeare)
Clas Raisden

Ci sono poi evidenti riferimenti a Il nome della rosa e molti altri romanzi. I numeri dei capitoli, inoltre, sono scritti in base ottale, un particolare sistema numerico inventato da Moers (anche per quanto riguarda la simbologia grafica). Ti ricordo, a tal proposito, che Moers illustra i suoi libri con diverse immagini di cui è lui stesso il disegnatore.

Io resto dell’idea che un mondo dove i lettori di questo romanzo fossero davvero dei bambini sarebbe un mondo migliore. Ripeto, forse il volume più “pesante” della serie, il meno veloce e coinvolgente dal punto di vista della trama, ma comunque un capolavoro. E sì, ho già comprato L’accalappiastreghe, voglio al più presto tornare nel regno dei tenebroni a più cervelli e degli arpiri. Voglio trovare la mia unza (l’ispirazione divina!) e so per certo che potrò farlo solo a Zamonia.

Serie di Zamonia:
Le 13 vite e mezzo del capitano Orso Blu (1999)
Ensel e Krete (2001)
Rumo e i prodigi nell’oscurità (2002)
La città dei libri sognanti (2004)
L’accalappiastreghe (2007)
Il labirinto dei libri sognanti (2011)
La principessa Insomnia e il rovello notturno color incubo (2017)
Weihnachten auf der Lindwurmfeste (2018, non ancora tradotto)
Der Bücherdrache (2019, non ancora tradotto)

“Il luogo delle ombre” di Dean Koontz

Ho tutta una serie di libri di Dean Koontz (classe 1945) che vegetano nella mia libreria senza mai essere stati letti. Phantoms, Cuore nero, Intensity, Il tunnel dell’orrore. Koontz è un autore che dire prolifico è poco, si parla di più di 100 romanzi, un’intera vita passata a scrivere. Un inizio di carriera che poi, se leggi su wikipedia, è affascinante quanto quello di Stephen King. La moglie decide di sostenere la sua passione per la scrittura e gli concede cinque anni di mantenimento: se diventerà scrittore in quel periodo bene, altrimenti fine dei sogni. E Koontz ovviamente ci riesce, altrimenti non sarei qui a parlartene.

Io però questo autore l’avevo sempre ignorato, senza un motivo preciso. Forse proprio perché i suoi libri si trovano ovunque (entra in qualsiasi mercatino e beccherai di sicuro almeno 3/4 titoli) e come ogni cosa disponibile tendi inconsciamente a posticiparla in favore di ciò che lo è di meno. Poi, qualche mese fa, mi è capitato di vedere Il luogo delle ombre (il film) di Stephen Sommers e mi è scattata la curiosità. Capiamoci, il film è leggerino, ma parecchio divertente, con un protagonista ironico (un Anton Yelchin stile Jesse Eisenberg in Zombieland) e Willem Dafoe come comprimario. Eh sì, ok, c’è anche Addison Timlin (oserei dire in odore di Oscar, come si evince chiaramente dalla foto qui sotto).

Comunque, andiamo con la trama…
Odd Thomas è un giovane ragazzo che ha una dote particolare: vede le persone morte (e fino a qui ci bastava Bruce Willis). Non solo però, vede anche i Bodach, creature che si nutrono di dolore e preannunciano, con la loro presenza, l’imminente arrivo di eventi violenti e catastrofici. Tra un fantasma e l’altro, Odd nota un aumento “mostruoso” nella quantità di Bodach presenti nella cittadina in cui vive. Che stia per succedere qualcosa di veramente drammatico? Aiutato dal capo della polizia e dalla sua amata Stormy cercherà di salvare la situazione.

Quanto detto per il film vale anche per il romanzo, stiamo parlando di intrattenimento puro al 100%. In copertina c’è scritto: “Koontz narra la follia che s’annida nella società o nei lati più oscuri di alcuni esseri umani”, come se per essere ritenuto interessante un libro debba per forza trattare qualcosa di profondamente impegnativo e avere un secondo fine “sociale”. Secondo me, invece, questo Odd Thomas si fa leggere volentieri anche senza tante pippe mentali. Mi ha divertito parecchio e, ogni tanto, ci vuole una lettura così, leggera e piacevole.

Unica pecca (che in realtà non lo è) è che il film sia proprio identico al romanzo, tanto da non lasciarmi molto da scoprire. Questo il solo motivo per cui non ho “divorato” le pagine. Ora recupererò il seguito, Nel labirinto delle ombre, sperando che nel frattempo la Sperling decida di tradurre in italiano anche gli altri cinque titoli successivi della serie.

“Portland Souvenir” di Chuck Palahniuk

Non mi dilungherò troppo su Portland Souvenir, solo poche righe per descriverti quello che è (o quello che non è).
Per prima cosa è una guida turistica della città di Portland, ma non è una guida esaustiva o totale, è una guida da utilizzare solo come ulteriore supporto a un cartaceo più classico, casomai tu decida di visitare la città. Io, se dovessi mai andare a Portland, me la porterei dietro per avere un punto di vista sicuramente originale e alternativo. Magari con una cartina, tanto per dire.
Non è un romanzo o una raccolta di racconti. Sì, ci sono degli aneddoti, che vengono chiamati “cartoline”, ma è tutto molto lontano dall’essere definibile come “narrativa”. Se non hai mai letto Palahniuk, ASSOLUTAMENTE non partire da questo libro. Portland Souvenir è apprezzabile solo da chi di Chuck vuole leggere proprio tutto, anche le ricette da cucina.
Lo scrittore ti descrive luoghi e attività in quello che è il suo stile caratteristico, raccontando di tanto in tanto storie di vita e leggende metropolitane.
Che dire, io sapevo cosa mi sarei trovato a leggere e devo anche ammettere che ho pagato solo due euro per questa copia del libro, poiché usato. A prezzo pieno forse non l’avrei comprato, perlomeno non prima di aver letto tutto di Palahniuk o aver deciso di fare il turista per le vie di Portland…

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
Portland Souvenir (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)

“Ninna nanna” di Chuck Palahniuk

Di Palahniuk ho letto quasi tutto, mi mancano giusto gli ultimi libri usciti, ma per quanto riguarda i masterpiece posso tranquillamente dire di non essermi perso nulla. Purtroppo l’inizio della mia passione per questo scrittore risale a ben prima che decidessi di aprire il blog, quindi non ti ho parlato di molti suoi lavori per ovvie questioni cronologiche, ma sotto troverai comunque un elenco sia di ciò di cui ho scritto che di quello che, ahitè, ho letto precedentemente.

Ninna nanna è il quinto romanzo di Chuck e, te lo dico subito, non mi è piaciuto. Ammetto di essermici dedicato in condizioni di scarsa concentrazione (peregrinando tra i rifugi delle Dolomiti) e questa può essere una mia colpa, ma è l’unica. Mi aspettavo molto, anzi, moltissimo da questo libro e il perché è presto spiegato: i primi quattro romanzi di Palahniuk sono in assoluto i miei (suoi) preferiti, e Ninna nanna veniva subito dopo.

La (confusionaria) trama parla di neonati che muoiono nella culla senza un’apparente causa. La causa però c’è e dipende dalla lettura di una particolare filastrocca contenuta in un libro per bambini, che procura morte istantanea. Quattro personaggi si lanciano nell’impresa di distruggere i volumi rimanenti, ognuno di questi disperati ha le proprie motivazioni, i propri problemi e segreti. Inoltre possedere la filastrocca della morte istantanea darebbe un enorme potere a chiunque…

Quello che mi fa salvare questo romanzo è lo stile di scrittura, secco e tagliente, caratteristico del Chuck delle origini, ma è anche l’unica cosa che salvo. Proprio perché il romanzo mi avrebbe accompagnato durante il mio girovagare, cercavo qualcosa che mi invogliasse alla lettura, che mi incuriosisse spingendomi a voltare pagina. Invece la storia è di una noia mortale, soporifera. 50% stile – 0% trama, i conti non tornano. Peccato.

Era da parecchio che non leggevo Palahniuk proprio per le ultime delusioni, ma non demordo. Ho già sullo scaffale Portland souvenir (so già che qui non ci saranno colpi di scena, è praticamente una guida) e la raccolta di racconti Romance. Spero in meglio, ben sapendo che chi vive sperando…

Libri che ho letto di Chuck Palahniuk:
Fight Club (1996)
Survivor (1999)
Invisible Monsters (1999)
Soffocare (2001)
Ninna nanna (2002)
Diary (2003)
La scimmia pensa, la scimmia fa. (2004)
Cavie (2005)
Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey (2007)
Gang Bang (2008)
Pigmeo (2009)
Senza veli (2010)
Dannazione (2011)
Sventura (2013)

“La settima fata” di Angelo Paratico

Di Angelo Paratico ti avevo già parlato dell’interessante saggio Leonardo da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava, dedicato al noto inventore e artista del Rinascimento. Ora, invece, ti sto per parlare de La settima fata, che non è un saggio, né uno scritto politico (a differenza di quanto la copertina potrebbe far pensare), ma un’opera di narrativa che intreccia lo spionaggio con il poliziesco, senza tralasciare una strizzata d’occhio a dei risvolti amorosi e quindi, inevitabilmente, ai relativi rapporti umani.

Raccontarti la trama di questo romanzo senza svelarne i colpi di scena è praticamente impossibile ma, come puoi facilmente immaginare dall’immagine qui sopra, c’è di mezzo l’Assassination (concedimi questa citazione dal mitico film che ho rivisto l’altra sera, con l’altrettanto mitico Charles Bronson) di Xi Jinping, il presidente della repubblica popolare cinese. Detto questo non ti anticipo altro ma, nel corso della vicenda, avrai modo di imbatterti anche nella mafia italiana, in valigette contenenti armi scambiate Cina e Stati Uniti, in una storia d’amore insidiata da ricatti e dubbi morali e ancora tanto altro.

La settima fata si legge molto velocemente proprio per il continuo mutare degli eventi e l’evolversi rapido della situazione, non ci sono parti “stanche” e le 125 pagine del romanzo volano via in un attimo. Te lo consiglio soprattutto se cerchi una lettura d’evasione, che ti porti via con la sua azione, spesso frenetica, in un paese, la Cina, da noi spesso ancora considerato esotico a causa della poca conoscenza che abbiamo delle usanze e tradizioni di una cultura così diversa dalla nostra.

Lo so che la copertina (la bandiera cinese, Xi Jinping in primo piano, il mirino stilizzato…) potrebbe ricordarti certi mattoni politici nostrani, cioè quei libri che ti chiedi sempre chi mai li legga ancora, stavo anche io per cadere in questo misunderstanding. Non badarci, non è così. Ho letto il romanzo in un’unica “sessione”, credo che questo possa essere già indicativo riguardo al fatto che non ti troverai di fronte a una narrazione pesante, anzi.

Curiosità, cito dalla quarta di copertina:
“Un libro stampato a Hong Kong nel 2017, in 100 copie e subito ritirate, per evitare complicazioni politiche.”
Sarà vero? Sarà marketing? Temo non lo sapremo mai.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“La verità sul Titanic” di Archibald Gracie

Mi dispiace per te, ma per avere un’idea completa di quello che penso di questo libro dovrai lavorare un po’, leggendoti anche una recensione precedente. Questo perché ti avevo già parlato de Il sopravvissuto del Titanic, che altro non è se non lo stesso testo pubblicato da Rizzoli in un’edizione più “ristretta”. Ora, invece, ho tra le mani La verità sul Titanic, della Gingko Edizioni (gentilmente omaggiatomi dall’editore), un’edizione completa e senza tagli. Per darti un’informazione più precisa (sai che sono un tipo pratico) considera che La verità sul Titanic è lungo 256 pagine e la storia narrata in Il sopravvissuto del Titanic si ferma a pagina 91. Insomma, c’è parecchia polpa in più.

Fermo restando che, per quanto riguarda la prima parte del romanzo, quella in cui Gracie parla della sua esperienza fino al salvataggio della nave Carpathia, dovrai rileggerti quanto già detto, andiamo a vedere cosa offre in più questa edizione.
Nelle 160 pagine in più La verità sul Titanic riporta stralci degli interrogatori e delle indagini compiute dalle commissioni statunitensi e inglesi riguardo alla tragedia del Titanic. Devo dirti che non è proprio una parte leggerissima, ma l’ho trovata assolutamente necessaria per una visione più completa e realistica di questo evento. Non è leggera perché riporta le descrizioni e le testimonianze di buona parte delle persone che hanno guidato le scialuppe di salvataggio, quindi in taluni momenti è un pochino ripetitiva. Ma è, come dicevo, necessaria, perché offre finalmente una visione realistica delle reazioni umane, in confronto alla versione romanzata ed “eroica” di Gracie.

Il dilemma principale presente in tutte le scialuppe era quello se tornare o meno indietro verso la nave per tentare di recuperare altri superstiti. E, nella quasi totalità dei casi, si è scelto di non tornare, per il timore di essere assaltati da chi stava annegando o di venire risucchiati dalle acque nei pressi del transatlantico. Un altro esempio interessante è quello di un passeggero ricco che ha offerto del denaro a tutti gli occupanti della sua scialuppa, non tanto per non tornare indietro, quanto per acquisire (acquistare) un maggior peso nella decisione di non farlo. E poi ci sono tutti quei passeggeri “clandestini” che si sono lanciati nelle scialuppe ignorando il comando “prima le donne e i bambini”.

Insomma, sebbene i valori e la morale dell’epoca (e forse anche il coraggio) fossero indubbiamente più alti dei nostri, questo resoconto rende tutto più umano. O meglio, riporta le situazioni di coraggio estremo descritte da Gracie a una condizione più veritiera e coerente con i difetti che rappresentano la nostra specie, che di certo non brilla per cooperazione (altrimenti saremmo intelligenti come le formiche e non ci staremmo estinguendo).

A tutto questo devo aggiungere il vantaggio di poter vedere in faccia molti protagonisti del romanzo, grazie alle illustrazioni sparse per il libro. E a volte la curiosità è ben ripagata da questa possibilità.
E con questo ti ho detto tutto.

“Leonardo Da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava” di Angelo Paratico

Il 2 maggio 2019 si celebrano i 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci (Anchiano, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519). Sinceramente, se escludiamo la Gioconda, il Cenacolo e gli schizzi delle macchine volanti, non posso (o meglio, non potevo) dirmi un grande conoscitore dell’artista/scienziato/inventore. Pessimamente nella media, le mie conoscenze si limitavano a quanto assorbito per osmosi da Il codice da Vinci di Dan Brown (e sì, anche dal mitico Hudson Hawk – Il mago del furto con Bruce Willis), del tutto dimentico degli esami universitari dati.
Ora ho rimediato, con solo mezzo millennio di ritardo.

Ti dirò la verità, riguardo a questo Leonardo Da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava (Gingko Edizioni): ero scettico. Uno scetticismo nato proprio dalla mia scarsa conoscenza su Leonardo. Già, perché mi sono detto, se devo leggere un libro su Leonardo tanto vale partire da qualcosa di generico, e non da un testo che desideri dimostrare delle tesi (come si evince dal titolo). Per semplicità mia, capiscimi, è come se per studiare la vita di Kennedy partissi da una biografia che sostenga non sia stato Oswald a sparare. E invece sono stato piacevolmente sorpreso.

Ma torniamo al titolo, appunto.
L’autore, Angelo Paratico, dalle prime pagine sostiene che la madre di Leonardo potesse essere una schiava tartara (termine con cui si definivano praticamente tutte le schiave provenienti da oriente) e che, anche a causa di queste origini umili, Leonardo abbia sempre rincorso un bisogno estremo di dimostrare la propria grandezza sia a sé stesso che al prossimo, soffrendo così di insoddisfazione cronica (e da qui: psicotico). Tutto molto interessante ma, per uno come me (ignorante in materia), poco utile. Ed è qui che il libro, nella sua importante mole di 360 pagine, mi ha sorpreso. Per dimostrare queste teorie, infatti, Paratico ricostruisce tutto il contesto storico per filo e per segno, riportandoti in un’Italia di signorie, epidemie, schiavismo (ebbene sì, in Italia), inciuci di palazzo e quant’altro. La vita di Leonardo viene passata al microscopio, ricostruita fin dagli avi e niente è trascurato.

Sai che sono un tipo pratico, quindi lungi da me addentrarmi nei dettagli del volume (mi perderei perché sono davvero molti, talvolta forse troppi) ma ti offro qualche esempio molto semplice. Sai come funzionava lo schiavismo in Italia nel XV secolo? Conosci i tratti orientali presenti nelle opere di Leonardo e le influenze orientali nel Rinascimento in generale? Sai che Leonardo era vegetariano e che scriveva al contrario? Hai idea di come l’omosessualità fosse affrontata in quel periodo? Pensi che persino tua nonna potrebbe essere il soggetto misterioso nascosto dietro alla Gioconda?
Ecco, dopo la lettura avrai tutte queste risposte e molto di più.

Credo in definitiva che non ci si debba troppo soffermare sulle tesi dell’autore, o che comunque non debbano essere considerate permeanti l’intero volume, poiché vengono esplicitate solo a margine di un’analisi esaustiva del personaggio e del contesto, ed è questo che mi è piaciuto maggiormente. Mi è parso per un po’ di camminare tra le botteghe nelle vie di Firenze e, soprattutto, ho colmato molte mie lacune sia su Leonardo in particolare che sul periodo del Rinascimento in generale.

E lo so che stai ancora storcendo il naso, ti vedo, cazzone. Che dici: «Sì, adesso vien fuori che anche Leonardo è Made in China». Premesso che identificare Cina = bassa qualità nasca da una visione miope (dovuta al fatto che TU compri solo articoli plasticosi da un euro da Cinciampai all’angolo), mi pare che questa opinione da tifoseria da stadio possa essere superata. (Chissà quante cose cinesi “assembled in Germany” hai in casa, di cui vai fiero, ri-cazzone). In Cina, e in oriente in generale, le arti ci sono sempre state, svegliati.

Non credo avrò bisogno di leggere altro su Leonardo Da Vinci, mi sento soddisfatto così, e questo è un dato abbastanza indicativo.
Ed ora, per non spaventarti troppo (che poi ti scoppia il cervello) e tornare alla narrativa, sappi che sto finendo I quarantanove racconti di Hemingway. Non è certo Il vecchio e il mare, ma non ti dico altro…

“Il sopravvissuto del Titanic” di Archibald Gracie

Ultimamente mi è presa questa passione per i naufragi e i relitti sommersi. Ho quindi passato al vaglio tutti le principali tragedie del mare, non solo quella del Titanic, ma anche quella dell’Andrea Doria (affondata nel 1956, giace a 75 metri) e dell’Achille Lauro (il transatlantico, non il menestrello), che subì un dirottamento nel 1984 e affondò nel 1994 (5000 metri). A tal proposito mi piacerebbe leggere altro, se hai suggerimenti sono ben accetti, tuttavia preferirei letture abbastanza scientifiche (non il romanzo del Poseidon, per capirci).

Ma veniamo al noto Titanic, il cui dramma ha avuto nuova linfa “vitale” dopo l’omonimo film di James Cameron. Il sopravvissuto del Titanic è scritto da Archibald Gracie, un ricco Newyorkese che è riuscito a mettersi in salvo nel naufragio (evitabile) del 1912.
[Attenzione, l’edizione che ho letto è quella edita da Rizzoli nel 1998, ma esiste anche un’edizione più recente (2017) della Gingko Edizioni intitolata La verità sul Titanic, con lo stesso testo e arricchita da una sessantina di foto. Ho voluto risparmiare, la nuova edizione non si trova usata.]

L’autore è stato così provato dall’esperienza da morire verso la fine dello stesso anno, non prima comunque di aver portato a termine il suo resoconto. Un resoconto che è abbastanza breve (135 pagine a grandi caratteri) e di facile lettura, forse anche troppo. Il libro pare infatti un romanzo d’avventure, con quel gusto un po’ retrò della scrittura di una volta, adatto anche alla lettura da parte dei più piccoli. Viene continuamente elogiato l’eroismo di tutti durante la vicenda, la pefetta preparazione dell’equipaggio, il coraggio e lo spirito di sacrificio dei passeggeri (molti muoiono dicendo cose tipo “ok io muoio salvatevi voi”). Mi è parso un grande epitaffio, più che una cronaca realistica, formulato in segno di rispetto delle vittime. E, soprattutto, vengono lanciate pochissime accuse per quella che è stata una tragedia che poteva benissimo essere evitata, quasi fosse solo colpa dell’iceberg…

Qui forse ci sta bene una specifica sul perché il naufragio del Titanic fosse un dramma annunciato, ti elenco solo i  motivi più evidenti (per tutti gli altri wiki è molto esaustiva):
• velocità eccessiva: nonostante i ripetuti allarmi inviati al transatlantico la velocità non è mai stata rallentata, era maggiore la fretta di arrivare in anticipo che quella di viaggiare in sicurezza;
• assenza dei binocoli: la nave è partita senza gli strumenti utili per gli avvistamenti da parte delle vedette, infatti questi strumenti erano in ritardo e si sarebbe dovuta rinviare la partenza di qualche ora (vedi sopra);
• insufficienza delle scialuppe di salvataggio: in verità a norma di legge nel numero, ma la legge non era attualizzata con la capienza dei transatlantici;
• scialuppe a mezzo carico: l’ordine era “prima le donne e i bambini”. Solo che con “prima” è stato inteso di calare le lance di salvataggio con 35 persone a bordo (solo le donne e i bambini) invece di 70…

Per tornare al romanzo, mi sento quindi di consigliartelo per una lettura leggera, senza grosse attese. Il protagonista rimane un buon narratore, verrà poi salvato insieme ad altri dalla nave Carpathia e subito dopo comincerà a scrivere. È curioso peraltro come sulla Carpathia incontri molti conoscenti, probabile che all’epoca solo una determinata parte della popolazione potesse permettersi questi viaggi e che quindi nell’alta società si conoscessero un po’ tutti. Sì, sì, c’era anche la terza classe, ma quelli sono morti quasi tutti, mica si son messi a scrivere libri.

Io continuo a immaginare come sarebbe andata ai giorni nostri: altro che eroismo e galanteria. Spintoni e urla intervallati solo da qualche fugace selfie con l’acqua alle ginocchia. E magari un capitano che, invece di aiutare i passeggeri, abbandona la nave e… ah no, questa scena l’abbiamo vista davvero.

“The Outsider” di Stephen King

Il corpo di Frank Peterson, undici anni, viene ritrovato in un parco. È stato ucciso, ma non prima di essere mutilato, morsicato e sodomizzato con il ramo di un albero. Impronte, testimonianze, DNA, tutto conduce verso un unico sospettato: il cittadino modello Terry Maitland, allenatore della squadra giovanile del paese, quello che si definirebbe “una pasta d’uomo”. Solo che Terry ha un alibi di ferro. Il giorno dell’omicidio era fuori città con dei colleghi insegnanti, ed è anche stato registrato da delle telecamere, oltre ad aver lasciato delle inequivocabili impronte…

Non posso proprio andare oltre, altrimenti ti dico troppo. The Outsider è un giallo per le prime 200 pagine, con indagini, interrogatori, ecc., poi diventa un enigma per una cinquantina di pagine, ed infine una caccia all’uomo (e anche qui mi fermo). Si inserisce perfettamente nel genere poliziesco/soprannaturale che Stephen King ha inaugurato con la trilogia di Mr. Mercedes (seguito da Chi perde paga e da Fine turno). A prova di questo ritroviamo, tra i protagonisti, Holly Gibney, coprotagonista proprio della trilogia.

È un librone alla King, nel senso quantitativo del termine. Sono 530 pagine molto fitte, eppure scorre via veloce. Ho letto molte critiche riguardo al finale (non spoilero, vai tranquillo), universalmente riconosciuto come il tallone d’Achille dello scrittore, ma devo dire che in realtà ci ha abituato a molto peggio (vedi The dome). Certo, The Outsider non sarà tra i capolavori del Re, ma è comunque godibile e la rappresentazione del Male è accettabile. D’altra parte non si può pretendere che ogni volta si arrivi ai picchi immagino-filosofici di IT (no, non il pagliaccio né il ragno del cinema/tv, intendo il Male vero del romanzo, l’opera d’arte). Qui invece siamo più dalle parti di X-Files che della tartaruga nell’Universo (questa la capisci solo se hai letto IT), ma per divertirsi può funzionare.

Per chi, come me, ha letto l’opera omnia, ci sono alcuni riferimenti al Ka e, appunto, all’eterna contrapposizione delle forze che regolano l’Universo. Sono tuttavia molto marginali, non rappresentano una difficoltà di lettura per un primo approccio. Più consistenti i rimandi alla storia di Brady Hartsfield della trilogia citata sopra, ma anche qui non sono necessari alla trama, è più un gioco citazionistico per gli appassionati.

Insomma, se vuoi un romanzo di King che ti tenga “incollato” questo The Outsider lo fa. Certo, è molto semplice e ben lontano dalla storica complessità dello scrittore, ma non è detto che tutti siano pronti a comprenderla o ad afforntarla…
Ora attendo l’uscita di Elevation, anche se la lunghezza ridotta (144 pg.) dell’edizione mi fa presagire il peggio (e per “il peggio” intendo La scatola dei bottoni di Gwendy).

Una nota: il 19 novembre è morto Tullio Dobner, storico traduttore di Stephen King. Era ormai parecchio che non lavorava sui libri del Re, ma li ha tradotti per trent’anni ininterrottamente (1983-2012), prendendo in pieno buona parte del periodo in cui io ho cominciato a leggerlo. Il suo stile rimane senza dubbio il migliore, senza offesa per gli altri traduttori.