“I quarantanove racconti” di Ernest Hemingway

I quarantanove racconti sono stati scritti attorno al 1930 da Ernest Hemingway e riuniti nell’antologia edita nel 1938. Aspettavano sulla mia mensola da mesi, tutti e quarantanove. Li guardavo e pensavo sarebbero stati pesantissimi (sempre tutti e quarantanove), senza mai trovare il coraggio di cominciarli. La paura era giustificata. Sì, sto per dirti quello che nessuno vorrebbe sentir dire di Hemingway, soprattutto chi ha definito questa raccolta la migliore raccolta di racconti del secolo. Un pacco mostruoso. La noia solidificata e condensata in un mattone cartaceo. E sì che l’inizio non sembrava male, La breve vita felice di Francis Macomber mi è piaciuto e mi ha fatto ben sperare, poi il nulla. Sono seguite quarantotto masturbazioni letterarie, narcisismo puro per Hemingway, storie senza capo né coda. Attimi narrati senza essere minimamente interessanti, senza suscitare nessun tipo di curiosità. E io ho adorato Il vecchio e il mare, chiariamoci, ritengo sia uno dei libri migliori che abbia mai letto. Anche Bukowski raccontava dei momenti, e spesso si ripeteva nelle sue descrizione di sbornie/scopate/cavalli, ma sapeva tenere incollato il lettore. Questi racconti invece mi hanno ucciso. Iniziati, interrotti, ripresi e buttati giù all’ingozzo. Pocco conta che il protagonista sia o meno Nick Adams, lo pseudonimo dello scrittore, sono un accozzaglia di istanti descritti con la consapevolezza di sapere scrivere. C’è la guerra, la boxe, le corride, molti dialoghi. Esemplifico: ci sono venti pagine di descrizione di una corrida, il toro che carica, il fantino che schiva e via dicendo. Libro terribile, noioso, lento. Se poi per sentirti migliore devi dire che Hemingway sia insuperabile è un altro conto, ma io e te lo sappiamo che in questo caso stai mentendo per fingerti colto. Caro Ernest, puoi scrivere bene quanto vuoi, ma non c’è mai stato un singolo momento in cui io sia stato invogliato a girare pagina per andare avanti. E di pagine ce ne sono 500, interminabili.
Mai più.

“Leonardo Da Vinci – Lo psicotico figlio d’una schiava” di Angelo Paratico

Il 2 maggio 2019 si celebrano i 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci (Anchiano, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519). Sinceramente, se escludiamo la Gioconda, il Cenacolo e gli schizzi delle macchine volanti, non posso (o meglio, non potevo) dirmi un grande conoscitore dell’artista/scienziato/inventore. Pessimamente nella media, le mie conoscenze si limitavano a quanto assorbito per osmosi da Il codice da Vinci di Dan Brown (e sì, anche dal mitico Hudson Hawk – Il mago del furto con Bruce Willis), del tutto dimentico degli esami universitari dati.
Ora ho rimediato, con solo mezzo millennio di ritardo.

Ti dirò la verità, riguardo a questo Leonardo Da Vinci – Lo psicotico figlio di una schiava (Gingko Edizioni): ero scettico. Uno scetticismo nato proprio dalla mia scarsa conoscenza su Leonardo. Già, perché mi sono detto, se devo leggere un libro su Leonardo tanto vale partire da qualcosa di generico, e non da un testo che desideri dimostrare delle tesi (come si evince dal titolo). Per semplicità mia, capiscimi, è come se per studiare la vita di Kennedy partissi da una biografia che sostenga non sia stato Oswald a sparare. E invece sono stato piacevolmente sorpreso.

Ma torniamo al titolo, appunto.
L’autore, Angelo Paratico, dalle prime pagine sostiene che la madre di Leonardo potesse essere una schiava tartara (termine con cui si definivano praticamente tutte le schiave provenienti da oriente) e che, anche a causa di queste origini umili, Leonardo abbia sempre rincorso un bisogno estremo di dimostrare la propria grandezza sia a sé stesso che al prossimo, soffrendo così di insoddisfazione cronica (e da qui: psicotico). Tutto molto interessante ma, per uno come me (ignorante in materia), poco utile. Ed è qui che il libro, nella sua importante mole di 360 pagine, mi ha sorpreso. Per dimostrare queste teorie, infatti, Paratico ricostruisce tutto il contesto storico per filo e per segno, riportandoti in un’Italia di signorie, epidemie, schiavismo (ebbene sì, in Italia), inciuci di palazzo e quant’altro. La vita di Leonardo viene passata al microscopio, ricostruita fin dagli avi e niente è trascurato.

Sai che sono un tipo pratico, quindi lungi da me addentrarmi nei dettagli del volume (mi perderei perché sono davvero molti, talvolta forse troppi) ma ti offro qualche esempio molto semplice. Sai come funzionava lo schiavismo in Italia nel XV secolo? Conosci i tratti orientali presenti nelle opere di Leonardo e le influenze orientali nel Rinascimento in generale? Sai che Leonardo era vegetariano e che scriveva al contrario? Hai idea di come l’omosessualità fosse affrontata in quel periodo? Pensi che persino tua nonna potrebbe essere il soggetto misterioso nascosto dietro alla Gioconda?
Ecco, dopo la lettura avrai tutte queste risposte e molto di più.

Credo in definitiva che non ci si debba troppo soffermare sulle tesi dell’autore, o che comunque non debbano essere considerate permeanti l’intero volume, poiché vengono esplicitate solo a margine di un’analisi esaustiva del personaggio e del contesto, ed è questo che mi è piaciuto maggiormente. Mi è parso per un po’ di camminare tra le botteghe nelle vie di Firenze e, soprattutto, ho colmato molte mie lacune sia su Leonardo in particolare che sul periodo del Rinascimento in generale.

E lo so che stai ancora storcendo il naso, ti vedo, cazzone. Che dici: «Sì, adesso vien fuori che anche Leonardo è Made in China». Premesso che identificare Cina = bassa qualità nasca da una visione miope (dovuta al fatto che TU compri solo articoli plasticosi da un euro da Cinciampai all’angolo), mi pare che questa opinione da tifoseria da stadio possa essere superata. (Chissà quante cose cinesi “assembled in Germany” hai in casa, di cui vai fiero, ri-cazzone). In Cina, e in oriente in generale, le arti ci sono sempre state, svegliati.

Non credo avrò bisogno di leggere altro su Leonardo Da Vinci, mi sento soddisfatto così, e questo è un dato abbastanza indicativo.
Ed ora, per non spaventarti troppo (che poi ti scoppia il cervello) e tornare alla narrativa, sappi che sto finendo I quarantanove racconti di Hemingway. Non è certo Il vecchio e il mare, ma non ti dico altro…

“Captive State” di Rupert Wyatt

Devo dirti che non ero proprio ben disposto andando al cinema a vedere questo film (o meglio, più esplicitamente, mentre guidavo ho pensato sarà la solita stronzata con gli alieni). Io avrei voluto vedere Border – Crature di confine, ma è un film troppo elitario per le menti limitate dei miei concittadini, quindi non è in programma nelle mie zone (e intendo né in città né in provincia).
[Anzi, aspetta, ti sparo una bella digressione offensiva, prima di parlarti di Captive State (che mi ha piacevolmente sorpreso). Ieri era mercoledì, il giorno dei poveri, quello in cui si paga meno al cinema. La sala era vuota. Strano, perché di solito c’è un casino infernale di gente che sgranocchia lipidi come se fosse sul divano di casa. Dopo il film, però, sono andato a mangiare, e allora ho capito. Maxi schermo e partita: Giuventus – Dixan (o simile). I poveri del mercoledì sono più poveri nel cervello che nel portafogli. Sono talmente poveri che si esaltano come dei dannati anche quando fa goal la squadra avversaria, perché tifano contro. Io a quel boato di urla pensavo avessero trovato la cura per il cancro, o che fosse stato scoperto un modo per lavorare di meno, dimentico della società in cui vivo… Ecco, se sei uno di questi, un vero sportivo, fai una bella cosa, levati dal cazzo, vai pure a fare il follower da un’altra parte. Fine digressione.]

Il film si apre con la conquista della Terra da parte degli alieni. Vengono mostrati i protagonisti, due fratelli bambini, che perdono i genitori durante una fuga in auto nel caos generale. Poi c’è uno stacco di dieci anni. Durante questo periodo l’umanità si è totalmente asservita alla nuova razza dominante che vive nel sottosuolo e sta prosciugando il pianeta dei beni naturali, complici gli umani stessi. Per non combattere, per evitare problemi, l’uomo si è infatti piegato di fronte a una falsa propaganda di benessere che sostiene (falsamente) il miglioramento generale delle condizioni di vita dall’arrivo degli invasori. Ci sono umani preposti a comunicare con gli alieni e a riportare in superficie le leggi che questi decidono per l’umanità intera. La massa, il popolo, crede che tutto stia andando per il meglio, decidendo di non vedere la realtà. Vengono mantenuti quegli eventi che tengono calme le masse, gli stadi sono pieni (toh, guarda caso, panem et circenses), l’economia del lavoro, ecc. In tutto questo, però, c’è una resistenza, un gruppo organizzato che si oppone all’invasore alieno, gruppo capeggiato da uno dei due bambini che abbiamo conosciuto all’inzio del film. L’altro fratello, invece, deve ancora prendere la sua strada, capire come opporsi all’ordine dominante. Mi fermo.

Budget del film 25 milioni di dollari (che sono pochi), di conseguenza pochi effetti speciali e molte idee. È questo il cinema che mi piace. Non siamo certo di fronte a un film che resterà nella storia della fantascienza, ma è davvero piacevole da vedere. Così come è piacevole NON vedere quasi mai gli alieni, perché quello che si immagina fa sempre più paura di quello a cui si può dare una forma. Altra grande carta sfruttata è l’effetto Cronenberg, ossia la contaminazione della tecnologia sul corpo umano. Tutti gli uomini hanno infatti una cimice-controllore sottopelle, che pulsa, lasciandoti nel dubbio se sia una tecnologia vivente o meccanica, anche se sicuramente in parte biologica. E poi c’è un grande John Goodman, che fa il poliziotto scova ribelli, che ho trovato davvero bravissimo.

Ho letto diverse interpretazioni su questo film. C’è chi parla di Trump, chi del bavaglio all’informazione. Io la vedo meno metaforicamente, non credo si debba sempre andare a trovare un significato “secondo” in queste pellicole. O forse sì, però trovarlo in una persona specifica, in un problema specifico, mi sembra abbastanza limitante. Forse bisogna allargare un po’ gli orizzonti per non vedere sempre e solo il dito invece della Luna. Perché gli invasori, quelli che limitano la libertà e si chiudono in un sistema, siamo noi stessi, con le stupide ambizioni del nostro fallimentare sistema. Un sistema che poi sputa fuori personaggi a cui contrapporci (il dito, appunto), personaggi ben visibili, da abbattere, mentre la Luna resta sempre lì, ferma e inattaccabile.

Comunque sì, ho divagato. Questo significa che il film è un buon film.

“Il telefono senza fili” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Quinto episodio della serie di romanzi del BarLume di Marco Malvaldi, edita da Sellerio. Nel momento in cui scrivo i libri pubblicati sono otto (sette romanzi più una raccolta di racconti), io li ho già sulla mensola, quindi rassegnati che piano piano te li pippi tutti.

Come sempre non ti dico molto della trama, trattandosi di un giallo. Questa volta a far aprire le danze (delle anche) dei vecchietti del bar è la scomparsa di una donna, nota per avere problemi coniugali abbastanza importanti. Subito i sospetti ricadono sul marito, ma non c’è niente di scontato al BarLume e il bar(r)ista Massimo Viviani si troverà quindi a indagare su intercettazioni telefoniche e medium televisivi (o presunti tali). Mi fermo.

La principale novità di questa nuova puntata è costituita dall’uscita di scena del commissario Fusco, sostituito dalla giovane, e molto appetibile, Alice Martelli. Questo fatto, in concomitanza del ritorno di Tiziana dietro al bancone (insieme all’ex marito Marchino), fa presagire ulteriori complicazioni per quanto riguarda la vita sentimentale di Massimo.

Vedremo o, meglio, leggeremo.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
La battaglia navale (2016)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
A bocce ferme (2018)

“La contea più fradicia del mondo” di Matt Bondurant

Qualche mese fa mi è capitato di vedere Lawless di John Hillcoat (The Road), film con un cast spettacolare (che ti riporto: Tom Hardy, Shia LaBeouf, Jason Clarke, Guy Pearce, Jessica Chastain, Mia Wasikowska e Gary Oldman) su sceneggiatura di Nick Cave. Preso dall’entusiasmo ho subito deciso che dovevo recuperare il libro da cui era tratto e, finalmente, ci sono riuscito. L’autore, Matt Bondurant, è il nipote di Jake Bondurant, uno dei tre fratelli Bondurant (gli altri sono Forrest e Howard) dei quali il romanzo narra le gesta. Siamo di fronte a una ricostruzione romanzata della realtà, per stessa ammissione dello scrittore, ma questo non toglie nulla al piacere della riscoperta di un periodo, quello del proibizionismo, in cui le guerre tra i moonshiners (i distillatori di alcool illegale) e la legge, spesso corrotta, erano all’ordine del giorno.

Contea di Franklin, Virginia.
1935. Lo scrittore Sherwood Anderson cerca di capire quello che è successo cinque anni prima, quando i fratelli Bondurant sono stati feriti durante un conflitto a fuoco con le forze di polizia locali. Si scontra con l’omertà di un paese dove “chi si fa i fatti suoi..”
1929. Jake, il minore dei Bondurant, comincia la sua carriera da distillatore, tentando di imitare i fratelli più grandi, vere e proprie leggende della zona, tanto da essere ritenuti quasi immortali.
Sparatorie, inseguimenti, scazzottate. E, ovviamente, fiumi di alcool.

La contea più fradicia del mondo comincia piano, tanto che all’inizio temevo si trattasse di un pacco (forse anche per la copertina un po’ cupa scelta dall’editore Dalai), ma poi ti prende e non ti molla più. Le figure di Howard e Forrest sono magnetiche, questi fratelli silenziosi e pronti a esplodere con violenza inaudita hanno un loro codice etico, non sono più criminali degli “uomini di legge” che cercano di fermarli (perché non accettano di pagare le tangenti). Franklin è un luogo di sofferenza, dove l’alcool è la panacea di tutti i mali e la sbornia una condizione necessaria a sopportare una vita di insoddisfazioni, morte e miseria. Questo è il racconto di uomini che hanno sfidato un sistema malato, ingiusto. È una gangster story dove la linea tra bene e male è difficile da tracciare, poiché i criminali hanno desideri più puri di chi li combatte, e valori, come quello della famiglia, per cui sono pronti a morire.

Credo che ora cercherò Lawless e lo riguarderò.

“Le voci del bosco” di Mauro Corona

Al momento Le voci del bosco (1998) è il libro più datato di Mauro Corona che io abbia letto, come puoi vedere dalla cronologia alla fine di questa recensione. Se nelle Storie del bosco antico (2005) lo scrittore/alpinista/scultore descriverà gli animali del bosco uno per uno (ti ricordo che è un libro per ragazzi), qui invece parla degli alberi, passandoli in rassegna e elencandone le caratteristiche.

E così querce, betulle, pini, sambuchi, abeti, tassi, faggi, carpini, frassini, pioppi, ecc. vengono analizzati sotto diversi punti di vista. Quello umano, a ogni albero viene infatti associato un tipo di personalità; quello morfologico, dove tronchi e foglie vengono descritti per aiutare il riconoscimento della pianta (di cui viene anche specificato il corso della vita); quello di utilizzo, dove Corona, da scultore e artigiano, spiega come sia meglio adoperare i vari tipi di legno in base alle caratteristiche proprie della varietà di albero.

Il libro si legge molto velocemente, è lungo circa 130 pagine e intervallato dalle illustrazioni dell’autore stesso. Non vi è una divisione in capitoli, la sensazione è più quella di una chiacchierata poetica/pratica passeggiando nel bosco, un raccontare fluido e libero da vincoli. Nella sua semplicità naturalistica mi è piaciuto, proprio per questa capacità di mescolare un carattere più filosofico a uno più legato al reale utilizzo che viene (o veniva) fatto delle piante. Ovviamente si ritrovano anche qui tutte le riflessioni classiche del Corona-pensiero riguardo alla scarsa attenzione per il passato, l’avvento di un consumismo distruttivo e quel che ne segue. Ma io, lo sai, su questo sono d’accordo.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Le voci del bosco (1998)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Il Reich ha vinto la II Guerra Mondiale, Germania e Giappone si sono spartiti il mondo. Gli Stati Uniti sono divisi territorialmente tra le due potenze, l’Africa è stata spazzata via, Berlino è il centro del potere. La cultura orientale si è diffusa in tutto il pianeta, la spiritualità è importante quanto la supremazia della razza, le decisioni fondamentali vengono prese consultando il libro dell’Oracolo e gli oggetti americani antecendenti la guerra sono ricercati nel mondo dei collezionisti, tanto da alimentare anche un fiorente mercato di falsi dove il confine tra l’arte e la serialità è molto labile. In questo panorama si muovono le vite di un negoziante, di un falsario ebreo e altri personaggi, di cui alcuni sono spie sotto copertura. Ciò che li accoumuna è la lettura, o perlomeno la conoscenza, di un famoso libro verboten: La cavalletta non si alzerà più. La messa al bando del romanzo è dovuta alla strana storia che racconta, quella di un mondo dove Germania e Giappone sono stati sconfitti…

Come puoi vedere dalla trama, il soggetto principale di questo capolavoro di Philip K. Dick non sono i personaggi ma il contesto in cui sono calati. Come già per Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (da cui è tratto il famoso film Blade Runner), anche in La svastica sul sole quello che colpisce non è tanto la trama quanto la verosimiglianza di un mondo ricreato alla perfezione, dove non ci è dato sapere tutto e molto è lasciato all’immaginazione, ma quello che ci viene spiegato è molto coerente con quello che sarebbe potuto avvenire se la storia fosse andata diversamente. Abbiamo quindi un’Africa silenziosamente epurata dalle razze ritenute inferiori da Hitler, con la stessa discrezione (o menefreghismo generale) con cui erano stati organizzati i campi di concentramento. C’è un regime che appare decadente ma comunque in forma, dove a comandare sono i gerarchi nazisti ormai anziani, che si contendono potere e poltrone a furia di colpi di spionaggio e controspionaggio. C’è la natura umana che, al di là di colore, politica e credo, tende a portare la storia verso il mercato economico, vera dittatura che vince su qualsiasi storia reale e ucronica. E poi c’è il romanzo proibito, che racconta una storia che è la nostra, ma che appare comunque migliore della storia reale, come se l’uomo potesse solo immaginare un mondo dove la cultura abbia prevalso sull’avidità. E da questo ne esce una condanna per tutti, per chi ha perso, ma anche per chi ha vinto e avrebbe potuto fare di meglio.

The man in the high castle (da cui recentemente è stata tratta anche una serie tv) è il secondo romanzo di Dick che leggo, non ho quindi una grande esperienza su questo autore. È sicuramente un tipo di scrittura che punta alla riflessione più che al coinvolgimento. Interessante ad esempio tutto il discorso sul mercato del falso, la critica alla ricerca di cimeli (che è quello che fanno gli occidentali quando si sentono “turisti”) e il tentativo di capire dove, nella produzione di un oggetto, si fermi l’arte e cominci la serialità del lucro. Non posso spingermi oltre perchè solo su questo argomento ci sarebbe da parlare per ore, ma ciò è indicativo per capire quanti spunti di riflessione possa offrire il romanzo.

Devo dirti la verità, preferisco, restanto in ambito fantascientifico (anche se qui la vera e propria fantascienza è assente), scrittori come Asimov, Matheson, Bradbury o Vonnegut, perché sono sicuramente più coinvolgenti e ti inducono a voltare pagina più volentieri, ma la potenza evocativa e la profondità di ragionamento a cui ti spinge Dick sono inimitabili. Questo è quel tipo di scrittura che insegna a guardare la società, e l’uomo, con occhi diversi. A renderci consapevoli dei nostri limiti di piccoli (inutili, stupidi, prevedibili) esseri umani nell’Universo.
Credo che, mai come ora, ci sia bisogno di meditare su questo.

“Elevation” di Stephen King

Scott Carey perde peso, giorno dopo giorno, senza che il suo corpo presenti esteriormente alcun segno di dimagrimento. Scott, nel frattempo, diventa più agile, meno propenso a stancarsi e, cosa abbastanza strana, acquisisce la capacità di fare “perdere la gravità” agli oggetti che tiene tra le mani. L’uomo ha anche un difficile rapporto con le sue vicine di casa, due lesbiche sposate che stanno per chiudere il loro ristorante perché a Castle Rock, piccolo paese di provincia, i matrimoni gay non sono proprio ben visti. I destini di Scott e delle due donne sono destinati a incrociarsi ulteriormente e le loro difficoltà a trovare una soluzione, in attesa che la bilancia raggiunga il misterioso punto zero.

Non sto a riportarti il conteggio preciso dei caratteri di stampa, come avevo fatto per La scatola dei bottoni di Gwendy, ma io l’ho fatto. Elevation è un racconto di 80 pagine spalmato su 195 pagine con interlinea autostradale. Anche mettendo insieme questi due “romanzi” si ottiene circa 1/4 (in termini quantitativi) di una qualsiasi raccolta di racconti del King standard. 13 euro sono un po’ tantini per un racconto travestito da romanzo. E qui chiudiamo la parte tecnica, ma era giusto dirlo per non farsi prendere per il culo.

La storia è coinvolgente e piacevole, la leggi in fretta e sei curioso di girare pagina per vedere come procede. Certo, manca quella profondità dei personaggi e la complessità della trama a cui ci ha abituato il Re. Tutto sarebbe normale se fosse un racconto, ma questo è un romanzo, quindi dovrebbero esserci (sto facendo del sarcasmo).
Due cose non ho apprezzato: il finale, prevedibile e poco originale, e l’inserimento forzato delle tematiche LGBT, soprattutto in una storia così corta. Premesso che io sono per l’amore libero, trovo che la deriva artistica di King stia diventando troppo attenta agli argomenti “di moda” (era già successo con il tema del ruolo della donna in Sleeping Beauties). Sono temi importanti e ben venga che un grande scrittore come King ne parli ma, quando diventano un’interesse totalizzante, la trama perde in forza e guadagna in forzatura.

Che dire, questo Elevation non è stato malissimo, ma ti lascia con la voglia di un romanzo vero. Speriamo lo sarà The institute.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King, ma quelli di cui ti ho parlato sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)

“Captain Marvel” di Anna Bodene e Ryan Fleck

Io non so neanche più perché vada ancora a vederli questi film, che poi esco sempre insoddisfatto. Colpa mia eh, che non apprezzo il nuovo stile dei blockbusteroni tutti effetti speciali. Cosa ti devo dire, a me è sempre piaciuta la parte iniziale dei film sui supereroi, quella in cui Batman/Superman/Hulk/ecc. non indossano (o non stracciano) ancora i loro costumi, la parte in cui le prendono dai bulli e hanno paura dei mutamenti che sentono nascere nei loro corpi. Ho sempre apprezzato il lato umano, quello debole, fragile e instabile. Quello che ti fa pensare: e se stesse succedendo a me? Ora non funziona più così, il pubblico vuole subito vedere i soldi spesi nel budget milionario. E via di luci, esplosioni, colori.
Che palle, io mi annoio.

Questo Captain Marvel non è diverso. Sì certo, Brie Larson è abbastanza figa da farti dimenticare gli effetti speciali per un po’, ma poi sull’onda delle nuove cavalcate femministe e finto paritarie non si toglie mai quel cazzo di costume e quindi il gioco dura poco.
Belli i richiami agli ’90, comunque.

Guarda, io la trama non te la racconto, mi scazzo, giuro. C’è l’eroina che prende i poteri da una delle gemme dell’infinito e diventa una sorta di supernova cavatappi che distrugge le cose. Poi ci sono i buoni e i cattivi e il colpo di scena sui buoni e i cattivi. Qualcuno ha anche voluto vedere un botto di messaggi politici relativi alla situazione dei profughi. Spero di no, perché si può pensarla come si vuole ma se siamo arrivati a fare politica nei giocattoloni della Marvel siamo pronti all’estinzione.

Lo Shazam! in arrivo con Zachary Levi (alias Chuck) sembra meglio dal trailer e più divertente. Vedremo (forse). Che poi, anche lì, il personaggio è lo stesso Captain Marvel (per chi non lo sapesse), è tutta una questione di diritti e di cause legali.

Bene, stavo per non scriverti nulla di questo film, sappilo. È un bel luna park, la solita macchina mangia soldi. C’è a chi piace.

“Clandestino” di James Ellroy

Clandestino è il secondo romanzo di James Ellroy, datato 1982. Ed è stracazzutissimamente bello.

Freddy Hunderhill è un poliziotto nella Los Angeles degli anni cinquanta, con la passione per le donne e la meraviglia. La meraviglia si incontra spesso nel suo mestiere ed è qualcosa che non è ben definibile, e non è per forza un elemento positivo, è semplicemente la meraviglia. Forse potrebbe essere la “poesia della vita”, dove la poesia non sia solo un bel tramonto, ma anche una determinata situazione tragica. Freddy è a caccia di un assassino di donne e sembra averlo trovato. Alcuni suoi superiori lo coinvolgono in un’indagine fatta di pestaggi e confessioni forzate, tanto che il principale indiziato, innocente e reo confesso, si suicida. Qualcuno deve pagare per questo errore e a pagare è proprio Freddy, costretto sotto ricatto ad abbandonare il lavoro con disonore. Passano degli anni, Freddy cerca di rifarsi una vita, ha una donna fissa e un cane ereditato da un ex-collega morto sul lavoro. Viene uccisa un’altra donna, con le stesse modalità che Freddy conosce bene. Deve riprendere a indagare, anche senza distintivo, per rimettere ordine nel mondo e nella sua vita, che nel frattempo sta andando in pezzi.

Siamo all’evoluzione di Prega detective, tutto ciò che di buono c’era nel primo romanzo di Ellroy è cresciuto e si moltiplicato. La trama è più complessa, i personaggi più profondi, la linea che divide il bene dal male si è assottigliata. Nessuno è assolto, Ellroy dipinge il mondo così come è, senza finzione, in questo noir che ti lascia in bocca il sapore di alcool e tabacco, che ti fa sentire sporco mentre lo leggi. Come per il precedente romanzo la forza non risiede nella trama ma nella costruzione dei personaggi e delle situazioni.

Vuoi un romanzo che ti porti da un’altra parte? È questo. Ti piace non sapere chi sia l’assassino fino alla fine? Clandestino fa per te.
Freddy Hunderhill non è del tutto una bella persona, ma non lo sei neanche tu. Ellroy lo sa.

Come puoi facilmente immaginare sono già a caccia della trilogia di Lioyd Hopkins. Con Ellroy procederò scrupolosamente in ordine cronologico (fatta eccezione per I miei luoghi oscuri). Ho già commesso l’errore di averlo ignorato fino ad ora, spero in questo modo di rimediare e gustarmi la sua crescita.

La vita, l'universo e tutto quanto.