Tutti gli articoli di Marco Cesari

Lettore, scrittore, misantropo e tante altre cose.

“La verità sul Titanic” di Archibald Gracie

Mi dispiace per te, ma per avere un’idea completa di quello che penso di questo libro dovrai lavorare un po’, leggendoti anche una recensione precedente. Questo perché ti avevo già parlato de Il sopravvissuto del Titanic, che altro non è se non lo stesso testo pubblicato da Rizzoli in un’edizione più “ristretta”. Ora, invece, ho tra le mani La verità sul Titanic, della Gingko Edizioni (gentilmente omaggiatomi dall’editore), un’edizione completa e senza tagli. Per darti un’informazione più precisa (sai che sono un tipo pratico) considera che La verità sul Titanic è lungo 256 pagine e la storia narrata in Il sopravvissuto del Titanic si ferma a pagina 91. Insomma, c’è parecchia polpa in più.

Fermo restando che, per quanto riguarda la prima parte del romanzo, quella in cui Gracie parla della sua esperienza fino al salvataggio della nave Carpathia, dovrai rileggerti quanto già detto, andiamo a vedere cosa offre in più questa edizione.
Nelle 160 pagine in più La verità sul Titanic riporta stralci degli interrogatori e delle indagini compiute dalle commissioni statunitensi e inglesi riguardo alla tragedia del Titanic. Devo dirti che non è proprio una parte leggerissima, ma l’ho trovata assolutamente necessaria per una visione più completa e realistica di questo evento. Non è leggera perché riporta le descrizioni e le testimonianze di buona parte delle persone che hanno guidato le scialuppe di salvataggio, quindi in taluni momenti è un pochino ripetitiva. Ma è, come dicevo, necessaria, perché offre finalmente una visione realistica delle reazioni umane, in confronto alla versione romanzata ed “eroica” di Gracie.

Il dilemma principale presente in tutte le scialuppe era quello se tornare o meno indietro verso la nave per tentare di recuperare altri superstiti. E, nella quasi totalità dei casi, si è scelto di non tornare, per il timore di essere assaltati da chi stava annegando o di venire risucchiati dalle acque nei pressi del transatlantico. Un altro esempio interessante è quello di un passeggero ricco che ha offerto del denaro a tutti gli occupanti della sua scialuppa, non tanto per non tornare indietro, quanto per acquisire (acquistare) un maggior peso nella decisione di non farlo. E poi ci sono tutti quei passeggeri “clandestini” che si sono lanciati nelle scialuppe ignorando il comando “prima le donne e i bambini”.

Insomma, sebbene i valori e la morale dell’epoca (e forse anche il coraggio) fossero indubbiamente più alti dei nostri, questo resoconto rende tutto più umano. O meglio, riporta le situazioni di coraggio estremo descritte da Gracie a una condizione più veritiera e coerente con i difetti che rappresentano la nostra specie, che di certo non brilla per cooperazione (altrimenti saremmo intelligenti come le formiche e non ci staremmo estinguendo).

A tutto questo devo aggiungere il vantaggio di poter vedere in faccia molti protagonisti del romanzo, grazie alle illustrazioni sparse per il libro. E a volte la curiosità è ben ripagata da questa possibilità.
E con questo ti ho detto tutto.

“Fabro – Melodia dei Monti Pallidi” di Francesco Vidotto

Fabro – Melodia dei Monti Pallidi è il primo romanzo che leggo di Francesco Vidotto, ma non sarà l’ultimo. Questo scrittore, che conoscevo per la vicinanza filosofica con Mauro Corona, la scenografia “dolomitica” e i post ambientalisti su Facebook, mi ha già convinto, non servono altre prove. Leggerò quanto ha scritto finora (al momento sette romanzi) e leggerò quanto scriverà. Non posso infatti far altro che ammirare chi sia in grado di parlare in modo così vero e diretto della vita, di quella semplice in particolare.
Ma andiamo per ordine, un po’ di trama.

Fabro racconta la vita semplice di un uomo, Fabro appunto, che vive per quasi un secolo, dal 1925 ai giorni nostri. Nel corso degli anni incontra la guerra, l’amore, la musica e molte, moltissime difficoltà. Eppure Fabro va avanti, tra le sue montagne, da cui trae ipirazione per le composizioni con l’armonium, e non molla. Ha due figlie, una moglie, tanti amici veri. Di più non posso e non voglio raccontarti, perché è un romanzo relativamente breve, 170 pagine, e dirti altro sarebbe svelare troppo.

Ogni argomento affrontato da Vidotto in questa narrazione ti colpisce come un pugno nello stomaco. La guerra, ad esempio, nella sua atrocità è vista dal punto di vista di chi ha paura, di chi non capisce perché debba rischiare la propria vita e i propri affetti per qualcun altro. Credo si possa parlare tranquillamente di poesia. Non ricordo un autore che, recentemente, sia riuscito a farmi immedesimare così tanto in esperienze che non ho vissuto, una per tutte la vecchiaia. E tutto avviene in uno stile molto semplice, diretto, senza fronzoli. La semplicità della natura e delle montagne, riportata sugli uomini. La capacità di sintetizzare la vita nelle sue caratteristiche e bisogni elementari.

Ti consiglio questo libro senza alcun dubbio. È una lettura che è in grado di insegnarti qualcosa (e già questa è una rarità), ma soprattutto è in grado di farlo attraverso una vita che, probabilmente, non vivrai, e questa è una cosa davvero difficile.

P.S. Sto sempre leggendo i Cento racconti di Ray Bradbury, dammi tempo e arriverò a parlarti anche di quello.

“Nel legno e nella pietra” di Mauro Corona

Lo so che è un po’ che non mi senti, ma un motivo c’è: sto leggendo i Cento racconti di Ray Bradbury, un tomo enorme (e bellissimo) da 1400 pagine. Ho comunque interrotto la lettura, anche per variare, e sono quindi qui a parlarti di Nel legno e nella pietra di Mauro Corona (come sempre, a fine post, trovi l’elenco dei libri di Corona che ho letto).

Con Corona, come sai, ho un rapporto controverso. Ho letto libri molto belli (come L’ombra del bastone e Il canto delle manére) e altri meno, soprattutto tra gli ultimi. Ebbene, questo Nel legno e nella pietra mi è piaciuto. Forse perché tra i primi dello scrittore/alpinista/scultore, l’ho trovato meno compiaciuto e ripetitivo di altri.

I temi sono sempre quelli caratteristici del Corona-pensiero: il lavoro, la montagna, le bevute, l’amicizia, la natura. Il libro è composto da una novantina di racconti/aneddoti di 3 o 4 pagine ciascuno, leggeri ma carichi di significato. C’è una parte centrale occupata da storie di arrampicata e una finale da storie di lavoro in cava, che caratterizzano per metà la raccolta. Il resto è molto vario, racconti di caccia, esperienze di vita e, naturalmente, tracce di Vajont.

Una volta tanto, se non vuoi cominciare da un romanzo, mi sentirei di consigliarti questo libro. Credo si possa dire che  sia scritto dall’uomo-Corona e non dal personaggio-Corona. Se lasci per un attimo da parte ciò che vedi in tv, potresti rimanerne sorpreso.

Libri di Mauro Corona di cui ti ho già parlato:
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
La casa dei sette ponti (2012)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)

“Quasi a casa” di Elena Moretti

Ti avevo già parlato di Blowjim, vincitore del “Premio Letterario RTL 102.5 e Mursia – Romanzo Italiano” 2018, Quasi a casa è invece il romanzo di Elena Moretti che ha vinto la prima edizione del Premio, nel 2017. L’ho recuperato al mercatino, subito dopo aver terminato il libro di Cavaciuti (dal momento che si facevano compagnia sullo scaffale). Sì, perché ci ho riflettuto e non leggo mai nulla di “nuovo”, dove per “nuovo” intendo romanzi di scrittori esordienti, sconosciuti. Se controlli gli ultimi titoli e autori di cui ti ho parlato, passando dal più leggero Malvaldi fino ad arrivare alla Trilogia siberiana di Lilin, se non addirittura a Le notti bianche di Doestoevskij, non potrai che accorgerti di questo fatto. E, allora, tanto vale scegliere delle opere che abbiano vinto un premio, per buttarmi (ogni tanto) in questo mondo.

Quasi a casa è una storia di riscatto e rinascita che segue per filo e per segno i canonici punti di questa tipologia narrativa. Adrian, un sedicenne italo-romeno con grossi problemi familiari alle spalle, finisce a vivere in una malga, gestita da una Vecchia (così lui la chiama), una sorta di comunità di recupero per minori “difficoltosi”. Qui, tra il passato che fatica a scomparire e il presente che piano piano lo avvolge, scopre valori come l’amicizia, l’amore e il rispetto. Nel frattempo anche i suoi compagni di avventura rivelano le loro storie, le loro difficoltà. Tutti hanno un doloroso segreto da nascondere, non solo gli ospiti della malga, ma anche chi, in un modo o nell’altro, ci gravita intorno. Il romanzo è scritto sotto forma di diario dello stesso protagonista, con tutti gli errori lessicali e lo stile discorsivo che seguono questa scelta.

Come tu ormai sai (te l’ho spiegato anche parlandoti dell’ultimo libro che ho letto Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler), io non credo nel Bene, non credo faccia parte della nostra specie. Io credo semplicemente che l’uomo sia destinato al Male. Senza giustificazioni o colpe, è un difetto intrinseco che ci porterà all’estinzione (senza drammi, siamo un inutile sputo nell’Universo). Non bastano pochi esempi di lungimiranza per cambiare la nostra essenza. Le opere d’arte, i viaggi nello spazio, le cure per le malattie, si perdono di fronte all’innegabile e immenso FATTO che siamo l’unica specie che si autodistrugge, uccidendo i propri simili, l’ambiente in cui vive e le altre specie. Cercare il Bene nell’Uomo sarebbe come affermare che, siccome siamo riusciti a far risolvere il cubo di Rubik a un orango (sparo, eh), allora tutti gli orango siano in grado di risolverlo. Invece quell’orango è l’eccezione, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo, e l’eccezione non fa la regola. Noi non siamo dei Leonardo da Vinci, noi siamo quelli che si ammazzano (e ammazzano) per il black friday, questo è il nostro stadio evolutivo medio.

Ti sei pippato tutta questa mia manfrina solo per farti capire che chi ha scritto Quasi a casa è molto probabile creda nel Bene. Il suo protagonista, pur avendo una passato di violenza che si ripercuote su reazioni a sua volte violente (da cui fatica a sfuggire), utilizza nell’intercalare delle espressioni “dure” come che scorno! e vive un amore delicato e contornato da timidi baci (molto femminile). Questo è quello che chiamo ottimismo. (Per darti un punto di vista completo dovrei anche parlarti del finale del libro, cosa che non faccio per non spoilerarti tutto). Io non credo si possa recuperare l’intera specie a causa dei difetti congeniti, figuriamoci il singolo individuo! Quindi comprenderai che il problema non è dirti se mi sia piaciuto o meno il romanzo, ma farti intendere quanto questo romanzo rappresenti un punto di vista totalmente diverso dal mio. Di sicuro ha creato uno spunto di riflessione e questo è sempre positivo.

In poche parole, se sei una persona buona, piena di ottimismo, fiduciosa negli esseri umani e felice di vedere trionfare l’amore, questo libro fa per te. Ma, se sei così, sei qui per errore, non stai certo seguendo questo blog per scelta, quindi addio.

“Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler” di Walter Charles Langer

Caro mio fedele lettore (come direbbe Stephen King, giusto per volare basso), parliamoci fuori dai denti perché le cose è bene dirle e dirle chiare. So bene che quando leggi che ho ricevuto un libro da una casa editrice la tua mente maliziosa e pervertita pensa “ecco, un’altra marchetta”, perché a volte lo penso anche io, quando sto dal tuo lato dello schermo (peraltro, puliscilo lo schermo, che restano le tracce delle tue visite ai siti birichini). Ma a me questo Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler di Walter Langer è piaciuto davvero, ti diro di più, l’ho trovato stracazzutamente interessante (l’ho letto in due giorni).

Parto subito dal pregio di questo libro: mi ha raccontato delle cose che non sapevo. Se consideri quante pubblicazioni sono state fatte sul Führer e sul nazismo, quanti documentari (pensa solo all’Istituto Luce), quanto lo si è studiato a scuola, non è cosa da poco. Questo libro parla di Hitler, ma non l’Hitler che tutti conosciamo (di cui ne abbiamo le palle piene e che ci fa cambiare canale), parla di Hitler come persona, come essere umano. Ne indaga i comportamenti, la storia familiare, le turbe emotive. Tu lo sapevi che Hitler è stato praticamente un mendicante per diversi anni? Io no.

Ma partiamo dall’inizio. Walter Charles Langer riceve l’incarico da William Donovan (direttore dell’Office of Strategic Services statunitense, poi divenuto CIA) di effettuare uno studio psicologico su Hitler, basandosi sui dati conosciuti, le immagini e le testimonianze di persone che avevano avuto modo di frequentare il Führer. Langer, vicino a Freud, è conscio di quanto sia difficile esaminare un paziente “senza il paziente” (e lo ammette da subito, dato apprezzabile), ma ce la mette tutta e, nel 1943, con Hitler ancora vivo, scrive questo testo come relazione finale, pronosticando peraltro il probabile suicidio del dittatore.

Langler scinde in due la personalità di Hitler, analizzando come i traumi subiti nell’infanzia, tra cui una forte condizione edipica vissuta malissimo, l’abbiano portato a diventare (nell’apparenza) il Führer, ossia la proiezione di quello che, per l’Hitler persona, sarebbe il vero uomo a cui tutti dovrebbero ispirarsi. Per arrivare a questa deduzione (che lui ovviamente spiega meglio e molto più dettagliatamente di come abbia fatto io) Langler passa in rassegna tutti i momenti significativi della vita di Adolfino (scusami, ma dopo la lettura Hitler mi appare come un tipo insicuro, da qui il diminutivo). Oltre che in famiglia, viene quindi descritto l’atteggiamento di Hitler a scuola, nell’esercito e poi per strada, quando tentava di vendere i suoi dipinti in preda ai morsi della fame. Si parla di presunte perversioni (sarò esplicito: Hitler che si fa defecare in bocca), fortissime insicurezze, omosessualità, masochismo, spiccata tendenza alla sottomissione (sì, proprio la sua!) e davvero tanto altro. Ne esce un Hitler frignone, timido, impacciato, insicuro, che cerca di auto-caricarsi creando una figura che non gli appartiene e di cui è vittima, una vera e propria schizofrenia che lo vede saltare da pianti isterici a diaboliche crudeltà, praticamente autoimposte, per esternare al mondo una forza che in realtà non possiede.

È lo stesso Langer che sostiene (e qui l’ho aprezzato moltissimo) che lo studio su Hitler sia necessario, ma che sarebbe altrettanto necessario uno studio su tutta la popolazione che l’ha seguito. Ed è qualcosa di innegabile. Dire che Hitler sia stato il Male è semplice, troppo, ed è una bugia. Hitler era solo un uomo (un piagnone, ora che lo so), schizzato, con i baffi. Senza il Male vero, quello che alberga nell’Uomo in quanto tale e in tutta la nostra specie, non sarebbe arrivato da nessuna parte. Come sempre, puntare il dito è la cosa più facile che si possa fare, e anche la più ipocrita. Ecco, forse il pregio maggiore di Langer è quello di riportarti a vedere la piccolezza della persona Hitler, e di conseguenza costringerti a riflettere su chi sia il vero colpevole di quanto successo in quegli anni. Questo, negli studi scolastici preconfezionati, non lo fa mai nessuno.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Sei casi al BarLume” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Nel momento in cui scrivo sono otto i libri di Marco Malvaldi, editi da Sellerio, dedicati alla serie del BarLume, e con questo io ne ho letti sei. Sei casi al BarLume si distingue dagli altri perché è l’unico a non essere un romanzo ma una raccolta di racconti brevi (circa 40 pagine l’uno). Per la precisione i racconti sono: L’esperienza fa la differenza, Il Capodanno del Cinghiale, Azione e Reazione, La tombola dei troiai, Costumi di tutto il mondo e Aria di montagna.

Se già normalmente qui non approfondisco le trame, per non togliere la sorpresa, puoi capire perché, a maggior ragione, questa volta più di tanto non posso dirti. Sono ovviamente tutti racconti gialli e quasi tutti “con il morto”. Nei primi è ancora operativo il commissario Fusco, negli ultimi entra in scena la commissaria Alice Martelli (e già si intuisce che Massimo Viviani, il barRista, avrà modo di conoscerla bene in futuro).

Che dire, come sempre Malvaldi è molto scorrevole e divertente, forse addirittura più umoristico del solito. Le trame sono infatti meno articolate e le gag più frequenti. Questo potrebbe anche essere un buon libro da cui iniziare a leggere questa serie, poiché non sconvolge la cronologia pur piazzandosi a metà produzione.

Serie del BarLume:
La briscola in cinque (2007)
Il gioco delle tre carte (2008)
Il re dei giochi (2010)
La carta più alta (2012)
Il telefono senza fili (2014)
Sei casi al BarLume (2016, racconti)
La battaglia navale (2016)
A bocce ferme (2018)

“Trilogia siberiana: Educazione siberiana – Caduta libera – Il respiro del buio” di Nicolai Lilin

Ti anticipo da subito che non ho intenzione di entrare nel vivo della polemica/indagine/complotto per stabilire se quanto racconta Nicolai “Kolìma” Lilin nei suoi romanzi sia realmente frutto della sua esperienza personale o meno. So che è tutto in discussione e che studiosi di vari campi e nazionalità hanno messo in dubbio perfino l’esistenza stessa degli Urca, la popolazione della Transnistria da cui lo scrittore afferma di essere discendente (una critica molto simile a quella messa in atto nei confronti del Papillon di Charrière). Io non ho una conoscenza abbastanza approfondita, né una competenza storica adeguata, per capire da quale parte stia la verità. Ho letto la Trilogia siberiana di Lilin perché mi ha sempre incuriosito, senza pretesa di capire dove finisse la finzione e cominciasse la realtà.
Così, giusto per saperlo, prima che te ne parli.

Questo pesante (solo nella sostanza, non nei contenuti) tomo della Einaudi è composto da circa 950 pagine e comprende tre romanzi, che ti descrivo brevemente qui di seguito.

Educazione siberiana
Il più famoso dei tre, anche grazie al bell’adattamento di Gabriele Salvatores con John Malkovich. Qui, proprio come nel film, è descritta l’infanzia e la giovinezza di Kolìma, cresciuto in una comunità di “criminali onesti”, cioè criminali con un alto senso dell’onore e del rispetto delle regole interne al gruppo. Kolìma impara a difendersi, lottare, fare tatuaggi, vivere in carcere e molte altre cose necessarie alla formazione personale di un criminale onesto. Ed è, infatti, proprio di un romanzo di formazione che si parla, il mio preferito della trilogia.

Caduta libera
Kolìma viene forzatamente arruolato per combattere la guerra in Cecenia. Questo è senza dubbio un romanzo di guerra, meno vario rispetto al primo ma comunque molto coinvolgente. Lo scrittore descrive diverse azioni militari avvenute durante il conflitto ceceno, entrando in particolari sia per quanto riguarda la cruenza della guerra di per sé, che per l’utilizzo e la tipologia delle armi. C’è più sangue, più morte e più violenza. Quello che ne esce è la mancanza di un confine preciso tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Se nel primo romanzo potevi pensare “questi Urca sono dei mafiosi” ora Lilin sposta l’attenzione sulla criminalità a livello nazionale, riuscendo bene a far capire che la linea di demarcazione tra Bene e Male sia davvero labile quando entrano in gioco gli interessi economici dello Stato (e qui tutto il mondo è paese, diciamocelo).

Il respiro del buio
Nella prima metà del romanzo Kolìma, congedato dal servizio militare, soffre di PTSD (il disturbo post traumatico da stress) e fatica a riadattarsi alla vita quotidiana, anche perché nessuno vuole dare un opportunità di lavoro a un veterano. Questa è forse la parte più “stanca” di tutta la trilogia, ma dura solo un centinaio di pagine. Poi il protagonista si riprende, grazie a un periodo trascorso in Siberia immerso nella natura con il nonno, e trova un ingaggio come mercenario tramite un generale con cui ha mantenuto i contatti. Criminalità, Stato e interessi personali si mescolano, chiudendo il cerchio. La sensazione è quella che non si salvi nulla, che non esista la “pace” nel cuore degli uomini.

Ho letto Trilogia siberiana in poco più di una settimana, e questo dovrebbe bastare per farti capire quanto l’abbia trovato scorrevole e coinvolgente. Ciò che mi è piaciuto di più è stata la capacità di Lilin di addentrarsi nello specifico di ogni situazione, descrivere dettagli e caratteristiche che non conoscevo, rendendo i romanzi in qualche modo molto informativi. Si passa infatti dalle regole carcerarie “interne” alla tecnica dei tatuaggi, dalla diversa struttura di armi e pallottole alle norme che regolano la comunità degli Urca (esistente o meno che sia). Tutto viene approfondito, anche solo la modalità con cui si condivide il čifir (bevanda russa simile al té), senza tuttavia che la lettura diventi mai pesante.

Cercherò prossimamente di capire quanto di vero ci sia nei racconti di Lilin, ma in ogni caso credo che continuerò a leggerlo. Se anche dovesse risultare non essere un Urca, rimarrà comunque un narratore eccezionale.

“Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij

Dopo non dire che non sono di parola. Te l’avevo promesso quando ti ho parlato de L’ altalena di Apollinarija e l’ho fatto: ho letto un romanzo di Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche, che poi più che un romanzo è un racconto (circa 100 pagine).
Ti anticipo anche che per un po’ non mi sentirai, sto per partire per delle vacanze fuori stagione. Comunque mi porto la Trilogia siberiana di Nicolai Linin, giusto per restare in tema Russia e affini. È un bel tomo, 900 e più pagine, mi occuperà per più tempo del solito.

Ma veniamo a questo pacco di Dostoevskij. Essendo un racconto molto ben considerato, pensavo di non averlo capito, quindi ho fatto un’approfondita ricerca online. Metti che mi fosse sfuggita qualche morale, qualcosa di non scritto, chessò. Purtroppo non mi è sfuggito nulla. Cioè, quelle quattro tematiche spalmate all’inverosimile su una fetta stantia di prolissità esasperante, le ho individuate tutte. Il sogno, la solitudine, l’introspezione, l’amore… ecc.
In realtà l’unico tema che ho trovato interessante, ma non per merito dell’autore, è il parallelismo tra il protagonista e l’individuo nella società moderna, che tende ad autoisolarsi (o ad essere isolato dalla società, dipende da come la vedi). Tuttavia dubito che Dostoevskij fosse iscritto a Facebook o che postasse foto su Instagram, quindi capisci che è una visione “post mortem” della cosa.

Ma un po’ di trama, che ti piace la normalità, lo so. Il “sognatore” (che è uno straniero senza nome, ma anche senza la cazzutaggine di Clint Eastwood) vive da otto anni a San Pietroburgo e trascorre le sue giornate tirandosi delle seghe mentali pari solo a quelle di una ragazzina al primo appuntamento (ma degli anni ’60, tipo: mi ha toccato le tette, sarò rimasta incinta?). INSPIEGABILMENTE non becca mai una figa, oltre a non avere alcuna interazione sociale, se non con la sua domestica. (Spoiler: non è un personaggio di The Big Bang Theory, poiché non è intelligente). Una sera il sognatore (mentre sta decidendo se è meglio essere o non essere nel momento in cui si è ma non si è) incontra una donna che sembra stia meditando di buttarsi da un ponte (qualcuno, per favore, vada a pagina 6 a darle una spinta così ci risparmiamo tutta questa menata) e, anche in seguito all’intromettersi di un uomo normale che abborda la donna cercando di farsela dare, riesce finalmente a interagire con l’altro sesso. E SBAM! Questa donna, che si chiama Nasten’ka, gli sbatte sul muso una friendzonata che tutti riconoscono già a pagina 7, tranne lui. No, lui no, lui è un eroe e decide di ascoltare le paturnie di Nasten’ka per cinque notti, le famose notti bianche (o meglio, in cui va in bianco). Solo che le paturnie di Nasten’ka riguardano un altro uomo di cui è innamorata (e che è chiaro sin da subito abbia il magico potere di farle scomparire le mutandine con uno schiocco delle dita) e che la donna sta aspettando in seguito a una promessa d’amore di un anno prima. Mi pare inutile proseguire oltre, lasciandoti il piacere di gustare la metamorfosi finale del sognatore, che rompe la sua cuticola e si evolve definitivamente da essere senza orgoglio né dignita in uno splendido esemplare di cuckold.
(Mi rendo conto solo ora di aver descritto la trama in maniera troppo realistica. Se vuoi leggerne una versione romanzata c’è sempre Wikipedia.)

Come forse avrai intuito, non ho apprezzato molto quest’opera di Dostoevskij. L’ho trovata pesante, ridondante, prolissa. Sai che sono tenace e quindi ci riproverò con Dostoevskij, ma non a breve. Prima devo necessariamente dimenticarmi Le notti bianche, arrivare a pensare di essermi sbagliato e decidere che forse ero in un periodo inadatto per leggere questo libro.
Insomma, dovrà passare un bel po’ di tempo.

“Blowjim” di Christian Cavaciuti

Lo so benissimo cosa stai pensando, è inutile che mi guardi così. Dopo due libri a sfondo erotico come Donne e L’altalena di Apollinarija ti vado a leggere un romanzo che si intitola Blowjim, manco avessi inghiottito una scatola intera di Viagra e fossi in preda a turbe ormonali incontrollabili. Ma, credimi, non è come sembra, non sto scrivendo nudo e non ho nemmeno dovuto ingrandire la dimensione del font per sopraggiunta cecità…

Blowjim è il romanzo di Christian Cavaciuti che ha vinto il “Premio Letterario RTL 102.5 e Mursia – Romanzo Italiano – Seconda edizione” nel 2018. E, a dispetto del titolo che strizza l’occhio ad altre strizzate più intime, il sesso non rappresenta il tema principale (se non l’elemento scatenante della trama) né si tratta di un libro erotico. Peraltro l’autore, in una nota finale, ci tiene a specificare che il titolo, se non fosse stato limitato da esigenze editoriali, sarebbe stato ben più esplicito (mmm, chissà com’era inizialmente… forse Sgorgonjim?). Detto questo, dal momento che la pubblicità su Radiofreccia era martellante, quando me lo sono trovato davanti, usato, ho deciso di tentare la sorte.

Trama. Melanie, a sedici anni, sale sul palco mentre stanno suonando i Doors e ha un dialogo ravvicinato con lo snake (che, ricordiamolo, is long seven miles) di Jim Morrison. Poi scende dal palco e se ne va restando una fan qualsiasi, ritratta solo in qualche foto di spalle in cui è quasi irriconoscibile. Passano venticinque anni. Melanie è diventata una sorta di consulente alimentare e lavora per Barry Sears, il creatore della dieta a Zona. Un po’ per lavoro e un po’ per amicizia accompagna il noto wrestler André the Giant (momento malinconia per chi aveva il pupazzeto da bambino) a Parigi, dove questi muore d’infarto. Melanie deve quindi restare in città intanto che i medici terminano le indagini di rito e ne approfitta per visitare la tomba di Morrison e rivangare il passato e quel gesto eclatante che l’ha tanto scombussolata. Solo che Jim ricompare… Mi fermo.

A dispetto dei pochi(ssimi) spostamenti fisici che avvengono durante la storia, il viaggio vero è quello all’interno della protagonista, all’interno di Melanie. Gran parte del romanzo è infatti uno studio, una introspezione, per capire cosa sia rimasto della ragazzina che ha fatto un pompino a Jim Morrison e per capire perché l’abbia fatto (o se sarebbe in grado di rifarlo). Ci sono poi moltissime divagazioni sui più svariati argomenti. L’autore, infatti, con la scusa di confrontare la cultura americana di Melanie con quella francesce, approfitta per dire implicitamente cosa ne pensa della nostra.

Blowjim non si può certo definire un romanzo “commerciale”, non credo sia un libro per tutti, a partire dal lessico che spesso è molto articolato. Mi aspettavo qualcosa di più semplice, invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. Certo, lo puoi leggere solo in superficie e accontentarti della vicenda principale, ma credo che ti perderesti parecchio di quello che è nascosto sotto il tappeto. (E te lo dice uno che avrebbe preferito un po’ più di azione.)

Io, però, non sono fatto per i romanzi che hanno come protagoniste delle donne, riesco ad immedesimarmi poco e non li apprezzo quanto meritano. Ma questo è un mio limite, credo (o della mia natura umana), tanto che non ascolto nemmeno, salvo rare eccezioni, musica femminile, dove per femminile intendo cantata da donne.
Cosa vuoi farci, è così.

“L’Altalena di Apollinarija” di Ciriaco Offeddu

Se cerchi traccia di “roba russa” su questo blog non troverai molto. Credo che la cosa più vicina alla Russia che tu possa incontrare sia Putin – Vita di uno zar, di cui ti ho parlato qualche anno fa. In realtà, anche a livello cinematografico, non ho mai frequentato l’ambiente, se non per la doverosa visione de La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn (che, ricordiamolo, dura poco meno di un’ora e mezza, a dispetto della fama che lo circonda). Figurati che anche tra i film spacconi e anabolizzati degli anni ’80 (quelli con Schwarzenegger o Stallone, per capirci) Danko non è mai stato tra i miei preferiti. Certo, tra poco mi dedicherò alla Trilogia siberiana di Nicolai Lilin, ma devo ammettere che non ho mai prestato attenzione ai grandi classici russi, cioè a Tolstoj, Gogol’ e, appunto, Dostoevskij.

Questo L’Altalena di Apollinarija di Ciriaco Offeddu si apre con un sottotitolo che dice:

Chi ha ucciso Dostoevskij? Erotismo, spionaggio, amore e letteratura nella Russia di fine Ottocento.

Quindi capisci che non è proprio il mio pane… (anche se non cita Danko!)

Come avrai facilmente intuito, il romanzo gravita attorno alla figura di Fyodor Dostoevskij e della sua amante (un po’ puttana, diciamolo) Apollinaria Prokofyevna Suslova. L’altalena del titolo non è null’altro che una sex machine, strumento che consente di avere rapporti sessuali mantenendo la donna in sospensione (te lo dice uno che ha un discreto grado di competenza), passione erotica della Suslova, la quale non perde occasione di accoppiarsi come un istrice in calore con qualsiasi cosa respiri. Il povero Dostoevskij non può che mal sopportare la situazione (cioè il peregrinare della sua amante di caz.. ehm, di fiore in fiore) fino allo sfinimento, che esorcizza infilando Apollinaria nei suoi romanzi e facendola diventare la sua musa distruttrice.
Nel frattempo la polizia segreta dello zar sta compiendo un’indagine approfondita per capire se gli intellettuali della Russia di fine Ottocento siano complici dell’avverarsi della Grande Profezia, cioè la fine del regno degli zar, il gggomplotto, la rivoluzione. Ovviamente è un’indagine “alla russa”, cioè compiuta utilizzando interrogatori e terrore, oltre che con eliminazioni fisiche. E poi c’è questo sospetto che Dostoevskij sia stato ucciso…

Tutto il romanzo è scritto in chiave neo situazionista, cioè nell’impossibilità di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario. La storia è quindi mescolata alla finzione, ed è (quasi) impossibile capire dove si fermi la cronaca vera e cominci l’immaginario. Certo, ovviamente questa difficoltà decade nelle frequenti parti erotiche del racconto, che restano però lì a metà tra un semplice accenno e un esplicito De Sade (in pratica mai abbastanza da scatenarti una festa nelle mutande, ma sufficienti a desiderarla, la festa).
E no, anche se è il secondo romanzo di seguito che leggo (dopo Donne di Bukowski) con espliciti riferimenti sessuali non sto diventando un imperterrito onanista.

Ho letto questo libro, circa 200 pagine, in soli tre giorni. Questo perché la scrittura è coinvolgente e soprattutto divertente, ironica e, a tratti, volutamente grottesca nelle scene di sesso. Tuttavia non credo di averlo apprezzato appieno, probabilmente perché non conosco realmente Dostoevskij e la letteratura russa, come ti dicevo. Certo, i riferimenti sono molti e anche ben spiegati, tuttavia penso rimanga una lettura per chi abbia una buona conoscenza di Dostoevskij (ok, ti prometto che leggerò almeno Le notti bianche) e quindi te lo consiglio solo se la letteratura russa è tra le tue passioni.
Chissà, forse lo riprenderò in mano quando avrò colmato il vuoto.

Copia cartacea ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.