“L’uomo invisibile” di Herbert George Wells

H.G. Wells, insieme a Jules Verne, è considerato unanimemente il padre della fantascienza. L’uomo invisibile non è esattamente il suo primo romanzo a essere stato pubblicato, ma si deve considerare che la pubblicazione è avvenuta nel 1897, ben sedici anni dopo la prima stesura…
Detto questo, non avendo ancora letto nulla di Wells, era mio dovere morale rimediare.

Quando si affronta un libro di fantascienza così datato sono tante le riflessioni da fare prima di buttarsi in un semplice “mi è/non mi è piaciuto”. Una su tutte l’innovazione, l’idea originaria originale. Certo, noi siamo abituati ormai all’invisibilità di moltissimi personaggi, esplicitamente o meno ispirati dal romanzo di Wells. Mi viene in mente la donna invisibile della serie I fantastici 4 della Marvel o, appunto, il più esplicito Kevin Bacon de L’uomo senza ombra. E non sto a tirar fuori dal guardaroba nemmeno la lana di Camuflone del mantello di Harry Potter, se no non finiamo più. Ma tutto arriva da qui, perlomeno nella sua forma più moderna, tutto arriva da Wells. Quindi inchiniamoci, come prima cosa.

È ovvio, ora leggere questo romanzo, con la sua semplicità, fa quasi sorridere. La trama è leggera e centrata sulla semplicità dell’invisibilità. Ci sono molte letture che vedono questo romanzo come la previsione della solitudine umana del XX secolo (che era alle porte), ma io non voglio addentrarmici. A volte mi sembra che si debba caricare per forza.

L’uomo invisibile diventa tale volutamente, a seguito dei suoi esperimenti. Lo stesso si rende poi conto che tutti i vantaggi della sua condizione diventano svantaggi nel momento in cui è difficile essere davvero invisibile. Perchè c’è la neve, perchè c’è la polvere, perchè si ha fame comunque, freddo senza vestiti, ecc. Da qui nasce la frustrazione, la rabbia. L’uomo invisibile diventa pian piano emarginato e cattivo (forse anche troppo gratuitamente).

Ho apprezzato molto le ultime 30/40 pagine. C’è un preludio di horror moderno nell’atmosfera, che si distacca da quello che era avvenuto in tutta la parte precedente per l’intensità e la tensione più elevate.

Ripeto, per apprezzarlo bisogna immergersi nel periodo, ritrovare la novità. Non è facile. Però è molto scorrevole, per nulla pesante, si legge in un attimo, proprio perchè semplice.
Credo che leggerò anche La guerra dei mondi e La macchina del tempo, appena riuscirò a recuperarli. La produzione di Wells è infinita, ma dovrebbe bastarmi così, salvo l’uscita di qualche Mammut tentatore.

“Confessioni ultime” di Mauro Corona

Quarto libro di Corona che leggo e, non lo nascondo, ho già comprato anche I fantasmi di pietra, che è in arrivo via corriere assieme ad altra roba interessante. C’è un po’ questo mezzo giudizio dei letterati “alti” che aleggia su chi legge Corona (che è poi lo stesso giudizio su chi legge Fabio Volo, però in quel caso giustificato, dai…), che siano un po’ libri, come dire, leggeri, scritti solo con il nome dato dalla notorietà. Non lo so. Corona mi lascia perplesso. Ho trovato davvero molto belli sia Il canto delle manere che L’ombra del bastone, quindi, nella speranza di ritrovare qualcosa di simile, continuerò a leggerlo. Ho già puntato Storia di Neve.

Ma veniamo a questo Confessioni ultime. È un libretto molto veloce, sono circa 120 pagine scritte anche a caratteri abbastanza grandi, in cui lo scrittore/alpinista/scultore dice la sua su un sacco di argomenti. Il vajont, la famiglia, i valori, la vita in generale, la ricchezza, ecc.. Posso tranquillamente affermare di essere in accordo su tutte le opinioni di Corona, in particolare sulla sua idea di ritorno alla semplicità e sul bisogno di smettere di inseguire dei falsi obiettivi. E tu dirai: e quindi? E quindi sono tutte cose che avevo già sentito, vedendo Corona in alcune interviste e avendo letto già tre dei suoi libri. Queste confessioni non sono, insomma, molto inedite per chi conosce già l’autore, tutto qui. Te lo consiglierei solo se di Corona non sai niente, in questo caso qui troverai una buona sintesi del suo pensiero.

Devo ametterlo però, io, nel rileggere concetti che erano già stati espressi altrove dall’autore, mi sono sentito un po’ preso per il culo, così come era avvenuto per l’estremamente ripetitivo La fine del mondo storto.

“Il bosco di Mila” di Irma Cantoni

Sto aspettando che mi arrivi un carico di libri (tra cui romanzi di Bukowski, Coe, Fante, Corona, Wells…) e sto anche attendendo che esca Sleeping Beauties, dell’accoppiata King, padre e figlio (21 novembre). Insomma, tra quello che deve arrivare e La saga di Terramare appena terminata, mi sono trovato per caso questo romanzo tra le mani e quindi l’ho letto. Il preambolo perchè, come sai, il giallo non è il mio genere, mi annoia. Sherlock escluso, ovviamente.
Devo però ammettere che, sarà anche per il bisogno di una lettura un po’ più leggera e “intrattenitrice”, Il bosco di Mila si è fatto mangiare in meno di una settimana, nonostante le sue 360 pagine.

La trama la accenno appena, poichè qualsiasi aggiunta sarebbe un’anticipazione di troppo. Una bambina, Mila, sparisce durante una gita scolatica nel bosco di Mompiano (Brescia). Sulla scomparsa indaga il commissario Vittoria Troisi, romana trasferita a Brescia. Le piste sono molte e variano tra la criminalità cinese e i segreti nascosti dai Morlupo, la famiglia nota, ricca e potente di Mila.

L’ambientazione è forte e caratterizza tutto il romanzo, spaziando tra il monte Maddalena e il lago di Garda. La presenza di alcune frasi in dialetto bresciano è poi molto divertente, oltre che rara nel mondo della fiction, sia cartacea che televisiva, spesso puntata verso idiomi più “famosi” (toscano, napoletano, siciliano, ecc.). Solo questo vale la lettura del libro.
L’intreccio è articolato e si complica piacevolmente nella seconda parte del romanzo, con flashback e ricordi di altri tempi. È davvero ben costruito.

La protagonista, il commissario Troisi, è molto… femminile. Troppe paranoie mentali, pensieri, dubbi. Ecco, è stato per me l’elemento debole, nel senso che ha reso il giallo un giallo un po’ troppo… femminile, appunto. Per tutto il romanzo mi sono chiesto chi mi ricordasse e poi ci sono arrivato: il commissario Vittoria Fusco della serie del Barlume (in tv, i libri di Malvaldi non li ho ancora letti). Ci condivide anche il nome di battesimo. Poi, verso le ultime pagine, compare anche un personaggio che di cognome fa proprio “Fusco”. Sarà un caso?

Ho letto che il libro ha visto la luce grazie ad un concorso, ed è stato anche questo a convincermi alla lettura, per provare qualcosa fuori dai circoli commerciali classici. Non è male, se ti piacciono i gialli non rimarrai deluso.

“La saga di Terramare” di Ursula Kroeber Le Guin

Era da tempo che volevo immergermi nella lettura di un tomo “importante”, sia dal punto di vista dei contenuti che della quantità. Ne ho avuto l’opportunità grazie a questo volumone da 1500 pagine che raccoglie l’intera saga di Terramare (escludendo pochi racconti).

In particolare i sei libri che contiene sono:
Il mago (1968)
Le tombe di Atuan (1971)
Il signore dei draghi (1972)
L’isola dei draghi (1990)
I venti di Terramare (2001)
Leggende di Terramare (2001)

Non sono un grande esperto di fantasy, se non per l’ovvia lettura de Il Signore degli Anelli, quindi ho dovuto studiare un po’ per capire quale fosse un prodotto di qualità senza rischiare di cadere nella trappola modaiola-commerciale del fantasy moderno. Alla fine la Le Guin mi è sembrata la scelta più giusta, poiché universalmente considerata l’autrice vivente (1929!) più autorevole in materia.

Sto ancora cercando di digerire il malloppo, ma qualche idea me la sono fatta. (Come sempre non starò a riassumere la trama, per quello c’è Wikipedia.)

Per prima cosa Terramare non è una saga per tutti. Nel senso che è ricca di riflessioni e non solo di azione e trama allo stato puro. E’ la stessa Le Guin, nella prefazione di Leggende di Terramare, a spiegare l’importanza di una letteratura con dei contenuti e dei valori, che sono invece andati persi, secondo lei, nel fantasy moderno. Io, come ripeto, non sono esperto del genere, ma la cosa non mi stupisce, alla fine è quello che succede con le serie televisive rispetto ai film, le persone non vogliono più pensare ma sono mosse unicamente dalla curiosità nei confronti di una trama di puro intrattenimento (modello Beautiful). Ho trovato inoltre questa “fame” di riflessione maggiore nei tre libri più recenti, rispetto a quelli attorno al 1970. La costruzione stessa delle storie è spesso molto veloce, nell’azione, nella prima parte, per poi dilungarsi in pensieri e dialoghi nella seconda metà dei libri. Come ripeto, non è per tutti.

L’estetica di questo mondo fantasy mi è piaciuta molto. E’ forse persino più vicina al mio gusto rispetto a quella del capolavoro di Tolkien. Non ci sono battaglie o guerre “corali” durante la narrazione (si parla di guerre avvenute, ma non le si attraversa), è tutto molto puntato sull’avventura del singolo che attraversa il mare/le terre e si rapporta con altri singoli e altre culture. Ci sono ovviamente draghi, magie, streghe e stregoni. Insomma, è un fantasy più “personale”, più umano.

Ah, e c’è la scuola di magia di Roke, dove i professori-maghi insegnano agli allievi a diventare maghi e a guadagnare l’ambito bastone. Il protagonista di buona parte della saga, Ged o Sparviere, è sfregiato in volto da una battaglia con un mago malvagio. Ti ricorda niente? Eheh. E’ la stessa Rowling, comunque, ad avere ammesso di essersi ispirata in gran parte a Terramare per la saga di Harry Potter, quindi è tutto ok!

La completezza è poi quella che è propria solo dei grandi scrittori. Esiste una lingua dell’arcipelago, una storia, delle documentazioni. La Le Guin scrive un’appendice di 50 pagine in cui spiega come si siano formati il linguaggio (qui ci sarebbe da dire parecchio!), le religioni e i culti nel mondo di Terramare. Cioè, da dove provengano storicamente nel regno, non nella realtà. Durante la narrazione si incontrano differenze religiose tra i popoli, canti che ricordano le gesta di uomini del passato e letture differenti di stessi eventi, remoti, da parte di popoli distanti nella geografia dell’arcipelago di Terramare. Insomma, una cosa con i controcazzi.

Se vuoi avventurarti in questo mondo te lo consiglio, ma devi essere pronto a pensare, un’abilità davvero rara al giorno d’oggi.
Ora proverò anche a guardarmi I racconti di Terramare, il film d’animazione del 2006 di Gorō Miyazaki, figlio del noto Hayao.
Voglio tornare nell’arcipelago.

“IT” di Andrés Muschietti

Dopo un mese di attesa, rispetto al resto del mondo, è finalmente uscito IT di Muschietti e io sono andato a vederlo la prima sera di programmazione. Inutile che ti ricordi che per me King è Dio, quindi quando si tocca una delle sue bibbie divento molto critico. Alcune cose però, prima di parlare del film.

n.1 – Pubblico difficile. Io un pubblico così del cazzo l’ho trovato raramente in sala. Nei primi minuti Georgie picchia la testa mentre corre: metà della feccia urlava “scemo” o “ritardato”. Il mio vicino continuava a guardare il fottuto smartphone illuminando a giorno la zona. Spero che sia morto. Quello dietro mangiava le caramelle in carta croccante e la t***a due posti a fianco ha commentato ogni singola scena. Mai più la prima sera, mai più la sala più grande con il superimpianto audio (dove il biglietto costa 11 euro: doppiamente coglioni quelli che fanno casino). Comunque, così a occhio, potrei dire che il 99% dei presenti non avesse letto il libro o visto la versione precedente.

n.2 – Operazione nostalgia. Per quanto Tim Curry, il primo Pennywise, fosse spettacolare, e per quanto alcune scelte del film-tv del 1990 fossero molto felici (vedi l’utilizzo condiviso del farmaco per l’asma), la vecchia versione di IT era abbastanza di basso livello. Certo, avevamo tutti 27 anni in meno, quindi è chiaro che l’occhio critico sia offuscato dalla bellezza dei tempi andati (che son sempre meglio del presente), ma la verità è questa.

Ed ora posso dirlo: questo film mi è piaciuto. Fermo restando che il romanzo è totalmente inarrivabile (così come lo è La torre nera, ma il film è stato pessimo) e che quindi sia stata necessaria una semplificazione estrema. Ma il nuovo IT funziona, non nasconde la sua cattiveria, come per forza di cose doveva fare l’altro (a Georgie viene strappato via un braccio, per dirne una che succede subito senza rovinare le novità). Ti dirò di più, è maggiormente evidente in questa versione, rispetto alla precedente, come il pagliaccio sia solo una delle forme del male e non il suo vero Io.

Insomma, forse non resterà nella storia del cinema, se non per l’esplosione al box office (mentre scrivo siamo a 650 mln), ma è un bel film, oltre che una delle poche trasposizioni degne dai libri del Re. E poi Pennywise è tosto, forte. Bravo Bill Skarsgård, figlio del noto Stellan.

La chicca della tartaruga (Maturin per gli esperti), sia sotto forma di giocattolo Lego, che nel lago mentre i “perdenti” fanno il bagno, è qualcosa di commovente e inaspettato. Grazie.

Mi è venuta voglia di rileggere il libro, quindi credo che riparlerò del confronto di IT libro/film quando avrò la mente fresca.

Cosa aggiungere, vai a vederlo.

“Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve

Lo dico subito: Villeneuve non mi ha deluso nemmeno questa volta. E sì che il rischio era alto, andando a confrontarsi con una delle pietre miliari della fantascienza. (Recentemente, peraltro, ho visto il suo Enemy: stupendo.) Blade Runner è stato trattato con la venerazione che merita, senza cadere nella tentazione di strafare. E’ come se il regista abbia esplorato nuove zone dell’universo creato da Dick evitando di cercare di imitare il film di Scott, ma ampliandone gli orizzonti geografici. E’ un film carico di smog, nebbie, deserti urbani. Era un seguito indispensabile? Forse no. E’ un buon seguito? Sicuramente sì, e accade di rado.

Trama, non spoilero. Dai primi dieci minuti salta subito fuori che, trent’anni prima delle vicende narrate, è nato un bambino da una replicante. Su questo gira tutta la storia. Di chi è il bambino? Chi è? Se i replicanti potessero riprodursi sarebbe un nuovo gradino dell’evoluzione? Non aggiungo altro, per non togliere il gusto della visione.

C’è qualcosa di disumanizzante nel seguire le vicende di Gosling, che è a sua volta un replicante (si sa fin da subito), qualcosa che però viene smorzato dal suo bisogno di compagnia, che lo rende comunque “umano”, in un certo modo. E poi beh, la compagnia gliela offre Ana de Armas sotto forma di ologramma. Amore tra androidi, difficile da digerire inizialmente, ma poi ci si abitua. Soprattutto perché è Ana.

Ci sta anche Harrison Ford nei panni di Deckard invecchiato, è ormai una parte a cui sarà abituato, dopo Ian Solo e Indiana Jones.

Quello che mi è mancato è l’angoscia che il Blade Runner dell’82 ti lascia nell’animo ogni volta che ne termini la visione. Quel misto tra comprensione e tristezza che provi nei confronti di Rutger Hauer durante il suo ultimo monologo.
Ma non si può avere tutto (così dicono).

08/09/2017 – Incubo delle streghe

Questo incubo non mi ha particolarmente terrorizzato, tuttavia mi è piaciuto molto. E’ geograficamente incasinato, cosa abbastanza normale nelle mie attività oniriche.

Il sogno inzia nel soggiorno di mia nonna materna, che vive in città, anche se il mio io pensa di essere nella casa al mare dei miei suoceri. Ed è proprio con mio suocero e mia moglie che parlo, mentre mi passano dei libri. Stanno svuotando un armadietto e, conoscendo la mia passione per la lettura, mi chiedono se io sia interessato a qualche volume, con l’intento di regalarmelo. Si, i volumi mi piacciono. Ricordo solo che sono dei saggi/guide su qualcosa. Forse questa prima parte non c’entra, ma è iniziato così..
All’improvviso lo scenario cambia, mi trovo nella mia vecchia stanza da letto, con il corridoio vicino. La stanza è però più grande di quello che era in realtà, e così anche il corridoio adiacente, che sembra essere l’ampio ingresso di una villa. Effettivamente io “mi sento” come se fossi in quella che era la casa al lago dei miei nonni materni. Ci sono un sacco di parenti nella stanza con me, anche se non riesco a ricordare quali. Stiamo parlando di una strega che ci sarebbe in zona, o meglio, ne parla qualcuno, io sono scettico, non ricordo cosa dico. Ricordo però che al muro è appesa una gabbia con uno o due canarini. A un certo punto, nella stanza, si sviluppa una sorta di vento molto forte e io svengo. Mi sveglio da solo, c’è tutto per aria, sedie ribaltate e oggetti ovunque. La gabbia è vuota, non ricordo se i canarini siano morti, comunque non ssono visibili. Guardo fuori nel corridoio/ingresso e vedo tutti i corpi dei parenti distesi a terra, come se fossero morti. In mezzo c’è una figura scura, incappucciata, di spalle. Una forza mi trascina verso la porta, in direzione dei corpi, e io svengo di nuovo. (O almeno credo, ci sono questi cambi di scena improvvisi che non riuscirei a spiegarmi altrimenti.) Mi sveglio sdraiato proprio tra la camera e il corridoio, solo che adesso tutte le persone sono in piedi, in ordine sparso, dove prima erano sdraiate. Mi danno tutti le spalle e, al suo posto, c’è la figura incappucciata, anche lei ancora di spalle. Qualcosa si muove dalla zona più lontana del corridoio, un’altra figura incappucciata. Sposta le persone in piedi come se fossero sospese da terra, fluttuanti. Si avvicina e mi scavalca con una gamba, ponendosi sopra di me, che sono sempre sdraiato. Mentre si abbassa riesco a vederne il volto e mi sveglio, perchè mia moglie mi scuote, sto urlando. Quello che ricordo appena sveglio è che avesse un viso, ma non riesco proprio a metterlo a fuoco. Sono certo che fosse pallida.

“L’ombra del bastone” di Mauro Corona

E’ ufficiale: dopo un rapporto iniziale incerto, partito un po’ come un diesel, Mauro Corona mi piace, e pure parecchio. Qui trovi la mia pessima opinione de La fine del mondo storto e qui invece la gioia post-lettura de Il canto delle manére. Così ti fai un ripasso.

L’ombra del bastone non ha cambiato la mia ultima opinione, evidentemente avevo proprio scelto male il primo libro. Anche qui viene descritto un mondo montano caratterizzato dalla vita semplice: il vino, le bestie, il sesso. Il romanzo nasce come trascrizione da parte dell’autore di un quaderno ritrovato per caso, su cui è narrata in prima persona la drammatica storia vera (vera?) della vita di Severino Corona, detto Zino. Tra amore, passione, erotismo, tradimenti, violenze e stregoneria, l’esistenza di Zino è un tribolare infinito.
Il linguaggio è semplice, diretto, anche questo “montano”. Il luogo, ovviamente, Erto e il tempo i primi del 900.

Quello che avevo già riscontrato ne Il canto delle manére e che ho ritrovato ancora ne L’ombra del bastone è la capacità di Corona di far capire la tragedia di questi uomini, assissini quasi per caso, tormentati per una vita da un errore, che alle volte errore non sembra nemmeno. Il momento di ira, che potrebbe anche apparire giustificabile, che rovina una o più esistenze. Il cosiddetto “macigno” difficile da dimenticare.

Sto già scorrendo il ditone sulla bibliografia di Corona, non finisce qui.

“Walden o Vita nei boschi” di Henry David Thoreau

Beh, che dire, questo libro è un pacco mostruoso. L’ho finito perchè mi sono messo in testa di leggerlo, ma è stato come avere per tutto il tempo un gatto attaccato ai maroni. E’ quello che penso. Ora veniamo ai dettagli.

Thoreau in 300 pagine racconta come sia vissuto per due anni (in realtà descrivendo solo il primo, per evitare di ripetersi) in una casetta da lui costruita sulle sponde del lago Walden, Concord, Massachusetts. E fino a qui sarebbe tutto fantastico. Ti aspetti una sorta di manuale pratico-filosofico su come si possa sopravvivere in mezzo alla natura. Sbagliato.
L’autore racconta solo in minima parte la sua vita sul lago, perdendosi invece in deliri critici e autocelebrativi per l’80% del libro. Me ne sono accorto già a pagina 50, ma ho pensato “lo osannano in molti”, arriviamo a 100, e poi a 150. Ecco, qui ho capito che dovevo finirlo, per poter dire che non è un buon libro, altrimenti mi sarei imbattuto nelle rimostranze di chi sostiene che “si ma ok, non ti è piaciuto perchè non sei arrivato in fondo”. Sono arrivato in fondo, non ci siamo.

E non mi importa che io non sia nessuno per stroncare quello che è considerato un capolavoro del naturalismo e ora ti spiego perchè. Fondamentalmente, la sintesi del libro è questa: abbiamo molto di più di quanto ci sia necessario, potremmo vivere con molto meno (vivere davvero invece di fingere di farlo) e non essere schiavi dell’economia. Sono completamente, totalmente, d’accordo! E’ proprio ciò che ho sempre creduto! Sulla carta, è il mio libro ideale.
E’ ammirevole che l’autore presenti problematiche contemporanee con quasi due secoli di anticipo. Fine dei complimenti.
Il concetto è ripetuto in tutte le salse, dire ripetitivo è un eufemismo. Un romanzo/diario che sarebbe stato riassumibile in 20 pagine.

L’autore è spocchioso, arrogante, antipatico. Spesso associato per le tematiche alla vita libera di Alexander McCandless Supertramp (Into the wild, per capirci), in realtà non ha molto a che vederci. Mancano l’apertura mentale, la freschezza, l’intelligenza.

Se devo essere proprio sincero, penso che la maggioranza dei sostenitori di questo romanzo rientrino in quella categoria di persone che leggono poco o che pensano poco. I concetti base sono infatti molto semplici e condivisibili e sembra tutto abbastanza complesso per potersi vantare di aver affrontato una lettura “colta”.
Tutto fumo e niente arrosto. Tempo perso, a leggerlo.

“A ovest di Roma” di John Fante

Di Fante avevo già letto i quattro romanzi che compongono la saga di Arturo Bandini, il cui più conosciuto è Chiedi alla polvere, grazie alla trasposizione filmica con Colin Farrell (che non ho visto). Conoscevo già il suo stile di scrittura, ma in qualche modo lo avevo dimenticato. Avevo dimenticato la tristezza poetica con cui descrive anche le situazioni più semplici, avevo dimenticato quanto mi piacesse.

Questo A ovest di Roma è stato pubblicato postumo, così come altri suoi libri, dalla moglie Joyce. Due racconti qui: uno lungo, Il mio cane Stupido, e uno corto, L’orgia. Ho preferito il primo, che è poi un breve romanzo, ma anche il secondo non mi è dispiaciuto. Entrambi parlano di contesti familiari scossi da un evento che non fa altro che portare alla luce problematiche già preesistenti.

Il linguaggio è quello di Fante, ironico, a volte volgare e crudo, incredibilmente moderno. Non è chiaro a che anni risalgano questi racconti, essendo postumi, ma ricordo che anche nel leggere Aspetta primavera, Bandini (1938) ero rimasto colpito dall’attualità espressiva, senza alcun filtro. La situazione non cambia nemmeno con questa raccolta.

Bukowski disse che Fante era il suo Dio, e questo dovrebbe bastare a convincerti a leggerlo, se ancora non l’hai fatto.

La vita, l'universo e tutto quanto.