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“Hap & Leonard – Il mambo degli orsi” di Joe R. Lansdale

Terza avventura di Hap & Leonard, Il mambo degli orsi, è forse anche la storia più drammatica di questa serie tra quelle che ho letto fino ad ora (sono solo al terzo episodio eh). Il livello di tensione è stato davvero palpabile e, per la prima volta, anche la sensazione che la strana coppia non sia poi così invulnerabile. Lansdale è riuscito ancora a giocare nuove carte, a rinnovare il repertorio e tirar fuori dal cilindro un coniglio che è un po’ diverso dai conigli precedenti.

Florida, ex di Hap conosciuta nel secondo episodio, è scomparsa improvvisamente mentre indagava su uno strano suicidio avvenuto nella prigione di Grovetown. Il problema è che Grovetown sembra uscita da un altro tempo: il razzismo è di casa, la diffidenza e l’odio verso lo straniero e il diverso sono all’ordine del giorno e il Ku Klux Klan non è mai passato di moda. Hap e Leonard si trasferiscono in loco per indagare ma la cosa è parecchio complessa perché Leonard è nero, Leonard è gay e Hap è amico di un nero per di più gay. Non ti anticipo altro, ma sappi che l’ambiente di Grovetown è davvero ostile e che i nostri due eroi si beccheranno uno dei pestaggi più duri e spietati che abbiano mai avuto modo di ricevere.

Fare una classifica dei vari episodi di Hap & Leonard è difficile, perché in qualche modo ognuno è diverso (per ora) dal precedente. Ho preferito il secondo episodio per la trama, più complessa, ma il terzo è stato di certo migliore per la tensione drammatica. Il duo è sempre un duo “comico”, ma ne Il mambo degli orsi Lansdale riesce a mostrare tutta la fragilità e il lato umano di personaggi che sembravano indistruttibili. Inoltre il tema del razzismo è trattato in modo autentico, rude, senza farti venire l’orticaria per i falsi buonismi. E tutto questo senza contare l’umorismo tra i due protagonisti che ricorda quello delle vecchie coppie bianco/nero nei polizieschi come Arma letale (che oggi difficilmente potremmo vedere al cinema).

Ho già sullo scaffale il secondo tomo Einaudi che contiene i successivi tre romanzi della serie, quindi con Hap & Leonard non è finita qui. Sono davvero contento di averli incontrati.

Libri che ho letto di Joe R. Lansdale:
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)
Il mambo degli orsi (1995)

“Hap & Leonard – Mucho Mojo” di Joe R. Lansdale

Leonard eredita una casa e un po’ di denaro dal defunto zio Chester. La casa è in un pessimo quartiere e necessita di una ristrutturazione, per questi motivi Leonard ospita Hap, sottraendolo a un lavoro precario, e i due insieme cominciano i lavori. Sotto la casa trovano il corpo di un bambino e tutta una serie di prove che apparentemente fanno sembrare zio Chester un serial killer pedofilo… Ovviamente è solo l’inizio di una storia che porterà a una lunga indagine, scazzottate (anche con i vicini di casa), amori difficili e altrettanto difficili collaborazioni con la polizia.
D’altra parte Mucho Mojo è un’espressione che ha un significato con molte sfaccettature, ma quello che è chiaro è che indichi una sfiga malefica.

Hai presente quello che ti dicevo di Una stagione selvaggia? Che mi sarebbe piaciuto avere un filino in più di empatia con i personaggi e una maggiore profondità psicologica? Ecco, Lansdale, in qualche modo, dal passato, mi ha ascoltato. Non che il romanzo precedente non mi fosse piaciuto ma Mucho Mojo, a mio parere, gli è di gran lunga superiore. La struttura è più complessa e coinvolgente, vieni catturato dalla curiosità di sapere cosa sia realmente successo ai bambini scomparsi (eh sì, perché sono più di uno). Inoltre anche il finale mi è parso costruito meglio, senza l’accelerazione delle ultime pagine che avevo notato nel primo Hap & Leonard. Probabilmente tutto questo è dovuto anche a una maggiore lunghezza del romanzo, che sfiora le 300 pagine.

Sono contento – Hap un po’ meno perché soffre le pene d’amore e Leonard vive i disagi legati alla propria omosessualità – ma io sono contento proprio perché questa volta, Lansdale, è riuscito a farmi soffrire (e ogni tanto gioire) insieme ai suoi personaggi. Aggiunto al suo incredibile stile e alle sue fantastiche idee, questo diventa un mix che si avvicina alla perfezione.

Ci sentiamo presto con Il mambo degli orsi, Hap & Leonard hanno tutte le carte in regola per diventare una droga, io ti avviso.

 

Libri che ho letto di Joe R. Lansdale:
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)

“La voce degli uomini freddi” di Mauro Corona

La voce degli uomini freddi è il diciannovesimo libro di Mauro Corona che leggo. Non ho letto tutto quello che ha scritto ma posso dire, ormai, di avere una certa conoscenza dell’autore e dei temi che gli sono cari.

Questo romanzo parla di un popolo laborioso e silente che vive tra le montagne, dove nevica sempre, anche d’estate. Dieci secoli di storia, tante tragedie e quasi nessuna gioia: questa è la vita degli uomini freddi. Vittime di valanghe e esondazioni, incompresi dal mondo moderno e osteggiati dal progresso delle città, gli uomini freddi cercano di sopravvivere portando avanti valori e usanze di un tempo antico, che poco ha a che fare con la frenesia odierna.

Raccontato in gran parte con uno stile fiabesco, La voce degli uomini freddi è praticamente privo di dialoghi. Corona narra le gesta di un popolo senza fermarsi troppo sui singoli elementi. C’è qualche storia relativa a personaggi caratteristici, ma non si spinge mai, per capirci, a dare un nome ai soggetti di cui parla. Uno stile che mi ha ricordato molto La fine del mondo storto, uno stile che si presta molto bene a un racconto e meno bene a un romanzo.

Le intenzioni sono buone, i messaggi ottimi, il metodo lascia a desiderare. Corona mi trova d’accordo su buona parte di quello che comunica, il problema è che la modalità di comunicazione inizia un po’ a sembrare quella di un vecchio che dice: «Cosa ne sapete voi dei sacrifici!»
Il boomerismo, insomma, è dietro l’angolo.
Anche la metafora – per nulla velata – con la tragedia del Vajont non può che trovarmi concorde: l’accusa ai potenti e ai giochi di interesse economico riproduce ciò che realmente è avvenuto nel 1963 e non c’è nulla da obiettare. Si poteva essere più sottili? Sì, ma forse è anche vero che tante persone, per comprendere, hanno bisogno che vengano loro spiattellate davanti le cose senza troppi giri di parole… non lo so, magari anche Corona potrebbe avere le sue ragioni nello scegliere questo stile di comunicazione con i suoi lettori.

Ho finito i libri di Corona che avevo sulla mensola, in definitiva non penso che ne arriveranno altri. Credo che questo autore mi abbia detto tutto quello che poteva dirmi o, forse, tutto quello che ero disposto a sentirmi ripetere.

Libri che ho letto di Mauro Corona:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Vajont: quelli del dopo (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
La voce degli uomini freddi (2013)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)
L’ultimo sorso – Vita di Celio (2020)

“Hap & Leonard – Una stagione selvaggia” di Joe R. Lansdale

Ho iniziato relativamente da poco, con grande colpa e rammarico, a leggere Lansdale. Avevo deciso di lasciare per ultimo il ciclo di Hap & Leonard poiché a me le serie, anche letterarie, non fanno impazzire. Tuttavia ho trovato al mercatino la raccolta Einaudi che contiene i primi tre romanzi del ciclo e non ho saputo resistere… Li affronterò comunque uno alla volta e quindi, rigorosamente in ordine cronologico, sono partito da Una stagione selvaggia. Al momento credo che i romanzi di H&L siano tredici più due raccolte di racconti, se non ho capito male.

In quarta di copertina il duo viene descritto come una “coppia di investigatori”, tuttavia in questo primo episodio la situazione non è così definita. Immagino che proseguendo con le avventure si vada chiarendo meglio questa classificazione. Il genere è senza dubbio noir, tutti i personaggi sono abbastanza particolari e borderline, lo stile è quello ironico e pulp che, per ora, ha caratterizzato Lansdale, almeno nelle mie letture.

Brevemente, Hap & Leonard vengono descritti come una coppia di amici bianco/nero (quest’ultimo gay) che trascorre le giornate sparando ai piattelli nel retro della casa di Hap. Qui, a un certo punto, si presenta la femme fatale che li coinvolge nella ricerca di un malloppo, rigorosamente frutto di una rapina. Seguono una serie di complicazioni tra le quali immersioni nelle paludi, tradimenti, sparatorie e omicidi. Tutto in leggerezza, tutto divertente.

Ho letto Una stagione selvaggia in quattro giorni, il romanzo è piuttosto breve, circa 180 pagine, e soprattutto molto scorrevole. Quello che spero per il futuro è di trovare un po’ più di profondita psicologica dei personaggi, così da potermici affezionare (altrimenti con tanti episodi rischio di stufarmi, mi conosco). Per ora mi sono divertito molto, devo ammetterlo, Lansdale non mi ha deluso nemeno questo volta.
Ci risentiamo presto con Mucho Mojo, il secondo episodio.

Libri che ho letto di Joe R. Lansdale:
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)

“Di là dal fiume e tra gli alberi” di Ernest Hemingway

Ho letto sei libri di Hemingway e me ne è piaciuto solo uno… e sai già qual è (peraltro uno dei miei romanzi preferiti in assoluto). Io e Ernest abbiamo un rapporto molto complicato, fatto di speranze disattese, incomprensioni, tempismi sbagliati. In poche parole: non ci prendiamo. Non ci prendiamo così tanto che sto quasi pensando di mollare i suoi tre romanzi che ho ancora sulla mensola delle cose da leggere, vedremo.

Di là dal fiume e tra gli alberi (1950), poco più di 300 pagine, un mese di lettura.
Il tema è buono, decadente e deprimente e con tutte le carte in regola per piacermi. Un vecchio colonnello (che poi è una delle solite e ritrite rivisitazioni dello stesso Hemingway) trascorre un periodo di nostalgie e ricordi a Venezia, in compagnia di una giovane ventenne di cui è innamorato follemente, ricambiato. Parlano e si amano, lui le racconta della guerra, lei fantastica sul loro futuro insieme. Lei è ricca, molto ricca, e gli fa regali costosissimi, lui vorrebbe ricambiare in qualche modo ma è conscio della differenza di classe. Sono gli ultimi giorni per il colonnello, che intervalla l’amore con la caccia alle anatre, affaticato da un cuore stanco e malato che lo sta per tradire. Fine.

Il problema principale di questa storia è la totale assenza di coinvolgimento emotivo. I tanto decantati dialoghi scritti da Hemingway sono qualcosa di estremamente lontano dalla realtà. Asciutti in tutto sì, ma anche di verosimiglianza. Questo non aiuta per nulla. Non si può dire sia un romanzo pesante: le pagine, volendo, scorrono, il problema è che non vanno da nessuna parte, né con la storia, né con il cuore. Un romanzo che ha il fascino di una radiocronaca sportiva, fatta senza pathos, di uno sport che non ti interessa. Mi ha poi annoiato il personaggio del colonnello che, in fin dei conti, è proprio sempre lo stesso che Hemingway racconta in tutti i suoi libri. Non lo so, forse stanno invecchiando male questi romanzi, forse (più probabile) sto invecchiando male io.
Mi dispiace, in qualsiasi caso.

Libri che ho letto di Hemingway:
Fiesta – E il sole sorgera ancora (1927)
Addio alle armi (1929)
I quarantanove racconti (1938)
Di là dal fiume e tra gli alberi (1950)
Il vecchio e il mare (1952)
Vero all’alba (1954-56)

“Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy

Meridiano di sangue è considerato da molti il miglior romanzo di Cormac McCarthy, spesso considerato anche come Grande Romanzo Americano. È il terzo romanzo di McCarthy che leggo e io, per ora, ho preferito gli altri due (che puoi trovare linkati a fine post). È chiaro, siamo sempre nell’ordine dei capolavori, non fraintendiamoci. Mi trovo in difficoltà, perché ho fatto davvero fatica a terminare le 300 pagine di questo libro, sebbene la sua grandezza non sia messa in dubbio. Andiamo per punti.

La trama.
1850, la storia segue le vicende di un giovane quattordicenne che abbandona la propria casa e si unisce a un gruppo di sbandati/giustizieri/portatori di legge in perenne movimento tra Stati Uniti e Messico. Uccidono, stuprano, rapinano e scalpano. In lotta con i nativi – ma non solo – si lasciano alle spalle una scia di sangue e morte. A guidarli, il giudice Holden, obeso e carismatico, che ricorda molto il Kurtz di Marlon Brando.

Ripeto, Meridiano di sangue è scritto in modo magistrale, come solo McCarthy può fare. Ogni pagina è poesia allo stato puro e ti fa immergere totalmente in un contesto di violenza e disperazione. L’obiettivo è quello di mostrare cosa sia stata realmente l’epoca dello scontro tra Indiani e cowboy, e ci riesce. Non ci sono Clint Eastwood qui, solo persone senza cuore e assassini. Sia da una parte (per scelta) che dall’altra (senza scelta). Bambini appesi per le mandibole, vecchi bruciati vivi, ragazze violentate e uccise. La vita non ha nessun valore, una parola sbagliata e sei morto. In assenza di un controllo, l’Uomo si rivela per quello che è: l’animale più brutale e crudele del pianeta. Non a caso questo è stato definito anche come uno dei romanzi più violenti mai scritti.

Io non sono facilmente impressionabile e, infatti, tutta questa violenza non mi ha colpito molto, dal punto di vista psicologico. Forse chi ancora crede che il farwest fosse simile a un film di Sergio Leone dovrebbe leggere questo romanzo, ma io ho trovato esattamente ciò che mi aspettavo: la realtà. Il mondo era già un brutto posto a quei tempi, ben prima del black friday.

Quindi, quanto ti dico che questo è un romanzo pesante non mi riferisco all’impatto emotivo (quello dipende da te, ovviamente), quanto alla sua mancanza di saper coinvolgere il lettore. La trama che hai letto sopra rappresenta esattamente tutto quello che accade nei 23 capitoli, senza grosse sorprese. A dirla tutta, potresti leggere questo libro a capitoli alterni e riuscire comunque a seguirne il filo conduttore. Tradotto: non ti verrà mai voglia di prendere in mano Meridiano di sangue per vedere come procede la storia perché, semplicemente, non procede. Questo romanzo è un bellissimo affresco, un dipinto dettagliato dalle atmosfere perfettamente descritte, ma non è una “storia” nel senso narrativo del termine.

Te lo consiglio? Sì, se ti piace McCarthy non ti deluderà. Se, però, non hai mai letto nulla di suo non iniziare da qui!

Libri che ho letto di Cormac McCarthy:
Meridiano di sangue (1985)
Non è un paese per vecchi (2005)
La strada (2006)

“L’inverno del nostro scontento” di John Steinbeck

L’inverno del nostro scontento è il decimo libro di Steinbeck che leggo e tra tutti è il più recente, anche perché è il suo penultimo romanzo. Ti ricordo che Steinbeck è uno dei miei scrittori preferiti e che Furore e La valle dell’Eden sono tra i romanzi più belli che abbia mai letto, sicuramente nella mia top ten assoluta.

Purtroppo questo romanzo, invece, non mi ha entusiasmato. Il suo tono in alcuni tratti è per metà surreale, in altri è semplicemente un po’ piatto. Pare quasi che la storia sia un lavoro preparatorio per qualcosa di più grosso, un tomone, per capirci. Peccato, perché la storia, il tema sociale alla Steinbeck, c’è. Mi rendo conto di essere una voce fuori dal coro nel dire questo, ma è quello che penso.

La trama parla di un uomo che proviene da una famiglia un tempo facoltosa, ma ormai andata in declino. Costretto a lavorare come commesso nel negozio di un immigrato siciliano, cerca costantemente il riscatto sociale, stimolato (pungolato) dal contesto in cui vive che lo obbliga moralmente a ricercare gli antichi fasti del suo nome. [Spoiler: lo troverà questo riscatto, ma a un caro prezzo emotivo ed interiore.]

Non mi ha aiutato l’incomprensibile scelta di scrivere alcuni capitoli in prima persona (dal punto di vista del protagonista) e altri (pochi) in terza. Questa tecnica narrativa mi ha tenuto lontano, distante, impedendomi qualsiasi coinvolgimento emotivo. Forse anche la traduzione dell’edizione, un po’ datata, può avere contribuito.

Libri di John Steinbeck che ho letto:
I pascoli del cielo (1932)
Pian della Tortilla (1935)
La battaglia (1936)
Uomini e topi (1937)
Furore (1939)
La luna è tramontata (1942)
La perla (1947)
La valle dell’Eden (1952)
Quel fantastico giovedì (1954)
L’inverno del nostro scontento (1961)

“La notte del killer” di Dean Koontz

Romanzo che segue due punti di vista: quello dello scrittore Martin Stillwater (e della sua famiglia) e quello del killer. Cosa succede? Martin viene aggredito da un uomo identico a lui che è convinto di essere il vero Martin e di avere tutti i diritti per riprendere il suo posto di marito e padre. Ovviamente non c’è dubbio che sia uno psicopatico. C’è un’aggressione in casa, una fuga in auto e un’aggressione finale in una baita di montagna. Fine. 460 pagine.

Thrilleraccio lento e prolisso che soffre di tutte le pecche caratteristiche della scrittura di Koontz. Deduzioni gratuite a non finire e semplificazioni a piene mani, c’è tutto il peggio. Non sarebbe stato nemmeno malaccio con 250 pagine in meno, ma così no, così è troppo. Quando il protagonista prende la pistola, estrae il caricatore, controlla quanti colpi ci sono, decide di aggiungerne altri, li aggiunge, inserisce il caricatore, ne valuta il peso, pensa a come sparerà quei colpi… diventa uno stillicidio. Sembra davvero che questa volta sia stato chiesto a Koontz di allungare la minestra. Ho saltato spesso righe intere per rendere più fluida la lettura, inutilmente.

Ti avevo anticipato che avrei letto più libri di Koontz a causa di un accumulo sulla mensola dei “da leggere”. Dopo La notte del killer credo che rallenterò il ritmo perché mi sento fisicamente provato. Peccato, ma questo è un autore davvero troppo altalenante nella qualità, speriamo per il futuro…

Libri che ho letto di Dean Koontz:
In un incubo di follia (1973)
In fondo alla notte (1979)
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
La notte del killer (1993)
Sopravvissuto (1997)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)
Velocity (2005)
Nel labirinto delle ombre (2009)

“Sopravvissuto” di Dean Koontz

Un volo aereo con duecento passeggeri precipita in picchiata da seimila metri e si schianta al suolo con una violenza tale da lasciare detriti grandi al massimo quanto francobolli. Joe Carpenter, su quell’aereo, aveva tutto ciò a cui teneva: la moglie e le due figlie. È un uomo distrutto, disperato e che aspira solo al suicidio. Trascorre un anno cercando il coraggio di spararsi, fino a quando non incontra Rose, una donna che, contro qualsiasi logica, sembra essere uscita illesa dallo schianto. Ma Rose, che sta cercando di mettersi in contattao con i famigliari di tutte le vittime, è braccata da uomini armati che vogliono metterla a tacere e, mentre Joe indaga, chiunque incontri Rose si suicida nei modi più bizzarri.

Eh, Koontz, Koontz, Koontz… che difficoltà parlare di questo tuo romanzo. 400 pagine lette in meno di una settimana. Quindi buono, no? Eh, che difficoltà…

Indubbiamente la trama è coinvolgente e sei sempre curioso di sapere cosa stia per accadere. Koontz gioca molto bene le sue carte e per ogni risposta che offre ti regala anche due domande, in un gioco infinito alla ricerca della soluzione. Una soluzione che, bisogna dirlo, non delude. La storia sta in piedi ed è anche abbastanza originale (si parla di un romanzo del 1997). Avevo voglia di prendere in mano il libro per vedere come stava procedendo la situazione, una cosa abbastanza rara, ultimamente. Però…

Però, come spesso ripeto, Koontz è un po’ il King dei lettori facili. Deduzioni forzate, conseguenze immediate, soluzioni imposte. Talvolta il protagonista arriva a capire una cosa che viene data per certa solo perché lui ha deciso che sia così. E, per intenderci, questa non rimane una posizione in dubbio, ma è una vera e propria scorciatoia letteraria che anche il lettore deve accettare. Perché lo sentiva nel suo cuore. Insomma, un po’ come nei romanzi sentimentali delle casalinghe frustrate. Questa è proprio una caratteristica dello stile di questo autore che non riesco a mandare giù, perché implica una sottostima intellettuale del lettore. Probabilmente sarà anche corretto per molti lettori, ma non per me.

Detto questo, salverei comunque questo romanzo perché la trama è davvero buona. Avrei voluto leggerlo scritto da King, sarebbe stato di un altro livello. Il continuo richiamo a King è voluto non solo dall’accostamento – sbagliato – che viene spesso fatto tra questi due autori, ma anche perché (e qui dico poco per non spoilerare) Sopravvissuto potrebbe essere uno spinn-off proprio de L’istituto scritto dal Re.

Libri che ho letto di Dean Koontz:
In un incubo di follia (1973)
In fondo alla notte (1979)
Il tunnel dell’orrore (1980)
La casa del tuono (1982)
Phantoms! (1983)
Incubi (1985)
Lampi (1988)
Cuore Nero (1992)
Sopravvissuto (1997)
L’ultima porta del cielo (2001)
Il luogo delle ombre (2003)
Velocity (2005)
Nel labirinto delle ombre (2009)

“Le intermittenze della morte” di José Saramago

In un paese immaginario, ma che conta dieci milioni di abitanti, da un giorno all’altro la morte decide di non esercitare più le sue funzioni. Si scatena il caos. Chi era con un piede nella fossa rimane lì, fermo, né morto né vivo. Le agenzie funebri, per non fallire, richiedono al Governo l’obbligo di funerale per gli animali domestici. La Chiesa rischia il collasso, perché da sempre controlla l’uomo con la paura della morte. La mafia si sviluppa, creando un cartello che porta i malati a morire oltre confine. Dopo sette mesi, la morte decide di tornare al lavoro, ma con modalità differenti dal passato: magnanima, avviserà i futuri morti una settimana prima tramite una lettera viola, così che abbiano il tempo di organizzarsi. Le lettere partono e colpiscono, tutte, tranne quella diretta a un violoncellista, che continua a essere restituita al mittente (la morte, appunto). La morte (minuscola per scelta della morte stessa, che si firma in questo modo) decide quindi di indagare…

Quarto romanzo che leggo di José Saramago ed è anche un libro, come puoi leggere sopra, dalla trama potenzialmente esplosiva. Eppure… eppure sono felice sia stato il quarto che ho letto, perché se fosse stato il primo probabilmente non avrei dato altre possibilità a questo geniale autore. Perché il genio c’è, chiariamolo subito, anche solo per gli argomenti trattati, la critica sociale, la consueta abitudine a mostrare quanto sia piccolo l’Uomo. Tuttavia questo è un romanzo, a mio parere, molto meno incisivo rispetto agli altri, troppo lento, prolisso e purtroppo poco coinvolgente. Il muro di parole (punteggiatura al minimo, mai un “a capo”, dialoghi non esplicitati, ecc.) tipico dello stile di Saramago non aiuta per niente e rende tutto ancora più pesante. Ho fatto fatica ad andare avanti, leggendo come se fosse una medicina amara da dover terminare per forza. Un peccato.

C’è tutta una parte in mezzo in cui non succede assolutamente nulla. Non esagero dicendo che avrei potuto tranquillamente saltare uno dei capitoli centrali senza perdere il senso della trama e, probabilmente, senza nemmeno accorgermene. So di essere assolutamente controcorrente in questo mio pensiero, ma temo che Le intermittenze della morte sia stato uno dei romanzi più noiosi che ho letto negli ultimi anni. Non un grande problema, se si considera che è lungo appena 200 pagine, ma un forte freno alla mia passione per Saramago, un autore che, in qualsiasi caso, ha sempre qualcosa da insegnare. Perché qui, anche nella noia, si parla comunque di alta letteratura, e questo è bene sottolinearlo.

Ho sulla mensola anche Memoriale del convento, ma ora temo ci vorrà un bel po’ prima che mi venga voglia di leggerlo…

Libri che ho letto di José Saramago:
Cecità (1995)
L’uomo duplicato (2002)
Le intermittenze della morte (2005)
Caino (2009)