Archivi tag: Jon Krakauer

“Aria sottile” di Jon Krakauer

Tempo fa avevo visto il film Everest di Baltasar Kormákur (di cui avevo anche scritto) e ne ero rimasto talmente colpito da continuare a pensare a quella tragedia del 1996. Avevo intenzione di leggere il libro di Krakauer già da allora, ma poi, sai come vanno le cose, il progetto era stato accantonato. Ora finalmente ci sono riuscito. Di Krakauer avevo già letto Nelle terre estreme, da cui è stato poi tratto il film Into the wild di Sean Penn, altra storia/film/vita estremamente ricca ed interessante, ed ero quindi pronto ad un’altra buona lettura. Non sono certamente rimasto deluso, nonostante i due libri siano molto diversi tra loro: Nelle terre estreme è più un lungo reportage basato su un’indagine giornalistica, mentre Aria sottile è un resoconto in prima persona, essendo Krakauer uno dei membri superstiti della spedizione sull’Everest del 1996.

La storia è nota: durante la conquista della vetta dell’Everest, il 10 maggio 1996, nove alpinisiti persero la vita. La gran parte di questi perì nella fase di discesa, poichè sopraffatta da una perturbazione, neanche troppo straordinaria per quella altitudine. Krakauer era membro della spedizione commerciale guidata dal Rob Hall, insieme ad altri clienti che sborsarono la cifra di 60/70mila dollari per farsi traghettare alla meta. Tra i morti anche Scott Fischer, altro grande alpinista, alla guida di un’altra spedizione commerciale, unitasi a quella di Rob Hall per l’assalto alla vetta.

Sono davvero tantissimi i fatti e gli errori che hanno portato a questo tragico evento, Krakauer li sonda uno ad uno, accollandosi anche la responsabilità per la morte di una delle aiuto guide, Andy Harris. Ma non intendo stare qui a fare un elenco delle cose che, secondo lo scrittore o secondo varie personalità del regno della montagna, potevano essere fatte meglio o meno. (Una di queste, la più famosa, è un’annosa disputa con un’altra aiuto guida, il fortissimo Anatoli Boukreev, sulla questione dell’utilizzo delle bombole d’ossigeno in vetta, da parte delle guide stesse).

Quello che il libro ti lascia non è questo, non è una mera indagine, sebbene sia presente. Quello che Karkauer è bravissimo a far capire all’uomo comune, cioè a chi non ha idea di come si viva oltre gli 8000 metri, è che a quell’altitudine si muore, non si vive. In quella “zona della morte” l’unica cosa da fare è essere veloci a salire e scendere, poichè appena la si raggiunge il corpo inizia a soccombere, non è progettato per sopravvivere lassù. Fine. Con un terzo dell’ossigeno, azioni all’apparenza semplici, come aprire o chiudere una valvola dell’ossigeno, sono molto complesse, non solo da compiere, ma anche da pensare. Ogni piccola azione, è un atto di forza. Di fronte a tutto questo le varie accuse, semplicemente, crollano. Non ci si dovrebbe neanche chiedere di chi sia la responsabilità delle morti, poichè la responsabilità è individuale, di chi sceglie di correre tale rischio. Lo sforzo è tale che i piccoli aiuti sono atti eroici, e gli aiuti che non si riescono a dare sono la normalità. Ci sarà anche un motivo se il percorso è letteralmente cosparso di cadaveri che non si possono riportare indietro, perchè chi muore rimane lì.

Ho sempre grande ammirazione per le esperienze al limite. L’ho avuta per personaggi come Alexander Supertramp o Ambrogio Fogar, e non posso non averla per chi ha vissuto la tragedia del 1996, per i vivi e per i morti. Ho l’idea che queste persone muoiano facendo ciò che amano, sfidando il limite dell’umano e riportando la vita ai suoi concetti base, primordiali. Chi può dire di vivere così intensamente nella banale vita di tutti i giorni, dove spesso si aspetta solamente che il tempo passi?

“Everest” di Baltasar Kormákur

Questa recensione non è una vera e propria recensione, e sarà un po’ diversa rispetto al solito.
Sono morti più di 200 alpinisti sull’Everest, nella maggior parte dei casi, come spiegato nel film, durante la discesa, il momento più pericoloso. Non conoscevo la tragedia del 1996 se non per l’associazione con il contestato libro Aria sottile di Krakauer (di cui ho letto unicamente Nelle terre estreme), quindi ho visto Everest con la mente praticamente vergine. Mi è piaciuto molto.
Mi è piaciuto perchè una volta tanto gli attori sono al servizio della storia, in un film che è quasi documentaristico. Non c’è “azione” per come la si intende normalmente. I gesti eroici ci sono, così come ci sono stati nella realtà, ma restano limitati dalla realtà stessa, l’uomo può ben poco di fronte alla montagna più alta del mondo e alla natura selvaggia.
Tutto incute rispetto, a 360°. Il rispetto verso il Monte, ma anche quello verso la Natura appunto. Rispetto sicuramente verso chi rischia tutto per arrivare alla cima e per provare a tornare indietro. Si può FORSE non comprendere o non condividere, ma non si può non rispettare la scelta di questi uomini.
Credo che uno dei pregi maggiori del film sia proprio l’essere riuscito a comunicare che chi cerca questa “impresa” lo fa con grande prudenza, e non con senso di onnipotenza. Salire in cima all’Everest non è divertente, è sofferenza pura. Guadagnata la cima non ci si sente supereroi, ma si è consci della piccolezza umana. L’Everest ti spezza, non solo fisicamente, ma anche mentalmente, ammaliandoti con la possibilità di fermarti per un mortale riposo.
Ma questo non lo dice solamente Kormákur, lo dicono i morti, i sopravvissuti, lo si evince dalle storie e dalla storia: l’Everest è una grandissima lezione di umiltà.
Le persone che muoiono sulla montagna rimangono lì, a monito per i futuri visitatori ed ospiti di un ambiente che non può essere colonizzato. Non c’è la forza né la possibilità di recuperare i cadaveri, credo che questo sia sufficiente per avere un’idea di quelli che sono i nostri limiti, dovremmo tenerlo sempre a mente. Everest ce lo ricorda.