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“Joker” di Todd Phillips

Devo dire che quest’anno al cinema ci sono andato poco, Joker è solo il settimo film che vedo nel 2019. Credo che la cosa sia in parte dovuta al fatto che dove abito c’è un monopolio dei cinema e delle multisale e ormai il biglietto costi attorno ai 10 euro. Una volta andavo a vedere tutto, ora ci rifletto meglio. Detto questo, nonostante l’alto livello mantenuto nelle mie poche e oculate scelte, Joker è sicuramente il miglior film tra quelli visti da gennaio a oggi. Onestamente è anche un film di cui è difficile parlare, bisognerebbe vederlo e basta.

Joaquin Phoenix è semplicemente straordinario. Nella costante diatriba che si apre ogni volta che compare un nuovo attore ad interpretare il personaggio, non dico che Phoenix sia il migliore in assoluto, ma lo è sicuramente per quanto riguarda questo particolare film, con le scelte che lo hanno caratterizzato e la particolare tipologia di genere. Nessuno ci sarebbe stato meglio, ha una fisicità perfetta per il ruolo.

Viene analizzata la nascita della psicosi. Arthur Fleck è un emarginato, con un lavoro precario da clown, aspirazioni da comico irrealizzabili, una madre malata di mente a carico e tante bugie alle spalle. Ovviamente è beffeggiato e bullizzato dai più forti, da chi è integrato nel sistema, che è comunque sbagliato e corrotto. È già dipendente da psicofarmaci, ma il film mostra da dove arrivi quello che poi diventerà il nemico di Batman e quando esattamente un banale malato si trasformi in un’icona di rivolta per i disperati. C’è una bella scena in cui Arthur Fleck si toglie una maschera da pagliaccio per rivelare il viso da pagliaccio di Joker. Ho detto tutto.

So che ci sono state parecchie lamentele da parte dei nerd invasati che non ammettono deviazioni dal canone fumettistico (e sono un collezionista eh) e che il film è stato criticato per scarsa aderenza al personaggio, eccetera. Cazzate. Io la storia per filo e per segno non la ricordo e non vado nemmeno a rivederla, non avrebbe senso. Non avrebbe senso perché significherebbe non sapere riconoscere il bello. È un po’ come se girassero il miglior King Kong di sempre ma con lo scimmione grigio e tutti dicessero che il film fa schifo perché Kong è del colore sbagliato. Non stiamo parlando di una storia vera, di una biografia, i cambiamenti sono giustificabili e rientrano comunque nel regno della fantasia.

Ti avverto quindi, l’ambientazione è quella di Gotham, compaiono gli Wayne e tutto, ma se ti aspetti un film sui supereroi hai proprio sbagliato scelta. Joker è un film sulla pazzia e sull’influenza che ha la società sull’individuo. Che poi tu ti chieda come Todd Phillips (Starsky & Hutch, Una notte da leoni, Parto col folle…) sia riuscito a tirarlo fuori è lecito e io condivido, ma non è questo il punto. Il punto è che alla fine tu sia dalla parte di Joker, che tu riesca a giustificare tutte le sue azioni e, anzi, a supportarle. Joker non può far altro che essere Joker, non ha scelta, e te lo dice uno che di certo non è un giustificazionista.

Scusa, mi ripeto: Phoenix fantastico. Il film l’ho visto in lingua originale, ci sarebbe da dargli un Oscar solo per come ride (un disturbo psicologico incontrollabile, non una scelta). La disperazione che riesce a comunicare è qualcosa di incredibile.
Vai a vedere questo film. Gotham sta bruciando.

“IT – Capitolo due” di Andrés Muschietti

Io IT l’ho letto, sarà bene che lo mettiamo in chiaro subito, così da capirci. Inoltre ho visto la versione per la TV degli anni ’90 e IT: Capitolo uno del 2017. E ti ripeto, il romanzo è del tutto irrapresentabile, inarrivabile. Non è possibile trasporre in immagini la filosofia che contiene, semplicemente non si può. Al di là della lotta tra il Bene e il Male, con legami che, per i più esperti, richiamano ai Vettori e alle forze del Ka, non si può nemmeno rappresentare le cose più terrene senza che diventino ridicole o incomprensibili. Mi viene in mente, ad esempio, quando Beverly Marsh svergina tutti i perdenti nelle fogne per creare un legame nel gruppo. Una cosa che nel romanzo ci sta benissimo, che sembra naturale, ma che sullo schermo avrebbe fatto gridare alla gang-bang per pedofili. IT è l’esempio perfetto di come un certo tipo di fantasia letteraria non possa uscire dal libro, dalla potenza dell’immaginazione, senza perdere la quasi totalità della sua forza. E meno male che questo avviene, ci deve essere un limite, un punto insuperabile, per il quale la fantasia rimane fantasia. Se tutto fosse rappresentabile sarebbe un mondo veramente triste.

Detto questo… veniamo a questo capitolo due che, purtroppo, devo ammettere non è riuscito bene come il capitolo uno. Avevo letto in giro varie critiche e giudizi, ed ero pronto ad andare in sala per poi smentire il giudizio del popolino (che nel 99% dei casi, in Italia, non ha letto il romanzo). Incredibilmente, invece, mi trovo d’accordo con quasi tutto ciò che ho letto. IT: Capitolo due non funziona. Se togli qualche bella trovata, ad esempio la scena di Bev con la vecchia (1° trailer) o di Pennywise che si graffia il volto creando il sorriso di sangue, disturbanti al punto giusto, il resto del film è abbastanza noioso. Certo, bisogna tenere conto che la prima parte se la giocava più facile, l’adolescenza è un bel tema da portare sullo schermo e unisce tutti in un’emotività più forte (anche nella miniserie funzionava di più la parte “giovanile”). Ed è qui che questa seconda parte non mi ha convinto, non mi sono mai immedesimato con nessuno, mi sono sempre sentito solo uno spettatore esterno. E poi c’è questo interminabile finale (non spoilero, tranquillo) nel sottosuolo in cui ci sono troppi effetti speciali, troppo baraccone da Luna Park, noiosissimo e tirato per le lunghe.

La cosa che ho apprezzato di più è forse la comparsata del Re in persona che recita la parte del proprietario di un negozio di anticaglie. Mi ha riportato a quei film anni ’80 in cui Stephen King faceva sempre il suo cameo alla Alfred Hitchcock.
Dopo aver visto la prima parte di IT avevo deciso di attendere uscisse la seconda per acquistare il cofanetto in bluray completo. Questa seconda parte è però riuscita a farmi sentire come incompleta anche la prima, come se tutto insieme il film fosse un’opera non terminata o terminata frettolosamente. Peccato.

“Apollo 11” di Todd Douglas Miller

In occasione del 50° anniversario dello sbarco dell’uomo sulla Luna è uscito al cinema (per soli tre giorni) questo bel documentario di Todd Douglas Miller (archivista del Nara, National Archives and Records Administration americano), creato ripescando le pellicole tra le centinaia di ore di girato esistenti e restaurando il tutto in 4K.

Era il 1969 quando, grazie a fondi illimitati stanziati alla Nasa, gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin, coadiuvati dal “solitario” Michael Collins (no, non lo scrittore), riuscirono a mettere piede sulla Luna per la prima volta. L’Apollo 11 fu infatti la prima di 6 missioni, fino all’Apollo 17 (1972), a effettuare l’allunaggio (con umani – 12 astronauti in tutto). Unico e celebre fallimento, ben risolto, quello dell’Apollo 13.

Il documetario è composto unicamente da immagini e audio originali, riprese effettuate all’epoca in gran quantità per dimostrare al mondo (e ai russi) di essere stati i primi a riuscire a compiere l’impossibile. Il montaggio fa apparire questo documentario come un film, evidentemente le ore di girato erano talmente tante da consentire una scelta del materiale tale da non trovarsi mai di fronte a immagini “noiose” (passami il termine). Gli stacchi e i cambi di inquadratura sono frequenti tanto da apparire come una regia vera e propria, dove regia non c’è (ok, se sei un complottista la regia c’è, ma non addentriamoci…).

Mi pare inutile descriverti la bellezza del prodotto finale, quello che resta sono quindi le emozioni, unite alla capacità di ricreare una precisa cronologia dell’evento in 90 minuti. Tolti i tempi morti, infatti, rimane una perfetta descrizione di tutte le fasi tecniche dell’impresa, certo, già viste in altre centinaia di documentari, ma mai in modo così chiaro e realistico. Paradossalmente è addirittura tutto molto più chiaro tramite questo collage di video dell’epoca piuttosto che con gli “spiegoni” scientifici successivi.

È un documentario che fa riflettere, questo è certo. Il messaggio che spesso viene ripetuto (da astronauti, presidenti, presentatori vari) è quello di un’umanità unita in un’impresa incredibile nata nel segno della pace. È un messaggio propagandistico, falso. L’impresa è stata possibile solo grazie al contrasto con la Russia, ciò ha garantito lo stanziamento alla Nasa di fondi che oggi sarebbero impensabili. Insomma, una delle poche cose buone che l’uomo è riuscito a fare è nata comunque dalla guerra, dalla divisione, dall’incapacità di ragionare come specie. E quando ci penso invidio Collins, esploratore solitario del dark side of the moon. Solo davvero e non solo tra miliardi di persone.

“La verità sul Titanic” di Archibald Gracie

Mi dispiace per te, ma per avere un’idea completa di quello che penso di questo libro dovrai lavorare un po’, leggendoti anche una recensione precedente. Questo perché ti avevo già parlato de Il sopravvissuto del Titanic, che altro non è se non lo stesso testo pubblicato da Rizzoli in un’edizione più “ristretta”. Ora, invece, ho tra le mani La verità sul Titanic, della Gingko Edizioni (gentilmente omaggiatomi dall’editore), un’edizione completa e senza tagli. Per darti un’informazione più precisa (sai che sono un tipo pratico) considera che La verità sul Titanic è lungo 256 pagine e la storia narrata in Il sopravvissuto del Titanic si ferma a pagina 91. Insomma, c’è parecchia polpa in più.

Fermo restando che, per quanto riguarda la prima parte del romanzo, quella in cui Gracie parla della sua esperienza fino al salvataggio della nave Carpathia, dovrai rileggerti quanto già detto, andiamo a vedere cosa offre in più questa edizione.
Nelle 160 pagine in più La verità sul Titanic riporta stralci degli interrogatori e delle indagini compiute dalle commissioni statunitensi e inglesi riguardo alla tragedia del Titanic. Devo dirti che non è proprio una parte leggerissima, ma l’ho trovata assolutamente necessaria per una visione più completa e realistica di questo evento. Non è leggera perché riporta le descrizioni e le testimonianze di buona parte delle persone che hanno guidato le scialuppe di salvataggio, quindi in taluni momenti è un pochino ripetitiva. Ma è, come dicevo, necessaria, perché offre finalmente una visione realistica delle reazioni umane, in confronto alla versione romanzata ed “eroica” di Gracie.

Il dilemma principale presente in tutte le scialuppe era quello se tornare o meno indietro verso la nave per tentare di recuperare altri superstiti. E, nella quasi totalità dei casi, si è scelto di non tornare, per il timore di essere assaltati da chi stava annegando o di venire risucchiati dalle acque nei pressi del transatlantico. Un altro esempio interessante è quello di un passeggero ricco che ha offerto del denaro a tutti gli occupanti della sua scialuppa, non tanto per non tornare indietro, quanto per acquisire (acquistare) un maggior peso nella decisione di non farlo. E poi ci sono tutti quei passeggeri “clandestini” che si sono lanciati nelle scialuppe ignorando il comando “prima le donne e i bambini”.

Insomma, sebbene i valori e la morale dell’epoca (e forse anche il coraggio) fossero indubbiamente più alti dei nostri, questo resoconto rende tutto più umano. O meglio, riporta le situazioni di coraggio estremo descritte da Gracie a una condizione più veritiera e coerente con i difetti che rappresentano la nostra specie, che di certo non brilla per cooperazione (altrimenti saremmo intelligenti come le formiche e non ci staremmo estinguendo).

A tutto questo devo aggiungere il vantaggio di poter vedere in faccia molti protagonisti del romanzo, grazie alle illustrazioni sparse per il libro. E a volte la curiosità è ben ripagata da questa possibilità.
E con questo ti ho detto tutto.

“Border – Creature di confine” di Ali Abbasi

Che per vedere qualcosa di originale e nuovo ci si debba spingere verso una cinematografia meno “occidentale” (passami il termine, anche se so abbastanza bene dove sia la Svezia) è ormai un dato di fatto (Ali Abbasi, alla regia, è peraltro di origine iraniano-svedese). Border – Creature di confine si piazza senza dubbio tra i migliori film che ho visto quest’anno. Gran parte del merito però credo vada a John Ajvide Lindqvist (il film è tratto da un racconto della sua raccolta Muri di carta), che già con Lasciami entrare aveva dimostrato un modo innovativo di affrontare determinati tipi di “argomenti”.

Ma vado in ordine, la trama.
Tina ha qualcosa che non va, lo si vede subito. È massiccia, ha un naso “particolare” e una conformazione neanderthaliana del viso. Oltre a questo riesce a fiutare letteralmente le emozioni, cosa che torna molto utile nel suo lavoro in dogana. Ha un compagno che non la ama, ma che le fa compagnia, e un padre ormai sul viale del tramonto. È integrata nella società, ma pur sempre ai limiti. In altri termini: è brutta, oltre che strana.
Un giorno, durante un controllo doganale, incontra Vore, un uomo che pare avere le sue stesse caratteristiche. Tina fiuta subito qualcosa. Ma cosa?
Non ti dico altro, dal decimo minuto in poi sarebbe un continuo spoiler. Posso però aggiungere che in parallelo Tina collabora con la polizia per scovare, grazie ai suoi sensi, una rete di pedofili.

Ora, diversamente dal solito, ti elenco i punti di forza e gli argomenti che mi hanno colpito in questo film:

• Il primo risiede proprio nell’impossibilità di raccontarne la trama (non lo fa nemmeno Wikipedia!). La storia è talmente fuori dai canonici punti di svolta a cui sei abituato (o assuefatto?) che ti stupisce ogni poco con qualcosa di nuovo. Dall’incontro tra Tina e Vore in poi è una continua scoperta, che ovviamente non ti rivelo.

• Un modo totalmente diverso di trattare argomenti conosciuti. Come ti dicevo, già in Lasciami entrare (nel romanzo e poi nel bel film di Tomas Alfredson) ciò accadeva con il vampirismo. Lì il vampiro affrontava i veri problemi del vivere nella nostra società. L’umanizzazione del “mostro”, che ha sentimenti, emozioni, contrasti e difficoltà di integrazione.

• L’integrazione, appunto. Qualcuno ci ha visto il tema dei migranti, ma quel qualcuno ormai questo tema lo vedo dappertutto. Io credo sia più un tema legato ai diversi, di qualsiasi tipo, ma diversi davvero. Siamo quasi al problema della convivenza tra Sapiens e Neanderthal (no, non è uno spoiler): più che di una difficoltà di integrazione dovuta a un pregiudizio si parla di una vera e propria differenza oggettiva, genetica.

• La mitologia nordica, scandinava. Una mitologia che non conosco bene ma che mi piacerebbe molto approfondire. Anzi, probabilmente molti riferimenti mi sono sfuggiti, proprio per ignoranza in materia. Dubito che un Norvegese o uno Svedese avrebbe visto Border con i miei stessi occhi.

• Il sesso è un tema sicuramente dominante ma in modo del tutto inedito. Viene scardinato il concetto comune di uomo/donna mischiando le caratteristiche di genere, anche qui con una visione nuova, mai vista prima.

• E poi c’è tutto quello che riguarda il cinema di una cultura diversa dalla nostra. Come già per Alfredson anche Abbasi utilizza i silenzi e tempi lunghi per riflettere, le immagini per svelare e pochi spiegoni.

Avevo ormai perso le speranze, pensavo sarei stato costretto a cercarlo in streaming, ma alla fine son riuscito a beccare questo film in una proiezione lampo di tre giorni fuori dal circuito delle multisale (ormai distributrici automatiche di patatine e Avengers). Te lo consiglio davvero e, se non l’hai ancora visto, cerca anche Lasciami entrare (nella versione svedese, non il remake hollywoodiano).

“Captive State” di Rupert Wyatt

Devo dirti che non ero proprio ben disposto andando al cinema a vedere questo film (o meglio, più esplicitamente, mentre guidavo ho pensato sarà la solita stronzata con gli alieni). Io avrei voluto vedere Border – Crature di confine, ma è un film troppo elitario per le menti limitate dei miei concittadini, quindi non è in programma nelle mie zone (e intendo né in città né in provincia).
[Anzi, aspetta, ti sparo una bella digressione offensiva, prima di parlarti di Captive State (che mi ha piacevolmente sorpreso). Ieri era mercoledì, il giorno dei poveri, quello in cui si paga meno al cinema. La sala era vuota. Strano, perché di solito c’è un casino infernale di gente che sgranocchia lipidi come se fosse sul divano di casa. Dopo il film, però, sono andato a mangiare, e allora ho capito. Maxi schermo e partita: Giuventus – Dixan (o simile). I poveri del mercoledì sono più poveri nel cervello che nel portafogli. Sono talmente poveri che si esaltano come dei dannati anche quando fa goal la squadra avversaria, perché tifano contro. Io a quel boato di urla pensavo avessero trovato la cura per il cancro, o che fosse stato scoperto un modo per lavorare di meno, dimentico della società in cui vivo… Ecco, se sei uno di questi, un vero sportivo, fai una bella cosa, levati dal cazzo, vai pure a fare il follower da un’altra parte. Fine digressione.]

Il film si apre con la conquista della Terra da parte degli alieni. Vengono mostrati i protagonisti, due fratelli bambini, che perdono i genitori durante una fuga in auto nel caos generale. Poi c’è uno stacco di dieci anni. Durante questo periodo l’umanità si è totalmente asservita alla nuova razza dominante che vive nel sottosuolo e sta prosciugando il pianeta dei beni naturali, complici gli umani stessi. Per non combattere, per evitare problemi, l’uomo si è infatti piegato di fronte a una falsa propaganda di benessere che sostiene (falsamente) il miglioramento generale delle condizioni di vita dall’arrivo degli invasori. Ci sono umani preposti a comunicare con gli alieni e a riportare in superficie le leggi che questi decidono per l’umanità intera. La massa, il popolo, crede che tutto stia andando per il meglio, decidendo di non vedere la realtà. Vengono mantenuti quegli eventi che tengono calme le masse, gli stadi sono pieni (toh, guarda caso, panem et circenses), l’economia del lavoro, ecc. In tutto questo, però, c’è una resistenza, un gruppo organizzato che si oppone all’invasore alieno, gruppo capeggiato da uno dei due bambini che abbiamo conosciuto all’inzio del film. L’altro fratello, invece, deve ancora prendere la sua strada, capire come opporsi all’ordine dominante. Mi fermo.

Budget del film 25 milioni di dollari (che sono pochi), di conseguenza pochi effetti speciali e molte idee. È questo il cinema che mi piace. Non siamo certo di fronte a un film che resterà nella storia della fantascienza, ma è davvero piacevole da vedere. Così come è piacevole NON vedere quasi mai gli alieni, perché quello che si immagina fa sempre più paura di quello a cui si può dare una forma. Altra grande carta sfruttata è l’effetto Cronenberg, ossia la contaminazione della tecnologia sul corpo umano. Tutti gli uomini hanno infatti una cimice-controllore sottopelle, che pulsa, lasciandoti nel dubbio se sia una tecnologia vivente o meccanica, anche se sicuramente in parte biologica. E poi c’è un grande John Goodman, che fa il poliziotto scova ribelli, che ho trovato davvero bravissimo.

Ho letto diverse interpretazioni su questo film. C’è chi parla di Trump, chi del bavaglio all’informazione. Io la vedo meno metaforicamente, non credo si debba sempre andare a trovare un significato “secondo” in queste pellicole. O forse sì, però trovarlo in una persona specifica, in un problema specifico, mi sembra abbastanza limitante. Forse bisogna allargare un po’ gli orizzonti per non vedere sempre e solo il dito invece della Luna. Perché gli invasori, quelli che limitano la libertà e si chiudono in un sistema, siamo noi stessi, con le stupide ambizioni del nostro fallimentare sistema. Un sistema che poi sputa fuori personaggi a cui contrapporci (il dito, appunto), personaggi ben visibili, da abbattere, mentre la Luna resta sempre lì, ferma e inattaccabile.

Comunque sì, ho divagato. Questo significa che il film è un buon film.

“Captain Marvel” di Anna Bodene e Ryan Fleck

Io non so neanche più perché vada ancora a vederli questi film, che poi esco sempre insoddisfatto. Colpa mia eh, che non apprezzo il nuovo stile dei blockbusteroni tutti effetti speciali. Cosa ti devo dire, a me è sempre piaciuta la parte iniziale dei film sui supereroi, quella in cui Batman/Superman/Hulk/ecc. non indossano (o non stracciano) ancora i loro costumi, la parte in cui le prendono dai bulli e hanno paura dei mutamenti che sentono nascere nei loro corpi. Ho sempre apprezzato il lato umano, quello debole, fragile e instabile. Quello che ti fa pensare: e se stesse succedendo a me? Ora non funziona più così, il pubblico vuole subito vedere i soldi spesi nel budget milionario. E via di luci, esplosioni, colori.
Che palle, io mi annoio.

Questo Captain Marvel non è diverso. Sì certo, Brie Larson è abbastanza figa da farti dimenticare gli effetti speciali per un po’, ma poi sull’onda delle nuove cavalcate femministe e finto paritarie non si toglie mai quel cazzo di costume e quindi il gioco dura poco.
Belli i richiami agli ’90, comunque.

Guarda, io la trama non te la racconto, mi scazzo, giuro. C’è l’eroina che prende i poteri da una delle gemme dell’infinito e diventa una sorta di supernova cavatappi che distrugge le cose. Poi ci sono i buoni e i cattivi e il colpo di scena sui buoni e i cattivi. Qualcuno ha anche voluto vedere un botto di messaggi politici relativi alla situazione dei profughi. Spero di no, perché si può pensarla come si vuole ma se siamo arrivati a fare politica nei giocattoloni della Marvel siamo pronti all’estinzione.

Lo Shazam! in arrivo con Zachary Levi (alias Chuck) sembra meglio dal trailer e più divertente. Vedremo (forse). Che poi, anche lì, il personaggio è lo stesso Captain Marvel (per chi non lo sapesse), è tutta una questione di diritti e di cause legali.

Bene, stavo per non scriverti nulla di questo film, sappilo. È un bel luna park, la solita macchina mangia soldi. C’è a chi piace.

“Il sopravvissuto del Titanic” di Archibald Gracie

Ultimamente mi è presa questa passione per i naufragi e i relitti sommersi. Ho quindi passato al vaglio tutti le principali tragedie del mare, non solo quella del Titanic, ma anche quella dell’Andrea Doria (affondata nel 1956, giace a 75 metri) e dell’Achille Lauro (il transatlantico, non il menestrello), che subì un dirottamento nel 1984 e affondò nel 1994 (5000 metri). A tal proposito mi piacerebbe leggere altro, se hai suggerimenti sono ben accetti, tuttavia preferirei letture abbastanza scientifiche (non il romanzo del Poseidon, per capirci).

Ma veniamo al noto Titanic, il cui dramma ha avuto nuova linfa “vitale” dopo l’omonimo film di James Cameron. Il sopravvissuto del Titanic è scritto da Archibald Gracie, un ricco Newyorkese che è riuscito a mettersi in salvo nel naufragio (evitabile) del 1912.
[Attenzione, l’edizione che ho letto è quella edita da Rizzoli nel 1998, ma esiste anche un’edizione più recente (2017) della Gingko Edizioni intitolata La verità sul Titanic, con lo stesso testo e arricchita da una sessantina di foto. Ho voluto risparmiare, la nuova edizione non si trova usata.]

L’autore è stato così provato dall’esperienza da morire verso la fine dello stesso anno, non prima comunque di aver portato a termine il suo resoconto. Un resoconto che è abbastanza breve (135 pagine a grandi caratteri) e di facile lettura, forse anche troppo. Il libro pare infatti un romanzo d’avventure, con quel gusto un po’ retrò della scrittura di una volta, adatto anche alla lettura da parte dei più piccoli. Viene continuamente elogiato l’eroismo di tutti durante la vicenda, la pefetta preparazione dell’equipaggio, il coraggio e lo spirito di sacrificio dei passeggeri (molti muoiono dicendo cose tipo “ok io muoio salvatevi voi”). Mi è parso un grande epitaffio, più che una cronaca realistica, formulato in segno di rispetto delle vittime. E, soprattutto, vengono lanciate pochissime accuse per quella che è stata una tragedia che poteva benissimo essere evitata, quasi fosse solo colpa dell’iceberg…

Qui forse ci sta bene una specifica sul perché il naufragio del Titanic fosse un dramma annunciato, ti elenco solo i  motivi più evidenti (per tutti gli altri wiki è molto esaustiva):
• velocità eccessiva: nonostante i ripetuti allarmi inviati al transatlantico la velocità non è mai stata rallentata, era maggiore la fretta di arrivare in anticipo che quella di viaggiare in sicurezza;
• assenza dei binocoli: la nave è partita senza gli strumenti utili per gli avvistamenti da parte delle vedette, infatti questi strumenti erano in ritardo e si sarebbe dovuta rinviare la partenza di qualche ora (vedi sopra);
• insufficienza delle scialuppe di salvataggio: in verità a norma di legge nel numero, ma la legge non era attualizzata con la capienza dei transatlantici;
• scialuppe a mezzo carico: l’ordine era “prima le donne e i bambini”. Solo che con “prima” è stato inteso di calare le lance di salvataggio con 35 persone a bordo (solo le donne e i bambini) invece di 70…

Per tornare al romanzo, mi sento quindi di consigliartelo per una lettura leggera, senza grosse attese. Il protagonista rimane un buon narratore, verrà poi salvato insieme ad altri dalla nave Carpathia e subito dopo comincerà a scrivere. È curioso peraltro come sulla Carpathia incontri molti conoscenti, probabile che all’epoca solo una determinata parte della popolazione potesse permettersi questi viaggi e che quindi nell’alta società si conoscessero un po’ tutti. Sì, sì, c’era anche la terza classe, ma quelli sono morti quasi tutti, mica si son messi a scrivere libri.

Io continuo a immaginare come sarebbe andata ai giorni nostri: altro che eroismo e galanteria. Spintoni e urla intervallati solo da qualche fugace selfie con l’acqua alle ginocchia. E magari un capitano che, invece di aiutare i passeggeri, abbandona la nave e… ah no, questa scena l’abbiamo vista davvero.

“Glass” di M. Night Shyamalan

Glass chiude perfettamente la trilogia di Shyamalan, un finale più degno era impossibile. Già, perché se Unbreakable era carino e Split appena accettabile, Glass fa proprio cagare. Ti giuro che ho cercato di essere più raffinato (o tecnico) per darti un giudizio, ma non ci sono riuscito.

La trama è stupida, lenta e ricca di finali. I “supereroi” dei precedenti film sono rinchiusi in un manicomio, dove li si tenta di convincere non siano realmente supereroi. Mr. Glass (Samuel L. Jackson) si allea con la bestia (McAvoy) e insieme sfidano l’invincibile Bruce Willis. E poi via di colpi di scena conclusivi, a raffica.
Non ho nemmeno voglia di spiegarla meglio, è una perdita di tempo anche scriverne.

Nel cinema esiste una cosa che si chiama “sospensione dell’incredulità”, cioè quel momento in cui accetti che Tom Cruise salti su una moto dal tetto di un grattacielo senza farsi niente, mentre ammazza i nemici lanciando stuzzicadenti. Tu sai che non può essere vero, ma lo accetti, per il bene del divertimento, del coinvolgimento, ecc. È un patto tra chi racconta e chi ascolta. Ecco, in Glass, hai costantemente sulla bocca la frase “no, questo non potrebbe funzionare nella realtà”, perché questa sospensione non è coerente con se stessa, semplicemente non funziona. È tutto quasi grottesco. Il film infatti si prende sul serio, vuole farti dubitare dei supereroi di cui parla, ma allo stesso tempo gli fa compiere azioni palesemente sovrumane (non bastasse che si sappia già dai precedenti film che siano supereroi).
[SPOILER] C’è ad esempio quel momento fantastico (in uno dei 300 finali) in cui viene condiviso il video delle azioni dei supereroi sui social di tutto il mondo, e tutti rimangono a bocca aperta. Certo, perché se io ora vedessi un video su internet di uno che piega una sbarra a mani nude penserei “deve essere per forza vero”.[FINE SPOILER]

Due ore passate ad attendere che succeda qualcosa, senza che mai avvenga nulla. Ecco cos’è Glass. Il tutto intervallato dalle espressioni di un McAvoy che sembra costantemente in preda a un attacco terribile di stitichezza dolorosa. 128 minuti per vedere due che si menano nel parcheggio di un manicomio, ribaltando auto come fossero di carta, senza che questo dia particolarmente nell’occhio.

Non andare a vederlo al cinema, ma nemmeno in streaming sul divano. Uno dei film più brutti che abbia visto negli ultimi anni. E per Shyamalan, forse, il peggiore in assoluto.
E ho detto tutto.

“Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer

The Fairy Feller’s Master Stroke (Il colpo maestro del magico taglialegna).
Ogre battle (La battaglia degli orchi).
’39.
Flick of the Wrist (Colpo di polso).
Was It All Worth It (Ne è valsa la pena).

Ok, mi fermo: era un test.
Questo per dire che se dei Queen conosci solo Somebody to love, We are the champions e, appunto, Bohemian Rapsody, forse è il caso che vai a leggere di questo film da qualche altra parte. Magari poi compri anche un bel cofanetto best of o soundtrack alla moda da sbattere sotto l’albero di Natale, insieme alla tua serie TV preferita. E, mi raccomando, non dimenticarti di fare un bell’applauso a fine proiezione. Si sa mai che Bryan Singer abbia deciso di presenziare in sala nel tuo paesino di provincia nel buco del culo del mondo.

Dopo questo preambolo dirai: «Il film non ti è piaciuto». Non è del tutto esatto. Ci sono tante cose in questo film che non funzionano e altre (poche) che funzionano. Il problema è che le cose che non funzionano so benissimo quali sono, quelle che funzionano non sono certo funzionino grazie al film. Tradotto: c’è qualcosa che potrebbe non funzionare trattandosi di Freddie Mercury? Ri-tradotto: la sua forza artistica non sarebbe così forte da far brillare di luce riflessa anche la carogna di un topo morto da 36 mesi?

Mentre scrivo Bohemian Rhapsody ha raggiunto (momentaneamente) la cifra astronomica di 540 milioni di dollari di incasso. Un record per un film di (questo) genere che, peraltro, è costato solo un decimo dell’importo. Quindi è piaciuto, nonostante Synger non sia proprio un regista sentimentale/drammatico, e che il suo pane siano principalmente i supereroi.
Ma a me ancora non convince.

Partiamo con il dire che quello che viene descritto ovunque come un film sulla storia dei Queen in realtà non lo è. Quelle poche cronologie presenti sulla band vera e propria sono sbagliate e fuorvianti.
[Una sola su tutte: i Queen non si sono mai divisi, anche se la reunion sentimentale fa tanto Rocky che si rialza dal tappeto. Certo, ottima strategia commerciale/narrativa (di quelle che fanno applaudere a luci spente). Soprattutto se ci si rialza al Live Aid nonostante l’Aids (accidenti però, l’Aids arriva nella vita di Freddie DOPO il Live Aid)].
Il film dicevo, è forse un film sulla vita (gay) di Freddie Mercury. Qui storcerai il naso, lo so. Ma allora dimmi: cosa ti viene detto riguardo alle vicende personali di Brian May, Roger Taylor e (tanto per cambiare in ultimo posto) John Deacon? Nulla. E allora c’è qualcosa che non torna, no?

Riflettendoci ora, in tempo reale, ho come l’impressione di trovare solo parecchia superficialità in questa storia. Una superficialità che sfonda lo schermo con la ridicola ed eccessiva protesi dentaria di – Mr. Roboto – Rami Malek. (Pensa un po’ se a Jack Nicholson in Shining avessero messo un naso rosso da pagliaccio: uguale impatto.) Son riusciti a fargli indossare sei metri di denti ma non quei dieci chili in più che lo avrebbero reso più credibile, roba che uno come Christian Bale li mette e li toglie dalla mattina alla sera. Insomma, il dubbio/rimpianto di come ci sarebbe stato Sacha Baron Cohen, nei panni di Freddie, l’avrò per sempre.

Vediamo gli altri membri.
John Deacon… c’era? Qualcuno ha visto John Deacon?
Brian May e Roger Taylor perfetti. May anche nelle movenze, il migliore dei quattro.
Posso dire che qualche dubbio mi viene? Posso dire che il film è stato supervisionato da May e Taylor che da anni si cibano di carcasse? Posso dire che Deacon è sempre stato il mio preferito nell’affrontare il periodo post-Freddie? No? Ok, non lo dico.

Ora parliamo di un’altra cosa, molto attuale. Non posso non parlarne perché sarebbe impossibile, visto il tenore del film. Cercherò di farti capire quello che penso e spero che tu lo capisca.
Le persone sono PRIMA persone (artisti, cantanti, scrittori e “insieme di interessi”) e solo POI “interessi sessuali”. A me che Freddie fosse gay o meno non me ne è mai importato, perché come prima cosa era un’artista. Tanti omofobi, a mio parere, odiano i gay perché ci sono ALCUNI gay che nella vita sono per PRIMA cosa gay. Roba che se gli sbatte la finestra con la contraria succede perché il vento ce l’ha con loro perché sono gay. Ma non è diverso da altri uomini che sono PRIMA tifosi di una squadra che persone, o donne che sono PRIMA abiti firmati che persone. Insomma, ci sono alcune scelte nella vita, e non mi riferisco alle preferenze sessuali, che ti rendono PRIMA scemo, e POI persona. Se nella vita hai deciso di essere PRIMA gay e POI tutto il resto, il problema non è ovviamente che tu sia gay, ma che tu sia scemo.

Ecco, da questo film esce una immagine di Mercury che, oltre che egocentrico e abbastanza stronzo, sarebbe anche PRIMA gay di qualsiasi altra cosa. Io, però, non ci credo. Non credo che un talento come questo sarebbe potuto uscire da una persona impegnata ad essere gay PRIMA di essere una persona. Lo trovo abbastanza improbabile. Credo che il problema sia nella mente degli altri, in cosa abbiano bisogno di vedere. Voglio dire, nessuno farebbe un film su Mick Jagger puntando il focus della trama sulla sua voglia di far volare le mutandine, perché sarebbero nella gran parte mutandine da donna: tutto normale per una rock star. Invece su Freddie, in quanto gay, il focus è puntato tutto lì. Ma a me cosa me ne frega? Un po’ più di Persona, e meno preferenze sessuali, no?

Certo, è una mia opinione.
Ma nel film ci sarebbe stato più spazio per vedere un’ascesa che, francamente, non si capisce. Non si capisce la reale dimensione dei Queen, se non in 15 (inutili) minuti di Live Aid (che, per dirla tutta, se proprio voglio emozionarmi mi guardo quello vero). Non si capisce il processo artistico.
Da qui ne segue una scarsa empatia, uno scarso coinvolgimento, per chi i Queen li ha vissuti davvero, anche se in differita.

Ed è così che mi rispondo da solo.
Quando guardo saltellare Rami Malek, di spalle, prima di entrare in scena sul palco, quello che mi si muove dentro è qualcosa di mio, e non è figlio di questo film. In questa imitazione, non proprio ben riuscita, si accende un poco quella luce riflessa, che fa emozionare per il film solo chi non ha ben in mente quale sia il confronto.
La mia, invece, è solo nostalgia o, meglio, rimpianto di non aver potuto essere lì.

It’s only a life to be twisted and broken.