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“Glass” di M. Night Shyamalan

Glass chiude perfettamente la trilogia di Shyamalan, un finale più degno era impossibile. Già, perché se Unbreakable era carino e Split appena accettabile, Glass fa proprio cagare. Ti giuro che ho cercato di essere più raffinato (o tecnico) per darti un giudizio, ma non ci sono riuscito.

La trama è stupida, lenta e ricca di finali. I “supereroi” dei precedenti film sono rinchiusi in un manicomio, dove li si tenta di convincere non siano realmente supereroi. Mr. Glass (Samuel L. Jackson) si allea con la bestia (McAvoy) e insieme sfidano l’invincibile Bruce Willis. E poi via di colpi di scena conclusivi, a raffica.
Non ho nemmeno voglia di spiegarla meglio, è una perdita di tempo anche scriverne.

Nel cinema esiste una cosa che si chiama “sospensione dell’incredulità”, cioè quel momento in cui accetti che Tom Cruise salti su una moto dal tetto di un grattacielo senza farsi niente, mentre ammazza i nemici lanciando stuzzicadenti. Tu sai che non può essere vero, ma lo accetti, per il bene del divertimento, del coinvolgimento, ecc. È un patto tra chi racconta e chi ascolta. Ecco, in Glass, hai costantemente sulla bocca la frase “no, questo non potrebbe funzionare nella realtà”, perché questa sospensione non è coerente con se stessa, semplicemente non funziona. È tutto quasi grottesco. Il film infatti si prende sul serio, vuole farti dubitare dei supereroi di cui parla, ma allo stesso tempo gli fa compiere azioni palesemente sovrumane (non bastasse che si sappia già dai precedenti film che siano supereroi).
[SPOILER] C’è ad esempio quel momento fantastico (in uno dei 300 finali) in cui viene condiviso il video delle azioni dei supereroi sui social di tutto il mondo, e tutti rimangono a bocca aperta. Certo, perché se io ora vedessi un video su internet di uno che piega una sbarra a mani nude penserei “deve essere per forza vero”.[FINE SPOILER]

Due ore passate ad attendere che succeda qualcosa, senza che mai avvenga nulla. Ecco cos’è Glass. Il tutto intervallato dalle espressioni di un McAvoy che sembra costantemente in preda a un attacco terribile di stitichezza dolorosa. 128 minuti per vedere due che si menano nel parcheggio di un manicomio, ribaltando auto come fossero di carta, senza che questo dia particolarmente nell’occhio.

Non andare a vederlo al cinema, ma nemmeno in streaming sul divano. Uno dei film più brutti che abbia visto negli ultimi anni. E per Shyamalan, forse, il peggiore in assoluto.
E ho detto tutto.

“Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer

The Fairy Feller’s Master Stroke (Il colpo maestro del magico taglialegna).
Ogre battle (La battaglia degli orchi).
’39.
Flick of the Wrist (Colpo di polso).
Was It All Worth It (Ne è valsa la pena).

Ok, mi fermo: era un test.
Questo per dire che se dei Queen conosci solo Somebody to love, We are the champions e, appunto, Bohemian Rapsody, forse è il caso che vai a leggere di questo film da qualche altra parte. Magari poi compri anche un bel cofanetto best of o soundtrack alla moda da sbattere sotto l’albero di Natale, insieme alla tua serie TV preferita. E, mi raccomando, non dimenticarti di fare un bell’applauso a fine proiezione. Si sa mai che Bryan Singer abbia deciso di presenziare in sala nel tuo paesino di provincia nel buco del culo del mondo.

Dopo questo preambolo dirai: «Il film non ti è piaciuto». Non è del tutto esatto. Ci sono tante cose in questo film che non funzionano e altre (poche) che funzionano. Il problema è che le cose che non funzionano so benissimo quali sono, quelle che funzionano non sono certo funzionino grazie al film. Tradotto: c’è qualcosa che potrebbe non funzionare trattandosi di Freddie Mercury? Ri-tradotto: la sua forza artistica non sarebbe così forte da far brillare di luce riflessa anche la carogna di un topo morto da 36 mesi?

Mentre scrivo Bohemian Rhapsody ha raggiunto (momentaneamente) la cifra astronomica di 540 milioni di dollari di incasso. Un record per un film di (questo) genere che, peraltro, è costato solo un decimo dell’importo. Quindi è piaciuto, nonostante Synger non sia proprio un regista sentimentale/drammatico, e che il suo pane siano principalmente i supereroi.
Ma a me ancora non convince.

Partiamo con il dire che quello che viene descritto ovunque come un film sulla storia dei Queen in realtà non lo è. Quelle poche cronologie presenti sulla band vera e propria sono sbagliate e fuorvianti.
[Una sola su tutte: i Queen non si sono mai divisi, anche se la reunion sentimentale fa tanto Rocky che si rialza dal tappeto. Certo, ottima strategia commerciale/narrativa (di quelle che fanno applaudere a luci spente). Soprattutto se ci si rialza al Live Aid nonostante l’Aids (accidenti però, l’Aids arriva nella vita di Freddie DOPO il Live Aid)].
Il film dicevo, è forse un film sulla vita (gay) di Freddie Mercury. Qui storcerai il naso, lo so. Ma allora dimmi: cosa ti viene detto riguardo alle vicende personali di Brian May, Roger Taylor e (tanto per cambiare in ultimo posto) John Deacon? Nulla. E allora c’è qualcosa che non torna, no?

Riflettendoci ora, in tempo reale, ho come l’impressione di trovare solo parecchia superficialità in questa storia. Una superficialità che sfonda lo schermo con la ridicola ed eccessiva protesi dentaria di – Mr. Roboto – Rami Malek. (Pensa un po’ se a Jack Nicholson in Shining avessero messo un naso rosso da pagliaccio: uguale impatto.) Son riusciti a fargli indossare sei metri di denti ma non quei dieci chili in più che lo avrebbero reso più credibile, roba che uno come Christian Bale li mette e li toglie dalla mattina alla sera. Insomma, il dubbio/rimpianto di come ci sarebbe stato Sacha Baron Cohen, nei panni di Freddie, l’avrò per sempre.

Vediamo gli altri membri.
John Deacon… c’era? Qualcuno ha visto John Deacon?
Brian May e Roger Taylor perfetti. May anche nelle movenze, il migliore dei quattro.
Posso dire che qualche dubbio mi viene? Posso dire che il film è stato supervisionato da May e Taylor che da anni si cibano di carcasse? Posso dire che Deacon è sempre stato il mio preferito nell’affrontare il periodo post-Freddie? No? Ok, non lo dico.

Ora parliamo di un’altra cosa, molto attuale. Non posso non parlarne perché sarebbe impossibile, visto il tenore del film. Cercherò di farti capire quello che penso e spero che tu lo capisca.
Le persone sono PRIMA persone (artisti, cantanti, scrittori e “insieme di interessi”) e solo POI “interessi sessuali”. A me che Freddie fosse gay o meno non me ne è mai importato, perché come prima cosa era un’artista. Tanti omofobi, a mio parere, odiano i gay perché ci sono ALCUNI gay che nella vita sono per PRIMA cosa gay. Roba che se gli sbatte la finestra con la contraria succede perché il vento ce l’ha con loro perché sono gay. Ma non è diverso da altri uomini che sono PRIMA tifosi di una squadra che persone, o donne che sono PRIMA abiti firmati che persone. Insomma, ci sono alcune scelte nella vita, e non mi riferisco alle preferenze sessuali, che ti rendono PRIMA scemo, e POI persona. Se nella vita hai deciso di essere PRIMA gay e POI tutto il resto, il problema non è ovviamente che tu sia gay, ma che tu sia scemo.

Ecco, da questo film esce una immagine di Mercury che, oltre che egocentrico e abbastanza stronzo, sarebbe anche PRIMA gay di qualsiasi altra cosa. Io, però, non ci credo. Non credo che un talento come questo sarebbe potuto uscire da una persona impegnata ad essere gay PRIMA di essere una persona. Lo trovo abbastanza improbabile. Credo che il problema sia nella mente degli altri, in cosa abbiano bisogno di vedere. Voglio dire, nessuno farebbe un film su Mick Jagger puntando il focus della trama sulla sua voglia di far volare le mutandine, perché sarebbero nella gran parte mutandine da donna: tutto normale per una rock star. Invece su Freddie, in quanto gay, il focus è puntato tutto lì. Ma a me cosa me ne frega? Un po’ più di Persona, e meno preferenze sessuali, no?

Certo, è una mia opinione.
Ma nel film ci sarebbe stato più spazio per vedere un’ascesa che, francamente, non si capisce. Non si capisce la reale dimensione dei Queen, se non in 15 (inutili) minuti di Live Aid (che, per dirla tutta, se proprio voglio emozionarmi mi guardo quello vero). Non si capisce il processo artistico.
Da qui ne segue una scarsa empatia, uno scarso coinvolgimento, per chi i Queen li ha vissuti davvero, anche se in differita.

Ed è così che mi rispondo da solo.
Quando guardo saltellare Rami Malek, di spalle, prima di entrare in scena sul palco, quello che mi si muove dentro è qualcosa di mio, e non è figlio di questo film. In questa imitazione, non proprio ben riuscita, si accende un poco quella luce riflessa, che fa emozionare per il film solo chi non ha ben in mente quale sia il confronto.
La mia, invece, è solo nostalgia o, meglio, rimpianto di non aver potuto essere lì.

It’s only a life to be twisted and broken.

“Unsane” di Steven Soderbergh

Strano. Così strano che nella mia città di stronzi era programmato solo per una proiezione one shot, con tanto di dissertazione da salotto intellettuale con un criminologo allegato all’evento pseudoculturale. Ecco come si presenta questo Unsane di Steven Soderbergh.

Girato completamente con un Iphone 7 plus (ci si mette un po’ ad abituarsi), con un trailer fuorviante e un ambientazione al limite del credibile, Unsane può piacere o non piacere, ma difficilmente ti lascerà indifferente. A me è piaciuto.

La trama: Sawyer Valentini, vittima di uno stalker, si sposta in una città a 400 chilometri dalla sua, cambia amici, frequentazioni, lavoro. Però lei lo vede comunque, lo vedo ovunque. L’ossessione, quella psicologica, ha traslocato con lei. Decide quindi di sottoporsi a una visita con uno psicologo dove, vittima delle truffe assicurative, verrà internata per proteggerla da se stessa (sì, negli stati uniti esiste davvero questo tipo di meccanismo, controlla). E qui lui torna, davvero, non per finta.

Il trailer era costruito in modo da farti pensare che non fosse riconoscibile dove finisse l’ossessione e dove cominciasse la realtà, nel film, invece, dopo un quarto d’ora è tutto molto chiaro. Questo è forse un peccato ma, d’altra parte, così il regista si è potuto concentrare meglio sul fenomeno dei “trattamenti sociali obbligatori” all’americana e al problema dello stalking. Sono infatti questi i due temi principali trattati. E forse a fare più paura è il primo.

C’è una bella sequenza in cui vittima e carnefice sono rinchiusi in una cella d’isolamento e lo stalker passa in rassegna tutti i lati psicologici della sua patologia, tra pianti, rassicurazioni e scatti d’ira. Credo sia il momento migliore del film, da solo vale l’intera visione.
E c’è anche qualche scena con uno splatter appena accennato.

Finisco qui perché è tardi e ho sonno. E poi, siamo sinceri, purtroppo questo film non lo guarderà quasi nessuno. Roba da cineforum.

“Senza lasciare traccia” di Debra Granik

Padre e figlia vivono in completa autosufficienza all’interno del parco nazionale dell’Oregon, fino a quando non vengono scoperti e costretti a integrarsi nella società. Per qualche tempo ci provano, ma poi il padre, ex marine con disturbo post-traumatico, non ce la fa. Scappano e iniziano a viaggiare in cerca di un altro posto dove isolarsi dalla società. È a questo punto che le differenze tra i due diventano più evidenti, lui è estremista nel suo distacco dal mondo, lei più conciliante e propensa a vivere anche nel mondo civile. Non ti racconto altro.

Senza lasciare traccia, di Debra Garnik (regista di Un gelido inverno, che non ho visto) si piazza senza troppa convinzione in quel filone di film, che io amo, di rivolta nei confronti della società, primo su tutti il fantastico Into the wild, ma anche Captain fantastic o Wild. Sono film dove la natura è centrale e ci riporta a ciò che siamo: niente. Tuttavia…
Tuttavia non sono riuscito bene a comprendere dove la storia andasse a parare. Gran parte dei problemi e dei contrasti del padre sono dati infatti dai suoi problemi psicologici, eredita della guerra, e non è invece dato capire cosa desideri fare nella vita la figlia, che vuole troppo bene al padre per contrariarlo, senza lasciare intendere quanto condivida del rifiuto del genitore alla società. Insomma, c’è poca “filosofia” e molta indecisione. È una critica alla guerra? Alla società? È un film che parla del rapporto genitori-figli? Non si sa.

È un peccato perché il potenziale c’era tutto. So che il mio parere è in netto contrasto con quanto si legge in giro cercando notizie su questo film, ma io credo semplicemente che lo dimenticherò presto. Forse perché io cercavo un’atto d’accusa nei confronti del mondo di merda in cui viviamo, e alla fine non posso dire di averlo trovato.

“Venom” di Ruben Fleischer

Non sarò molto prolisso nel commentare questo ennesimo film Marvel, anzi.

Venom è un alieno che vive in simbiosi con un corpo umano, nel nostro caso quello di Tom Hardy, e che è impegnato a combattere contro i suoi simili (per far rimanere la Terra un posto solo suo) oltre che contro gli umani. Insomma, contro tutti. Lo fa comunque a modo suo, con un suo criterio, talvolta condivisibile, e questa è forse la parte più interessante (se non l’unica) del film. Ovviamente c’è l’amata, Michelle Williams, e il cattivone più cattivo del cattivo.

È la sagra del già visto, già sentito, già girato. E la Marvel ci infila le solite battute che però più di tanto non fanno ridere. L’unico lato positivo è Tom Hardy, sprecato.

Se devi guardare un film Marvel “piccolo”, su un eroe unico, guarda Deadpool 1 e 2, almeno si ride davvero. Fine.

“Solo: A Star Wars Story” di Ron Howard

C’è sempre l’amico che ti chiede di accompagnarlo a vedere il “nuovo” film di Star Wars, e alla fine ci vai. Tuttavia ormai i paletti che limitano i registi nella direzione di questi film sono talmente vincolanti che poco cambierebbe se a dirigerlo fosse Lynch (sarebbe comunque un film comprensibile), quindi la direzione di Ron Howard risulta praticamente invisibile.

Il pregio di questo episodio, totalmente indipendente e a se stante, è che sono presenti meno effetti speciali e la trama è più semplice del solito. Insomma, più avventura e meno spade laser che, anzi, sono del tutto assenti. Han Solo scorrazza a destra e a sinistra, conosce Chewbecca e conquista il Millennium Falcon, trova e perde l’amore (una Star Whore di cui in realtà si dimentica abbastanza in fretta) e racconta le sue origini.
Il paragone con Harrison Ford non è nemmeno da fare.

Un film passatempo, niente di più. Ho letto analisi di ogni tipo online ma, sinceramente, non credo proprio siano necessarie. Divertente eh, ma cercare significati o profondità in questa macchina mangiasoldi sarebbe, per citare Michael Corleone, un’offesa alla mia intelligenza.

“Escobar – Il fascino del male” di Fernando León de Aranoa

Sarò piuttosto breve nella recensione di questo film, poiché non necessita di molte parole.
La storia è basata sul libro Amando Pablo, odiando Escobar di Virginia Vallejo, giornalista televisiva amante del noto narcotrafficante colombiano e poi, in extremis, passata dalla parte dei “buoni”. Viene ripercorsa la vita di Escobar, dall’ascesa criminale negli anni Ottanta fino alla morte avvenuta nel 1993, passando attraverso la carriera politica, la presunta lotta per il popolo e la costante corruzione di tutto il sistema che lo circondava.

Come avrai già capito non siamo di fronte a un nuovo Scarface, niente di così emozionante. È un film che si lascia guardare, che riporta molti episodi (ma non tutti) della vita del criminale e invoglia chi, come me, non l’abbia ancora fatto a leggersi una buona biografia. Tutto qui. Se togliamo l’istrionismo di un Bardem imbolsito all’inverosimile non resta poi molto, insomma. La sensazione, alla fine, è che sia successo poco, che in un attimo si sia consumato tutto. E sì che di cose da dire ce ne sarebbero state, anche solo guardando wikipedia, la vita del trafficante sembra ben più articolata di quanto mostrato da Fernando León de Aranoa.

Ora mi cerchero davvero una biografia, così da approfondire l’argomento come si deve. Un dato su tutti (sempre da wiki): il cartello di Medellín, di cui Escobar era a capo, incassava 60 milioni di dollari al giorno. Escobar, secondo Forbes, era il settimo uomo più ricco del mondo.

“A quiet place – Un posto tranquillo” di John Krasinski

Finalmente un horror interessante e anche più intelligente del solito. Ero scettico di fronte all’entusiasmo della critica ma mi sono dovuto ricredere. A quiet place – Un posto tranquillo è effettivamente un film sensoriale che, per la stessa struttura della trama, evita la brutta piega che hanno preso tutti gli horror moderni, cioè il jumpscare.

La storia parte quando nel mondo sono già comparse delle creature cieche che cacciano esclusivamente utilizzando l’udito. Non è dato sapere da dove arrivino, quello che si capisce è che la razza umana sia stata in gran parte sterminata. Chi resiste lo fa in silenzio, molto in silenzio, tanto che per i circa quaranta minuti iniziali non viene pronunciata parola (neanche in sala! una figata!). Il film racconta la vita della famiglia Abbott, composta da una coppia (Emily Blunt e John Krasinski) e dai tre figli. Tutto è improntato sulla capacità di non emettere suoni, come ad esempio contrassegnare sul pavimento le assi che non cigolino al calpestio o cospargere con della farina i sentieri di montagna per attutire i passi. I membri di questa famiglia hanno però un vantaggio, la figlia è non udente e di conseguenza tutti conoscono il linguaggio dei segni. In ogni caso c’è un problema da affrontare: mamma Abbott è incinta e presto dovrà partorire, in silenzio, un neonato che non potrà piangere… Mi fermo qui.

Io ho una passione per le situazioni postapocalittiche viste e vissute dalla parte dei singoli individui, quindi Krasinski con me ha avuto il gioco facilitato. Avevo quasi rinunciato agli horror ormai, e invece questo film mi ha ridato speranza. Anche a livello attoriale l’ho trovato davvero ben recitato, soprattutto dai “genitori” (coppia anche nella vita reale) e in particolare da Krasinski stesso, che ti trasmette con pochi sguardi tutta l’ansia necessaria.

Se proprio dobbiamo trovare un difetto sono i “mostri”, molto simili al demogorgone di Stranger Things, già a sua volta simile all’Uomo Pallido de Il labirinto del fauno. Ma credo sia inevitabile, qualsiasi “orrore”, una volta che viene esplicitato ed esce dall’ombra, perde molto del suo potenziale. È l’ignoto ciò che terrorizza di più, perché la fantasia è sempre più potente e destabilizzante di qualsiasi raffigurazione.

Nota: in questo assoluto silenzio la sala era una tomba. Il primo stronzo a parlare, commentare o far frusciare sacchetti di caramelle sarebbe infatti stato beccato subito.
E questo, oggi, è qualcosa di raro e impagabile.

“Ready Player One” di Steven Spielberg

In un futuro, non troppo lontano, le persone passano tutto il loro tempo in Oasis, un mondo virtuale dove, grazie a guanti, tutina e visore, tutto è possibile (hai presente Second Life, ecco, al cubo). Il nostro eroe è un supercampioncino che, da grande ammiratore del deceduto creatore puro e innocente di Oasis, dovrà superare diverse prove per ottenere il dominio del mondo virtuale e non lasciarlo al cattivone di turno, perfido proprietario di un’azienda di malvagi. Nel frattempo stringerà dei profondi legami di amicizia e troverà l’amore.
Adesso devo anche dirti cosa penso?

Siamo sul pianeta Spielberg al 100%, un pianeta che non ho mai particolarmente apprezzato (con le dovute eccezioni, una su tutte: Indiana). Tutti gli spunti interessanti non vengono approfonditi per non togliere nulla al puro intrattenimento, da sempre unico vero obiettivo del regista. Se è questo che cerchi, in Ready Player One lo troverai. Se invece pensi ci possa essere una riflessione sulla società moderna, sui consumi, su dove si stia dirigendo la nostra “civiltà”, beh, allora è il caso tu vada a cercare da un’altra parte.

Fermo restando la perfezione grafica, gli effetti speciali, i robottoni e gli stupendi richiami agli anni 80 e a tutta la cultura nerd (per capirci: Robocop, Shining, Gears of War, Ritorno al futuro, Daitan, Atari, Doom, musica anni 80 in generale, Godzilla, ecc. ecc. ecc.), questo film è solo un grosso contenitore pieno di nostalgia e senza una bella storia da raccontare. Un po’ come nella serie Stranger Things, tutto è puntato sull’amarcord sperando che, tra una lacrima e l’altra, tu non ti accorga che non c’è nulla di interessante.

E, a proposito di lacrime, io sono sempre stato convinto che quando il protagonista di un film stia piangendo o ridendo tu debba sentirti almeno un pochino empatico perché si possa dire che l’impianto narrativo funzioni, che ti abbia tirato un po’ dentro. Invece ero lì a chiedermi: ma perché sta piangendo?

Insomma, a guardarlo questo film il tempo ti passa via, ma niente di fondamentale per la storia della fantascienza. L’ottimismo di Spielberg non lascia scampo, ne hai la prova certa quando il protagonista si innamora di un’avatar e scopre (a 1/4 di film, quindi non è spam) che la ragazza nel mondo reale è figa come in Oasis.

Un colossale Youporn per Dawson Leery, ma non per me.

“La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro

Guillermo del Toro è uno di quei pochi registi, come Burton o Carpenter, la cui estetica è fortemente riconoscibile. E già questo secondo me è un forte punto positivo. Se ti trovi all’improvviso di fronte allo schermo ti viene da dire la classica frase: «Ah, ma questo film è di..». La forma dell’acqua non fa eccezione, è 100% del Toro.

La trama è molto semplice.
Durante la Guerra Fredda una creatura ibrida viene catturata dal perfido governo degli Stati Uniti (impersonato da Michael Shannon) e tenuta rinchiusa in laboratorio per carpirne ogni segreto, ovviamente per trarne vantaggio nei confronti dei Russi. Elisa, inserviente muta, si innamora del “mostro” e, aiutata dal vicino di casa gay (Richard Jenkins) e da un’altra inserviente di colore (afroamerinda, afromaericana, nera.. non ricordo oggi quale sia il termine politicamente corretto di moda) cerca di liberarla prima dell’inevitabile soppressione. Mi fermo qui, se no in una riga arriviamo alla conclusione.

Come dicevo, la parte migliore del film è l’estetica, la ricostruzione in toni cupi degli anni sessanta e il richiamo alle creature dei classici b-movie in stile Il mostro della palude. Unito a questa una commistione, talvolta spiazzante, di generi. Si passa dal film sentimentale al musical, ma si viene anche sorpresi da scene tipicamente splatter, come quando la creatura mangia la testa del gatto del vicino di casa, o dal continuo tormento dato al cattivone di turno dal due dita che gli stanno andando in putrefazione (non si contano le volte in cui si staccano/riattacano/secernono liquidi).

È sicuramente un bel film, tuttavia non penso lo riguarderò. Spulciando online vedo che è giudicato addirittura migliore de Il labirinto del fauno. Io non credo. La storia non mi ha coinvolto troppo, in realtà succede molto poco ed è tutto abbastanza stereotipato, anche se forse negli USA degli anni sessanta lo era davvero.

Purtroppo nel cinema di questi ultimi anni c’è questa nuova ondata morale per cui, se parli di minoranze, il film parte già con due punti di vantaggio. Credo sia proprio questo il caso. Mi spiego. Pensando ai gay ad esempio, mi vengono in mente film più datati come Dallas Buyers Club o Philadelphia (o American History X per il tema del razzismo, ecc.), impegnati in modo più consistente che forse avevano anche un pubblico più pronto ad impegnarsi intellettualmente. Ecco, quando vedo La forma dell’acqua, trovo gli stessi temi ma affrontati con l’impegno di un post color arcobaleno su un social. La fruibilità istantanea, l’importanza di cambiare un vocabolo, ritenuto oltraggioso, prima di cambiare un’idea. Molta voglia di mostrare, poca di pensare. Insomma, la società dell’apparenza, miglior nemica di se stessa.

Detto questo, ripeto, il film è bello e ti consiglio di vederlo, ma non andare al cinema troppo carico di aspettative, perché resteresti deluso.