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“Elevation” di Stephen King

Scott Carey perde peso, giorno dopo giorno, senza che il suo corpo presenti esteriormente alcun segno di dimagrimento. Scott, nel frattempo, diventa più agile, meno propenso a stancarsi e, cosa abbastanza strana, acquisisce la capacità di fare “perdere la gravità” agli oggetti che tiene tra le mani. L’uomo ha anche un difficile rapporto con le sue vicine di casa, due lesbiche sposate che stanno per chiudere il loro ristorante perché a Castle Rock, piccolo paese di provincia, i matrimoni gay non sono proprio ben visti. I destini di Scott e delle due donne sono destinati a incrociarsi ulteriormente e le loro difficoltà a trovare una soluzione, in attesa che la bilancia raggiunga il misterioso punto zero.

Non sto a riportarti il conteggio preciso dei caratteri di stampa, come avevo fatto per La scatola dei bottoni di Gwendy, ma io l’ho fatto. Elevation è un racconto di 80 pagine spalmato su 195 pagine con interlinea autostradale. Anche mettendo insieme questi due “romanzi” si ottiene circa 1/4 (in termini quantitativi) di una qualsiasi raccolta di racconti del King standard. 13 euro sono un po’ tantini per un racconto travestito da romanzo. E qui chiudiamo la parte tecnica, ma era giusto dirlo per non farsi prendere per il culo.

La storia è coinvolgente e piacevole, la leggi in fretta e sei curioso di girare pagina per vedere come procede. Certo, manca quella profondità dei personaggi e la complessità della trama a cui ci ha abituato il Re. Tutto sarebbe normale se fosse un racconto, ma questo è un romanzo, quindi dovrebbero esserci (sto facendo del sarcasmo).
Due cose non ho apprezzato: il finale, prevedibile e poco originale, e l’inserimento forzato delle tematiche LGBT, soprattutto in una storia così corta. Premesso che io sono per l’amore libero, trovo che la deriva artistica di King stia diventando troppo attenta agli argomenti “di moda” (era già successo con il tema del ruolo della donna in Sleeping Beauties). Sono temi importanti e ben venga che un grande scrittore come King ne parli ma, quando diventano un’interesse totalizzante, la trama perde in forza e guadagna in forzatura.

Che dire, questo Elevation non è stato malissimo, ma ti lascia con la voglia di un romanzo vero. Speriamo lo sarà The institute.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King, ma quelli di cui ti ho parlato sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)

“Venom” di Ruben Fleischer

Non sarò molto prolisso nel commentare questo ennesimo film Marvel, anzi.

Venom è un alieno che vive in simbiosi con un corpo umano, nel nostro caso quello di Tom Hardy, e che è impegnato a combattere contro i suoi simili (per far rimanere la Terra un posto solo suo) oltre che contro gli umani. Insomma, contro tutti. Lo fa comunque a modo suo, con un suo criterio, talvolta condivisibile, e questa è forse la parte più interessante (se non l’unica) del film. Ovviamente c’è l’amata, Michelle Williams, e il cattivone più cattivo del cattivo.

È la sagra del già visto, già sentito, già girato. E la Marvel ci infila le solite battute che però più di tanto non fanno ridere. L’unico lato positivo è Tom Hardy, sprecato.

Se devi guardare un film Marvel “piccolo”, su un eroe unico, guarda Deadpool 1 e 2, almeno si ride davvero. Fine.

“L’eternauta” di Héctor German Oesterheld e Francisco Solano López

[Premessa: prometto che se arriverò a parlarti di un terzo fumetto aprirò una sezione dedicata ai fumetti, per ora rimaniamo ospiti nella parte del blog che si occupa di libri.]

L’eternauta è un fumetto Argentino del 1957, scritto da Héctor German Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López. Insieme a Maus di Spiegelman, è uno di quei fumetti “impegnati” che trovi sempre citati ovunque, quando cerchi le migliori opere di tutti i tempi. Ciò è in parte dovuto anche alla triste vicenda del suo creatore che nel 1977 divenne uno dei desaparecidos, insieme a tutta la sua famiglia, durante la dittatura argentina di Jorge Rafael Videla.

La trama è molto semplice, la racconta il protagonista dopo essersi letteralmente materializzato di fronte al suo ascoltatore, un disegnatore di fumetti. È l’eternauta (lo chiamiamo così, poiché il suo nome cambia a seconda della nazione di edizione), colui che ha affrontato un’invasione aliena iniziata mentre stava giocando a carte con gli amici. Neve assassina, raggi sterminatori, creature e uomini-robot comandati a distanza dall’invasore: c’è di tutto.

Una cosa però è da dire. Pur essendo considerato un’opera di fantascienza L’eternauta è fondamentalmente un fumetto di guerra. Gli alieni potrebbero tranquillamente essere invasori venuti da una nazione ostile, nulla cambierebbe. Quello che racconta è la resistenza dell’uomo di fronte al dominio e alla schiavitù, il bisogno di proteggere la propria famiglia e di avere buoni amici a fianco.

L’edizione che ho letto l’ho recuperata a un mercatino, è quella dei Classici di Repubblica. Differisce in alcuni dettagli (sicuramente nel formato di presentazione, più orizzontale nell’originale) dalla versione argentina. Quello che è certo è che ha la consistenza di un libro: sono 460 pagine molto fitte, impegnative dal punto di vista della lettura. Talvolta ho trovato finamai ridondanti certi concetti ripetuti più volte, pochissimi i riquadri senza parti scritte.

Che dire, mi è piaciuto, non può che essere così.
Tuttavia non rientra tra i miei fumetti preferiti, credo sia dovuto anche all’ingenuità (positiva) di una scrittura di ormai 60 anni fa. Sono presenti alcuni “spiegoni” dei personaggi, deduzioni che diventano automaticamente realtà. Per chi è abituato al moderno “show, don’t tell” (mostra, non raccontare) questo potrebbe quindi rappresentare un ostacolo, una semplificazione eccessiva. E, come dicevo, talvolta c’è una ripetitività troppo invadente che rallenta parecchio il corso degli eventi.
Sto facendo le pulci ovviamente, rimane un fumetto da leggere. Non aspettarti, però, viaggi nel tempo o filosofie cosmologiche, non li troverai in questa prima avventura.
(Esistono poi cinque seguiti, disegnati sempre da Lopez, dal 1977 al 2006, di cui solo il primo su sceneggiatura di Oesterheld, ma non li ho ancora letti. Vedremo.)

“La macchina del tempo – L’isola del dottor Moreau” di Herbert George Wells

Dopo L’uomo invisibile e La guerra dei mondi non potevo che completare l’opera di H.G. Wells con La macchina del tempo e L’isola del dottor Moreau, in questo caso raccolti in unico volume.

La trama de La macchina del tempo è nota, anche grazie al film del 2002 con Guy Pearce, lo è forse meno quella de L’isola del dottor Moreau, un romanzo che più che al genere della fantascienza appartiene all’horror. Il dottor Moreau è uno scienziato pazzo che ibrida animali rendendoli umani, vincolandoli con falsi credo e condizionamenti mentali a rigettare la propria natura bestiale. Ma ovviamente prima o dopo la sete di sangue dei carnivori si risveglia… e sarà il protagonista del libro, un naufrago, a trovarsi sull’isola di Moreau in balia dei mostri.

In definitiva ho trovato questi due romanzi parecchio più cupi dei due precedenti che ho letto (anche i Morlock nel futuro non scherzano), ed è questo probabilmente il motivo per cui li ho apprezzati di più. Wells si è spinto ad indagare l’animo umano, in entrambi, per capire dove finisca l’Uomo e cominci la Bestia.
Da leggere.

“La guerra dei mondi” di Herbert George Wells

Ho sempre avuto la curiosità di leggere questo romanzo, ancora di più dopo aver visto il film omonimo (2005) di Spielberg con Tom Cruise. Ebbene il film, con La guerra dei mondi di Wells, c’entra poco. Non è un male eh, sono apprezzabili entrambi.

La trama del libro è in realtà molto semplice e lo stile è quello che già avevo riscontrato ne L’uomo invisibile. La storia è raccontata dal punto di vista del protagonista principale, uno scrittore che vive in campagna, con qualche incursione anche nelle esperienze del fratello, che invece abita a Londra.

Dopo che degli strani lampi si sono verificati sulla superficie di Marte, atterrano sulla Terra dei “bussolotti” (chiamiamoli così) ripieni di alieni tutta testa e tentacoli. Questi iniziano fin da subito a costruire delle macchine di morte, i famosi tripodi, e se ne vanno in giro a catturare umani per nutrirsi, pare, del loro sangue. Mentre il protagonista scorrazza per strade e campi, rifugiandosi in case e capanni, Wells descrive i cambiamenti, anche botanici, che avvengono sul nostro pianeta. Piante rosse marziane coprono prati e case, mentre la gente scappa terrorizzata dai raggi inceneritori degli alieni. La fine non te la racconto, ma è nota.

La cosa realmente divertente è che questa invasione aliena sarebbe stata smantellata facilmente utilizzando degli aerei, ma il libro è del 1887 e il primo aeroplano (che così si possa chiamare, quello dei fratelli Wright) è del 1903. Questo, Wells, non poteva quindi ancora saperlo, anzi per un attimo nel romanzo si paventa che i marziani abbiano scoperto “il segreto del volo”.

Romanzo da leggere, sicuramente. Fantascienza classica, quasi innocente, direi.
Una nota. Il traduttore è Tullio Dobner, colui che ha tradotto qualsiasi cosa. Solo qualche nome tra le centinaia: Stephen King, Clive Barker, John Grisham, Kellerman, Sheldon, Koontz, ecc..
Ho in programma anche La macchina del tempo e L’isola del dottor Moreau, stai sintonizzato.

“La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro

Guillermo del Toro è uno di quei pochi registi, come Burton o Carpenter, la cui estetica è fortemente riconoscibile. E già questo secondo me è un forte punto positivo. Se ti trovi all’improvviso di fronte allo schermo ti viene da dire la classica frase: «Ah, ma questo film è di..». La forma dell’acqua non fa eccezione, è 100% del Toro.

La trama è molto semplice.
Durante la Guerra Fredda una creatura ibrida viene catturata dal perfido governo degli Stati Uniti (impersonato da Michael Shannon) e tenuta rinchiusa in laboratorio per carpirne ogni segreto, ovviamente per trarne vantaggio nei confronti dei Russi. Elisa, inserviente muta, si innamora del “mostro” e, aiutata dal vicino di casa gay (Richard Jenkins) e da un’altra inserviente di colore (afroamerinda, afromaericana, nera.. non ricordo oggi quale sia il termine politicamente corretto di moda) cerca di liberarla prima dell’inevitabile soppressione. Mi fermo qui, se no in una riga arriviamo alla conclusione.

Come dicevo, la parte migliore del film è l’estetica, la ricostruzione in toni cupi degli anni sessanta e il richiamo alle creature dei classici b-movie in stile Il mostro della palude. Unito a questa una commistione, talvolta spiazzante, di generi. Si passa dal film sentimentale al musical, ma si viene anche sorpresi da scene tipicamente splatter, come quando la creatura mangia la testa del gatto del vicino di casa, o dal continuo tormento dato al cattivone di turno dal due dita che gli stanno andando in putrefazione (non si contano le volte in cui si staccano/riattacano/secernono liquidi).

È sicuramente un bel film, tuttavia non penso lo riguarderò. Spulciando online vedo che è giudicato addirittura migliore de Il labirinto del fauno. Io non credo. La storia non mi ha coinvolto troppo, in realtà succede molto poco ed è tutto abbastanza stereotipato, anche se forse negli USA degli anni sessanta lo era davvero.

Purtroppo nel cinema di questi ultimi anni c’è questa nuova ondata morale per cui, se parli di minoranze, il film parte già con due punti di vantaggio. Credo sia proprio questo il caso. Mi spiego. Pensando ai gay ad esempio, mi vengono in mente film più datati come Dallas Buyers Club o Philadelphia (o American History X per il tema del razzismo, ecc.), impegnati in modo più consistente che forse avevano anche un pubblico più pronto ad impegnarsi intellettualmente. Ecco, quando vedo La forma dell’acqua, trovo gli stessi temi ma affrontati con l’impegno di un post color arcobaleno su un social. La fruibilità istantanea, l’importanza di cambiare un vocabolo, ritenuto oltraggioso, prima di cambiare un’idea. Molta voglia di mostrare, poca di pensare. Insomma, la società dell’apparenza, miglior nemica di se stessa.

Detto questo, ripeto, il film è bello e ti consiglio di vederlo, ma non andare al cinema troppo carico di aspettative, perché resteresti deluso.

“Io sono Helen Driscoll” di Richard Matheson

Qualche sera fa mi sono ritrovato per caso a vedere Echi mortali, un film di David Koepp con Kevin Bacon del 1999. Colpito dalla somiglianza della trama con il più noto Il sesto senso di Shyamalan ho ravanato su internet per capire quale dei due fosse uscito per primo. Ho scoperto così che i film sono usciti nello stesso anno, a distanza di un mese l’uno dall’altro (questa la sfiga principale per Echi mortali, che è passato in secondo piano sebbene molto bello), e che quindi non c’è stata la scopiazzatura che temevo. Ed è in questa ricerca che ho anche scoperto (nei titoli mi era sfuggito) che il film di Koepp è tratto dal libro di Matheson Io sono Helen Driscoll.
Dannazione, Matheson!

Di Matheson avevo già letto Io sono leggenda e Tre millimetri al giorno ed entrambi mi erano piaciuti molto. Si parla di molti anni fa. Ma perché ho poi abbandonato questo autore? Mistero. Detto fatto mi sono procurato il libro e in due giorni l’ho divorato.

Trama semplice, che intreccia fantascienza, horror e giallo. Un padre di famiglia, Tom, viene ipnotizzato per gioco dal cognato che involontariamente gli “apre” la mente. Tom diventa quindi, suo malgrado, una sorta di medium. Seguono sogni, visioni, preveggenze, letture del pensiero. La sua vita e quella della sua famiglia è stravolta. Tra le altre cose vede un fantasma che compare ogni notte nel suo salotto. Mi fermo qui, dai.

Io ho letto il libro nell’edizione pubblicata da Urania, tuttavia, come scritto sopra, non me la sento di classificarlo unicamente come “fantascienza”. Ed è qui a mio parere la sua forza, il mescolare più generi. E’ la tipica lettura per cui desideri sempre sapere cosa accade nella pagina successiva. Leggera ma molto appassionante.

Non commetterò nuovamente l’errore di trascurare Matheson, infatti sto già lavorando per recuperare La casa d’inferno

“L’uomo invisibile” di Herbert George Wells

H.G. Wells, insieme a Jules Verne, è considerato unanimemente il padre della fantascienza. L’uomo invisibile non è esattamente il suo primo romanzo a essere stato pubblicato, ma si deve considerare che la pubblicazione è avvenuta nel 1897, ben sedici anni dopo la prima stesura…
Detto questo, non avendo ancora letto nulla di Wells, era mio dovere morale rimediare.

Quando si affronta un libro di fantascienza così datato sono tante le riflessioni da fare prima di buttarsi in un semplice “mi è/non mi è piaciuto”. Una su tutte l’innovazione, l’idea originaria originale. Certo, noi siamo abituati ormai all’invisibilità di moltissimi personaggi, esplicitamente o meno ispirati dal romanzo di Wells. Mi viene in mente la donna invisibile della serie I fantastici 4 della Marvel o, appunto, il più esplicito Kevin Bacon de L’uomo senza ombra. E non sto a tirar fuori dal guardaroba nemmeno la lana di Camuflone del mantello di Harry Potter, se no non finiamo più. Ma tutto arriva da qui, perlomeno nella sua forma più moderna, tutto arriva da Wells. Quindi inchiniamoci, come prima cosa.

È ovvio, ora leggere questo romanzo, con la sua semplicità, fa quasi sorridere. La trama è leggera e centrata sulla semplicità dell’invisibilità. Ci sono molte letture che vedono questo romanzo come la previsione della solitudine umana del XX secolo (che era alle porte), ma io non voglio addentrarmici. A volte mi sembra che si debba caricare per forza.

L’uomo invisibile diventa tale volutamente, a seguito dei suoi esperimenti. Lo stesso si rende poi conto che tutti i vantaggi della sua condizione diventano svantaggi nel momento in cui è difficile essere davvero invisibile. Perchè c’è la neve, perchè c’è la polvere, perchè si ha fame comunque, freddo senza vestiti, ecc. Da qui nasce la frustrazione, la rabbia. L’uomo invisibile diventa pian piano emarginato e cattivo (forse anche troppo gratuitamente).

Ho apprezzato molto le ultime 30/40 pagine. C’è un preludio di horror moderno nell’atmosfera, che si distacca da quello che era avvenuto in tutta la parte precedente per l’intensità e la tensione più elevate.

Ripeto, per apprezzarlo bisogna immergersi nel periodo, ritrovare la novità. Non è facile. Però è molto scorrevole, per nulla pesante, si legge in un attimo, proprio perchè semplice.
Credo che leggerò anche La guerra dei mondi e La macchina del tempo, appena riuscirò a recuperarli. La produzione di Wells è infinita, ma dovrebbe bastarmi così, salvo l’uscita di qualche Mammut tentatore.

“Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve

Lo dico subito: Villeneuve non mi ha deluso nemmeno questa volta. E sì che il rischio era alto, andando a confrontarsi con una delle pietre miliari della fantascienza. (Recentemente, peraltro, ho visto il suo Enemy: stupendo.) Blade Runner è stato trattato con la venerazione che merita, senza cadere nella tentazione di strafare. E’ come se il regista abbia esplorato nuove zone dell’universo creato da Dick evitando di cercare di imitare il film di Scott, ma ampliandone gli orizzonti geografici. E’ un film carico di smog, nebbie, deserti urbani. Era un seguito indispensabile? Forse no. E’ un buon seguito? Sicuramente sì, e accade di rado.

Trama, non spoilero. Dai primi dieci minuti salta subito fuori che, trent’anni prima delle vicende narrate, è nato un bambino da una replicante. Su questo gira tutta la storia. Di chi è il bambino? Chi è? Se i replicanti potessero riprodursi sarebbe un nuovo gradino dell’evoluzione? Non aggiungo altro, per non togliere il gusto della visione.

C’è qualcosa di disumanizzante nel seguire le vicende di Gosling, che è a sua volta un replicante (si sa fin da subito), qualcosa che però viene smorzato dal suo bisogno di compagnia, che lo rende comunque “umano”, in un certo modo. E poi beh, la compagnia gliela offre Ana de Armas sotto forma di ologramma. Amore tra androidi, difficile da digerire inizialmente, ma poi ci si abitua. Soprattutto perché è Ana.

Ci sta anche Harrison Ford nei panni di Deckard invecchiato, è ormai una parte a cui sarà abituato, dopo Ian Solo e Indiana Jones.

Quello che mi è mancato è l’angoscia che il Blade Runner dell’82 ti lascia nell’animo ogni volta che ne termini la visione. Quel misto tra comprensione e tristezza che provi nei confronti di Rutger Hauer durante il suo ultimo monologo.
Ma non si può avere tutto (così dicono).

“Arrival” di Denis Villeneuve

Finalmente un film di fantascienza con i controcazzi. Era da parecchio che non uscivo soddisfatto dalla sala, dopo un pellicola di questo genere. Ho visto qualcosa di molto buono comodamente sul mio divano, ma al cinema penso di dover tornare indietro a Interstellar o Prometheus. Peraltro di Villeneuve conoscevo solo il bellissimo thriller Prisoners, e sono quindi molto contento mi sia piaciuto anche Arrival, poichè la cosa mi fa ben sperare per Blade Runner 2049.

Questo non è un film per tutti. Cioè, se vuoi le sparatorie, le spade laser o Will Smith che prende a calci in culo un alieno, forse è meglio che vai a vederti Assassin’s Creed, che io non ho visto sia chiaro, ma mi sembra più idoneo alle tue aspettative. Io con la fantascienza voglio pensare, ho questo brutto vizio. E Arrival ti fa pensare parecchio, tanto che chi era con me non ha ben compreso tutte le sfumature fino in fondo.

Trama nota e semplice: arrivano gli alieni, cosa vogliono? Come comunicare? Come affrontare l’incapacità di intendersi?

Oggi sono molto buono e non voglio spoilerare niente, non lo so perchè. Ma è un buon segno, ho talmente desiderio che tu veda questo film che non voglio proprio rovinarti nulla. C’è davvero tutto: dalla riflessione sul tempo (sui viaggi nel tempo, tanto cari ai nerds e ai paradossisti), a quella sul linguaggio come forma mentis. C’è poi un durissimo confronto tra una civiltà evoluta e la vostra (si, vostra, io ho deciso di essere un eptopode), primitiva. Su quest’ultimo punto, il film offre una spietata idea realistica di come potreste apparire voi umani ad una specie superiore, nella vostra piccolezza (sisi, eptopode!).

E’ uno di quei film che, se visto più volte, continua a offrire nuovi dettagli e sfumature, nuove logiche. Vai a vederlo, potresti imparare qualcosa, e magari poi sarai pronto per condividerla con me!