“Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer

The Fairy Feller’s Master Stroke (Il colpo maestro del magico taglialegna).
Ogre battle (La battaglia degli orchi).
’39.
Flick of the Wrist (Colpo di polso).
Was It All Worth It (Ne è valsa la pena).

Ok, mi fermo: era un test.
Questo per dire che se dei Queen conosci solo Somebody to love, We are the champions e, appunto, Bohemian Rapsody, forse è il caso che vai a leggere di questo film da qualche altra parte. Magari poi compri anche un bel cofanetto best of o soundtrack alla moda da sbattere sotto l’albero di Natale, insieme alla tua serie TV preferita. E, mi raccomando, non dimenticarti di fare un bell’applauso a fine proiezione. Si sa mai che Bryan Singer abbia deciso di presenziare in sala nel tuo paesino di provincia nel buco del culo del mondo.

Dopo questo preambolo dirai: «Il film non ti è piaciuto». Non è del tutto esatto. Ci sono tante cose in questo film che non funzionano e altre (poche) che funzionano. Il problema è che le cose che non funzionano so benissimo quali sono, quelle che funzionano non sono certo funzionino grazie al film. Tradotto: c’è qualcosa che potrebbe non funzionare trattandosi di Freddie Mercury? Ri-tradotto: la sua forza artistica non sarebbe così forte da far brillare di luce riflessa anche la carogna di un topo morto da 36 mesi?

Mentre scrivo Bohemian Rhapsody ha raggiunto (momentaneamente) la cifra astronomica di 540 milioni di dollari di incasso. Un record per un film di (questo) genere che, peraltro, è costato solo un decimo dell’importo. Quindi è piaciuto, nonostante Synger non sia proprio un regista sentimentale/drammatico, e che il suo pane siano principalmente i supereroi.
Ma a me ancora non convince.

Partiamo con il dire che quello che viene descritto ovunque come un film sulla storia dei Queen in realtà non lo è. Quelle poche cronologie presenti sulla band vera e propria sono sbagliate e fuorvianti.
[Una sola su tutte: i Queen non si sono mai divisi, anche se la reunion sentimentale fa tanto Rocky che si rialza dal tappeto. Certo, ottima strategia commerciale/narrativa (di quelle che fanno applaudere a luci spente). Soprattutto se ci si rialza al Live Aid nonostante l’Aids (accidenti però, l’Aids arriva nella vita di Freddie DOPO il Live Aid)].
Il film dicevo, è forse un film sulla vita (gay) di Freddie Mercury. Qui storcerai il naso, lo so. Ma allora dimmi: cosa ti viene detto riguardo alle vicende personali di Brian May, Roger Taylor e (tanto per cambiare in ultimo posto) John Deacon? Nulla. E allora c’è qualcosa che non torna, no?

Riflettendoci ora, in tempo reale, ho come l’impressione di trovare solo parecchia superficialità in questa storia. Una superficialità che sfonda lo schermo con la ridicola ed eccessiva protesi dentaria di – Mr. Roboto – Rami Malek. (Pensa un po’ se a Jack Nicholson in Shining avessero messo un naso rosso da pagliaccio: uguale impatto.) Son riusciti a fargli indossare sei metri di denti ma non quei dieci chili in più che lo avrebbero reso più credibile, roba che uno come Christian Bale li mette e li toglie dalla mattina alla sera. Insomma, il dubbio/rimpianto di come ci sarebbe stato Sacha Baron Cohen, nei panni di Freddie, l’avrò per sempre.

Vediamo gli altri membri.
John Deacon… c’era? Qualcuno ha visto John Deacon?
Brian May e Roger Taylor perfetti. May anche nelle movenze, il migliore dei quattro.
Posso dire che qualche dubbio mi viene? Posso dire che il film è stato supervisionato da May e Taylor che da anni si cibano di carcasse? Posso dire che Deacon è sempre stato il mio preferito nell’affrontare il periodo post-Freddie? No? Ok, non lo dico.

Ora parliamo di un’altra cosa, molto attuale. Non posso non parlarne perché sarebbe impossibile, visto il tenore del film. Cercherò di farti capire quello che penso e spero che tu lo capisca.
Le persone sono PRIMA persone (artisti, cantanti, scrittori e “insieme di interessi”) e solo POI “interessi sessuali”. A me che Freddie fosse gay o meno non me ne è mai importato, perché come prima cosa era un’artista. Tanti omofobi, a mio parere, odiano i gay perché ci sono ALCUNI gay che nella vita sono per PRIMA cosa gay. Roba che se gli sbatte la finestra con la contraria succede perché il vento ce l’ha con loro perché sono gay. Ma non è diverso da altri uomini che sono PRIMA tifosi di una squadra che persone, o donne che sono PRIMA abiti firmati che persone. Insomma, ci sono alcune scelte nella vita, e non mi riferisco alle preferenze sessuali, che ti rendono PRIMA scemo, e POI persona. Se nella vita hai deciso di essere PRIMA gay e POI tutto il resto, il problema non è ovviamente che tu sia gay, ma che tu sia scemo.

Ecco, da questo film esce una immagine di Mercury che, oltre che egocentrico e abbastanza stronzo, sarebbe anche PRIMA gay di qualsiasi altra cosa. Io, però, non ci credo. Non credo che un talento come questo sarebbe potuto uscire da una persona impegnata ad essere gay PRIMA di essere una persona. Lo trovo abbastanza improbabile. Credo che il problema sia nella mente degli altri, in cosa abbiano bisogno di vedere. Voglio dire, nessuno farebbe un film su Mick Jagger puntando il focus della trama sulla sua voglia di far volare le mutandine, perché sarebbero nella gran parte mutandine da donna: tutto normale per una rock star. Invece su Freddie, in quanto gay, il focus è puntato tutto lì. Ma a me cosa me ne frega? Un po’ più di Persona, e meno preferenze sessuali, no?

Certo, è una mia opinione.
Ma nel film ci sarebbe stato più spazio per vedere un’ascesa che, francamente, non si capisce. Non si capisce la reale dimensione dei Queen, se non in 15 (inutili) minuti di Live Aid (che, per dirla tutta, se proprio voglio emozionarmi mi guardo quello vero). Non si capisce il processo artistico.
Da qui ne segue una scarsa empatia, uno scarso coinvolgimento, per chi i Queen li ha vissuti davvero, anche se in differita.

Ed è così che mi rispondo da solo.
Quando guardo saltellare Rami Malek, di spalle, prima di entrare in scena sul palco, quello che mi si muove dentro è qualcosa di mio, e non è figlio di questo film. In questa imitazione, non proprio ben riuscita, si accende un poco quella luce riflessa, che fa emozionare per il film solo chi non ha ben in mente quale sia il confronto.
La mia, invece, è solo nostalgia o, meglio, rimpianto di non aver potuto essere lì.

It’s only a life to be twisted and broken.

“Unsane” di Steven Soderbergh

Strano. Così strano che nella mia città di stronzi era programmato solo per una proiezione one shot, con tanto di dissertazione da salotto intellettuale con un criminologo allegato all’evento pseudoculturale. Ecco come si presenta questo Unsane di Steven Soderbergh.

Girato completamente con un Iphone 7 plus (ci si mette un po’ ad abituarsi), con un trailer fuorviante e un ambientazione al limite del credibile, Unsane può piacere o non piacere, ma difficilmente ti lascerà indifferente. A me è piaciuto.

La trama: Sawyer Valentini, vittima di uno stalker, si sposta in una città a 400 chilometri dalla sua, cambia amici, frequentazioni, lavoro. Però lei lo vede comunque, lo vedo ovunque. L’ossessione, quella psicologica, ha traslocato con lei. Decide quindi di sottoporsi a una visita con uno psicologo dove, vittima delle truffe assicurative, verrà internata per proteggerla da se stessa (sì, negli stati uniti esiste davvero questo tipo di meccanismo, controlla). E qui lui torna, davvero, non per finta.

Il trailer era costruito in modo da farti pensare che non fosse riconoscibile dove finisse l’ossessione e dove cominciasse la realtà, nel film, invece, dopo un quarto d’ora è tutto molto chiaro. Questo è forse un peccato ma, d’altra parte, così il regista si è potuto concentrare meglio sul fenomeno dei “trattamenti sociali obbligatori” all’americana e al problema dello stalking. Sono infatti questi i due temi principali trattati. E forse a fare più paura è il primo.

C’è una bella sequenza in cui vittima e carnefice sono rinchiusi in una cella d’isolamento e lo stalker passa in rassegna tutti i lati psicologici della sua patologia, tra pianti, rassicurazioni e scatti d’ira. Credo sia il momento migliore del film, da solo vale l’intera visione.
E c’è anche qualche scena con uno splatter appena accennato.

Finisco qui perché è tardi e ho sonno. E poi, siamo sinceri, purtroppo questo film non lo guarderà quasi nessuno. Roba da cineforum.

“Quasi niente” di Mauro Corona e Luigi Maieron

Mauro Corona racconta, in un’intervista, che questo libro a quattro mani con Luigi Maieron (cantautore friulano) sia nato semplicemente da una chiacchierata di tre giorni con del buon vino sempre a disposizione (strano!) e che poi la registrazione della chiacchierata sia stata sbobinata per arrivare al prodotto editoriale vero e proprio. Se sia vero o no non è dato saperlo, ma è proprio questa la forma in cui si presenta il libro: un botta e risposta tra i due autori su svariati argomenti e piccoli aneddoti e racconti.

Farò una cosa strana oggi, te lo elenco per punti di cosa parlano (quello che mi ricordo):
Il fallimento: come questo in realtà non esista e sia un prodotto della nostra società. Si può riuscire o meno a perseguire un obiettivo, ma il vero fallimento è solo il non averci provato, e non il mancato raggiungimento.
La vita semplice: un classico di Corona. Il titolo del libro prende il nome da una frase di Mario Rigoni Stern in punto di morte, “Se tuto gnènt” (è tutto niente). Nel senso che, alla fine, tutto quello che hai fatto e accumulato è “niente”. Se si riesce quindi a essere felici con poco non vale la pena di dannarsi l’anima per raggiungere obiettivi terreni.
La vita di montagna di una volta: ancora, inevitabile trattandosi di un libro di Corona. In questo caso sono soprattutto i racconti riguardanti personaggi umili, che i due autori hanno conosciuto nel corso delle loro vite, a mostrare come si viveva in tempi meno “moderni”.
Il canto delle manére: c’è un capitolo dedicato all’analisi del romanzo di Corona. Romanzo che a me è piaciuto molto e che ritengo per ora (tra quelli che ho letto) il suo migliore scritto. Si potrebbe anche sospettare che questo capitolo sia un po’ uno spot pubblicitario…
Il ruolo della donna: la forza della donna, più resistente dell’uomo, che spesso nell’ombra ha consentito all’uomo, appunto, di apparire un Grande Uomo, ma solo perché sostenuto da una controparte femminile, disposta ad accettare sopprusi per il bene generale (più o meno il concetto è questo).
Citazioni: tante, in particolare da parte di Corona. Scrittori, autori vari e personaggi comuni. Citazioni a profusione.

È un libretto leggero, sono circa 170 pagine, si legge in fretta. Fa riflettere su alcuni temi, ne ripete altri già sentiti. L’ultima produzione di Corona non mi piace molto, da La fine del mondo storto a Confessioni ultime, non fa che ripetere gli stessi concetti, condivisibili certo, ma che ormai chi lo legge conosce bene. Questo Quasi niente si piazza leggermente sopra (non troppo), sembra un po’ più fresco, più poetico. Sarà anche l’intervento di Maieron (che purtroppo non conosco) a svecchiare le tematiche, immagino.

Che dire, come sempre ti consiglio di iniziare dai suoi primi romanzi, sicuramente più interessanti, anche se, come dicevo sopra, se proprio devi scegliere tra gli ultimi, questo potrebbe essere un buon compromesso. Io, nel frattempo, ho messo sullo scaffale delle future letture due sue raccolte di racconti, Nel legno e nella pietra (2003) e Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007), sperando di ritrovare lo scrittore che mi era piaciuto prima di questa deriva, diciamolo, un po’ commerciale.

“Il giorno dei colombi” di Louise Erdrich

Louise Erdrich è una scrittrice molto nota in America, dove è la principale rappresentante contemporanea per quello che riguarda la letteratura riguardante i nativi americani (gli indiani). Da noi non è altrettanto conosciuta, tant’è che questo romanzo, del 2008, è stato pubblicato in Italia da Feltrinelli solo nel 2013, dopo il successo de La casa tonda del 2012. Ed è un peccato. (Ha in realtà scritto circa 15 romanzi di cui tradotti solo 5/6).

Sul retro di copertina del libro Philip Roth (di cui non ho ancora letto nulla e quindi devo vergognarmi/provvedere) afferma addirittura che Il giorno dei colombi sia il capolavoro della Erdrich. Poi si sa che queste frasi sono messe lì così, ad attirar clienti, però è comunque la parola di un autore affermato che ci mette la faccia, e non di Gigino il carrozziere.

La storia si apre con un massacro: un’intera famiglia viene sterminata, solo una neonata si salva e viene abbandonata nella culla. Più avanti, per questo crimine, verranno impiccati degli indiani, colpevoli di essere stati i primi a mettere piede sul luogo della strage e quindi i perfetti capri espiatori. Attorno a questa mattanza generale la scrittrice crea un dedalo di ricordi e di personaggi (tantissimi) che per qualche motivo sono legati, a volte anche lontanamente, con la vicenda. In realtà l’evento iniziale funge da cornice per quello che si rivela essere quasi un libro di racconti, più che un romanzo unitario. Si ritrovano alcuni nomi già incontrati ne La casa tonda, come il vecchio Mooshum, Geraldine e il giudice Bazil. Aver letto i libri in ordine cronologico inverso, rispetto al concepimento, forse però non aiuta.

Quello che mi piace di questa scrittrice è la capacità che ha di portarti in una dimensione altra, quella (a noi ancora più) sconosciuta degli indiani. Indiani che non sono quelli con l’arco, la penna e le frecce, ma quelli costretti a vivere nelle riserve in tempi più moderni. Sì perché, in 500 anni, gli indiani sterminati dagli americani (e quindi dagli europei, non tiriamoci per il culo che gli americani “nativi” sono loro) sono stati più di 100 milioni. Dovremmo ricordarcene ogni volta che commemoriamo l’olocausto, perché negli stessi anni gli indiani venivano segregati e sterilizzati. Con questi numeri Hitler non può che apparire un “principiante del genocidio”, noi invece degli esperti nel ricordare solo ciò che vogliamo. Ma chiudiamola qui che è meglio.

Detto questo, pur essendo Il giorno dei colombi un grande romanzo, soprattutto per quanto riguarda lo stile di scrittura e le nozioni tramandate, io ho comunque preferito La casa tonda, perché oltre alle caratteristiche appena elencate aveva anche un trama molto più coinvolgente. In pratica in questo romanzo manca un po’ di mordente, quello che ti fa venire voglia di girare pagina per vedere cosa succede (anche se probabilmente non è il motivo per cui si legge un libro come questo). Si ha ogni tanto la sensazione che la colla (ossia il massacro iniziale) utilizzata per tenere insieme tutti i racconti sia un po’ debole e che diventi tutto leggermente dispersivo. L’avrei preferito forse come una semplice raccolta di racconti, appunto.

Io, comunque, ho già sullo scaffale LaRose, il romanzo della Erdrich del 2016, che spero metterà insieme i pregi di questi due che ho letto. Almeno son sicuro che la cronologia di lettura riprenderà una sua logica. Intanto sono combattuto nel suggerirti da quale iniziare: seguire la cronologia ha sicuramente un suo sognificato, ma allo stesso tempo Il giorno dei colombi non è di certo un’opera adatta a tutti…

“Senza lasciare traccia” di Debra Granik

Padre e figlia vivono in completa autosufficienza all’interno del parco nazionale dell’Oregon, fino a quando non vengono scoperti e costretti a integrarsi nella società. Per qualche tempo ci provano, ma poi il padre, ex marine con disturbo post-traumatico, non ce la fa. Scappano e iniziano a viaggiare in cerca di un altro posto dove isolarsi dalla società. È a questo punto che le differenze tra i due diventano più evidenti, lui è estremista nel suo distacco dal mondo, lei più conciliante e propensa a vivere anche nel mondo civile. Non ti racconto altro.

Senza lasciare traccia, di Debra Garnik (regista di Un gelido inverno, che non ho visto) si piazza senza troppa convinzione in quel filone di film, che io amo, di rivolta nei confronti della società, primo su tutti il fantastico Into the wild, ma anche Captain fantastic o Wild. Sono film dove la natura è centrale e ci riporta a ciò che siamo: niente. Tuttavia…
Tuttavia non sono riuscito bene a comprendere dove la storia andasse a parare. Gran parte dei problemi e dei contrasti del padre sono dati infatti dai suoi problemi psicologici, eredita della guerra, e non è invece dato capire cosa desideri fare nella vita la figlia, che vuole troppo bene al padre per contrariarlo, senza lasciare intendere quanto condivida del rifiuto del genitore alla società. Insomma, c’è poca “filosofia” e molta indecisione. È una critica alla guerra? Alla società? È un film che parla del rapporto genitori-figli? Non si sa.

È un peccato perché il potenziale c’era tutto. So che il mio parere è in netto contrasto con quanto si legge in giro cercando notizie su questo film, ma io credo semplicemente che lo dimenticherò presto. Forse perché io cercavo un’atto d’accusa nei confronti del mondo di merda in cui viviamo, e alla fine non posso dire di averlo trovato.

“Meno di zero” di Bret Easton Ellis

Meno di zero (il titolo è preso da una canzone di Elvis Costello) è il romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis, datato 1985. Con questa prima opera Ellis si mette il culo in ammollo, nel senso che negli States il libro ha talmente successo che l’allora giovane scrittore potrà poi permettersi di fare ciò che vuole, alla tenera età di 21 anni, ormai divenuto ricco e indipendente (se ti interessa questa parte della sua biografia la descrive nel bellissimo Lunar Park, prima che il romanzo viri verso l’horror).

Ora, io ti riassumerei la trama, ma una vera e propria trama non c’è. Meno di zero è il racconto in prima persona di Clay, giovane ricco e annoiato, che torna a Los Angeles per le vacanze prima dell’inizio del college. Durante questo periodo frequenta i suoi amici, che fanno tutti parte per parentela del mondo dei grandi personaggi dello spettacolo e del cinema americano. In pratica sono tutti “figli di”, chi di regista, chi di produttore o di attore, ecc.
Cresciuti all’insegna dell’apparenza più estrema sono praticamente intercambiabili tra loro. Tutti biondi, con jeans neri e occhiali Wayfarer, palestrati e abbronzati e, ovviamente, fortemente dipendenti dalle droghe e dagli alcolici. Clay racconta le sue migrazioni tra una festa e l’altra, tra una scopata e una sniffata, passando per la visione casuale di un cadavere in un vicolo (che più di tanto non stupisce nessuno).
Non è un romanzo-trama, è un romanzo-esperienza, nel senso che l’intenzione dell’autore è quella di portarti in quei luoghi, in quegli ambienti, e mostrarti come gira. Ci sono figli che apprendono solo dalla tv in quale parte del mondo siano i genitori, genitori che regalano Porsche e Mercedes senza sapere nulla dei figli. Insomma, ci siamo capiti.

Ellis è indubbiamente bravo in quello che fa, descrive senza mai far trasparire un’opinione. Il suo è un documentario su una generazione totalmente perduta che può prendere quello che vuole, senza però sapere cosa vuole e senza mai essere soddisfatta di nulla. Un generazione che ha preso però il peggio da quella precedente, che almeno aveva il successo (e forse qualche ambizione), e che si muove sul sottofondo di MTV e delle riviste patinate. La società dell’apparenza, quella degli anni ’80 in certi ceti sociali americani, che noi non conosciamo (diciamoci la verità).
Anche la nostra oggi è una società dell’apparenza, ma lo è in modo distante, diverso, da quella che descrive l’autore. E poi si sa che noi arriviamo sempre dopo…

[Ah, da questo libro è stato tratto anche un film, Al di là di tutti i limiti (1987), con Robert Downey Jr. e James Spader, che non ho ancora visto. Provvederò, anche perché sono due attori che adoro.]

Che dire, il romanzo mi è piaciuto e Ellis ha sicuramente uno stile inconfondibile, tuttavia la distanza da quel tipo di società, rispetto alla nostra, lo rende difficilmente empatizzabile (concedimi il termine). Ho preferito, appunto, Lunar Park.
Non fraintendiamoci però, continuerò a leggere Ellis e, anzi, nei miei programmi c’è quello di terminare tutta la sua opera (sono 7 libri per ora, quindi non una grande impresa). Infatti ho già acquistato anche Le regole dell’attrazione, quindi sei avvisato.

“Il gioco delle tre carte” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Durante un congresso di qualcosa-di-difficile-che-ora-non-ho-voglia-di-controllare (tipo biomeccannica quantistica molecolare) un relatore giapponese muore, apparentemente di malore, ma in realtà è presto chiaro sia stato avvelenato. Allo stesso congresso è presente Massimo, il proprietario del BarLume, incaricato del servizio catering. Il commissario Fusco lo convoca quindi per avere una sua testimonianza… Mi fermo.

Il secondo libro della serie del BarLume è più lungo del primo, circa 200 pagine, anche se in realtà la trama è meno intricata. Questo non è per forza una negatività (non credo si legga la serie scritta da Malvaldi per la passione per il Giallo), ma è comunque un dato di fatto. I colpi di scena sono quindi offerti più da dettagli che erano sfuggiti al primo sguardo, piuttosto che dall’evolversi della vicenda. Si potrebbe affermare, senza calcare la mano, che la storia di per sé sia abbastanza ferma (lo definirei per certi versi un giallo informatico); non lo è però l’umorismo, che invece galoppa veloce tra Massimo e i quattro vecchietti avventori del suo bar.

Che dire, una lettura veloce e leggera, che anche in questo caso mi ha fatto ridere da solo in diverse occasioni. I personaggi sono così ben costruiti che mentre leggi hai la sensazione di essere lì, seduto al tavolino con loro, ad ascoltare le battute in toscanaccio (talvolta anche volgari e quasi mai politically correct).

Nel frattempo mi sono procurato anche gli ultimi libri che mi mancavano per avere tutta la serie, compresa la raccolta di racconti brevi. Qualsiasi altro commento su cosa penso di questa serie diventa quindi superfluo…

“Mattatoio n°5 o La crociata dei Bambini” di Kurt Vonnegut

Questo romanzo è un’opera d’arte, chiariamolo subito.
Guerra, fantascienza, satira sociale, umorismo, critica all’uomo. C’è tutto.

Prima di acquistarlo avevo letto qualche recensione, per farmi un’idea. La sintesi di quello che risultava, nella maggioranza dei casi, era: romanzo di fantascienza di cui è difficile seguire la trama poiché il protagonista salta casualmente avanti e indietro nel tempo. Addirittura alcuni ammettevano di aver mollato la lettura per la trama troppo caotica.
Cazzate. Gentaglia da 50 sfumature: se vedessero un film di Nolan morirebbero di aneurisma cerebrale.
Detto questo…

Billy Pilgrim, il protagonista, è un soldato americano che assiste al bombardamento di Dresda come prigioniero dei tedeschi, mentre si trova fortunosamente protetto nei sotterranei di un mattatoio (da qui il titolo Mattatoio n°5, per il numero civico). Tuttavia Pilgrim è anche rapito, a metà degli anni ’60, dagli alieni, per la precisione dai Tralfamadoriani. Da loro impara l’inconsistenza del tempo, ed è per questo che Pilgrim ogni volta che si addormenta si sposta lungo l’arco della sua vita, che si svolge sempre uguale senza la possibilità di effettuare modifiche, così come in fondo avviene per la storia dell’umanità. Il racconto è quindi un continuo salto temporale tra il periodo della guerra e altri momenti, più o meno importanti, della vita di Pilgrim.

In realtà le linee temporali su cui si muove la storia sono tre o quattro, ed è quindi molto facile seguirle. La principale è quella in cui Billy è prigioniero dei tedeschi, che occupa un buon 70% del romanzo. La difficoltà di lettura è perciò davvero minima.

Vonnegut effettua una perfetta critica all’umanità, destinata a ripetere gli stessi errori all’infinito. Anche gli alieni non ne sono immuni, tanto che saranno i responsabili consci della fine dell’Universo, senza poterlo evitare. La guerra, la morte, la distruzione, sembrano essere un errore genetico presente in ogni forma di vita. Così Pilgrim è studiato dall’alto in basso (in uno zoo) da quegli stessi esseri che dapprima appaiono superiori, salvo poi mostrarsi anche loro per forme di vita difettose.

Mattatoio n°5 è un romanzo che fa riflettere. In ogni pagina si scopre una perla, scritta con semplicità ma di una forza dirompente. Stupendo, ad esempio, il passaggio in cui viene descritto un bombardamento al contrario (visto in TV al rovescio): gli aerei raccolgono il fuoco da terra e lo rinchiudono in cilindri di metallo, poi questi cilindri vengono smantellati da delle donne e il pericoloso materiale contenuto in essi viene seppellito nelle profondità della terra (ho semplificato, è lungo due pagine). Ed è, appunto, il contrario di ciò che avviene, il contrario di ciò che compie l’uomo.

Potrei continuare a citarti passaggi umoristici e crudi allo stesso tempo, perché tutto il libro ne è pieno.
Non ti resta che leggerlo, è davvero spettacolare.

“La casa dei sette ponti” di Mauro Corona

Ho trovato questo racconto, travestito da romanzo, al mercatino e, fortunatamente, l’ho pagato solo un paio di euro. Sì perché, lasciando da parte per un momento il discorso qualitativo, acquistarlo al prezzo di copertina (7,50 euro) sarebbe stata una rapina a mano armata con violenza gratuita e omicidio di infante durante il crimine.

Ti spiego perché. Facciamo i conti della serva, è uno sbattimento ma ci vuole, per non essere presi per il culo.
Il volumetto consta di 61 pagine, a cui però vanno tolte le 10 di introduzione e qualche pagina bianca di intermezzo tra i capitoli. Insomma, diciamo 45 pagine totali, perché stiamo larghi. È scritto con caratteri enormi, poche righe per pagina, ecc. Te la faccio breve: una cartella di un libro generalmente contiene circa 1800/2200 battute, questo “prodotto editoriale” ne ha circa 920 per pagina… Ora: 920x45pg=41400 battute. In pratica 20/21 pagine con un’impaginazione normale.
A 7,50 euro.
In proporzione è come se pagassi un libro di 300 pagine 110 euro.

Mi ricorda tanto la presa in giro de La scatola dei bottoni di Gwendy di Stephen King, di cui ti ho parlato qualche tempo fa. Un ottimo affare per tutti, tranne che per il lettore.
E sì, ok, la letteratura è arte e non stiamo vendendo le mele al mercato, ma a tutto c’è un limite…

Venendo alla storia è carina, nulla di particolare. La riscoperta dei veri valori da parte di un industriale, una sorta di favola moderna. Non posso dirti altro se no ti dico tutto.
Se vuoi leggere Mauro Corona dirigiti senza indugi sui due bellissimi romanzi Il canto delle manére e L’ombra del bastone, che così non sbagli.

“Rumo e i prodigi nell’oscurità” di Walter Moers (serie Zamonia)

Con enorme sollievo del mio portafoglio, Salani è uscita a ottobre con la versione tascabile ed economica del terzo libro della serie di Zamonia: Rumo e i prodigi dell’oscurità (in questa edizione il nell’ del titolo è diventato dell’, ma son dettagli). Già, perché Rumo, dai più ritenuto il miglior episodio di questa saga fantasy, era diventato introvabile e i prezzi erano quindi arrivati alle stelle…

Ti racconto un po’ di cosa parla.
Rumo è un croccamauro, cioè un cane parlante, eretto, con delle corna e abilissimo per natura in qualsiasi tipo di combattimento, oltre che fisicamente molto resistente. Non sto a raccontarti i dettagli per non toglierti il piacere della sorpresa, ti dirò che conosciamo Rumo in una prima avventura dove deve liberarsi dalla schiavitù dai giganti ciclopi (forse la parte meno entusiasmante del libro); dopodichè raggiunge Croccamauria, la città dei croccamauri, dove si compie la sua formazione (scolastica e umana, se così si può dire), si innamora e definisce la sua personalità. Qui finisce la prima parte del libro, quella dedicata al mondo di sopra. Infatti la seconda parte è ambientata nel mondo di sotto, una sorta di ade dove Rumo dovrà mettersi alla prova per liberare tutti i croccamauri rapiti dalla città di Croccamauria e ovviamente la sua bella, Rala. Mi fermo.

Come puoi notare la struttura è quella epica classica, l’eroe si forma, scopre l’amore, poi gli viene tolta la patria e la serenità, e lui deve dimostrare di essere, appunto, un vero eroe e risolvere il problema, con tanto di discesa nel sottosuolo e ripresa di tutto ciò che gli appartiene. Rumo è esattamente questo, in chiave comico/fantasy, ed è anche una storia d’amore, non dimenticarlo.
Poi ovvio, ci sono tutte le razze inventate da Walter Moers: i sanguisciutti, gli squalombrichi, gli yeti, i tenebroni, le facce di bronzo, ecc. a creare quel sistema di alleanze e contrasti alla Il signore degli anelli.

A differenza de Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu, Rumo è molto più avventuroso e meno ricercato nei giochi linguistici, l’azione prevale quindi sulla parola, sull’intelletto. Questo è un bene e un male allo stesso tempo, nel senso che a me sono piaciuti entrambi, ma in modo diverso.
Orso Blu forse si colloca a metà tra Rumo e Ensel e Krete (dove invece c’era solo logica e pochissima azione). È ancora la soluzione che prediligo, ma è anche il primo amore…

Una particolarità che ho notato, rispetto ai romanzi precedenti, è la presenza di qualche “parolaccia” o comunque qualche concessione volgare in più, se così si può dire. Mi pare di ricordare: merda, stronzo, pisciata… cose di poco conto, naturalmente. Forse Rumo è puntato verso un pubblico di età leggermente maggiore e cerca di porsi in un linguaggio tipico preadolescenziale, non so.

Nel complesso è ovviamente un libro splendido [definizione di splendido: in grado di trasportarti da un’altra parte], ed è solo il terzo della serie di Zamonia, che per ora conta sette volumi. I primi tre possono comunque essere letti in maniera indipendente l’uno dall’altro, i sucessivi non so.
Quello che so, invece, è che di certo prenderò il prima possibile La città dei libri sognanti, il quarto volume della saga.

La vita, l'universo e tutto quanto.