“Mr. Mercedes” di Stephen King

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Sono circa 500 pagine scarse, l’ho comprato una settimana fa e l’ho finito ieri. Personalmente ho letto tutto di Stephen King, da grande appassionato non mi perdo mai nulla. Adesso bisogna subito dire per forza, per non essere “out”, che non è possibile che nelle librerie si trovi solo King nel reparto horror (salvo le cagate vampiro-amorose che frullano i cervelli dei decerebrati). Ok, l’ho detto, così tu che leggi sei tranquillo e possiamo procedere oltre.
Anzi no, facciamo una seconda premessa. Perchè sono anni che io di King sento dire sia il re dell’horror, del macabro, ecc.ecc. Se togliamo qualche romanzo più “splatter”, tuttavia, l’horror è solo di sfondo. Si perchè spesso più che di mostri e compagnia lo scrittore si occupa dell’orrore che è dentro gli uomini, che è poi la cosa davvero spaventosa. Credo che questa generalizzazione gli abbia fatto perdere una parte di pubblico, quella di “no ma a me gli horror non piacciono”. Che poi fanculo, diciamocelo, bisognerebbe leggere di tutto e quella fetta di pseudolettori fa meglio a lobotomizzarsi davanti ai reality in TV.

[Se proprio vogliamo essere pignoli e tirare fuori l’esempio: anche Joyland era una sorta di poliziesco come Mr. Mercedes. Ok c’era uno spettro che aleggiava nell’aria, ma di qui a passare da giallo a horror ce ne vuole].

E ora veniamo al libro, anche se ne ho già parlato in realtà ma tu, stolto, non te ne sei accorto. Già perchè hai bisogno di vedere il Male impersonificato nel pazzo di turno che guida il camioncino dei gelati. Eccolo.

mr. mercedes

Dov’è il vero orrore? Perchè Pennywise lo sai che non esiste.. e quindi ti spaventa finchè sei bambino. L’orrore vero è il vicino di casa metodico che nasconde temibili segreti ma che risulta a te insospettabile (volendo vedere anche il vicino metodico che non nasconde segreti non scherza in quanto a orrore eh). Ecco, questo è in poche parole ciò che King descrive in Mr. Mercedes. La lotta tra un detective in pensione e un assassino all’apparenza insospettabile (gelataio, informatico, cocco di mamma incestuoso). Un bel poliziesco-giallo insomma, che si lascia leggere velocemente. Non è una fuoriserie ma è comunque una storia ben raccontata. E con la frase precedente vorrei far presente che lo sappiamo tutti che non siamo di fronte a It o a L’ombra dello scorpione.

L’unica pecca che devo rilevare, e che ti faccio presente, è che non sono riuscito molto a farmi coinvolgere emotivamente. La storia è buona, incuriosisce e ti fa girare le pagine volentieri, ma non ho provato grande odio per Brady (il pazzo) ne molta empatia per Hodges (il poliziotto). Insomma avrei voluto desiderare di spaccare la testa all’assassino, ma purtroppo niente bava rabbiosa alla bocca. Ed è per questo che, per stare tra gli ultimi romanzi di King, ho preferito ancora il sopra citato Joyland.

Se cerchi pura narrazione, non resterai insoddisfatto.

“The Equalizer” di Antoine Fuqua

La visione o fruizione della violenza, tramite film o videogames, a mio parere non istiga ma consente di scaricare la brutalità che è insita nell’uomo in quanto animale. Questo lo devo preannunciare per evitare il consueto dibattito sulla violenza gratuita. Già perchè questo è palesemente un film a tema unico. Abbiamo il solito protagonista ultrafico ex agente CIA che, con una valida scusante, può uccidere i cattivi giustificatamente. Punto e fine della trama.

Hai visto A history of violence? Ecco. Un film divertente in cui da quando metti il culo sulla poltrona sai già come andrà tutto per filo e per segno. Idem. L’amico che sai che finirà tra le mani dei nemici, le sfide lanciate, la filosofia spicciola che dovrebbe insegnarti a vivere, ecc. ecc. Ritmo serrato e colpi chirurgici come ci hanno insegnato debba agire il Rambo dei tempi moderni.

Beccati il trailer:

Abbiamo un Denzel Washington in gran forma che si staglia in uno sfondo di fuoco senza guardare ciò che ha appena fatto esplodere (tipo.. un paio di isolati?) e che conta i secondi impiegati a mettere K.O. mezzo mondo. Filone Liam Neeson per capirci. Divertente, piacevole, rilassante e senza pretese. Non mi aspettavo di più e tanto ho visto. C’è addirittura una sequenza di morti con musica a sottofondo ritmata, roba che potevano metterci gli AC/DC e sarebbe andata bene.

Se piace il genere si può vedere con godimento. E’ quello che io definisco come “un film ignorante”, nel senso goliardico e positivo del termine. Peraltro anche lunghetto ma devo dire che passa tutto senza annoiare, nonostante la scontatezza della trama.

Unico neo: bada di non metterti a fianco di due stronzi che hanno comprato il combo dei popcorn, potresti scoprire che non è il film a farti prudere le mani. Fanculo a chi mangia al cinema.

“Black mirror” – I/II stagione – Serie TV

Si, si, ok, non è un film, non è cinema, ecc. Ed è infatti un’eccezione. Non ho intenzione di recensire serie TV, le guardo poco, le apprezzo poco. Tuttavia Black Mirror, in un certo senso, è più vicina a una raccolta di film che ad una serie TV.
Per ora sono presenti due stagioni composte da tre episodi ciascuna. Ogni episodio è un mediometraggio, senza collegamenti con gli altri episodi, nemmeno nel cast. In pratica puoi guardare uno qualsiasi degli episodi a caso, in tutto si parla di circa 5 ore.
Spero che questa breve intro ti basti perchè come sempre non starò a fare riassunti, per quello c’è wikipedia.

Il tema dell’alienazione sociale, causata dalle nuove tecnologie, permea tutta la serie. Pur spingendosi a volte in opzioni futuribili, ma lontane dal presente, quello che caratterizza gli episodi sono le reazioni emotive dei protagonisti, sempre molto vicine a quelle che potrebbero essere le reazioni dell’uomo contemporaneo. Per fartela semplice se non sei sveglio: quale sarebbe la tua reazione davanti ad un androide? Ecco, la stessa dei protagonisti della serie.

Venendo a noi, oggi abbiamo le nuove tecnologie e i nuovi social. Facebook, twitter, condivisioni, cambiamenti istantanei di pensiero, decerebrazioni, ecc. Abbiamo chi li ama, chi li odia, chi odia chi li ama, chi ama chi li odia, chi li odia per moda, chi odia chi li odia per moda.. insomma un gran casino che fa facilmente intuire che la serie affronta un tema attuale, e lo fa abbastanza bene, e che ciò che denuncia è già in atto. Il totale rincoglionimento planetario.

Che dire è una buona serie, da vedere.  Non sarà cinema ovvio, ma è ben girata e coinvolgente. Inoltre dovrebbe far bene ai lobotimazzati, anche se non verrà capita. Ops, temo di essermi sbilanciato, forse hai capito come la penso?

“Il fuoco della vendetta” di Scott Cooper

Premessa: non ho visto “Crazy heart” ma mi ripropongo di farlo al più presto. Questo perchè quando si nomina Scott Cooper ho già capito che bisogna dire subito “no bè ma hai visto..”. Ecco, lo vedrò.

Detto questo il film si apre con “Release” dei Pearl Jam, roba che al 3° minuto sei addolorato e felice. Quei film che capisci subito di essere al posto giusto nel momento giusto. E poi Christian Bale, Casey Affleck, Woody Harrelson, Willem Dafoe.. BAM! BAM! BAM! Se si tralascia Forest Whitaker, che ho trovato un pochino sottotono, direi che già ai titoli di testa sei contento di aver qualche euro in meno in tasca.

La trama non te la scrivo, ascolta la canzone e viviti un po’ di atmosfera nelle immagini, che rende meglio di due righe di riassunto. Anche perchè la storia è semplice, è come viene raccontata. E bravi tutti, che non è una frase fatta.

Prima che tu faccia una cazzata e ti prepari a sgranocchiare pop corn davanti a quello che pensi essere una “VinDieselata”: la trama su wikipedia sembra il riassunto di Rambo II, con la natura del film ha poco da spartire. Inoltre la traduzione del titolo è la solita cappellata all’italiana. Il titolo originale “Out of the furnace” (Il fuoco della vendetta???) mi permetto di pensare che possa significare “fuori dalla fonderia”, inteso come la vita sociale e l’insieme dei valori che circondano i protagonisti, abitanti di un paese di periferia che basa la sua economia sulla fonderia.

C’è la gente che si è arresa al destino di vivere lì. Ci sono i problemi che si tengono così come sono perchè non ci si può fare niente. Il lavoro duro ogni giorno per sbarcare il lunario (e per lavoro duro non si intende quello che noi scriviamo su Facebook). Scelte che si prendono da sole e le si accetta così come sono. E’ il tipico paese dove puoi bere una birra con tuo padre a fine serata su un portico malridotto, in silenzio, perchè quel silenzio è la miglior cosa che ti può accadere nella giornata. Solo che qui anche il padre è malato e probabilmente mancano i soldi per la cura di cui avrebbe realmente bisogno. E quando tutto questo lo capisci al 3° minuto – allora, cazzo – significa che la storia te la sanno raccontare bene.

“I’ll ride the wave where it takes me. I’ll hold the pain…Release me…”

“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway

La recensione la scrivo a modo mio, quindi se sei capitato qui per caso è meglio tu vada a leggere una recensione classica, di quelle inquadrate.

“Nessuno esce vivo dalla vita”. Così diceva Paul “Hud il selvaggio” Newman. Santiago, il vecchio protagonista, dalla vita è stato schiacciato come una lepre sulla A4. Che gran romanzo, entra arrogantemente nella mia top ten.

Digressione: la prima cosa che ho pensato a lettura terminata è stata “come fanno a proporre questo romanzo alla scuola dell’obbligo”. Mi ricordo quando anni indietro (lasciamo il mistero su quanti) era tra le letture consigliate per la formazione. Un cazzo di testamento umano, una riflessione in toto sulla vita una volta che questa sta giungendo al termine. A un ragazzino. Come la scuola italiana sa fare odiare la letteratura nessuno mai. E dopo i bambini non crescono con la passione per la lettura..

In poche righe (si, c’è il finale, quindi non leggere se desideri la suspense): il vecchio e deriso pescatore Santiago, preso da indicibile sfiga, non pesca nulla da settimane. Il suo giovane aiutante Manolin è costretto ad abbandonarlo causa superstizione dei genitori. Il vecchio esce in mare solo e resta attaccato a un enorme marlin per tre giorni. Avuta la meglio sul pesce, il vecchio, nel tornare, viene più volte accerchiato dai pescecani che si pappano tutto lasciando solo la carcassa del pescione. Rientro con pive nel sacco. Fine.

La trama è semplice, ma quello che ci sta dietro no. Hemingway ti tiene legato a un pesce per 100 pagine e neanche te ne accorgi. Quella che si sta combattendo è una battaglia con la vita, l’ultima battaglia. E sebbene potrebbe a prima vista sembrare totalmente persa, così come il pesce, è invece stata in una certa parte vinta, come sostiene infine Manolin. Hai perso con i pescecani, ma non con il pesce. La vittoria è negli occhi stupiti di quei pescatori denigranti che ammirano quel che resta del pesce spada più grande che abbiano mai visto.

Questo te lo dico io vecchio: sei ancora un uomo Santiago perchè hai raggiunto il tuo obiettivo, hai vinto tutto. Il pesce; l’invidia che hai suscitato insieme all’ammirazione di chi ti sbeffeggiava; l’adulazione di un giovane dal cuore puro che ti seguirà ereditando il tuo sapere. Si, hai perso con i pescecani, ma quelli rappresentano la vita incontrollabile e “nessuno esce vivo dalla vita”.

La vita, l'universo e tutto quanto.

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