“La fine dell’Eternità” di Isaac Asimov

Qualche anno fa ho letto il ciclo dei Robot di Asimov, composto dai quattro romanzi Abissi d’acciaio, Il sole nudo, I robot dell’alba e I robot e l’Impero riproponendomi più volte poi di riprendere in mano un autore che, erroneamente e stupidamente, avevo giudicato noioso senza nemmeno conoscerlo.

Asimov, invece, è semplicemente un genio. Questo La fine dell’Eternità, ritenuto da molti il suo romanzo migliore, ne è l’ennesima prova. Scritto nel 1955 non fa parte di nessun ciclo, anche se verrà poi citato nelle varie Fondazioni (che non ho ancora letto), e tratta il tema dei viaggi nel tempo con i relativi paradossi e tutto ciò che di cervellotico ne segue. L’Eternità non è altro che la possibilità di controllare gli eventi temporali, tornando indietro o andando avanti nel tempo, per far sì che l’Umanità possa evolvere nel migliore dei modi (almeno secondo il pensiero degli “Eterni”) senza mai correre nessun rischio o pericolo. Da qui segue una critica alla mancanza di libero arbitrio e all’immobilità culturale e scientifica che deriverebbe dalla eccessiva sicurezza e dall’annullamento dell’imprevedibile.
E’ una visione ottimistica dell’Uomo quella che ha Asimov, ben diversa dalla mia, ma sicuramente interessante. Basti pensare che nella storia ipotizza il passaggio dell’era atomica dal 30° secolo al 1930 come un’evoluzione dell’Umanità necessaria al raggiungimento futuro delle stelle. Auguri.

Probabilmente non è un romanzo per tutti, diciamo che a confronto la trilogia filmica di Zemeckis potrebbe essere una passeggiata di salute. Ora mi aspetta la Trilogia dell’Impero, dopodichè procederò con la Fondazione. Con calma. Ti tengo aggiornato.

“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino

Stiamo parlando di Tarantino, quindi un film difficilmente è “brutto”. Non è un regista paragonabile ad altri (“..non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport..”), non tratta gli argomenti allo stesso modo e i dialoghi sono sempre ad un livello superiore. Il raffronto può quindi solamente ripiegarsi su se stesso, ossia: come si pone questo The Hateful Eight rispetto agli altri film di Tarantino? Per rispondere meglio a questa domanda ti ho preparato la mia personale classifica (che non include gli episodi di Four Rooms e Sin City):

1° – Pulp Fiction
2° – Django Unchained
3° – Bastardi senza gloria
4° – Le iene
6° – Kill Bill vol. 2
5° – Kill Bill vol. 1
6° – Grindhouse – A prova di morte
7° – The Hateful Eight
8° – Jackie Brown

Non è finito in ultima posizione unicamente perchè di Jackie Brown ricordo solo che non mi era piaciuto per niente, quindi ho dato a The Hateful Eight il beneficio del dubbio lasciandolo al penultimo posto.

Credo che il Quentin questa volta abbia peccato di autocompiacimento, relegando la storia ad un’importanza secondaria (aggiungerei: inconsistente, inesistente) rispetto alla nota abilità nei dialoghi e alla descrizione dei piccoli gesti che lo caratterizzano positivamente.
Inoltre a me i film lunghi piacciono, sono un amante delle tre ore, ma qui proprio non ci siamo, si poteva tagliare il minutaggio tranquillamente a metà, tanto non succede un cazzo.

Il paragone diretto con l’unico suo altro simil-western, ossia Django, è improponibile, siamo su due livelli totalmente diversi.
E poi lì c’era Christoph Waltz.

“Fuga dal campo 14” di Blaine Harden

Ovvero: dell’Olocausto in realtà non ce ne frega un cazzo. Ma veniamo prima al libro, poi procederò con calma insultando la razza umana.

La storia è nota. Shin Dong-hyuk è uno tra i pochissimi prigionieri che sono riusciti a fuggire da un campo di concentramento della Corea del Nord e, probabilmente, l’unico tra gli evasi a esserci anche nato dentro. Il libro, scritto dal giornalista Blaine Harden, racconta gli anni di prigionia e la fuga di Shin.
Sembra che, al momento, nei campi di concentramento/sterminio/lager della Corea del Nord ci siano all’incirca 200.000 prigionieri, con una prospettiva di vita media di 45 anni. Questi campi si estendono per decine di chilometri e sono visibili con Google Earth. Nei campi l’essere umano non ha alcun diritto: è giustiziabile, stuprabile o torturabile in qualsiasi istante. Ti ricorda forse qualcosa di già visto?
Non basta. I lager della Corea del Nord sono presenti dagli anni 50. Facciamo due conti per vedere se hanno fatto più morti di quelli tedeschi o 60 anni di sterminio sono sufficienti per dare un’idea generale? (Non certo perché sia una gara, ma per capire la portata della cosa.)
Si parla di persone che mangiano topi, serpenti e alimenti non digeriti (recuperati all’interno delle feci), per poter sopravvivere. Che poi, se ti beccano a rubare un topo o un chicco di riso, ovviamente, ti fucilano.
È in questa atmosfera che nasce e cresce Shin, con una mentalità puntata a spiare e tradire i compagni di prigionia (madre compresa), senza nessuna conoscenza di quelli che sono i normali rapporti umani. La madre, per Shin, è una rivale per la spartizione del cibo, nulla di più, come per lei Shin rappresenta solo un peso da nutrire. Il tutto nella convinzione che siano le guardie ad avere sempre ragione, unica voce dall’alto e simbolo di un’autorità divina, mai conosciuta, alla quale obbedire ciecamente.
Il contorno sono abusi sessuali, bambini uccisi a randellate da maestri che insegnano la superiorità del dittatore Kim Jong-un, torture, mestruazioni che imbrattano tuniche mai sostituite, schiavismo, ecc.
Dimenticavo, Shin è nato imprigionato e nel campo dovrebbe morirci in quanto colpevole dei reati commessi dai suoi avi. I reati sono, principalmente, quelli di opposizione politica al regime.

La cosa più difficile da capire, ma che il libro passa bene, è il concetto di “assenza della normalità”. Se una persona nasce in uno di questi campi, senza aver mai visto l’esterno, non conosce nemmeno cosa sia l’esistenza dell’esterno. Stiamo parlando del fatto che non si sappia che la Terra sia rotonda, credo che ciò possa rappresentare una buona sintesi. Non esiste il rapporto umano, se non legato allo spionaggio o al tradimento, quindi nessuna amicizia o amore, neanche familiare. Paradossalmente, chi nasce come Shin all’interno del campo, è più forte e meno portato al suicidio (così dice lui stesso) di chi nasce fuori, perchè non ha alcun confronto con un altro tipo di vita. Nasce e muore schiavo.

Spesso ci si chiede come il mondo sia rimasto a guardare durante lo sterminio effettuato dai nazisti. Io non credo sia molto diverso da quanto succeda con la Corea del Nord. La verità è che non ce ne frega un cazzo, appunto. Probabilmente anche allora non ce ne fregava, finchè la cosa non è diventata economicamente rilevante. In Corea del Nord non c’è petrolio, c’è un dittatore pazzo con l’atomica, è meglio lasciare stare. Mica siamo al Bataclan, la Corea del Nord è lontana e i coreani sembrano tutti uguali, specie nelle loro sudice tuniche.
Io già la immagino la fine di questo regime (perchè finirà, come tutti, e ne riapparirà un altro altrove), quando si entrerà in quei confini vietati e si “scopriranno” le fosse, i milioni di morti, i crimini contro l’umanità. Allora sì che ci si darà dentro con la bandiera della Corea su Facebook, “siamo tutti Shin”, e puttanate varie. Un paio di settimane di shock mondiale e finita lì: “nessuno poteva immaginare”. E via di giornate della memoria, fiori e discorsi. E poi, diaciamocelo, è molto meno faticoso esibire la propria indignazione su qualcosa di ormai immutabile.

C’è anche chi sostiene che il libro sia in parte romanzato. Il che può anche essere, in alcuni punti, ma credo sia inutile stare a discutere sui dettagli, quando i campi si vedono con il satellite, o no? Certo, in TV viene mostrata solo Pyongyang, dove vive l’elite della nazione, ossia una piccola percentuale di benestanti (legati al governo) che lascia alla fame tutto il popolo. Questo non aiuta perchè, se non si vede in TV, allora, non esiste…

Alla fine, volendo allargare lo sguardo, quello che succede all’interno dei lager accade anche nel mondo, fuori. Così come i prigionieri, dentro al campo, tradiscono e pensano solo a se stessi per sopravvivere, nessuno, fuori, è disposto a rinunciare a qualcosa per migliorare o salvare la vita a un altro essere vivente, nell’individualismo più totale. L’Uomo pensa alla sopravvivenza unicamente come individuo, non come specie. Questo ci rende inferiori a tutti gli altri animali presenti sul pianeta. Ci ammazziamo ancora per gli dei, nel terzo millennio, come i primitivi che non sapevano giustificare l’origine dei fulmini.
Spesso si fantastica sul fatto che saremmo destinati a grandi cose, perché abbiamo dalla nostra l’intelletto e una ricca storia. Si elogia la razionalità, la scintilla che ci renderebbe speciali e ci dovrebbe portare verso un futuro migliore. Io credo, invece, che siamo semplicemente una di quelle forme di vita difettose, come un pesce senza branchie, destinati all’estinzione perchè inadatti. Senza che questo sia una colpa, nell’infinito dello spazio e del tempo, siamo uno sputo che non conta nulla, sbagliati nel DNA senza possibilità di rettifica. Leggere storie come questa me lo conferma. Non vale neanche la pena di lottare, il nostro tempo finirà comunque.

“Spectre – 007” di Sam Mendes

Premesse riguardo la mia fruizione del film.
Per essere corretto devo ammettere che questo 007 sono andato a vederlo stanco ed in seconda serata. Devo anche aggiungere che seduti di fronte a me c’erano tre cazzo di transessuali brasiliani che hanno continuato a far casino durante tutto il film, e quando non facevano casino ti abbagliavano con i loro smartphone da 50″ su cui consultavano costantemente Facebook, Whatsapp, ecc. ogni 5 minuti. Io non so perchè non siano rimasti a dar via il culo sulla statale invece di venire in sala a buttare nel cesso, in sole due ore, anni di battaglie per gli uguali diritti dei diversamente sessuati.

Venendo al film questo ennesimo James Bond a mio parere si divide in tre tempi:
– L’inizio: adrenalico, veloce, coinvolgente. Guardandolo pensavo: “oh cazzo, bene, i presupposti sono buoni stasera ci si diverte”.
– La seconda parte: narcolessia dirompente protratta in una piattezza interminabile con probabili visioni oniriche dovute alla mescolanza tra il sonno e la veglia. Palpebre di piombo.
– La terza parte: inizia praticamente dal combattimento nel treno, dove finalmente una scarica di azione mi ha risvegliato dal mio torpore e fortunatamente é proseguita a tratti più o meno alterni fino alla fine. Non al livello della parte iniziale comunque.

Daniel Craig mi piace come 007, e il nemico interpretato dal grandissimo Waltz ci sta tutto, solo che per farla breve questo Spectre non mi ha entusiasmato un granchè. Lo so che mi tirerò addosso le ire dei Bondiani (o come cazzo si chiamano ma tra Trekkers, Potterhead, Starwoids, Ringers, ecc. non ci capisco più una mazza) ma dopo un po’ inevitabilmente, con le serie di film, si raggiunge la frutta, che può anche essere molto buona, ma se mangi sempre la mela, e non ti si presenta inaspettatamente blu da un momento all’altro, finisce per stancarti.

In poche parole ho come l’impressione che un film come questo, se il protagonista non si chiamasse James Bond, non se lo cagherebbe nessuno. E’ il brand che tira, l’abitudine all’aspettattiva. Sai che tromba, che ha un auto potente, che ha una posizione plastica da tiratore, che c’è la sigla iniziale con la musica, che il 7 è una pistola, ecc.. La maggior parte delle persone cerca conferme nella vita, in 007 le trova. Puoi guardare il film e spuntare le caselline delle caratteristiche che devono esserci per farti dire: “ok, è Bond, James Bond”.
Ma l’originalità, la novità, la capacità di stupire e di farti vedere il cinema con gli occhi del bambino che entra in sala per la prima volta, ecco, quella è da un’altra parte.

P.S. Durante la parte soporifera del film, mentre ero in fase rem, credo di aver intravisto un funerale. Penso fosse una sorta di installazione artistica come metafora della morte del cinema italiano, perchè mi è parso che l’attrice principale della sequenza fosse italiana e che facesse proprio cagare quanto a recitazione, immagino volutamente.

“Black Mass – L’ultimo gangster” di Scott Cooper

La domanda adesso è questa: quanti giorni passerò a documentarmi sulla mafia americana? Se Everest mi ha fatto praticamente diventare uno sherpa virtuale, cosa farà sulla mia psiche Black Mass? Quando guardo film ispirati a storie vere poi finisco per passare giorni e giorni ad informarmi sui fatti reali, è ormai una malattia. Che poi Wikipedia in questi casi diventa un labirinto di clicca e riclicca ramificato ad albero, dove ogni nome ti conduce ad altre storie, e so benissimo che alla fine saprò anche chi pagava il pizzo a chi per proteggere il brevetto inciso su pietra dell’invenzione della ruota.

Veniamo al film và, che è meglio.

Terza opera di Scott Cooper dopo Crazy Heart e Il fuoco della vendetta, ai quali è imparagonabile proprio perchè si tratta di una storia vera, inoltre distribuita sull’arco di diversi anni, e quindi forzatamente meno intimista. Mi è piaciuto, ma non ho ancora capito quanto. Non è una gangster story classica, come Quei bravi ragazzi o American Gangster, con una estrema esaltazione del villain di turno (che te lo fa sembrare fico e uscito dalla sala vorresti delinquere e creare un tuo impero), ma non è nemmeno un film con una particolare aderenza al reale. Insomma è difficilmente collocabile e, in questo genere, non è forse un pregio. Non ti alzi dalla poltrona né gasato né particolarmente informato sui fatti reali.

L’orginale James “Whitey” Bulger è stato, nel 2007, il secondo criminale più ricercato dall’FBI dopo Osama Bin Laden. Se dovessimo considerare quindi che Bin Laden è solo una figura da mostrare al pubblico e che non è il vero mandante dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle, Bulger diventa automaticamente il primo criminale reale più pericoloso al mondo in questa classifica. Purtroppo io questo fatto dal film non l’avevo capito, allora era davvero il caso di esaltarlo un po’ di più, pare che le cose nella vita le abbia fatte con un certo impegno!

james whitey bulger

Qui sopra la foto del vero “Whitey”, nella versione più simile che ho trovato a quella interpretata da Johnny Depp. Adesso andrò controtendenza dicendoti che a me Depp non mi esalta, non è che non mi piaccia, ma non mi fa né caldo né freddo. Lo trovo poco espressivo se non in ruoli che richiedano una esaltazione estrema dei personaggi (vedasi Jack Sparrow), i quali penso tuttavia siano anche una prova abbastanza semplice per un attore, rispetto alla interpretazione delle sfumature più sottili.

La scarsa raffinatezza di Depp unita ad un tipo di cinema, quello di Cooper, che generalmente basa la sua forza proprio sulle sottigliezze della vita quotidiana (qui assenti), non mi porta quindi ad apprezzare Black Mass come invece è avvenuto per i due SUPERLATIVI precedenti lavori del regista.

Bello, nulla di più.

“The Martian – Sopravvissuto” – di Ridley Scott

Bisogna partire dal presupposto che su Marte è già stato girato qualsiasi film possibile, e che non bisognerebbe girarne altri, salvo non sia presente un qualche tipo di idea rivoluzionaria. Ecco, questa idea in The Martian io non l’ho trovata.

Sicuramente è un bel film: intrattiene, coinvolge, diverte, ma tutto qui. Che Scott fosse in grado di girare un film coinvolgente non c’era dubbio, essendo oltretutto un maestro della fantascienza, tuttavia io mi aspettavo di più. Non ho visto tutta la filmografia di Scott, ma siamo a un buon 75%, e credo che The Martian si classifichi tra gli ultimi suoi film in ordine di preferenza, nonostante il mio amore per la fantascienza.
Forse avrebbe potuto puntare tutto, se non sull’originalità, sull’interpretazione, ma scegliendo Matt Damon come protagonista anche questa opzione è stata eliminata. Chiariamoci, i film di Damon sono sempre divertenti, ma siamo ben lontani dalla performance di McConaughey in Interstellar.

Mi è piaciuto? Si. Probabilmente anche grazie alle indubbiamente fantastiche ambientazioni. Lo riguarderò? No. Con i classici come Alien e Blade Runner non è neanche il caso di fare un paragone, ma Prometheus l’ho già rivisto tre volte…

“Inside Out” di Pete Docter

Questa non sarà una recensione felice, perchè il film non lo è, anche se qualcuno non se ne è accorto. Per fortuna i primi a non essersene accorti sono i bambini, se no si sarebbero suicidati tutti in gruppo dopo aver ucciso gli adulti accanto a loro portando la razza umana all’estinzione. Quindi ripensandoci: per sfortuna non se ne sono accorti i bambini.
Per capirci, nella sala di paese in cui ho visto Inside Out, erano presenti circa 120 bambini (un girone infernale) su 200 posti occupati (ultimo giorno di programmazione e tutto esaurito).

Non stiamo qui a discutere se questo film d’animazione sia bello o meno, il film è bello, e lo dice uno che di animazione guarda solo le opere di Miyazaki, non è questo il punto. Il punto è che se pensavi di aver visto la scena più triste di un film “per bambini” in Up (quando i dottori comunicano l’infertilità alla coppia), ecco, ti sbagliavi.

DA QUI SPOILERO.

Inside Out, come titolo del film, va benissimo a livello di marketing per il pubblico mainstream, per i bambini e per chi non ha una gran profondità d’animo. Ma io questo cazzo di film l’avrei chiamato La morte di Bing Bong. Ed è tutto qui.

“Portala sulla luna per me” sussurra l’amico immaginario Bing Bong mentre muore cancellato dal tempo tra i ricordi sacrificabili della ex-bambina Riley. Ma porca puttana.
Io non so quanti hanno capito, forse nemmeno chi ha creato questo momento l’ha realmente compreso fino in fondo. Questa è una delle scene più tristi nella storia del cinema.
E che mi vengano pure a dire quel cazzo che vogliono sui processi di crescita, i momenti di transizione ed i passaggi all’età adulta: sono tutte stronzate.

Esemplificherò il concetto, riducendo la poesia e rendendolo più tangibile e meno astratto.
Sulla Luna, come adulto, potrai andarci da astronauta, ma ti comunico una verità indigeribile: sarà sempre un triste ripiego. Ci andrai dopo studi, sofferenze, rinunce. Ci andrai quando la felicità dell’impresa non sarà solo una sfera di gialla Gioia, ma avrà le sfumature blu della Tristezza (di sapere che non ci troverai gli unicorni arcobaleno?), quelle viola della Paura (di non rivedere i tuoi figli o comunque dover rinunciare a dei loro momenti), rosse della Rabbia (sapere che devi andarci con investimenti limitati, si investe di più sulla guerra) e verdi del Disgusto (ci sarebbe troppo: la razza umana).
Il cazzo di carretto con i propulsori melodici te lo scordi, caro mio. E’ morto insieme a Bing Bong e ai sogni veri, quelli giallo puro. Il carretto può esploderti sotto il culo poco dopo che hai lasciato la Terra. E lo sai.

E’ nato il Tempo, la Nostalgia, il Ripiego, l’Accettazione. E si, sono cose che fanno parte della vita, ma se non ci fossero si starebbe meglio. Che non mi vengano quindi a dire che è un processo di crescita come un fattore positivo, perchè è l’ennesimo voler forzatamente accettare una specie, quella Umana, come creatura complessa e dalle “mille sfaccettature”. Sveglia cazzo. L’essere umano si sta autodistruggendo, non c’è niente di positivo. E’ una creatura fallimentare. Bing Bong viene ucciso da sempre, farlo fuori è il difetto insito nella nostra specie. Lo sverginamento all’omicidio.
Era meglio essere bambini, l’essere adulti è un peggioramento della vita. Punto.
Smetto di scrivere perchè diventa inutile andare avanti, c’è chi lo sa e chi no, e sarà sempre così.

Già lo vedo il seguito: Inside Out 2 – L’isola degli stupefacenti, che mi aspettavo di vedere crescere da un momento all’altro quando la ragazzina scappa di casa, insieme a quella della prostituzione giovanile.

Voto realismo del film: 10
Animazione ‘sto cazzo.

La vita, l'universo e tutto quanto.

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