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“Ero un bullo – La vera storia di Daniel Zaccaro” di Andrea Franzoso

Ero un bullo, di Andrea Franzoso, racconta la storia di Daniel Zaccaro, giovane delinquente di Quarto Oggiaro dalla vita difficile che, dopo diversi “scavalli” (furti di motorini, piccoli borseggi) e rapine in banca, viene arrestato e si redime, riprendendo a studiare e laureandosi. Alla base di tutto, un padre assente e le amicizie sbagliate.

Un romanzo di formazione dedicato ai più giovani, specie quelli che rientrano nella “tipologia Zaccaro” e che, verosimilmente, non lo leggeranno. Franzoso scrive in modo molto scorrevole, ho terminato il romanzo in una sera. La vicenda dovrebbe essere nota per chi segue la cronaca, io non conoscevo Zaccaro perché non sono molto “sul pezzo” (il protagonista è comunque facilmente identificabile nella tipica fauna della periferia degradata).

Non mi dilungherò troppo, mentre te ne parlo mi rendo conto di non essere la persona più idonea a farlo (e non solo perché sono fuori target d’età). L’idea che un cosiddetto bullo possa redimersi è estranea al mio modo di pensare e alla mia esperienza, tanto che anche il protagonista mi ispira, in realtà, poca fiducia e simpatia. Il suo cambiamento mi sembra frutto dell’ennesima ricerca di approvazione. Daniel mi ricorda, più che altro, una canna al vento che si volge al Bene o al Male a seconda del contesto che lo circonda, senza una volontà propria.

Ho avuto la “fortuna” di non trovarmi mai nella posizione di essere un bullo e nemmeno un bullizzato (“fortuna” è tra virgolette perché se il primo ha una scelta, il secondo no). Fatico a voler per forza cercare una giustificazione nella delinquenza, da quella scolastica al vero e proprio “reato”. Te lo dirò in modo franco: chi ruba la mela per riempire lo stomaco può avere un motivo e una scusante, chi ruba e malmena per “fare serata” di scuse non ne ha. Mai.

“L’ultima missione di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

L’ultima missione di Gwendy, di Stephen King e Richard Chizmar, è il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Gwendy, dopo La scatola dei bottoni di Gwendy, sempre scritto a quattro mani, e La piuma magica di Gwendy, del solo Chizmar. Si chiude, quindi, l’avventura della ormai sessantaquattrenne – e senatrice – Peterson.

2026, Gwendy è passeggera in una missione spaziale. Ha con sé la scatola dei bottoni e la sua, di missione, è esattamente quella di liberarsene. Nessuno spoiler, tranquillo, è tutto messo in chiaro da subito. Il nemico contro il quale combatte Gwendy, però, è un Alzheimer precoce, forse causato dalla scatola stessa. Un nemico che può pregiudicare la missione, dal momento che Gwendy fatica a ricordare anche come si faccia il nodo alle scarpe. Mi fermo.

12, 36, 64. No, non sto dando i numeri, queste sono le età di Gwendy nei tre romanzi della serie. Nel primo – il più brillante per l’idea, ma terribilmente breve – era una ragazzina impaurita; nel secondo, una donna che aveva già raggiunto parecchi obiettivi; nel terzo, un’anziana vedova con il desiderio di dare un senso alla sua strana vita. Questo era per fare il punto.

L’ultima missione di Gwendy è senza dubbio l’episodio più corposo (330 pagine vere) della trilogia, con il maggiore approfondimento psicologico della protagonista. È anche il romanzo più kinghiano dei tre, con Gwendy che combatte costantemente con il proprio handicap (come tanti dei personaggi del Re, costretti a vedersela con il Male che li attacca sia da fuori che da dentro). Il finale è all’altezza della storia, te lo dico perché sappiamo che il rischio è quello dello scivolone. Nessun alieno che gioca con gli umani questa volta (vedi The Dome), non temere.

King ti riporta lì, dove tutto è iniziato. Ho amato i richiami alla Torre. La nostalgia dei Vettori. Gli uomini bassi (can-toi) in soprabito giallo. C’è un pagliaccio a Derry. C’è il Male.

Non ho mai ritenuto King uno scrittore verboso o prolisso, ma so che per alcuni il suo modo di narrare risulta troppo lento. Inutile dire che io lo adoro. Credo, però, che il contributo di Chizmar si veda soprattutto in questo: lo stile è molto più veloce e scorrevole. Leggero, si potrebbe dire. Se non hai mai letto nulla di King, la trilogia di Gwendy potrebbe essere un buon primo gradino. Io, invece, attendo con ansia che esca in Italia Chasing the Boogeyman, dello stesso Chizmar (lo anticipano nell’aletta della copertina, non me lo sto inventando).

E finisce così, tra le stelle, perché ora non riesco a pensare ad altro. La forza della Torre mi ha ripreso, chissà che non decida di ricompiere il viaggio con Roland verso il fine-mondo. Ora o più avanti, qui o altrove.
Ci sono altri mondi oltre a questo.
Hile.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)
L’ultima missione di Gwendy (2022, con Richard Chizmar)

I fumetti (sempre solo quelli dii cui ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)

I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)
Il grande libro di Stephen King di George Beahm (2021)

“La piuma magica di Gwendy” di Richard Chizmar

Gwendy Peterson è tornata o, meglio, non se ne è mai andata. A voler essere pignoli, ad essersene andata era stata la “scatola dei bottoni”, comparsa in La scatola dei bottoni di Gwendy, ed è la scatola ad essere tornata… Gwendy se la ritrova tra le mani a trentasette anni, all’improvviso, così come era accaduto la prima volta. La scatola, come sempre, elargisce dollari Morgan datati 1891, cioccolatini “ricostituenti” e può, ovviamente, causare una catastrofe (ovunque nel mondo) semplicemente schiacciando uno dei suoi pulsanti colorati. Gwendy ora è una donna di successo, attiva in politica e autrice di bestsellers, con molto più controllo sulla propria vita di quanto ne avesse da ragazzina. Tuttavia la scatola non agisce solo in modo evidente e Gwendy lo sa bene. La scatola è una responsabilità. In questa “seconda puntata” Gwendy torna a Castle Rock, dove delle ragazze stanno sparendo misteriosamente, forse per mano di un serial killer. Mi fermo.

La piuma magica di Gwendy è un romanzo davvero molto scorrevole, l’ho letto in due giorni. Temevo che l’assenza di Stephen King si sarebbe fatta sentire, invece Richard Chizmar (del quale non avevo mai letto nulla, se non in accoppiata con il Re) mi ha stupito in modo positivo. È un peccato non poter leggere altro di suo, so che ha scritto anche delle raccolte di racconti, ma mi pare che in Italia non siano state tradotte.

In realtà, in questo romanzo ad essere centrale è Gwendy, più che la storia. La conosci meglio, capisci come ragiona e come è cresciuta. Per più della metà del libro segui le sue giornate e i suoi riti, prima che succeda davvero qualcosa. È difficile tenere viva l’attenzione puntando tutto su un personaggio e lasciando da parte la trama, ma Chizmar ci riesce lo stesso (spero che traducano i suoi racconti al più presto). Immagino che La piuma magica di Gwendy funga proprio da ponte per arrivare a L’ultima missione di Gwendy con un maggiore senso di empatia nei confronti di Gwendy stessa. Se l’obiettivo era questo, Chizmar l’ha centrato. Gwendy mi piace ora, più di prima.

A proposito, ti anticipo che L’ultima missione di Gwendy sarà il prossimo romanzo del quale mi sentirai parlare. Di solito non leggo in sequenza libri collegati tra loro, ma la mia memoria è debole e ho notato che non ricordavo molto del primo episodio della trilogia, quindi non voglio far passare altro tempo prima di concluderla.

“Il giro di vite” di Henry James

Non leggo spesso romanzi gotici e non mi considero, quindi, un esperto del genere. Qui sul blog, infatti, ti ho parlato di pochi titoli. Senza andare cercare in archivio, mi vengono in mente Melmoth l’errante (1820) di Maturin e The woman in black (1983) di Susan Hill. Ovviamente, poi, c’è L’incubo di Hill House (1959) di Shirley Jackson che, peraltro, presenta molti punti di contatto con Il giro di vite (1898) di Henry James. Anzi, partiamo da questi, così almeno ci svaghiamo un po’ perché, come leggerai più avanti, di svago a questo giro ce n’è poco…

Sia il romanzo della Jackson che quello di James parlano di infestazioni, vere o presunte. Entrambi si collocano in quella linea sottile che divide il soprannaturale dalla malattia mentale (sì, lo so, questo è un piccolo spoiler ma non è grave). Inoltre, recentemente, i due libri hanno avuto delle trasposizioni – più “ispirate a”, che altro – per Netflix ad opera di Mike Flanagan, un regista che mi piace molto (se vuoi guardare una sua serie, però, scegli Black Mass). Mentre ho visto The haunting of Hill House prima di leggere il romanzo, con The haunting of Bly Manor è accaduto il contrario. Diciamo che, in qualche modo, a Il giro di vite ci arrivavo preparato. È incredibile: mi è piaciuta più la serie del romanzo (chi mi conosce sa che di serie ne guardo veramente poche e, in linea generale, odio questo tipo di format televisivo-fidelizzante-lobotomizzatore).

La trama è abbastanza conosciuta. Una istitutrice viene inviata a Bly Manor per prendersi cura di due bambini, Miles e Flora. La donna è affiancata da una governante, Mrs. Grose, che la sostiene e la aiuta in tutte le sue scelte. Miles è stato recentemente espulso da scuola, per motivi che non è dato sapersi. In realtà, entrambi i bambini si comportano, agli occhi dell’istitutrice, in modo strano/ambiguo. La donna si convince, così, che Miles e Flora siano segretamente in contatto con i fantasmi di due persone morte che avevano precedentemente servito a Bly (e che lei vede spesso apparire all’interno della proprietà). Mi fermo, per non svelare il finale, ma la trama è tutta qui.

Un pacco, un pacco mostruoso. Un libro che non ho mai avuto voglia di prendere in mano per vedere come proseguisse la storia. Ostico anche nello stile, che risente pesantemente del tempo passato. James è verboso, ridondante e, soprattutto, noioso (casomai non si fosse capito). So di stare sparando su un mostro sacro e intoccabile, ma questo è quello che penso. Il giro di vite è osannato da molti (uno su tutti, Stephen King) come uno dei migliori romanzi gotici mai scritti, ma io l’ho odiato fin dalle prime pagine. Semplicemente, non accade nulla. Mai. La protagonista, inoltre, è vittima di una costante insicurezza che la rende insopportabile. Una sorta di desperate housewife decontestualizzata.

Per completezza, devo dirti che la lettura di questo romanzo è doppia. La prima, la più semplice, è quella che lo ritiene una classica ghost story. La seconda, più ricercata (ma nemmeno troppo), è quella che mette in dubbio la sanità mentale dell’istitutrice e legge l’intera vicenda come se fosse la descrizione della sua pazzia (la storia è narrata da lei sotto forma di diario, quindi si conosce solo il suo punto di vista).  Non saprei quale delle due scegliere, ma spero nella seconda opzione, renderebbe il tutto meno banale.

180 pagine lette in una settimana. Per i primi due giorni mi sono imposto una lettura forzata di 50 pagine al giorno, poi la media è drasticamente calata… Peccato, mi aspettavo davvero tanto, dopo tutte le premesse.

“Via d’uscita” di Valentino Poppi

Via d’uscita è l’antologia personale che l’associazione RiLL ha dedicato, nel 2021, a Valentino Poppi. Contiene undici racconti di genere al di là del reale (come direbbero dalle parti di RiLL) che spaziano dalla fantascienza pura al fantasy, passando talvolta anche per l’horror. Devo dire che, tra tutte le personali curate da RiLL che ho letto, questa è proprio quella che ha la varietà di (sotto)generi maggiore. Una caratteristica che ho gradito molto, perché non sapevo cosa aspettarmi ogni volta che iniziavo un nuovo racconto.

Tra le altre cose, Poppi è stato finalista al Premio Urania (anzi, ai premi, poiché si è piazzato sia nel concorso classico per romanzi che nello short per racconti) e ha vinto il Trofeo RiLL due volte, con i racconti Oggetti smarriti e Davanti allo specchio (che hanno dato poi i titoli alle antologie di RiLL, te ne ho già parlato e trovi i link a fine post). Insomma, la qualità della sua scrittura non si può dire non abbia portato risultati…

Come anticipato nella prefazione del volume, il titolo Via d’uscita è stato scelto perché la maggior parte dei protagonisti dei racconti cerca di fuggire da una situazione o da una difficoltà. L’esempio più immediato è quello de L’unica via d’uscita, dove un uomo cerca di scappare da un labirinto nel quale si è svegliato (a me è parso un bell’omaggio a Il cubo di Natali). Lo stesso accade in Un elfo dal sangue puro, anche se in questo caso la fuga del povero elfo è dal mondo intero. In Bimbi senza nome a cercare la “via d’uscita” è un bambino inseguito dal Gribbler (una specie di Slender Man) che vuole mangiarlo. Qui la realtà si sdoppia, divenendo onirica, e così anche le possibilità di salvezza: svegliarsi o scappare?

Un racconto che mi ha colpito molto per la capacità di ibridazione è stato Alarian della Valle. È davvero raro trovare un fantasy mischiato con la fantascienza. Un portale magico teletrasporta una creatura serpentiforme su un’astronave in viaggio nello spazio. La sensazione è quella di trovarsi con Smaug bloccato sulla Nostromo, per capirci. Qualcosa di totalmente inedito.

Come sempre non ti cito tutti i racconti, così da non toglierti il piacere della lettura, ma non posso non parlarti di Uno sguardo verso le stelle, che chiude l’antologia. È la storia più triste e nostalgica della raccolta ed è forse la mia preferita. Una riflessione sul concetto della vita, che cambia totalmente a seconda di chi la osserva e del tempo che ha a disposizione per farlo. Un racconto sulle scelte e le opportunità che, come sempre, qualcosa danno ma qualcosa, anche, tolgono.

Nell’intervista a fine volume, Poppi spiega di amare le storie che partono dal quotidiano e che vengono poi sconvolte dall’avvento dell’irreale. È una cosa che apprezzo molto anche io. Alla fine, la parte interessante è la reazione dell’uomo messo di fronte all’inspiegabile, più che l’inspiegabile di per sé.

Via d’uscita ha rappresentato un ottima fuga di almeno un paio d’ore, quindi sono evaso anche io, oltre ai protagonisti dei racconti. Credo proprio che mi procurerò il romanzo Vizi e tentazioni, che Poppi ha pubblicato con Robin Edizioni nel 2020. Poi ci sentiremo ancora.

Libri RiLL che ho letto:
Domani Forse Mai di Francesco Troccoli (2012)
La Maledizione e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2014)
Oscure Regioni – Racconti dell’Orrore Vol.I/II di Luigi Musolino (2014-2015)
La spada, il cuore, lo zaffiro di Antonella Mecenero (2016)
Tutto inizia da O e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV (2016)
Tra cielo e terra – Racconti fantastici di Davide Camparsi (2017)
Davanti allo specchio e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2017)
Oscuro Prossimo Venturo – Racconti di fantascienza di Luigi Rinaldi (2018)
Ana nel campo dei morti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2018)
L’esatta percezione – Nove racconti di Andrea Viscusi (2019)
Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2019)
La Luna e l’Eden – Racconti fantastici di Laura Silvestri (2020)
Oggetti smarriti e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni AA.VV. (2020)
Via d’uscita di Valentino Poppi (2021)

Sito ufficiale dell’associazione: RiLL – Riflessi di Luce Lunare.

“L’inverno di Frankie Machine” di Don Winslow

Frankie “The Machine” Macchiano, sessant’anni, è un ex malavitoso che si è ritirato a vita privata. Si gode il surf – rigorosamente nell’Ora dei Gentiluomini – e vende esche nel suo negozio sul molo di San Diego. Una ex moglie, un’amante, una figlia. Una vita tranquilla, insomma. Poi qualcuno gli tende un’imboscata e cerca di farlo fuori. Chi mai potrebbe volerlo morto? Dopo anni nella mala, frequentando boss e gangster di ogni tipo, i sospettati sono davvero tanti, forse troppi. Frankie Machine mette al sicuro le sue donne, chiude il negozio e sparisce, sotto un’altra identità. È un tipo organizzato, uno di quelli che non sbaglia mai. È The Machine, appunto, rispettato e temuto da tutti. L’ultima sua partita, quella con la morte, è appena iniziata.

L’inverno di Frankie Machine è il primo romanzo che leggo di Don Winslow, con colpevole ritardo. Sebbene, nel corso della storia, diversi mafiosi citino Il padrino come fosse la Bibbia, questo romanzo è mooolto più vicino allo stile di Quei bravi ragazzi. Diciamo pure che, se ti è piaciuto il film di Scorsese, amerai The Machine. So che De Niro ha acquistato i diritti del romanzo per trarne un film, potrebbe essere una scelta azzeccata (sempre che non si scada in un ringiovanimento forzato in stile The Irishman).

Frankie è uno della mafia che “ci piace”. La mafia con un codice etico, che non tocca donne e bambini e che uccide solo chi se lo merita. La mafia che aborre il coinvolgimento di civili, che reputa un disonore la morte di un innocente. Quella mafia d’altri tempi, insomma, con regole d’onore ferree. La mafia del cinema, di De Niro, Pesci, Liotta, Brando, Al Pacino e compagnia. La mafia epica, quella della voce narrante in sottofondo, dei ricordi e delle “buone azioni”. Una mafia fantascientifica, insomma.

Detto questo, a Frankie ti affezioni, non c’è niente da fare. Winslow – debitore di quanto descritto sopra, più che della realtà – ti cala in un mondo che non esiste e lo fa molto bene. E tu vorresti farne parte. Il Canone hollywoodiano è perfettamente rispettato ed è quello che stavi cercando. Quello che è quasi impossibile da trovare, oggi.
È inutile specificare che di questo autore mi sentirai parlare ancora…

“Rivelazioni” di Michael Crichton

Sto cercando di aprire questo post con una frase che non mi procuri un’istantanea accusa di sessismo. Ci sto provando, davvero. Ma, diciamolo, è impossibile pensare a Rivelazioni di Crichton senza ricordare Demi Moore che tenta di violentare Michael Douglas. Io, almeno, non ci riesco. In realtà la situazione è molto più complessa (ci arriveremo), ma del film omonimo (1994) di Barry Levinson ricordo solo questo. E non commenterò la cosa. No, no, no.
Ah, tra parentesi, ho visto recentemente Il metodo Kominsky su Netflix, con un fantastico Douglas settantacinquenne (copia carbone del padre Kirk), e te lo consiglio di cuore.

La trama di Rivelazioni è nota.
Tom Sanders è un importante dirigente d’azienda che, durante una fusione, viene scavalcato da una sua ex fiamma, Meredith Johnson. Lei diventa il suo capo e lo desidera ancora, tanto da attrarlo in ufficio e saltargli addosso. Tom all’inizio cede, poi pensa alla moglie e ai figli e si tira indietro. Meredith si incazza come una biscia e cerca di farlo licenziare, accusandolo di molestie sessuali e violenza. Segue un complicato plot digital-sessual-industriale che non ti svelo per tenerti sulla corda e non spoilerare. Sappi solo che ci sono dietro anche parecchio spionaggio e strategie di business, non solo sesso.

Come anticipavo, in questo caso, la violenza vera e propria non avviene (è difficile che, fisicamente, una donna possa violentare un uomo), ma è la violenza psicologica del ricatto sessuale ad essere protagonista. Oltre, ovviamente, a tutto il meccanismo che gira intorno al preconcetto (virile) per cui l’uomo non possa subire un ricatto simile da una donna. Siamo negli anni Novanta, eh, meglio ricordarlo. Cioè, intendo, da allora ne abbiamo viste di cose…

Crichton ci vede lungo come al solito – anche al di fuori dell’ambito fantascientifico – e anticipa una tematica che sarà sempre più discussa negli anni a venire (fino a diventare, oggi, dominante). Il sesso come arma, come ricatto. Il diritto che si ingigantisce a dismisura, fino a diventare un mezzo di estorsione vero e proprio. La doppia lama, insomma.

C’è un passaggio breve, nel romanzo, che mi è piaciuto molto. Non ricordo chi, mi pare una superiore di Tom, racconta di come l’attuale marito (e collega) le abbia chiesto di uscire cinque volte prima che lei accettasse, anni prima. È il marito stesso ad aver poi ammesso, con lei, che se la situazione si fosse verificata in tempi più recenti, avrebbe desistito dopo il primo rifiuto, per timore di avere problemi sul lavoro. Ecco, è una buona sintesi degli eccessi a cui si è arrivati. Ma mi fermo qui, non voglio aprire un dibattito.

Ho iniziato a leggere Rivelazioni perché, in questo periodo, sono parecchio impegnato e desideravo un librone (460 pagine) da portare avanti per un po’. Crichton mi ha fregato anche questa volta. Ho letto di notte, fuori dalla doccia, nelle pause degli allenamenti. E conoscevo anche la storia e come sarebbe andata a finire…

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“Il grande libro di Stephen King” di George Beahm

Sto per parlarti de Il grande libro di Stephen King di George Beahm ma, soprattutto, sto per scrivere una lettera d’amore. Tu lo sai bene quanto King sia importante per me. È sempre lì, che mi segue, che mi accompagna. È lì da quando ho cominciato a leggere davvero, con Gli occhi del drago (una scelta consapevole, non un’imposizione scolastica). È lì dal primo film horror che ho intravisto, quasi di nascosto. È lì dal primo libro che non ho potuto aprire (It) perché «sei troppo piccolo per quello». Come un parente, come un amico. Come un’eterna ispirazione. Mi ci sono laureato, con King (e non nel senso metaforico). Ho letto tutto, ma non tuttissimo (indietro: Il talismano, La casa del buio, La storia di Lisey) perché ho paura di cosa non-succederà dopo, ho paura che si possa fermare la ruota del Ka.

Ancora, non credo di essere stato chiaro.
Avrei voluto essere Mick Jagger, sì. Cantare su un palco, adorato come una divinità. Vivere una vita pienissima, mentre tutti si chiedono come io faccia a essere ancora vivo, tra droga, drammi ed eccessi.
Avrei voluto essere uno di quegli attori bravi e irresistibili. Un Robert Redford, un Brad Pitt. Uno di quelli che non devono “chiedere mai”.
Ma non avrei voluto nascere al posto di Stephen King, quello no. Mi sarebbe piaciuto, piuttosto, essere un suo amico, un vicino di casa. Quello con il quale condivide il pranzo della domenica, con cui beve una birra sotto il portico in una calda serata estiva. Quello che ha l’opportunità di apprendere dal Re. Perché io King lo ammiro davvero. Sono il suo fan numero uno (Annie Wilkes style).

Per inciso: lo so, lo so, che c’è tutta una pletora di pseudoletterati frustrati che ritiene King materiale da bancarella o da supermercato. Evidentemente non l’hanno mai letto. In ogni caso, per riassumere quello che penso di loro, ci sta molto bene una citazione da Scent of a woman del grande Al Pacino: «Dovunque siate laggiù… andate a fare in culo!»

Tutto questo per dire cosa? Te lo starai chiedendo, giustamente.
Tutto questo per dire che George Beahm, con il suo supermegamaxitomo da 640 pagine (scritto nemmeno-troppo-grande, avrebbero potuto essere 1000), ci è riuscito abbastanza bene a farmi sentire quel vicino di casa, quell’amico. Non lo dico così per dire, è la prima volta che un saggio su King mi fa questo effetto.

Di cosa parla Il grande libro di Stephen King? Di tutto, semplicemente. C’è la storia della vita di King, le interviste, indicazioni sulle edizioni da collezione, filmografia con aneddoti vari, siti internet e tante, tantissime immagini in bianco e nero (oltre a un inserto a colori con le tavole di Michael Whelan su La Torre Nera – sito dell’artista: MichaelWhelan.com).

Beahm è riuscito a emozionarmi anche dove è “già stato detto tutto”. Mi riferisco all’avvio della carriera del Re, quando riesce a vendere il suo primo (ma non primo, in realtà) romanzo, Carrie. Con King che risponde trafelato al telefono, nella scuola dove insegna, perché sa che la moglie Tabitha potrebbe chiamarlo solo per due motivi: è successo qualcosa a uno dei figli oppure è arrivato il telegramma di un editore (ricordiamolo: in quel periodo i King vivono in una casa mobile, senza linea fissa, Tabitha deve usare il telefono dei vicini).
Il resto, poi, è davvero storia.

Beahm intervista – e riporta interviste di – chiunque abbia a che fare con King. La più inaspettata è quella a Terry Steel, l’uomo che ha progettato e costruito la ringhiera e il cancello della casa di Bangor. Quello con i pipistrelli, per capirci. È interessante perché non è “gossip”, ma un riepilogo di quelle che sono le richieste e le esigenze pratico/artistiche di una famiglia di artisti (i King scrivono, tutti) e un loro punto di vista sulla quotidianità.
Tra le altre interviste, ci sono quelle agli amici, ai compagni di università, ai collaboratori, faccendieri vari, illustratori e tanti, tanti altri.

Ho scoperto che, oltre al noto e ufficiale StephenKing.com, esiste un sito creato da un fan svedese nel 1996 e riconosciuto dal Re in persona: LiljasLibrary.com. C’è tutto un mondo – enorme – fuori dall’Italia che vive di Stephen King. Librai che si occupano solo di prime edizioni e rarità del Re (uno su tutti il Betts Books).

Preso da frenesia irrefrenabile, ho acquistato pochi giorni fa un’edizione limitata di Night Shift (da noi pubblicato come A volte ritornano) della Cemetery Dance. La CD è di proprietà di Richard Chizmar, lo scrittore con il quale King ha scritto la serie di Gwendy (è appena uscito L’ultima missione di Gwendy – ovviamente l’ho già ordinato e te ne parlerò). La CD si occupa, tra le altre cose, di riproporre i romanzi di King in edizioni di pregio, numerate e illustrate. A proposito, Night Shift è illustrato da Glenn Chadbourne (GlennChadbourne.com) che, ovviamente, è presente ne Il grande libro di Stephen King, intervistato dallo stesso Beahm.

Devo fermarmi, ma potrei andare avanti in eterno. È una serie infinita di ramificazioni, quella che propone Beahm. A dirla tutta, è anche ben confezionata. La copertina gommosa e il piatto delle pagine in (quasi) rosso sangue mi fa venire voglia di mordere il libro. Ho divorato un saggio come se si trattasse di narrativa, che altro dire? Se ami King, devi avere questo volume.

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)

I fumetti (sempre solo quelli dii cui ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)

I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)
Il grande libro di Stephen King di George Beahm (2021)

“Lolito” di Ben Brooks

ISBN Edizioni è fallita nel 2015: un vero peccato. I libri che pubblicava erano curati ed esteticamente molto piacevoli, anche dal punto di vista della leggibilità (parole per pagina, dimensione caratteri, eccetera). A fine post, inserirò una lista dei titoli che ho letto di questo editore – in particolare della collana Special Books – con la promessa di allungare l’elenco (ho già in mente di recuperare Skippy muore di Paul Murray, per dirne uno).
Questa della lista, di solito, è una cosa che non faccio per gli editori (perché mi sembrerebbe una vera e propria marchetta), ma solo per autori/generi, tuttavia in questo caso farò un’eccezione.

Lolito ha in copertina un blurb di Nick Cave che lo definisce uno dei libri più tremendi e divertenti che lui abbia letto negli ultimi anni. In effetti lo è, tremendo e divertente. La cosa interessante è che Ben Brooks, enfant prodige della letteratura inglese (classe 1992), lo ha scritto a soli ventuno anni. E non è nemmeno il suo primo romanzo, quello – Fences – l’ha scritto a diciassette…

Il quindicenne Etgar ha appena scoperto che la sua fidanzata l’ha tradito con un ragazzo più grande, più muscoloso e più peloso di lui. Una vera e propria umiliazione adolescenziale, insomma (tipicamente maschile, a voler ben vedere). Si rifugia nell’alcool e nei documentari di Richard Attenborough, in compagnia di pochi amici e del suo cane. Poi decide di mettersi a chattare online e conosce Macy, una quarantenne annoiata e desiderosa di avventure. Etgar finge di essere più grande (da qui il gioco con il Lolita di Nabokov) e i due finiscono per incontrarsi in un hotel, dopo aver già fatto parecchio sesso virtuale. Mi fermo.

Lolito è il racconto di Etgar, spesso infarcito dei suoi pensieri in una sorta di flusso di coscienza alleggerito. Non è un pacco, insomma, come accade spesso con i flussi di coscienza. Sono presenti dialoghi e situazioni “normali” mischiati a vere e proprie digressioni nell’io più profondo di Etgar. È ironico e irriverente, talvolta onirico (forse troppo). È un romanzo che si legge in poche ore, vola via. Magari una cinquantina di pagine in meno avrebbero giovato, ma temo che questa sia una mia opinione personale, perché tenderei a tagliare tutto quello che diventa troppo impalpabile (vedi -> onirico).

È uno stile interessante quello di Brooks, molto asciutto, difficile da trovare in autori italiani. Mi ha ricordato una versione soft di Ellis. Dovrebbe esserci qualcos’altro di suo proprio tra gli Special Books, lo recupererò sicuramente.

Special Books / ISBN Editore che ho letto:
19 – Alta definizione di Adam Wilson (2013)
21 – Vite pericolose di bravi ragazzi di Chris Fuhrman (1994/2013)
23 – Lolito di Ben Brooks (2014)

“La morte ci sfida” di Joe R. Lansdale

Nell’introduzione di La morte ci sfida (Dead in the West, 1984) Lansdale, all’epoca al suo terzo romanzo, scrive qualcosa di fantastico. Lo fa rivolgendosi direttamente al lettore, come consolidata abitudine anche di Stephen King. Ti dice di non aspettarti “alta letteratura” da quello che hai tra le mani ma, piuttosto, di abbassare le luci, prendere dei pop-corn, goderti il temporale e prepararti ad affrontare un viaggio che sarà molto simile alla visione di un horror b-movie. Di divertirti, insomma. E io mi sono divertito, molto.

Il reverendo Jebidiah Mercer giunge nella cittadina di Mud Creek (Texas) con l’intenzione di riportare i peccatori sulla retta via. Non che il reverendo sia un uomo tanto retto – capiamoci – è dedito al whisky, non disprezza la compagnia femminile ed è molto, molto, molto veloce con la pistola. Ed è proprio mentre Jeb sta iniziando ad ambientarsi che la cittadina viene invasa dagli zombie. Il reverendo si allea con il dottore di Mud Creek, la di lui affascinante figlia e un giovane ragazzo che ambisce a diventare un pistolero, e cerca così di resistere ai non-morti. Mi fermo.

La morte ci sfida è un fantawestern, qualcosa di assolutamente appagante. Un omaggio pulp a più generi, leggero e veloce, che potrebbe essere letto tutto d’un fiato (per chi ha la fortuna di avere del tempo a disposizione, fortuna che io ho di rado). È esattamente così come te lo aspetti, non ti delude. Wikipedia mi informa che esistono anche un “prequel”, Texas Night Riders (credo ancora non tradotto, purtroppo), e un sequel, Deadman’s Crossing (che so essere uscito nell’antolgia Il grande libro degli zombie di Fanucci). Sarebbe davvero stupendo se i tre romanzi fossero riuniti in una trilogia, per poterli assaporare nella loro interezza. Perché io ci sguazzo in queste cose di sangue con uno stile un po’ eighties, ormai dovresti saperlo.

Questo è il primo libro di Lansdale che leggo, ma è nato un nuovo amore. Ti avviso, sai cosa ti aspetta.

P.S. Nel frattempo sto leggendo Il grande libro di Stephen King, di Beahm, ma lo alterno alla narrativa poiché è un (bellissimo, ti anticipo) saggio di 700 pagine, peraltro scritto abbastanza fitto. Te ne parlerò appena lo finisco.