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“Born to run – L’autobiografia” di Bruce Springsteen

Ho nella testa talmente tante cose da dire, che sicuramente ne mancherò qualcuna. Iniziamo con la più semplice: questo libro non è per tutti, ma se ti piace il Boss, se hai almeno due dei suoi album (uno può essere un caso, due no), allora DEVI leggerlo.

Generoso, come i suoi concerti, questo volume conta più di 500 pagine. La prima metà, la giovinezza, è abbastanza difficile, nel senso che è parecchio lenta e spesso, nel tentativo di descrivere l’indescrivibile, rischia di essere un po’ noiosa. E’ davvero complicato capire un’emozione se non la provi personalmente, e Bruce spiega tutte le sensazioni che ha provato sui vari palchi che ha calcato in giovinezza, fin dai bar della sua Freehold. La seconda parte del libro invece cambia registro, diventa più comprensibile a livello emotivo, ed è una cazzo di svolta pazzesca. Non vorresti che finisse mai. Si inizia a intuire da dove il Boss tiri fuori l’ispirazione per la sua musica e le sue poesie, ed è fantastico.

Ho scoperto molte cose su Springsteen che, pur essendo un suo grande fan, assolutamente non conoscevo. Il difficile rapporto con il padre (e la sua malattia mentale), la continua guerra con la depressione, l’ossessione da superlavoro.

Qui si parla di musica vera, di album la cui copertina è stata fotografata in fretta e furia, perchè secondaria rispetto all’importanza delle canzoni. Di un tempo in cui il contenuto era più importante del contenitore, cosa che oggi, nel mondo del “bel canto” e del commercio ad ogni costo, sembra impossibile.

Per sua stessa ammissione, Springsteen dichiara che non si può essere tutti Mick Jagger. (Già, perchè illuminati dalla sua incredibile energia, spesso dimentichiamo che Bruce è stato contemporaneo dei Beatles, degli Stones e di Elvis. E’ la storia del Rock e lui ne fa parte a pieno titolo!) Per dirne una, il Boss non si è mai drogato. E’ una rock star operaia, costantemente al lavoro e bisognoso di divertirsi con il suo pubblico e la sua E-Street Band. Ecco, questa è la cosa che viene fuori maggiormente: la perfetta ed unica integrazione con quello che è il suo pubblico. Chiariamoci, tutti vorremmo vivere come Jagger, ma è ben chiaro, nelle sue esibizioni, che ci sia un muro tra la Star, che deve essere adorata, e le persone normali. Con Bruce questo muro crolla, l’umiltà del Boss è tangibile, lo scambio è a doppio senso. Quello che ne esce da tutto questo, dal libro, da ciò che racconta, è che Springsteen sia proprio una bella persona. Generalmente “rock star” e “bella persona” non potrebbero stare nella stessa frase, ed è per questo che il Boss è unico.

Il mio parere personale è anche che, questo essere così, diciamo, terra-terra, lo abbia penalizzato in alcuni ambiti. Ad esempio, scrive dei testi che sono poesia allo stato puro e, per conto mio, dovrebbe essere posto allo stesso livello di grandi artisti come Bob Dylan, considerati generalmente più significativi a livello letterario.

Ho un unico grande rimorso, che questo libro ha amplificato all’inverosimile. L’anno scorso avrei potuto andare al suo concerto a Milano e non ci sono andato, fondamentalmente per pigrizia stradale. Spero avrò modo di rifarmi.

Dopo aver letto l’autobiografia, ascolto la sua musica con orecchio diverso, sembra una frase fatta ma non lo è. Credo ci sia della stima e del rispetto. La stima è una cosa difficile da provare in questo settore: spesso si ha un idolo, lo si ammira, come una statua sacra, un simulacro. Ma la stima è molto più difficile, ripeto, Bruce è una bella persona.
Nel leggere alcune parti, ad esempio riguardo al rapporto con il padre, alla sua morte, o riguardo alla morte di Clarence “Big Man” Clemons, il suo sassofonista storico, si rischia davvero la commozione.

Leggiti questo cazzo di libro.

Ti lascio con una canzone, una delle mie preferite, perchè è semplice e profonda allo stesso tempo. Downbound train, dal mitico Born in the Usa.

She just said “Joe I gotta go
we had it once we ain’t got it any more”
she packed her bags left me behind
she bought a ticket on the Central Line
nights as I sleep, I hear that whistle whining
I feel her kiss in the misty rain
and I feel like I’m a rider on a downbound train

“Split” di M. Night Shyamalan

Faccio un po’ fatica a parlare di questo film, non so perchè. Forse perchè ha delle potenzialità inespresse, o perchè da Shyamalan mi aspetto sempre possa saltare fuori un nuovo Sesto senso / Signs. Non è così, però siamo anche lontani dalle schifezze come E venne il giorno o After earth. Ecco, ci piazziamo più nella zona media, in quella fascia ombreggiata del visibile ma dimenticabile.

Prima le cose belle: le protagoniste femmininili (e non mi riferisco a McAvoy travestito da signora delle poste de I soliti idioti), le pisellabilissime fanciulle che vengono rapite dal pazzo dalle duecentomila personalità. So che ci saranno dei benpensanti che diranno subito: “ma hanno 15/16 anni!”. Col cazzo. Nel film ok, ma nella realtà la più giovane è del ’96. Quindi si, son pezzi da 90, ma nella parte legale dei 90. Ci saranno anche dei buongustai che vorranno vederle, eccole:

split-girls

Per quanto riguarda Muccin.. ehm.. McAvoy, invece, a mio parere, non regge con i grandi schizzati del passato. E’ bravo eh, ma non mi ha fatto impazzire. Sullo stesso tema preferisco Edward Norton in Schegge di paura. Ti sparo un confronto Muccino/McAvoy così almeno ti fai due risate:

mcavoy-muccino_500

La grande, enorme, macroscopica pecca di questo film è una fondamentalmente. Se hai visto il trailer hai visto già tutto. Non c’è molto di più di quanto mostrato nei 2 minuti di promozione infatti, ed è un peccato.

La spoilerata finale: cazzo c’entra il Bruce Willis di Unbreakable a fine film? Niente, a mio parere. Si, ho visto l’intervista di Shyamalan che spiega come il personaggio di Split dovesse essere presente in Unbreakable, e di come sia stato tagliato. Ho anche sentito che dovrebbe uscire un terzo film che comprende gli universi di questi due titoli. Sinceramente non ne sento la mancanza. Si può anche vivere senza dover creare un multiverso Marvel dove non ha senso di esistere, anche se è di moda.

“Arrival” di Denis Villeneuve

Finalmente un film di fantascienza con i controcazzi. Era da parecchio che non uscivo soddisfatto dalla sala, dopo un pellicola di questo genere. Ho visto qualcosa di molto buono comodamente sul mio divano, ma al cinema penso di dover tornare indietro a Interstellar o Prometheus. Peraltro di Villeneuve conoscevo solo il bellissimo thriller Prisoners, e sono quindi molto contento mi sia piaciuto anche Arrival, poichè la cosa mi fa ben sperare per Blade Runner 2049.

Questo non è un film per tutti. Cioè, se vuoi le sparatorie, le spade laser o Will Smith che prende a calci in culo un alieno, forse è meglio che vai a vederti Assassin’s Creed, che io non ho visto sia chiaro, ma mi sembra più idoneo alle tue aspettative. Io con la fantascienza voglio pensare, ho questo brutto vizio. E Arrival ti fa pensare parecchio, tanto che chi era con me non ha ben compreso tutte le sfumature fino in fondo.

Trama nota e semplice: arrivano gli alieni, cosa vogliono? Come comunicare? Come affrontare l’incapacità di intendersi?

Oggi sono molto buono e non voglio spoilerare niente, non lo so perchè. Ma è un buon segno, ho talmente desiderio che tu veda questo film che non voglio proprio rovinarti nulla. C’è davvero tutto: dalla riflessione sul tempo (sui viaggi nel tempo, tanto cari ai nerds e ai paradossisti), a quella sul linguaggio come forma mentis. C’è poi un durissimo confronto tra una civiltà evoluta e la vostra (si, vostra, io ho deciso di essere un eptopode), primitiva. Su quest’ultimo punto, il film offre una spietata idea realistica di come potreste apparire voi umani ad una specie superiore, nella vostra piccolezza (sisi, eptopode!).

E’ uno di quei film che, se visto più volte, continua a offrire nuovi dettagli e sfumature, nuove logiche. Vai a vederlo, potresti imparare qualcosa, e magari poi sarai pronto per condividerla con me!

“Aria sottile” di Jon Krakauer

Tempo fa avevo visto il film Everest di Baltasar Kormákur (di cui avevo anche scritto) e ne ero rimasto talmente colpito da continuare a pensare a quella tragedia del 1996. Avevo intenzione di leggere il libro di Krakauer già da allora, ma poi, sai come vanno le cose, il progetto era stato accantonato. Ora finalmente ci sono riuscito. Di Krakauer avevo già letto Nelle terre estreme, da cui è stato poi tratto il film Into the wild di Sean Penn, altra storia/film/vita estremamente ricca ed interessante, ed ero quindi pronto ad un’altra buona lettura. Non sono certamente rimasto deluso, nonostante i due libri siano molto diversi tra loro: Nelle terre estreme è più un lungo reportage basato su un’indagine giornalistica, mentre Aria sottile è un resoconto in prima persona, essendo Krakauer uno dei membri superstiti della spedizione sull’Everest del 1996.

La storia è nota: durante la conquista della vetta dell’Everest, il 10 maggio 1996, nove alpinisiti persero la vita. La gran parte di questi perì nella fase di discesa, poichè sopraffatta da una perturbazione, neanche troppo straordinaria per quella altitudine. Krakauer era membro della spedizione commerciale guidata dal Rob Hall, insieme ad altri clienti che sborsarono la cifra di 60/70mila dollari per farsi traghettare alla meta. Tra i morti anche Scott Fischer, altro grande alpinista, alla guida di un’altra spedizione commerciale, unitasi a quella di Rob Hall per l’assalto alla vetta.

Sono davvero tantissimi i fatti e gli errori che hanno portato a questo tragico evento, Krakauer li sonda uno ad uno, accollandosi anche la responsabilità per la morte di una delle aiuto guide, Andy Harris. Ma non intendo stare qui a fare un elenco delle cose che, secondo lo scrittore o secondo varie personalità del regno della montagna, potevano essere fatte meglio o meno. (Una di queste, la più famosa, è un’annosa disputa con un’altra aiuto guida, il fortissimo Anatoli Boukreev, sulla questione dell’utilizzo delle bombole d’ossigeno in vetta, da parte delle guide stesse).

Quello che il libro ti lascia non è questo, non è una mera indagine, sebbene sia presente. Quello che Karkauer è bravissimo a far capire all’uomo comune, cioè a chi non ha idea di come si viva oltre gli 8000 metri, è che a quell’altitudine si muore, non si vive. In quella “zona della morte” l’unica cosa da fare è essere veloci a salire e scendere, poichè appena la si raggiunge il corpo inizia a soccombere, non è progettato per sopravvivere lassù. Fine. Con un terzo dell’ossigeno, azioni all’apparenza semplici, come aprire o chiudere una valvola dell’ossigeno, sono molto complesse, non solo da compiere, ma anche da pensare. Ogni piccola azione, è un atto di forza. Di fronte a tutto questo le varie accuse, semplicemente, crollano. Non ci si dovrebbe neanche chiedere di chi sia la responsabilità delle morti, poichè la responsabilità è individuale, di chi sceglie di correre tale rischio. Lo sforzo è tale che i piccoli aiuti sono atti eroici, e gli aiuti che non si riescono a dare sono la normalità. Ci sarà anche un motivo se il percorso è letteralmente cosparso di cadaveri che non si possono riportare indietro, perchè chi muore rimane lì.

Ho sempre grande ammirazione per le esperienze al limite. L’ho avuta per personaggi come Alexander Supertramp o Ambrogio Fogar, e non posso non averla per chi ha vissuto la tragedia del 1996, per i vivi e per i morti. Ho l’idea che queste persone muoiano facendo ciò che amano, sfidando il limite dell’umano e riportando la vita ai suoi concetti base, primordiali. Chi può dire di vivere così intensamente nella banale vita di tutti i giorni, dove spesso si aspetta solamente che il tempo passi?

“Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali” di Tim Burton

Un film che poteva essere migliore in almeno mille modi diversi. Inizio ad essere abbastanza pessimista riguardo al declino di Tim Burton, saranno 10 anni che non fa un film “a livello”.

Non so neanche da dove iniziare. La trama è banale, scarna. Ci sono i buoni, ci sono i cattivi, i cattivi (guardacaso) vogliono far fuori i buoni. Non è che succeda molto altro. Esteticamente è anche piacevole, compaiono in parte le caratteristiche del cinema di Burton nella creazione fisica dei personaggi e dei mostri, ma si limita solamente a questo. Nel mio cinema ideale l’estetica è al servizio della trama e non viceversa, perchè se non c’è trama, mi annoio.

I temi sviluppabili potevano essere tantissimi. A livello fantascientifico quello sempre intricato dei viaggi nel tempo con i suoi paradossi, a livello umano quello del “diverso”, a livello storico il nazismo con i suoi mostri. Ci poteva anche stare una rivalutazione dei vecchi valori nonno-nipote, se fosse stata approfondita. O una visione alterata della realtà, come avveniva in Big Fish. Niente di tutto questo, solo superficie.

Se penso che sono andato a vedere questa roba e non sono riuscito per tempo a beccare Captain Fantastic mi tiro una martellata nelle palle. Un mese di programmazione il primo, quattro giorni il secondo. Che pubblico di merda, diciamolo. Prove concrete: top ten di dicembre al cinema, cinque film sono italiani. Osservare la qualità dei titoli e piangere (o bestemmiare).

“Putin – Vita di uno zar” di Gennaro Sangiuliano

Difficile parlare di questo libro, richiederebbe una discussione prolungata, tanti sono gli argomenti toccati. Non ho quindi intenzione di addentrarmi nei singoli fatti, poichè ogni vicenda richiederebbe la giusta trattazione. Sarò quindi sintetico e di parte. Sangiuliano è chiaramente un sostenitore di Putin, così come lo sono io, e ne evidenzia quindi tutti i lati positivi. Ne descrive la storia dalla nascita nel 1952 fino al 2016, passando per le guerre, le rielezioni, il miracolo economico russo, il terrorismo, l’Isis e tutto ciò che ne segue.

Ogni evento è basato sui fatti, senza false congetture o complottismi, quindi non ci sono dietrologie. Putin viene descritto come un uomo d’azione, che si è costruito da solo e si è guadagnato tutto quello che ha ottenuto. Dati alla mano, Putin ha sconfitto l’oligarchia riportando i beni al popolo, ha consentito che la poverta passasse dal 35 al 15% con la creazione di un benessere diffuso, che alcune piaghe sociali come la criminalità e l’alcolismo venissero pesantemente ridimensionate. C’è un capitolo intero di dati matematici sul confronto pre e dopo Putin che rende impossibile non considerarlo un parente di Superman. Oltre alle sue doti strettamente personali, intendo (tipo l’essere campione di Judo).

La cultura russa è talmente diversa dalla nostra che qualsiasi critica mi pare sinceramente impossibile (e inaccetabile). Si può non essere d’accordo con i metodi (forse), ma la coerenza è innegabile. Per un occidente che è abituato a dare lezioni di umanità, mentre da sempre vive rubando alla parte povera del mondo, Putin non può che essere un nemico. Per un binomio Europa-Usa che gozzoviglia nell’ipocrisia della falsa democrazia, un uomo del genere è un pericolo.

Si, sono uno di quelli che ritiene positivo ciò che è stato compiuto in Cecenia. Le guerre si fanno con i morti, non con le foto dei bambini, questa è la realtà. Pochi mesi, tutto risolto. Siamo così (falsamente) occupati a difendere i diritti di tutti che restiamo immobili. Putin è sicuramente fatto di un’altra pasta, la Russia è fatta di un’altra pasta. E’ un paese dove, dal 2000 in poi, gli interessi economici vanno a beneficio del popolo, non ci siamo abituati.

A qualcuno questo machismo economico-culturale potrebbe sembrare arretrato, ma perchè? Noi siamo forse più avanti? Dovremmo fare un passo indietro e imparare da chi vive ancora legato ai valori delle “antiche” potenze. Poi sicuramente si potrà riprovare a fare nuovi passi avanti, magari stavolta, non con i piedi nella merda.

“Rogue One: A Star Wars Story” di Gareth Edwards

La vicenda penso sia ormai nota a tutti, e per una volta farò una breve sintesi. Mooolto breve. Il film parla di come sia stato scoperto il punto debole della Morte Nera, che verrà distrutta in Star Wars: Una Nuova Speranza, attraverso il furto da parte dei ribelli dei piani di costruzione della macchina-pianeta.

E’ sicuramente un film divertente, come tutti i film della serie di Star Wars (ad eccezione de La minaccia fantasma, che faceva proprio cagare). C’è ritmo, frenesia, non ci si ferma mai. Però. Verrò sicuramente messo in croce per quanto sto per dire, quindi ci tengo anticipatamente a sottolineare che ritengo tutta la saga godibilissima ed unica nel suo genere. Il pregio principale di Star Wars è quello di portarti totalmente in un altro mondo, dove è normale tutto quello che accade. Cioè, si può mettere in dubbio la trama, alcuni personaggi, ecc., ma non si mette mai in dubbio la veridicità di questo universo parallelo costruito benissimo. E questo è grandioso. Ma..

Ma.. Star Wars Rogue One manca, a mio parere, totalmente di empatia, come tutti gli altri episodi. I personaggi sono divertenti, ci si affeziona come ci si affeziona a un bel giocattolo, ma tutto finisce qui. Un esempio: l’umanità del Ford-Deckard è totalmente superiore a quella del Ford-Solo (si, lo so che non c’è Harry in questo episodio!), e di conseguenza anche il coinvolgimento emotivo. Certo non si può avere tutto, Star Wars ha creato un mondo, ed è già moltissimo. Tuttavia, l’estremo fanatismo creato da questa saga lo considero esagerato, nella fantascienza preferirò sempre un Blade Runner, Alien o Interstellar. Potrei forse dire riguardo a Star Wars la temibile frase “visto uno visti tutti”. Che poi sia un piacere vederli tutti è sicuro, ma una volta visto il primo, la novità, l’innovazione, il coinvolgimento, sono da un’altra parte e non certo in tutto quello che è seguito. Diciamo che per me Star Wars equivale ad una serie televisiva ad altissimo costo.

Ah, altro pregio è sicuramente l’operazione vintage/amarcord in cui ci sono ancora superpulsanti giganti sulle astronavi, come nella fantascienza anni ’70. Ed i cattivi cascano come mosche (quelle armature bianche devono proprio valere un cazzo). Insomma, il bello del rivivere un cinema dei tempi andati (con tanto di attori della trilogia originale resuscitati con la computer grafica).

Sarò estremamente sintetico, ed in questa conclusione spoilero, quindi non leggere se devi ancora andare al cinema: alla fine di Rogue One muoiono tutti, solo che non te ne frega un cazzo. Ed in questo c’è qualcosa che non funziona.

“Millennium – La ragazza che giocava con il fuoco” di Stieg Larsson

Che dire, non ho molto da aggiungere rispetto a quanto già scritto per il primo volume Uomini che odiano le donne, sono nuovamente volate altre 750 pagine in un attimo. In copertina dicono “Entrate nel mondo di Stieg Larsson e non vorrete più uscirne!”, ed è una buona sintesi di quanto succede davvero.

Nel primo volume il tema centrale era un serial killer, qui si parla di mafia della prostituzione (trafficking) e di intrighi segretati che hanno al centro Lisbeth Salander, di cui si scopre molto, svelando quindi l’alone di mistero che la circonda. Il tema del serial killer mi è più caro, ma è una preferenza personale, non per questo saprei dire quale dei due libri è il migliore. C’è molta azione, molta più violenza rispetto al primo volume e molta più storia personale di Lisbeth. Questo romanzo è inoltre una introduzione a quanto succederà nel terzo, è chiaro dal finale (non spoilero).

Una menzione particolare ad una scena di combattimento di boxe (o quasi) che ti lascia col fiato sospeso per qualche pagina, e non è certo facile, a livello narrativo, sviluppare così bene una situazione palesemente più visuale che scritta. Altra curiosità: il buon Mikael Blomkvist riesce a trombarsi un altro membro della famiglia Vanger, è davvero incontenibile!

Forse Larsson non sarà ricordato per la profondità dei suoi romanzi, ma a livello di coinvolgimento è davvero inimitabile, sembra di vedere un film. E’ la classica lettura per cui  appena hai cinque minuti prendi il libro in mano e vuoi vedere cosa succede nella pagina dopo.

Ho già La regina dei castelli di carta pronto.

“Millennium – Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson

Credo che 700 pagine di tomo terminate in una settimana siano già un buon riassunto di quello che penso di questo libro. Mi ha totalmente coinvolto e anche stupito, ero scettico di fronte al “fenomeno editoriale”, ed infatti l’ho letto solo ora, ma mi sono dovuto totalmente ricredere. Narrativa pura al 100%, tutto intreccio e suspance, da rimanere senza fiato.

La storia è ben nota, anche perchè da questo volume hanno tratto due film, quello svedese e quello, più noto, americano di Fincher con Daniel Craig. Io ho visto solo quest’ultimo e devo dire che segue abbastanza il libro (salvo inevitabili concessioni e semplificazioni), ora però devo al più presto recuperare anche il primo, di Niels Arden Oplev.

Quello che mi ha più (piacevolmente) sorpreso è che in alcune parti, principalmente quelle di carattere finanziario, il romanzo è abbastanza complesso e, diciamo, non per tutti. Non è la classica lettura rilassante insomma, bisogna starci un minimo dietro. Già, perchè a contorno della vicenda principale, la ricerca dell’assassino, c’è tutta una sottotrama di carattere economico, che nel film viene trascurata per ovvie ragioni di tempo e di difficoltà di trasposizione.

Inoltre, c’è da dirlo come aneddoto, questo Mikael Blomkvist è un trombatore seriale, più che nel film. Riesce ad avere anche una storia con una dei membri della famiglia Vanger, oltre ad ovviamente con la sua direttrice della rivista Millennium e con la più che desiderabile Lisbeth Salander.

Ora mi dirigo velocemente sul capitolo finale della trilogia poliziesca di Stephen King, Fine turno, e poi mi fiondo su La ragazza che giocava con il fuoco, per forza.

“Sinistre Presenze – 17 Racconti horror impegnati” di AA.VV.

Sono generalmente poco incline a tutto ciò che provenga dall’Italia, che sia cinema, musica o letteratura. Questo libro tuttavia, mi è stato regalato, e di conseguenza ho provato ad affrontarlo con spirito nuovo, anche se tutti gli autori sono ovviamente italiani. Pensavo peggio.
Per prima cosa non bisognerebbe leggere l’introduzione, infatti dalle prime pagine si ha l’impressione di un libro schierato politicamente (almeno nella narrativa che la politica se ne stia fuori dalle palle), invece è solo un’intro a mio parere mal riuscita. I racconti sono socialmente impegnati, ma un impegno condivisibile di critica alla società, non uno schieramento destra-sinistra da stadio, che ancora è tanto di moda tra chi crede che esista davvero una divisione di questo tipo. Per capirci è un po’ una critica del tipo Zombie di Romero, argomenti di innegabile esistenza riguardo ai difetti del genere umano.

(Scrivo per chi ha già letto più che per chi deve ancora leggere.)
Detto questo i racconti sono altalenanti, alcuni molto coinvolgenti e interessanti, altri terribilmente noiosi. Non sto a farti titoli e nomi, non ne ho voglia. C’è però un ottimo racconto proprio sugli zombie come critica all’omologazione di massa, una divertente e anticlericale (con tanto di copula tra un prete e una suora) rivisitazione di Tremors e un bel racconto finale (questo più che per la trama per lo stile di scrittura) di Danilo Arona sulle pozioni magiche. Come contrappeso un paio di lunghi racconti veramente indigeribili, quello sul libro satanico e quello degli uomini che chiacchierano in osteria, entrambi estremamente pesanti e noiosi.

Metà e metà insomma. L’avrei comprato? Probabilmente no. Ed ora che l’ho letto? Si, qualche racconto vale davvero la pena di leggerlo, diciamo che si potrebbe ridurre a 10/12 racconti e salterebbe fuori proprio un bel libro. D’altra parte, con le raccolte di autori vari non può che essere così.
E’ comunque sicuramente apprezzabile questo intento di voler inserire dell’impegno sociale nell’horror, anche se è davvero molto difficile mantenere il giusto mix tra divertimento e critica, e solo in pochi autori ci riescono..