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“Trafficanti” di Todd Phillips

Ah, non è la locandina del film? No? Devo aver sbagliato.. Si si, col cazzo che ho sbagliato. Ana de Armas scala con prepotenza la mia personale classifica salendo sicuramente sul podio del figametro, devo ancora capire bene dove, ma molto in alto. L’avevo già apprezzata in Knock knock, in cui faceva parecchio la birichina, ma qui ha proprio colpito al cuore, cioè, io adesso la amo e dobbiamo sposarci. E’ così versatile poi, da stupratrice di Keanu Reeves a mogliettina modello e incorruttibile di questo Trafficanti, ha proprio tutte le caratteristiche che si possono cercare.

Ah già, c’è anche il film.

Oscurato dalla presenza della carismatica Ana (non so se si è capito) il film è comunque ben godibile e divertente. Mi sono letto anche la storia vera di David Packouz (che fa un cameo) e Efraim Diveroli per non presentarmi impreparato e, per quanto il film sia sicuramente stato romanzato, la realtà non discosta troppo dalla fantasia: due freschi ventenni sono diventati davvero, senza troppa esperienza, due trafficanti d’armi internazionali per conto della Difesa degli Stati Uniti. Insomma il classico sogno americano che diventa realtà (reale). Condito con qualche battuta e gag classica dei film con Jonah Hill (che peraltro mi preoccupa molto, sta diventando un pianeta).

La classica ascesa e discesa in stile Scarface (a cui il film fa moltissmi riferimenti), anche se gestita in modo abbastanza leggero, non manca di divertire. Insomma se hai due ore guardalo, male che vada t’innamorerai.

“I serial killer” di Vincenzo M. Mastronardi e Ruben De Luca

Il fascino del serial killer è qualcosa che subisco da sempre. E’ sufficiente uno di quei programmi in seconda serata sui delitti irrisolti per incatenarmi alla TV senza possibilità di fuga. Conscio di questa mia inclinazione (all’informazione si intende, non all’omicidio) ho deciso di cercare un libro completo ed esaustivo sull’argomento per togliermi tutti i dubbi e le curiosità e avere un quadro generale abbastanza completo. Incredibilmente, al primo colpo, posso dire di averlo trovato.

La ricerca non è stata semplice, tra eBay, Amazon e recensioni varie ho fatto passare tutta l’editoria riguardante questo argomento. Quello che mi ha portato ad acquistare I serial killer sono stati i commenti dei lettori, c’era chi diceva “libro completo ed esaustivo anche dal punto di vista psicologico” e chi scriveva “se avessi saputo che era un libro a carattere universitario non l’avrei acquistato”. Ho capito subito che era un volume non per tutti, e la cosa non ha fatto che convincermi: era quello che cercavo.

Effettivamente un libro per tutti non lo è. C’è moltissima psicologia e l’argomento è trattato in modo assolutamente didattico, con pagine e pagine sulle varie teorie e gli approcci di diverse correnti di pensiero. In poche parole è un libro davvero universitario, talvolta per dare una definizione impiega più pagine vagliando le varie teorie in merito, ma questo non deve spaventare poichè in cambio offre una completezza incredibile. Letto questo volume (sono circa 900 pagine) non ho più alcun dubbio, nessun interrogativo che non sia stato analizzato. Certo, se cerchi qualcosa di cinematografico, è meglio se ti riguardi Il silenzio degli innocenti per la 200° volta.

Gli argomenti trattati sono moltissimi e non limitati ai “classici” nomi quali Bundy, Manson, Chikatilo noti a tutti e in certo modo commerciali. Vengono analizzati anche molti casi sconosciuti al grande pubblico (anche se molto più prolifici, si parla di 500/1000 omicidi per alcuni assassini come il Dr. Shipman) meno risaltanti dal punto di vista scenico (ossia dell’atrocità) ma non da quello psicologico. Passando per tutte le perversioni e deviazioni possibili, tra cui necrofilia, cannibalismo, pedofilia, onnipotenza, satanismo, vengono analizzate le differenze tra i serial killer uomini e quelli donna, tra le diverse aree geografiche e i tentativi (inutili) di cura. Ci sono centinaia di schede dedicate a praticamente tutti i serial killer (pare che per scrivere il testo siano stati analizzati più di 2200 casi) inserite ad hoc all’interno del testo quali esempi degli argomenti trattati. C’è un capitolo bellissimo sui casi nostrani (Girolimoni, compagni di merende, bestie di Satana, Izzo, ecc.). La quantità di informazioni e di spiegazioni è impressionante, è impossibile anche solo farne un riassunto esaustivo.

Che dire, letto questo volume non sento il bisogno di approfondire l’argomento nell’ambito generico, poichè ha soddisfatto tutte le mie curiosità. Non solo. Mi ha fatto venire voglia di approfondire invece le singole tematiche o i singoli casi, stimolando la mia passione. Adesso il difficile sarà riuscire a trovare qualcosa all’altezza di questa lettura che mi ha portato a una vera conoscenza della psicologia del serial killer, sempre troppo esemplificata dal cinema e dalla nostra cultura di massa.

“Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle

Avevo iniziato il mammut-malloppone l’anno scorso, devo ammettere con pregiudizi sbagliatissimi. Questa “bibbia” racchiude tutto lo scibile riguardo allo Sherlock Holmes originale, ossia quello di Arthur Conan Doyle, in comodissime e praticissime (2 kg da portare in spiaggia) 1200 e passa pagine scritte in micronico. L’ho alternato ad altre letture per variare, ma devo dire fin da subito che, ora che ho terminato, Holmes e il fidato Watson già mi mancano.

Nel volume sono comprese tutte le opere (4 romanzi e 56 racconti), quindi:
• Uno studio in rosso
• Il regno dei Quattro
• Le avventure di Sherlock Holmes
• Le memorie di Sherlock Holmes
• Il mastino dei Baskerville
• Il ritorno di Sherlock Holmes
• La valle della paura
• L’ultimo saluto
• Il taccuino di Sherlock Holmes

Da ragazzino avevo letto Il mastino dei Baskerville, e ricordo che mi era piaciuto moltissimo, ecco, non è cambiato nulla. Doyle ti prende sia nei racconti che nei romanzi, non puoi sfuggire. E’ chiaramente una lettura “classica”, pulita, ma è comunque coinvolgente ed ogni volta ti fa sentire a casa grazie alla ritualità ripetitiva della costruzione della storia, all’ormai notissimo metodo deduttivo (che ricordiamo, ha inventato proprio Doyle) e alla consapevolezza dell’infallibilità dell’investigatore e alla fedeltà del suo amico Watson, che è poi colui che nella narrazione si occupa di mettere per iscritto le avventure.

Non si può aggiungere nulla oltre a quanto detto, Doyle è un incredibile maestro, sono rimasto davvero stupito, mi aspettavo qualcosa di noioso ed invece ho dovuto totalmente ricredermi. Spesso di Holmes si ricorda solo l’intuito incredibile ed il metodo deduttivo, ci sono però migliaia di sfaccettature meno note ed altrettanto interessanti, ad esempio la dipendenza dell’investigatore dalla droga quando è inattivo o la capacità camaleontica di travestimento o ancora la passione per gli esperimenti in ambito chimico.

In definitiva con pochi euro di investimento ti si apre un mondo intero da cui non vorrai più uscire, rateizzabile in diversi mesi di lettura. Se proprio dovessi essere pignolissimo ho trovato gli ultimi due libri leggermente sotto tono rispetto al resto, ma è proprio un voler trovare il pelo nell’uovo..

“12 anni schiavo” di Solomon Northup

Penso che scriverò in merito a questo il libro in modo un po’ sparso, così è.

Mi aspettavo un polpettone, essendo stato scritto nel 1853, invece sono stato piacevolmente sorpreso dallo stile fresco (per quanto si possa parlare di stile fresco considerato il tema) e dalla leggerezza con cui sono descritti i 12 anni di schiavitù a cui è stato sottoposto il protagonista, dopo essere stato rapito e privato della identità di uomo libero.

Avevo già visto il film di McQueen, bellissimo come tutti i suoi film, e dopo aver letto il libro non posso che apprezzarne ancora di più la regia. E’ uno di quei pochissimi casi in cui romanzo e trasposizione cinematografica si equivalgono, leggere il libro dopo il film devo ammettere che risulti quasi inutile (dal punto di vista conoscitivo), se non per sentire la storia dalle parole esatte di chi l’ha vissuta.

Questo romanzo ti consente di avere una visione precisa di cosa fosse la schiavitù in quegli anni, anche perchè chi scrive è una persona di cultura, cosa generalmente impossibile perchè gli schiavi venivano appositamente mantenuti nell’ignoranza più totale per evitare problemi. Solomon è invece un uomo che ha studiato, suona il violino e ha doti di artigiano. In realtà si intuisce una certa censura dovuta all’epoca, che limita i sopprusi subiti dagli schiavi alle frustate o comunque a punizioni “descrivibili”. Ma è chiaro, quando si parla di padroni “lussuriosi”, quali altre punizioni dovessero subire. Il padrone ha sullo schiavo qualsiasi diritto.

E’ una sorta di Fuga dal campo 14 del 1850. Quando l’uomo è ridotto in schiavitù il tempo sembra fermarsi, le differenze sono infatti minime a 150 anni di distanza. Quello che più mi colpisce di questi due libri è il concetto, più volte espresso in entrambi i romanzi, secondo cui chi nasce schiavo soffre molto meno rispetto a chi ha avuto modo di conoscere la libertà. E anche così non è forse ben detto. Più precisamente, chi nasce schiavo anela poco alla libertà, non la desidera come ci si aspetterebbe dovrebbe essere, non la immagina, non ha idea di cosa sia. Quello che io mi chiedo, o meglio, che chiedo a te perchè io la mia risposta la conosco, è questo: ormai è chiaro che siamo tutti schiavi, in modo più subdolo e meno cruento di Solomon certo, ma quanto siamo realmente coscienti di esserlo? Dove si ferma la nostra capacità di immaginare una reale libertà mai vista e provata?

“Il tiranno dei mondi” di Isaac Asimov

Prosegue la mia avventura galattica nel Ciclo Asimoviano, in particolare nel Ciclo dell’Impero (il Ciclo dei Robot l’ho letto prima di iniziare a scrivere su questo blog). Dopo Il paria dei cieli ho affrontato quindi in ordine cronologico (di scrittura) Il tiranno dei mondi. A breve leggerò Le correnti dello spazio, concludendo questa trilogia, per poi FINALMENTE arrivare al Ciclo della Fondazione, che non vedo l’ora di scoprire.

L’unica pecca del libro (e dopo procediamo ad inchinarci) non dipende ovviamente da Asimov, che è un genio assoluto e inimitabile del genere, ma nella traduzione del titolo. Il titolo originale è infatti The Stars, Like Dust (tradotto solo in poche edizioni in Stelle, come polvere) assolutamente più poetico e in linea con l’opera. Ma è una puntualizzazione fatta apposta per essere scassacazzo, chiariamoci.

Come al solito non starò a snocciolare la trama, composta da avventure, intrighi e viaggi stellari. Quello che lascia sempre a bocca aperta è il contesto in cui si svolge la vicenda, come viene storicizzato e reso coerente in millenni di storia dell’Umanità ormai alla conquista dell’Universo. Attualissimo direi anche il tema dei Tiranni che dominano su una serie di pianeti, dove ogni pianeta reclama la propria dignità e indipendenza dall’impero centrale. In questa gigantesca costruzione non manca comunque la visione dell’Uomo nel suo piccolo, con la storia d’amore e le conseguenti gelosie e paure del singolo individuo. L’avventuriero e la principessa, tema ripetuto in molte narrazioni, rivive qui ricordando una sorta di Guerre Stellari meglio costruita.

Non riesco ad esprimere bene ciò che Asimov crea nel lettore, o comunque in me in particolare. Quello che mi fa adorare questo scrittore è che, mentre l’adrenalina cresce nella trama, gli intrighi si infittiscono, la politica fa il suo orribile corso (come la nostra) e l’amore ha suoi alti e bassi, riesco a sentire costantemente, in sottofondo a tutto questo, il vuoto, il silenzio e la desolazione dello Spazio che avvolge tutto. Asimov riesce a far apparire piccolo anche un impero galattico composto da molti pianeti, come a ricordare, appunto, che in confronto all’infinito siamo granelli di polvere.

“Sventura” di Chuck Palahniuk

Quando devo scrivere di un libro e continuo a pensare “dai, fai vedere che ci sono dei lati positivi” non è certo un buon segno. Il mio attaccamento a Palahniuk rischia di distorcere la realtà e portarmi su posizioni poco obiettive. La prima grande verità è che in queste 334 pagine di romanzo ci sono almeno 100 pagine di troppo. Ma andiamo per gradi.

Sventura è il secondo capitolo della Trilogia Dantesca di Palahniuk, iniziata con Dannazione (di cui ti avevo parlato QUI). La verginella Madison, uscita dall’Inferno, si aggira per la Terra sotto forma di fantasma, scoprendo che i suoi famosissimi genitori (una sorta di coppia Pitt-Jolie) hanno fondato una religione, il burinismo, caratterizzata dalla totale adesione alla volgarità (parolacce, rutti, scorregge..). In un crescendo che potrebbe portare all’estinzione della razza umana, Madison deve cercare di impedire il trionfo del burinismo, inseguita da Satana e da una cerchia di fantasmi che la consigliano (un po’ come l’angelo buono e l’angelo cattivo). Trama leggera e forte critica sociale, ossia tutto quello che mi era piaciuto in Dannazione. E fino a qui tutto bene.

Ma.

Ma Sventura (che, ricordo, si presentava potente come Fight Club e Soffocare: vaffanculo) è pesante, prolisso e poco coinvolgente. Palahniuk si affida ancora al suo insuperabile modo di scrivere tralasciando i contenuti. Come anticipato, forse la soluzione doveva essere quella di tagliare, per riportare il romanzo alla metratura standard delle precedenti opere. A un certo punto mi sono trovato dentro a un flashback interminabile di qualche decina di pagine (intendo 50/70 pagine, non so), evitabilissimo. Certo, c’è la scena del glory hole che rimane fantastica..

Poco da dire, se ci metto un mese a leggere un libro, o è Il signore degli anelli, o non mi è piaciuto e ho letto giusto quelle 10 pagine al giorno sul water per poterlo finire. Spero che la terza parte della trilogia sia più simile alla prima, spero che questo contrasto tra Dio e Satana sia davvero entusiasmante, anche se deve essere parecchio difficile fare del fantasy su della mitologia fantasy.

“Mi chiamo Chuck” di Aaron Karo

La prima volta che ho visto Mi chiamo Chuck in libreria ne sono stato attratto, ma il prezzo di copertina di 12 euro, unito al fatto che fosse un romanzo per young adults, mi aveva fatto desistere dall’effettuare l’acquisto. Poi però, qualche giorno fa, l’ho ribeccato su eBay a 5 euro spedizione inclusa, e allora non ho resistito. E devo dire che non sono pentito.

Si, è un romanzo per ragazzi, si legge tranquillamente in tre ore perchè, pur avendo 280 pagine, ha l’interlinea a doppia senso con corsia d’emergenza (e piazzola di sosta) e i caratteri in dimensione extralarge. Insomma è proprio leggerino, ma è molto piacevole. C’è anche da dire che ho una certa passione per i romanzi di formazione, basti pensare che Il giovane Holden rimane uno dei miei libri preferiti in assoluto.

La storia è semplice e non molto originale. Chuck è un ragazzino sfigato e nerd di 17 anni, con un amico sfigato quanto lui, una sorella che non lo caga mai e un’esistenza ai margini dell’impopolarità totale in ambito scolastico (fa parte del club dei secchioni), dove i soliti bulli “bulleggiano” a scapito suo e dei suoi pochi amici. Scopre l’amore e questo pian piano cambia le cose, ed è il motore del miglioramento del personaggio in tutta la storia. Fine, non spoilero dai. L’originalità consiste nel fatto che Chuck soffra di un disturbo ossessivo-compulsivo. Presente? Quelli che si lavano le mani 8000 volte, contano il numero delle pippe (lo fa) e hanno problemi nei contatti fisici. Ecco. Il disturbo psichico è il coprotagonista del romanzo, pur sempre rimanendo il tutto in una chiave di comicità e leggerezza.

Il pregio di questo romanzo di Aaron Karo è proprio l’analisi della malattia del protagonista, e di come questa condizioni i rapporti di Chuck con la sua famiglia, i suoi amici e l’amore. E’ una novità e soprattutto l’argomento è affrontato senza mai risultare pesante ma anzi, con molta autoironia da parte di Chuck stesso che narra in prima persona. Il lato meno positivo invece è che tutto il resto sia molto stereotipato, a partire dagli altri personaggi del romanzo che non presentano una grande profondità psicologica. Ad esempio il bullo fa il bullo perchè è un bullo, stop. E’ pur sempre un romanzo per ragazzi certo, ma credo che qualcosa di più dal contesto si sarebbe potuto spremere. Inoltre forse l’età di 17 anni è un pochino fuori mira verso l’alto, il protagonista (& co.) potrebbe avere anche 15 anni, e due anni a quell’età contano parecchio..

E’ comunque un romanzo che mi ha riportato per un po’ alla giovinezza, divertendomi, una buona lettura per staccare e svagarsi senza grandi pretese.

“Il bazar dei brutti sogni” di Stephen King

La copertina, bellissima e finalmente fedele all’originale, mi ha conquistato subito. Poi nel prendere in mano il libro, bè, è gommoso, ho detto tutto. A livello visivo e tattile Il bazar dei brutti sogni ha già vinto ancora prima di iniziare a leggerlo. Il resto è facile.

20 racconti in cui il Re passa come sempre da un argomento all’altro, sondando tutti gli aspetti dell’animo umano. L’orrore, nel senso classico, è presente in circa la metà delle storie, anche se, per ovvie ragioni di marketing, ormai King è conosciuto come romanziere del terrore. Chi lo conosce davvero sa bene ormai che nella maggior parte dei casi non si parla di vampiri o zombie. L’orrore è quello umano, quello che si nasconde dentro ognuno di noi e che Stephen descrive benissimo, e che ovviamente fa più paura. L’orrore della solitudine, della rassegnazione, della vita sprecata, della paura della morte. Tanti sono i tipi di orrore, e anche se molti “hanno i denti” quelli più spaventosi sono meno facili da riconoscere.

Ho visto che diversi lettori si lamentano poichè in questa raccolta sono presenti molti racconti già pubblicati. Sarà anche vero, ma sono racconti pubblicati a puntate online o su giornali che io non avevo mai letto. Di King ho letto tutto (mi mancano 3/4 libri, che sono in lista..) ma non ho mai inseguito la singola pubblicazione “speciale” sulla rivista, ecc.. quindi credo che, se sei un appassionato “normale”, resterai soddisfatto dal materiale presente. E’ anche un’occasione per leggere diverse traduzioni in breve periodo, e di accorgersi che la magia non la fa il traduttore..

Senza spiegazioni o anticipazioni, ti consiglierei, se credi che King sia uno scrittore “di genere”, di provare anche il solo racconto Premium Harmony, che è corto, non impegna tanto e lo puoi leggere senza sentirti ucciso dalla mole delle sue 10 pagine.

Sicuramente il meglio il Re lo offre nei romanzi, e più sono lunghi e articolati meglio è, tuttavia questo Bazar mi è piaciuto comunque e ha felicemente intervallato la trilogia poliziesca/noir che sinceramente mi sta stufando. Resta comunque il fatto che, come si suol dire, la cosa più importante non è la meta ma il viaggio, di conseguenza, per uno come King che è molto bravo a farti viaggiare su chilometraggi da 800 pagine, il racconto resti qualcosa di ancora un gradino sotto la media. Ecco, se proprio dovessi dire qualcosa di negativo, è che nel racconto ci si aspetta spesso il colpo di scena finale, considerata la sua breve lunghezza, e non un piccolo viaggio in cui la meta conta poco.

“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino

Stiamo parlando di Tarantino, quindi un film difficilmente è “brutto”. Non è un regista paragonabile ad altri (“..non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport..”), non tratta gli argomenti allo stesso modo e i dialoghi sono sempre ad un livello superiore. Il raffronto può quindi solamente ripiegarsi su se stesso, ossia: come si pone questo The Hateful Eight rispetto agli altri film di Tarantino? Per rispondere meglio a questa domanda ti ho preparato la mia personale classifica (che non include gli episodi di Four Rooms e Sin City):

1° – Pulp Fiction
2° – Django Unchained
3° – Bastardi senza gloria
4° – Le iene
6° – Kill Bill vol. 2
5° – Kill Bill vol. 1
6° – Grindhouse – A prova di morte
7° – The Hateful Eight
8° – Jackie Brown

Non è finito in ultima posizione unicamente perchè di Jackie Brown ricordo solo che non mi era piaciuto per niente, quindi ho dato a The Hateful Eight il beneficio del dubbio lasciandolo al penultimo posto.

Credo che il Quentin questa volta abbia peccato di autocompiacimento, relegando la storia ad un’importanza secondaria (aggiungerei: inconsistente, inesistente) rispetto alla nota abilità nei dialoghi e alla descrizione dei piccoli gesti che lo caratterizzano positivamente.
Inoltre a me i film lunghi piacciono, sono un amante delle tre ore, ma qui proprio non ci siamo, si poteva tagliare il minutaggio tranquillamente a metà, tanto non succede un cazzo.

Il paragone diretto con l’unico suo altro simil-western, ossia Django, è improponibile, siamo su due livelli totalmente diversi.
E poi lì c’era Christoph Waltz.

“The Martian – Sopravvissuto” – di Ridley Scott

Bisogna partire dal presupposto che su Marte è già stato girato qualsiasi film possibile, e che non bisognerebbe girarne altri, salvo non sia presente un qualche tipo di idea rivoluzionaria. Ecco, questa idea in The Martian io non l’ho trovata.

Sicuramente è un bel film: intrattiene, coinvolge, diverte, ma tutto qui. Che Scott fosse in grado di girare un film coinvolgente non c’era dubbio, essendo oltretutto un maestro della fantascienza, tuttavia io mi aspettavo di più. Non ho visto tutta la filmografia di Scott, ma siamo a un buon 75%, e credo che The Martian si classifichi tra gli ultimi suoi film in ordine di preferenza, nonostante il mio amore per la fantascienza.
Forse avrebbe potuto puntare tutto, se non sull’originalità, sull’interpretazione, ma scegliendo Matt Damon come protagonista anche questa opzione è stata eliminata. Chiariamoci, i film di Damon sono sempre divertenti, ma siamo ben lontani dalla performance di McConaughey in Interstellar.

Mi è piaciuto? Si. Probabilmente anche grazie alle indubbiamente fantastiche ambientazioni. Lo riguarderò? No. Con i classici come Alien e Blade Runner non è neanche il caso di fare un paragone, ma Prometheus l’ho già rivisto tre volte…