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“Il tiranno dei mondi” di Isaac Asimov

Prosegue la mia avventura galattica nel Ciclo Asimoviano, in particolare nel Ciclo dell’Impero (il Ciclo dei Robot l’ho letto prima di iniziare a scrivere su questo blog). Dopo Il paria dei cieli ho affrontato quindi in ordine cronologico (di scrittura) Il tiranno dei mondi. A breve leggerò Le correnti dello spazio, concludendo questa trilogia, per poi FINALMENTE arrivare al Ciclo della Fondazione, che non vedo l’ora di scoprire.

L’unica pecca del libro (e dopo procediamo ad inchinarci) non dipende ovviamente da Asimov, che è un genio assoluto e inimitabile del genere, ma nella traduzione del titolo. Il titolo originale è infatti The Stars, Like Dust (tradotto solo in poche edizioni in Stelle, come polvere) assolutamente più poetico e in linea con l’opera. Ma è una puntualizzazione fatta apposta per essere scassacazzo, chiariamoci.

Come al solito non starò a snocciolare la trama, composta da avventure, intrighi e viaggi stellari. Quello che lascia sempre a bocca aperta è il contesto in cui si svolge la vicenda, come viene storicizzato e reso coerente in millenni di storia dell’Umanità ormai alla conquista dell’Universo. Attualissimo direi anche il tema dei Tiranni che dominano su una serie di pianeti, dove ogni pianeta reclama la propria dignità e indipendenza dall’impero centrale. In questa gigantesca costruzione non manca comunque la visione dell’Uomo nel suo piccolo, con la storia d’amore e le conseguenti gelosie e paure del singolo individuo. L’avventuriero e la principessa, tema ripetuto in molte narrazioni, rivive qui ricordando una sorta di Guerre Stellari meglio costruita.

Non riesco ad esprimere bene ciò che Asimov crea nel lettore, o comunque in me in particolare. Quello che mi fa adorare questo scrittore è che, mentre l’adrenalina cresce nella trama, gli intrighi si infittiscono, la politica fa il suo orribile corso (come la nostra) e l’amore ha suoi alti e bassi, riesco a sentire costantemente, in sottofondo a tutto questo, il vuoto, il silenzio e la desolazione dello Spazio che avvolge tutto. Asimov riesce a far apparire piccolo anche un impero galattico composto da molti pianeti, come a ricordare, appunto, che in confronto all’infinito siamo granelli di polvere.

“Sventura” di Chuck Palahniuk

Quando devo scrivere di un libro e continuo a pensare “dai, fai vedere che ci sono dei lati positivi” non è certo un buon segno. Il mio attaccamento a Palahniuk rischia di distorcere la realtà e portarmi su posizioni poco obiettive. La prima grande verità è che in queste 334 pagine di romanzo ci sono almeno 100 pagine di troppo. Ma andiamo per gradi.

Sventura è il secondo capitolo della Trilogia Dantesca di Palahniuk, iniziata con Dannazione (di cui ti avevo parlato QUI). La verginella Madison, uscita dall’Inferno, si aggira per la Terra sotto forma di fantasma, scoprendo che i suoi famosissimi genitori (una sorta di coppia Pitt-Jolie) hanno fondato una religione, il burinismo, caratterizzata dalla totale adesione alla volgarità (parolacce, rutti, scorregge..). In un crescendo che potrebbe portare all’estinzione della razza umana, Madison deve cercare di impedire il trionfo del burinismo, inseguita da Satana e da una cerchia di fantasmi che la consigliano (un po’ come l’angelo buono e l’angelo cattivo). Trama leggera e forte critica sociale, ossia tutto quello che mi era piaciuto in Dannazione. E fino a qui tutto bene.

Ma.

Ma Sventura (che, ricordo, si presentava potente come Fight Club e Soffocare: vaffanculo) è pesante, prolisso e poco coinvolgente. Palahniuk si affida ancora al suo insuperabile modo di scrivere tralasciando i contenuti. Come anticipato, forse la soluzione doveva essere quella di tagliare, per riportare il romanzo alla metratura standard delle precedenti opere. A un certo punto mi sono trovato dentro a un flashback interminabile di qualche decina di pagine (intendo 50/70 pagine, non so), evitabilissimo. Certo, c’è la scena del glory hole che rimane fantastica..

Poco da dire, se ci metto un mese a leggere un libro, o è Il signore degli anelli, o non mi è piaciuto e ho letto giusto quelle 10 pagine al giorno sul water per poterlo finire. Spero che la terza parte della trilogia sia più simile alla prima, spero che questo contrasto tra Dio e Satana sia davvero entusiasmante, anche se deve essere parecchio difficile fare del fantasy su della mitologia fantasy.

“Mi chiamo Chuck” di Aaron Karo

La prima volta che ho visto Mi chiamo Chuck in libreria ne sono stato attratto, ma il prezzo di copertina di 12 euro, unito al fatto che fosse un romanzo per young adults, mi aveva fatto desistere dall’effettuare l’acquisto. Poi però, qualche giorno fa, l’ho ribeccato su eBay a 5 euro spedizione inclusa, e allora non ho resistito. E devo dire che non sono pentito.

Si, è un romanzo per ragazzi, si legge tranquillamente in tre ore perchè, pur avendo 280 pagine, ha l’interlinea a doppia senso con corsia d’emergenza (e piazzola di sosta) e i caratteri in dimensione extralarge. Insomma è proprio leggerino, ma è molto piacevole. C’è anche da dire che ho una certa passione per i romanzi di formazione, basti pensare che Il giovane Holden rimane uno dei miei libri preferiti in assoluto.

La storia è semplice e non molto originale. Chuck è un ragazzino sfigato e nerd di 17 anni, con un amico sfigato quanto lui, una sorella che non lo caga mai e un’esistenza ai margini dell’impopolarità totale in ambito scolastico (fa parte del club dei secchioni), dove i soliti bulli “bulleggiano” a scapito suo e dei suoi pochi amici. Scopre l’amore e questo pian piano cambia le cose, ed è il motore del miglioramento del personaggio in tutta la storia. Fine, non spoilero dai. L’originalità consiste nel fatto che Chuck soffra di un disturbo ossessivo-compulsivo. Presente? Quelli che si lavano le mani 8000 volte, contano il numero delle pippe (lo fa) e hanno problemi nei contatti fisici. Ecco. Il disturbo psichico è il coprotagonista del romanzo, pur sempre rimanendo il tutto in una chiave di comicità e leggerezza.

Il pregio di questo romanzo di Aaron Karo è proprio l’analisi della malattia del protagonista, e di come questa condizioni i rapporti di Chuck con la sua famiglia, i suoi amici e l’amore. E’ una novità e soprattutto l’argomento è affrontato senza mai risultare pesante ma anzi, con molta autoironia da parte di Chuck stesso che narra in prima persona. Il lato meno positivo invece è che tutto il resto sia molto stereotipato, a partire dagli altri personaggi del romanzo che non presentano una grande profondità psicologica. Ad esempio il bullo fa il bullo perchè è un bullo, stop. E’ pur sempre un romanzo per ragazzi certo, ma credo che qualcosa di più dal contesto si sarebbe potuto spremere. Inoltre forse l’età di 17 anni è un pochino fuori mira verso l’alto, il protagonista (& co.) potrebbe avere anche 15 anni, e due anni a quell’età contano parecchio..

E’ comunque un romanzo che mi ha riportato per un po’ alla giovinezza, divertendomi, una buona lettura per staccare e svagarsi senza grandi pretese.

“Il bazar dei brutti sogni” di Stephen King

La copertina, bellissima e finalmente fedele all’originale, mi ha conquistato subito. Poi nel prendere in mano il libro, bè, è gommoso, ho detto tutto. A livello visivo e tattile Il bazar dei brutti sogni ha già vinto ancora prima di iniziare a leggerlo. Il resto è facile.

20 racconti in cui il Re passa come sempre da un argomento all’altro, sondando tutti gli aspetti dell’animo umano. L’orrore, nel senso classico, è presente in circa la metà delle storie, anche se, per ovvie ragioni di marketing, ormai King è conosciuto come romanziere del terrore. Chi lo conosce davvero sa bene ormai che nella maggior parte dei casi non si parla di vampiri o zombie. L’orrore è quello umano, quello che si nasconde dentro ognuno di noi e che Stephen descrive benissimo, e che ovviamente fa più paura. L’orrore della solitudine, della rassegnazione, della vita sprecata, della paura della morte. Tanti sono i tipi di orrore, e anche se molti “hanno i denti” quelli più spaventosi sono meno facili da riconoscere.

Ho visto che diversi lettori si lamentano poichè in questa raccolta sono presenti molti racconti già pubblicati. Sarà anche vero, ma sono racconti pubblicati a puntate online o su giornali che io non avevo mai letto. Di King ho letto tutto (mi mancano 3/4 libri, che sono in lista..) ma non ho mai inseguito la singola pubblicazione “speciale” sulla rivista, ecc.. quindi credo che, se sei un appassionato “normale”, resterai soddisfatto dal materiale presente. E’ anche un’occasione per leggere diverse traduzioni in breve periodo, e di accorgersi che la magia non la fa il traduttore..

Senza spiegazioni o anticipazioni, ti consiglierei, se credi che King sia uno scrittore “di genere”, di provare anche il solo racconto Premium Harmony, che è corto, non impegna tanto e lo puoi leggere senza sentirti ucciso dalla mole delle sue 10 pagine.

Sicuramente il meglio il Re lo offre nei romanzi, e più sono lunghi e articolati meglio è, tuttavia questo Bazar mi è piaciuto comunque e ha felicemente intervallato la trilogia poliziesca/noir che sinceramente mi sta stufando. Resta comunque il fatto che, come si suol dire, la cosa più importante non è la meta ma il viaggio, di conseguenza, per uno come King che è molto bravo a farti viaggiare su chilometraggi da 800 pagine, il racconto resti qualcosa di ancora un gradino sotto la media. Ecco, se proprio dovessi dire qualcosa di negativo, è che nel racconto ci si aspetta spesso il colpo di scena finale, considerata la sua breve lunghezza, e non un piccolo viaggio in cui la meta conta poco.

“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino

Stiamo parlando di Tarantino, quindi un film difficilmente è “brutto”. Non è un regista paragonabile ad altri (“..non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport..”), non tratta gli argomenti allo stesso modo e i dialoghi sono sempre ad un livello superiore. Il raffronto può quindi solamente ripiegarsi su se stesso, ossia: come si pone questo The Hateful Eight rispetto agli altri film di Tarantino? Per rispondere meglio a questa domanda ti ho preparato la mia personale classifica (che non include gli episodi di Four Rooms e Sin City):

1° – Pulp Fiction
2° – Django Unchained
3° – Bastardi senza gloria
4° – Le iene
6° – Kill Bill vol. 2
5° – Kill Bill vol. 1
6° – Grindhouse – A prova di morte
7° – The Hateful Eight
8° – Jackie Brown

Non è finito in ultima posizione unicamente perchè di Jackie Brown ricordo solo che non mi era piaciuto per niente, quindi ho dato a The Hateful Eight il beneficio del dubbio lasciandolo al penultimo posto.

Credo che il Quentin questa volta abbia peccato di autocompiacimento, relegando la storia ad un’importanza secondaria (aggiungerei: inconsistente, inesistente) rispetto alla nota abilità nei dialoghi e alla descrizione dei piccoli gesti che lo caratterizzano positivamente.
Inoltre a me i film lunghi piacciono, sono un amante delle tre ore, ma qui proprio non ci siamo, si poteva tagliare il minutaggio tranquillamente a metà, tanto non succede un cazzo.

Il paragone diretto con l’unico suo altro simil-western, ossia Django, è improponibile, siamo su due livelli totalmente diversi.
E poi lì c’era Christoph Waltz.

“The Martian – Sopravvissuto” – di Ridley Scott

Bisogna partire dal presupposto che su Marte è già stato girato qualsiasi film possibile, e che non bisognerebbe girarne altri, salvo non sia presente un qualche tipo di idea rivoluzionaria. Ecco, questa idea in The Martian io non l’ho trovata.

Sicuramente è un bel film: intrattiene, coinvolge, diverte, ma tutto qui. Che Scott fosse in grado di girare un film coinvolgente non c’era dubbio, essendo oltretutto un maestro della fantascienza, tuttavia io mi aspettavo di più. Non ho visto tutta la filmografia di Scott, ma siamo a un buon 75%, e credo che The Martian si classifichi tra gli ultimi suoi film in ordine di preferenza, nonostante il mio amore per la fantascienza.
Forse avrebbe potuto puntare tutto, se non sull’originalità, sull’interpretazione, ma scegliendo Matt Damon come protagonista anche questa opzione è stata eliminata. Chiariamoci, i film di Damon sono sempre divertenti, ma siamo ben lontani dalla performance di McConaughey in Interstellar.

Mi è piaciuto? Si. Probabilmente anche grazie alle indubbiamente fantastiche ambientazioni. Lo riguarderò? No. Con i classici come Alien e Blade Runner non è neanche il caso di fare un paragone, ma Prometheus l’ho già rivisto tre volte…

“Inside Out” di Pete Docter

Questa non sarà una recensione felice, perchè il film non lo è, anche se qualcuno non se ne è accorto. Per fortuna i primi a non essersene accorti sono i bambini, se no si sarebbero suicidati tutti in gruppo dopo aver ucciso gli adulti accanto a loro portando la razza umana all’estinzione. Quindi ripensandoci: per sfortuna non se ne sono accorti i bambini.
Per capirci, nella sala di paese in cui ho visto Inside Out, erano presenti circa 120 bambini (un girone infernale) su 200 posti occupati (ultimo giorno di programmazione e tutto esaurito).

Non stiamo qui a discutere se questo film d’animazione sia bello o meno, il film è bello, e lo dice uno che di animazione guarda solo le opere di Miyazaki, non è questo il punto. Il punto è che se pensavi di aver visto la scena più triste di un film “per bambini” in Up (quando i dottori comunicano l’infertilità alla coppia), ecco, ti sbagliavi.

DA QUI SPOILERO.

Inside Out, come titolo del film, va benissimo a livello di marketing per il pubblico mainstream, per i bambini e per chi non ha una gran profondità d’animo. Ma io questo cazzo di film l’avrei chiamato La morte di Bing Bong. Ed è tutto qui.

“Portala sulla luna per me” sussurra l’amico immaginario Bing Bong mentre muore cancellato dal tempo tra i ricordi sacrificabili della ex-bambina Riley. Ma porca puttana.
Io non so quanti hanno capito, forse nemmeno chi ha creato questo momento l’ha realmente compreso fino in fondo. Questa è una delle scene più tristi nella storia del cinema.
E che mi vengano pure a dire quel cazzo che vogliono sui processi di crescita, i momenti di transizione ed i passaggi all’età adulta: sono tutte stronzate.

Esemplificherò il concetto, riducendo la poesia e rendendolo più tangibile e meno astratto.
Sulla Luna, come adulto, potrai andarci da astronauta, ma ti comunico una verità indigeribile: sarà sempre un triste ripiego. Ci andrai dopo studi, sofferenze, rinunce. Ci andrai quando la felicità dell’impresa non sarà solo una sfera di gialla Gioia, ma avrà le sfumature blu della Tristezza (di sapere che non ci troverai gli unicorni arcobaleno?), quelle viola della Paura (di non rivedere i tuoi figli o comunque dover rinunciare a dei loro momenti), rosse della Rabbia (sapere che devi andarci con investimenti limitati, si investe di più sulla guerra) e verdi del Disgusto (ci sarebbe troppo: la razza umana).
Il cazzo di carretto con i propulsori melodici te lo scordi, caro mio. E’ morto insieme a Bing Bong e ai sogni veri, quelli giallo puro. Il carretto può esploderti sotto il culo poco dopo che hai lasciato la Terra. E lo sai.

E’ nato il Tempo, la Nostalgia, il Ripiego, l’Accettazione. E si, sono cose che fanno parte della vita, ma se non ci fossero si starebbe meglio. Che non mi vengano quindi a dire che è un processo di crescita come un fattore positivo, perchè è l’ennesimo voler forzatamente accettare una specie, quella Umana, come creatura complessa e dalle “mille sfaccettature”. Sveglia cazzo. L’essere umano si sta autodistruggendo, non c’è niente di positivo. E’ una creatura fallimentare. Bing Bong viene ucciso da sempre, farlo fuori è il difetto insito nella nostra specie. Lo sverginamento all’omicidio.
Era meglio essere bambini, l’essere adulti è un peggioramento della vita. Punto.
Smetto di scrivere perchè diventa inutile andare avanti, c’è chi lo sa e chi no, e sarà sempre così.

Già lo vedo il seguito: Inside Out 2 – L’isola degli stupefacenti, che mi aspettavo di vedere crescere da un momento all’altro quando la ragazzina scappa di casa, insieme a quella della prostituzione giovanile.

Voto realismo del film: 10
Animazione ‘sto cazzo.