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“Quasi niente” di Mauro Corona e Luigi Maieron

Mauro Corona racconta, in un’intervista, che questo libro a quattro mani con Luigi Maieron (cantautore friulano) sia nato semplicemente da una chiacchierata di tre giorni con del buon vino sempre a disposizione (strano!) e che poi la registrazione della chiacchierata sia stata sbobinata per arrivare al prodotto editoriale vero e proprio. Se sia vero o no non è dato saperlo, ma è proprio questa la forma in cui si presenta il libro: un botta e risposta tra i due autori su svariati argomenti e piccoli aneddoti e racconti.

Farò una cosa strana oggi, te lo elenco per punti di cosa parlano (quello che mi ricordo):
Il fallimento: come questo in realtà non esista e sia un prodotto della nostra società. Si può riuscire o meno a perseguire un obiettivo, ma il vero fallimento è solo il non averci provato, e non il mancato raggiungimento.
La vita semplice: un classico di Corona. Il titolo del libro prende il nome da una frase di Mario Rigoni Stern in punto di morte, “Se tuto gnènt” (è tutto niente). Nel senso che, alla fine, tutto quello che hai fatto e accumulato è “niente”. Se si riesce quindi a essere felici con poco non vale la pena di dannarsi l’anima per raggiungere obiettivi terreni.
La vita di montagna di una volta: ancora, inevitabile trattandosi di un libro di Corona. In questo caso sono soprattutto i racconti riguardanti personaggi umili, che i due autori hanno conosciuto nel corso delle loro vite, a mostrare come si viveva in tempi meno “moderni”.
Il canto delle manére: c’è un capitolo dedicato all’analisi del romanzo di Corona. Romanzo che a me è piaciuto molto e che ritengo per ora (tra quelli che ho letto) il suo migliore scritto. Si potrebbe anche sospettare che questo capitolo sia un po’ uno spot pubblicitario…
Il ruolo della donna: la forza della donna, più resistente dell’uomo, che spesso nell’ombra ha consentito all’uomo, appunto, di apparire un Grande Uomo, ma solo perché sostenuto da una controparte femminile, disposta ad accettare sopprusi per il bene generale (più o meno il concetto è questo).
Citazioni: tante, in particolare da parte di Corona. Scrittori, autori vari e personaggi comuni. Citazioni a profusione.

È un libretto leggero, sono circa 170 pagine, si legge in fretta. Fa riflettere su alcuni temi, ne ripete altri già sentiti. L’ultima produzione di Corona non mi piace molto, da La fine del mondo storto a Confessioni ultime, non fa che ripetere gli stessi concetti, condivisibili certo, ma che ormai chi lo legge conosce bene. Questo Quasi niente si piazza leggermente sopra (non troppo), sembra un po’ più fresco, più poetico. Sarà anche l’intervento di Maieron (che purtroppo non conosco) a svecchiare le tematiche, immagino.

Che dire, come sempre ti consiglio di iniziare dai suoi primi romanzi, sicuramente più interessanti, anche se, come dicevo sopra, se proprio devi scegliere tra gli ultimi, questo potrebbe essere un buon compromesso. Io, nel frattempo, ho messo sullo scaffale delle future letture due sue raccolte di racconti, Nel legno e nella pietra (2003) e Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007), sperando di ritrovare lo scrittore che mi era piaciuto prima di questa deriva, diciamolo, un po’ commerciale.

“L’urlo e il furore” di William Faulkner

Vai a leggerti un po’ di recensioni su questo romanzo di Faulkner, o anche i giudizi (le stelline) presenti nei vari siti che vendono libri. Vai e poi torna, torna qui da me.
Eccoti, sei tornato. Bene. Ti faccio un riassunto di ciò che hai trovato. Un 2% non ha gradito la lettura, poiché giudicata incomprensibile (tuttavia è incomprensibile anche il modo di scrivere di questa nicchia, senza accenti e H dove servano) e il restante 98% ha ritenuto il romanzo ineguagliabile, anche se spesso criptico, difficile e pesante, ma comunque un’esperienza immancabile.
Ok, io sono fuori da questa statistica. Già perché io il romanzo l’ho quasi totalmente compreso (tranne dove è proprio volutamente impossibile), e lo reputo comunque una lettura perdibilissima.

Ma facciamoci prima un po’ di trama.
La narrazione è divisa in quattro capitoli e un’appendice esplicativa (che Faulkner voleva prima del romanzo ma che qualche sadico editore ha posto al termine). I capitoli raccontano ognuno una giornata dal punto di vista di uno dei membri di una decadente famiglia del Sud degli Stati Uniti di inizio ‘900, tranne l’ultimo che è un resoconto di un giorno di lavoro della serva nera, Dilsey. Le giornate non sono in ordine cronologico ma sono sparse alla membro di Schnauzer. Ora io non mi sprecherò in dettagli, mi pare anche inutile. Come sempre per la trama completa c’è wiki. Ti dirò però che il primo capitolo (65 pagine) è un flusso di coscienza del tretatreenne ritardato Benjamin, uno dei figli. Cioè 65 pagine senza il concetto di tempo, di logica, di costruzione del pensiero. Una cosa che non è piacevole da leggere, punto. Avrebbe potuto durare 10 pagine ed avere la stessa funzione, ma non sarebbe stata abbastanza masturbatoria per l’ego dello scrittore. Siamo infatti in pieno onanismo letterario.

Dal secondo capitolo in poi la situazione migliora (molto) poco per volta. Ma almeno il terzo e il quarto capitolo son ben comprensibili, anche se assolutamente noiosi. Ecco, “noioso” è il termine che contraddistingue meglio di ogni altro questo libro. Ogni tanto Faulkner ti spara un paio di frasi consequenziali con un senso logico e ti fa capire che, effettivamente, sia un grande scrittore. Ma a me non basta. Io mi sarei sparato nelle palle, per farla breve. Pensavo che Walden di Thoreau fosse un pacco, ma a confronto è un episodio di Topolino.

Se poi dobbiamo dire che un romanzo è fenomenale perché è difficile e perché tratta lo scottante tema dello schiavismo e delle differenze razziali, allora è un altro conto. Resto dell’idea che Furore di Steinbeck lo faccia molto meglio, rimanendo nei classici della letteratura Americana.

Quindi, con buona pace di chi dice che quello che resta sia l’atmosfera (anche quando non si capisce una mazza), non credo che leggerò mai più Faulkner.
Vade retro.

“Politics” di Adam Thirlwell

«Mi divertiva l’idea di scrivere una sex comedy il cui tema in realtà non fosse il sesso ma… un argomento molto all’antica: la virtù.»
Adam Thirlwell

Questo è quanto afferma l’autore, classe 1978, in quarta di copertina di Politics (2003). Ma andiamo per ordine, ti racconto di cosa parla questo romanzo. La trama, insomma (da quando scrivo le trame le visite al blog si sono impennate, quindi mi adeguo al canone preconfezionato delle recensioni).

In Politics ci sono tre personaggi, i primi due, Moshe e Nana, sono una coppia, la terza, Anjali, è un’amica di entrambi. La coppia diventa un triangolo (non occulto, ma un ménage à trois accordato) e poi… e poi mi fermo perché ancora due parole e la trama sarebbe finita.

Quando ho preso in mano questo romanzo, e ho letto le prime pagine, sono stato subito colpito positivamente. Lo stile è molto fresco, semplice e diretto. Ci sono moltissime scene di sesso descritte in maniera quasi chirurgica, tecnica, tutt’altro che erotica. Sesso anale, fisting, rapporti saffici, posizioni a tre, bondage, ecc. Non manca nulla. Thirlwell parla poi in maniera diretta con il lettore, cioè, dice cose come “ora penserete che questo mio personaggio sia egoista”, sfondando il muro della finzione, che viene esplicitata come tale. I rapporti tra i tre, specie quelli sessuali, vengono descritti dal punto di vista psicologico di chi li vive. Ci sono scene tragicomiche in cui nessuno fa quello che vorrebbe davvero, perché pensa di fare ciò che renderà felice l’altro, rendendo tutti insoddisfatti. È un vero spaccato di quello che succede realmente in determinati rapporti in cui non si parla esplicitamente dei propri desideri. E tutto questo è molto positivo. Solo che…

…solo che, dopo le prime 50 pagine, la novità è finita, e non c’è stato molto altro di più. La trama è terribilmente scarna e il romanzo è lungo 260 pagine, peraltro anche molto fitte. Terminarlo si è rivelato difficile, sono stato pervaso da una noia mortale (eh già, nonostante il sesso). Ripeto, lo stile è sicuramente originale, e il sesso è funzionale a un nuovo metodo di studio dei personaggi costruito veramente bene. Non vorrei che pensassi fosse un romanzo per casalinghe frustrate come le 50 sfumature: non lo è, altrimenti lo conoscerebbero tutti. Non è un libro erotico per chi desidera leggere un libro erotico sentendosi comunque intellettuale (Cristo, andate su Pornhub e tagliate corto). È un romanzo sul sesso, sui rapporti a tre consensuali e sulla psicologia sessuale.

Ho scoperto Adam Thirlwell guardando la seconda serie di documentari di François Busnel: Les Carnets de route (in Italia: 1° serie America tra le righe; 2° serie Europa tra le righe, molto meglio la prima, guardala). Thirlwell è considerato uno scrittore emergente dall’innegabile talento.
Sarà… io però non so se leggerò mai un altro suo romanzo.

“La macchina del tempo – L’isola del dottor Moreau” di Herbert George Wells

Dopo L’uomo invisibile e La guerra dei mondi non potevo che completare l’opera di H.G. Wells con La macchina del tempo e L’isola del dottor Moreau, in questo caso raccolti in unico volume.

La trama de La macchina del tempo è nota, anche grazie al film del 2002 con Guy Pearce, lo è forse meno quella de L’isola del dottor Moreau, un romanzo che più che al genere della fantascienza appartiene all’horror. Il dottor Moreau è uno scienziato pazzo che ibrida animali rendendoli umani, vincolandoli con falsi credo e condizionamenti mentali a rigettare la propria natura bestiale. Ma ovviamente prima o dopo la sete di sangue dei carnivori si risveglia… e sarà il protagonista del libro, un naufrago, a trovarsi sull’isola di Moreau in balia dei mostri.

In definitiva ho trovato questi due romanzi parecchio più cupi dei due precedenti che ho letto (anche i Morlock nel futuro non scherzano), ed è questo probabilmente il motivo per cui li ho apprezzati di più. Wells si è spinto ad indagare l’animo umano, in entrambi, per capire dove finisca l’Uomo e cominci la Bestia.
Da leggere.

“I miei luoghi oscuri” di James Ellroy

Premessa: è il primo libro che leggo di James Ellroy, ma posso già dirti che non sarà l’ultimo. Fine della premessa.

I miei luoghi oscuri è un romanzo autobiografico dello scrittore dedicato a tutto ciò che riguarda l’omicidio irrisolto di sua madre, Jean Ellroy, avvenuto per strangolamento il 22 giugno 1958. James all’epoca aveva solo dieci anni.

La vicenda narrata è divisibile in tre “atti”:
1° – Indagine ufficiale.
Ellroy racconta l’indagine in modo oggettivo, come se si svolgesse nel momento in cui lui la scrive. I dettagli sul cadavere, gli indiziati (molti), le piste (moltissime) e tutto il resto, quasi fosse uno dei poliziotti incaricati di risolvere il caso. Jean è stata stuprata e uccisa dopo aver frequentato un paio di locali in compagnia di due persone, una donna e un uomo, che non verranno mai rintracciate.
2° – James Ellroy.
Lo scrittore spiega tutto ciò che è accaduto dal momento dell’indagine fino al suo successo come romanziere. Racconta come la morte della madre, accolta con felicità, abbia influenzato gli anni successivi nella sua psiche. Si parla di droga, furti, criminalità. Il giovane Ellroy è fuori di testa. Entra nelle case dei vicini e ruba le mutandine delle ragazze, ruba nei negozi, si mastruba pensando alla madre.
3° – L’indagine del 1994.
Ellroy, facendosi assistere da un poliziotto in pensione, riesamina il caso e cerca di risolverlo. Torna nei luoghi della vicenda, interroga le poche persone ancora vive che potrebbero saperne qualcosa, cerca l’assassino della madre e… cerca sua madre, la “rossa”, coma la chiama lui.

Non ti racconto come evolve il personaggio, poiché è questo il vero mistero del libro e non voglio svelarlo troppo. Ellroy ha dei ricordi della madre che sono in gran parte stati creati dal padre, un fallito alcolizzato, e che ritraggono Jean come una puttana irresponsabile e a sua volta alcolizzata. Solo “cercandola” riuscirà a ricostruirne l’esistenza. Certo, non era una santa, e questo si intuisce chiaramente, ma c’era anche dell’altro.

Questo romanzo racconta un trauma lungo una vita, mai esorcizzato. Un lutto, non superato, che ha condizionato tutta l’esistenza dello scrittore. In poche parole: un’ossessione. È un libro estremamente cupo, nero, mentre lo leggi ti mette la morte nell’animo.
L’edizione che ho letto io (quella in foto) ha la copertina nera e c’è l’autore in abito scuro appogiato su un tavolo in primo piano. È il packaging perfetto per un’agenzia di pompe funebri, il libro sembra una piccola bara. È perfetto.

Conoscevo Ellroy come il re indiscusso del noir e del poliziesco. Avevo visto qualche film tratto dai suoi libri, come L.A. Confidential e La notte non aspetta. Non so perché l’avessi sempre trascurato, ma ho fatto male. Scrive dannatamente bene e ha uno stile personale ed inconfondibile. Sono rarissime le frasi lunghe più di due righe, per dirne una. Ti riempie di nomi, sta a te capire quali siano importanti e quali no. Non è di certo una lettura facile, rilassante, ma è indimenticabile.
Sicuramente anche il traduttore ha i suoi meriti (è lo stesso Sergio Claudio Perroni che ho apprezzato nella nuova edizione di Furore di Steinbeck, poco tempo fa).

Insomma, credo proprio di aver trovato un nuovo autore da saccheggiare.

“La casa del sonno” di Jonathan Coe

Premessa.
In ogni libreria in cui entravo, prima o dopo, mi imbattevo in La banda dei brocchi di Coe. Avendo io una passione per tutto quello che riguarda la letteratura adolescenziale, o giù di lì (vedi lo stupendo Vite pericolose di bravi ragazzi), questo titolo, con il tempo, ha iniziato a incuriosirmi. Tuttavia ho scoperto che fa parte di una sorta di trilogia e ho quindi mollato in favore di La casa del sonno, ritenuto peraltro da molti il miglior romanzo di Coe.
Fine premessa.

La casa del sonno racconta la storia dello stesso gruppo di personaggi in due periodi temporali diversi. Quello che accomuna persone ed eventi è una clinica del sonno, dove i protagonisti si trovano prima come studenti e dopo qualche anno come pazienti/dottori. Il titolo del romanzo prende il nome da un libro che viene citato più volte da alcuni dei personaggi.

Ok, finita la parte positiva.

Non ci giro attorno. La casa del sonno è noioso, privo di qualsiasi interesse, campato per aria, inutile. È in assoluto uno dei romanzi più brutti che abbia mai letto. Ho dovuto stabilire una tabellina di marcia per leggere almeno 20 pagine al giorno e riuscire a levarmelo dai “piedi” il prima possibile. Hai presente il totale disinteresse? Ecco. Roba che se, mentre stai leggendo, suona l’orologio a cucù ti fermi a guardare il passero che fa capolino dodici volte perché è più coinvolgente. Non sono mai stato così poco propenso a girare pagina.
Non so cosa ci trovino molti in Coe, io non ci ho trovato nulla. Certo, ha un lessico un po’ più forbito della media (o forse è il traduttore), ma manca tutto il resto, la sostanza. Quando leggo romanzi “ben scritti” che non mi comunicano nulla mi viene sempre il sospetto che il successo sia dovuto a molti lettori medi che desiderino sentirsi “eruditi”.
Questo è un caso da manuale.

Ah, e non è la tematica, non sono chiuso o prevenuto su certi argomenti, tutt’altro. Non posso dire nulla per non spoilerare ma, rimanendo in tema, Invisible monsters di Palahniuk è uno stracazzo di romanzo cazzuto, questo no.

Mai più Jonathan Coe.

“La teoria del tutto” di Stephen W. Hawking

Di Hawking avevo già letto anni fa Dal Big Bang ai buchi neri, e mi era piaciuto molto. La teoria del tutto è probabilmente meno complesso dal punto di vista dei contenuti, almeno per quanto mi ricordi dell’altro libro, ma non per questo meno interessante.

Ora non starò a descriverti in modo approfondito di cosa parla, non ne sono in grado. Si passa dal concetto di tempo e di spazio alla formazione dell’Universo, si esplorano i buchi neri e le varie leggi fisiche cui sono legati. L’intenzione è quella di introdurre, appunto, la teoria del tutto che, se imbroccata, ci permetterebbe di conoscere l’intero funzionamento del.. tutto. Fine, stop, non ci provo nemmeno ad andare oltre.

La grandiosità di Hawking sta nel farti capire cose estremamente complesse in modo semplice. Mentre leggi continui a pensare: ok, ci sono, ci sono ancora, fino a qui ho capito, ok, ok, ecc.. Tuttavia, come evidente poche righe sopra, provare a riproporre ciò che il tuo intelletto ha appena sfiorato diventa impossibile. È però una lettura obbligatoria, almeno per conoscere gli studi più recenti in un campo, quello della cosmologia, che difficilmente incontreresti nella vita di tutti i giorni.

La cosa per me più evidente è che proprio la cosmologia (e l’esplorazione dello Spazio in generale) sia forse uno dei settori, insieme a quello della scienza medica, in cui bisognerebbe investire molto di più, se non tutto il possibile. Perché la vera domanda è da dove veniamo? e non come finirà il campionato quest’anno? Ma è un concetto difficile da capire per i più, ed è per questo che al mondo ci sono pochissimi Hawking e miliardi di idioti.

Un altro punto fondamentale è quello della questione metafisica, di Dio, per capirci. Hawking pian piano lo sposta sempre più in disparte e lo relega in un confine sempre più piccolo, facendo intuire quanto non sia in realtà necessaria la sua “eventuale” presenza. E lo fa con competenza e razionalità, non con un discorso da bar tra un prete e un menefreghista. È scienza pura al 100%.
In poche parole ti fa venire voglia di evolverti: il tempo in cui non ci si spiegava da dove venisse il fulmine, o il terremoto, è passato da un bel pezzo.

“La casa d’inferno” di Richard Matheson

L’avevo anticipato nella recensione di Io sono Helen Driscoll e così è stato: ho trovato e letto La casa d’inferno. Sono riuscito, peraltro, a recuperare la prima edizione Rizzoli del ’74, che ha anche un piccolo valore collezionistico.
Forse questo titolo è più sconosciuto rispetto agli altri dello scrittore/sceneggiatore, ma non certo meno coinvolgente. Ne è stato tratto anche un film, Dopo la vita di John Hough, ma non l’ho ancora visto.
Nemmeno questa volta,in ogni caso, Matheson mi ha deluso.

La trama è classica, ed è la sua forza. Quattro persone si recano in una casa “notoriamente” infestata, su commissione del riccone di turno, per scoprire se esista o meno la vita dopo la morte tramite l’utilizzo di diversi tipi di indagine. C’è infatti uno scienziato, con la moglie, una medium “mentale” e un medium “fisico”, unico sopravvissuto da una precedente spedizione di trent’anni prima. Non aggiungo altro per non rovinare i colpi di scena.

Matheson gestisce a meraviglia l’horror di genere, creando proprio quelle atmosfere che il lettore si aspetta da un romanzo con la tipica casa infestata. Ma non basta, c’è una sorpresa, se così la si può chiamare. A un certo punto infatti ti stupisce con una lieve virata verso il porno-soft, con possessioni carnali di ogni tipo. E devo dire che questo mi ha sorpreso molto, non ricordo di aver mai letto nemmeno una parolaccia nei suoi altri romanzi, non mi aspettavo quindi situazioni di violenza verbale e fisica a tema sessuale.

Se devo trovare una pecca è la traduzione. Già, perché.. ho scoperto cose. Tipo che sitibondo significa “assetato”, o che si possa scrivere eppoi e davvicino. Insomma, un linguaggio che doveva già essere arcaico nel 1974 e che si sposa male con frasi come “ho voglia di uccello” e “fattelo venire duro”.

Ora il prossimo obiettivo sarà leggere L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, dovrebbe essere uno dei più bei romanzi sulle case infestate. Almeno così mi pare di aver capito..

“Pulp” di Charles Bukowski

Ecco che Bukowski, dopo una dozzina di libri letti con impressioni alterne, mi stupisce piacevolmente, di nuovo. Sono proprio contento di questa cosa. Dopo il noioso Compagno di sbronze, appena letto, non mi aspettavo sarebbe successo.

Pulp è letteralmente incredibile. Nel senso che ogni singola riga non è credibile. È anche inclassificabile a livello di genere, tuttora non saprei dirti se è un noir, un poliziesco hard boiled, un libro fantasy o una spacconata alla Bukoswski. Ma forse è tutto questo insieme.

La trama è semplice, segue le vicende di Nick Belane “il detective più dritto di Los Angeles” e delle sue strampalate indagini tra bar, locali e ippodromi. I personaggi su cui indaga (quelli a cui deve “inchiodare il culo”) e i suoi clienti sono del tutto assurdi. C’è la sexy Signora Morte (sì, la Morte), un’aliena (sempre sexy, eh) di nome Jeannie, un misterioso Passero Rosso, un marito tradito, lo scrittore Céline morto nel 1961 ma che è ancora in giro… insomma, ci siamo capiti.

Il nonsense è il vero motore che tiene insieme il romanzo, unito alla parodia della detective story classica. Wiki mi suggerisce che, per la precisione, la parodia sia rivolta a Rick Blane, interpretato da Humphrey Bogart in Casablanca, e ad altri personaggi noir interpretati sempre da Bogart.

Che dire, appena iniziato non mi era piaciuto molto, poi sono entrato nel mondo di Belane e tutto è cambiato. È sicuramente uno dei libri più divertenti che abbia letto negli ultimi tempi, con prese per il culo allo stereotipo del detective che sono davvero geniali. Pur riportando tratti caratteristici di Bukowski (appunto: i bar, le sbronze, l’ippodromo, il sesso) è un romanzo unico rispetto a tutto ciò che ha scritto. Sicuramente da leggere.

“Re del porno” di John Holmes

L’autobiografia del più grande attore hard.

La leggenda narra che, quando nel 1944 venne al mondo John Curtis Holmes (nato Estes), l’ostetrica disse alla madre: «Signora, suo figlio ha due piedi e tre gambe». E fu solo la prima donna, di una lunga serie, che Mr. 32 cm impressionò con le sue particolari doti (lui sostiene di aver avuto più di 20.000 partner).

Ho comprato questo libro per leggere qualcosa di leggero, scorrevole, senza troppo impegno. E invece no, è stata una lettura davvero molto interessante, su più livelli. In 44 anni di vita, Holmes, ha attraversato la storia del cinema hard, dagli inizi fino a poco prima dell’avvento di internet, è stato implicato in uno dei più grossi casi di cronaca nera del tempo, la strage di Wonderland, ed uno dei primi attori porno a contrarre il virus dell’HIV e a morire per l’Aids.

Poteva essere una vita facile quella di Holmes, ma non lo è stata, in gran parte per colpa sua. Tuttavia è sicuramente stata un’esistenza piena, vissuta in ogni singolo minuto. Holmes è passato, concedimi la facile ironia, dalle tope alle topaie, attraverso le sue molteplici dipendenze, quella dal sesso, la sua fortuna, e quella dalle droghe, la sua rovina. Ma andiamo a vedere tutto per punti, che si fa prima.

Storia del porno.
Holmes inzia a lavorare nel mondo della pornografia per caso, accettando un misero compenso per girare un filmino hard. Le sue peculiarità sono però troppo evidenti per passare inosservate e gli aprono le porte (e le gambe) per il futuro. Holmes ha anche un controllo totale del suo corpo, riesce ad avere erezioni a comando e a decidere quando “finire” il lavoro. È il pornoattore perfetto. I primi filmini a cui partecipa sono illegali, girati in case dalle finestre oscurate per non farsi scoprire dalla polizia. Il porno era infatti pesantemente punito dalla legge, all’epoca. Holmes vive tutte questa fasi storiche, dallo smercio clandestino dei video nei vicoli (dai bagagliai delle auto), fino allo sdoganamento avvenuto con film come Gola profonda e all’avvento delle grosse produzioni, legate anche al mondo dello star-system, alle VHS e ai sex toys.
Non si è mai capito come Holmes abbia contratto l’Aids. La moglie (che ha pubblicato il libro postumo) sostiene persino possa essere stato in qualche modo infettato durante un viaggio a Washington, su ordine di Reagan per dare un duro colpo al cinema porno (siamo in pieno puritanesimo). Del tipo: si è ammalato perché fa le cose brutte.

La dipendenza dalla droga.
Nel libro Holmes affronta senza filtri il problema della dipendenza. La droga è ovunque sui set e sembra impossibile resistere. La sua “fortuna” è quella di avere paura degli aghi, per questo motivo non diventerà mai eroinomane, ma “solo” cocainomane. Arriva a spendere fino a 1500 dollari al giorno in droga. Nella tossicodipendenza diventa come qualsiasi nullità dipendente dalle droghe. Vende tutti i suoi averi (che sono tanti, si parla di di palazzi, negozi, ecc.) e si riduce a frequentare sbandati e a rubare spaccando i finestrini delle auto. La droga è la causa di tutti i suoi mali ed è una cosa incredibile.. Sì, perché con un cazzo da 32 centimetri avrebbe potuto vivere nell’oro fino a 90 anni.

Wonderland.
Non posso star qui a riassumere tutta la vicenda, se no facciamo notte. Ma Holmes racconta la sua versione dei fatti sulla strage di Wonderland, per cui non è ancora stato trovato il vero colpevole. Quattro persone furono trucidate per un regolamento di conti nel mondo dello spaccio di droga. Holmes viveva con queste persone e conosceva bene il presunto mandante, il boss Eddie Nash. Fu Holmes, per sua ammissione, a permettere il colpo a casa del boss lasciando appositamente una finestra aperta. Ma chi fu la mano della vendetta è ignoto. Holmes dichiara di averli trovati già morti. Nash voleva che ad ucciderli fosse lo stesso Holmes. Il caso è irrisolto. È stato tratto anche un film, Wonderland – Massacro a Hollywood con Val Kilmer, che non ho visto e che guarderò stasera.

Vita di John Holmes.
In mezzo a tutto questo Holmes racconta la sua vita, è la parte leggera e divertente del libro, almeno fino a quando non si ammala e muore nel 1988. Una vita di regali, film, occasioni, soldi. Ogni donna lo desidera, è un po’ attore un po’ gigolò di lusso. Tutte vogliono provarlo e lui si concede. Mogli ricche, star. Si parla di regali importanti come auto e appartamenti. È abbastanza chiara la dipendenza dal sesso, Holmes non ha freni, tromba sotto i riflettori per ore e continua nel tempo libero. Poi arriva l’Aids e lui si autodistrugge. Sceglie di morire il prima possibile, evitando tutti i consigli dei medici e sfondandosi di alcool, droga e sigarette (7 pacchetti al giorno).
Il film Boogie Nights – L’altra Hollywod, di Paul Thomas Anderson con Mark Wahlberg, è ispirato alla sua vita, se non l’hai visto te lo consiglio. Non è fedele ma è molto bello.

L’idea che mi sono fatto è quella di una persona bruciata dalla sua stessa fortuna, incapace di gestirla, e forse anche fondamentalmente buona. Holmes lascia casa presto da giovane, circondato da una serie di padri ubriaconi e violenti, ha quella che si potrebbe definire un’infanzia difficile. Però vuole molto bene alla madre e alla moglie. Più che un assassino mi sembra una vittima degli eventi, uno di quei personaggi che si mette nei casini senza accorgersene e che poi rimane fregato.
Un piccolo uomo con un cazzo enorme e, forse, come dice sua moglie, con un cuore ancora più grande.