Archivi tag: libro

“La macchina del tempo – L’isola del dottor Moreau” di Herbert George Wells

Dopo L’uomo invisibile e La guerra dei mondi non potevo che completare l’opera di H.G. Wells con La macchina del tempo e L’isola del dottor Moreau, in questo caso raccolti in unico volume.

La trama de La macchina del tempo è nota, anche grazie al film del 2002 con Guy Pearce, lo è forse meno quella de L’isola del dottor Moreau, un romanzo che più che al genere della fantascienza appartiene all’horror. Il dottor Moreau è uno scienziato pazzo che ibrida animali rendendoli umani, vincolandoli con falsi credo e condizionamenti mentali a rigettare la propria natura bestiale. Ma ovviamente prima o dopo la sete di sangue dei carnivori si risveglia… e sarà il protagonista del libro, un naufrago, a trovarsi sull’isola di Moreau in balia dei mostri.

In definitiva ho trovato questi due romanzi parecchio più cupi dei due precedenti che ho letto (anche i Morlock nel futuro non scherzano), ed è questo probabilmente il motivo per cui li ho apprezzati di più. Wells si è spinto ad indagare l’animo umano, in entrambi, per capire dove finisca l’Uomo e cominci la Bestia.
Da leggere.

“I miei luoghi oscuri” di James Ellroy

Premessa: è il primo libro che leggo di James Ellroy, ma posso già dirti che non sarà l’ultimo. Fine della premessa.

I miei luoghi oscuri è un romanzo autobiografico dello scrittore dedicato a tutto ciò che riguarda l’omicidio irrisolto di sua madre, Jean Ellroy, avvenuto per strangolamento il 22 giugno 1958. James all’epoca aveva solo dieci anni.

La vicenda narrata è divisibile in tre “atti”:
1° – Indagine ufficiale.
Ellroy racconta l’indagine in modo oggettivo, come se si svolgesse nel momento in cui lui la scrive. I dettagli sul cadavere, gli indiziati (molti), le piste (moltissime) e tutto il resto, quasi fosse uno dei poliziotti incaricati di risolvere il caso. Jean è stata stuprata e uccisa dopo aver frequentato un paio di locali in compagnia di due persone, una donna e un uomo, che non verranno mai rintracciate.
2° – James Ellroy.
Lo scrittore spiega tutto ciò che è accaduto dal momento dell’indagine fino al suo successo come romanziere. Racconta come la morte della madre, accolta con felicità, abbia influenzato gli anni successivi nella sua psiche. Si parla di droga, furti, criminalità. Il giovane Ellroy è fuori di testa. Entra nelle case dei vicini e ruba le mutandine delle ragazze, ruba nei negozi, si mastruba pensando alla madre.
3° – L’indagine del 1994.
Ellroy, facendosi assistere da un poliziotto in pensione, riesamina il caso e cerca di risolverlo. Torna nei luoghi della vicenda, interroga le poche persone ancora vive che potrebbero saperne qualcosa, cerca l’assassino della madre e… cerca sua madre, la “rossa”, coma la chiama lui.

Non ti racconto come evolve il personaggio, poiché è questo il vero mistero del libro e non voglio svelarlo troppo. Ellroy ha dei ricordi della madre che sono in gran parte stati creati dal padre, un fallito alcolizzato, e che ritraggono Jean come una puttana irresponsabile e a sua volta alcolizzata. Solo “cercandola” riuscirà a ricostruirne l’esistenza. Certo, non era una santa, e questo si intuisce chiaramente, ma c’era anche dell’altro.

Questo romanzo racconta un trauma lungo una vita, mai esorcizzato. Un lutto, non superato, che ha condizionato tutta l’esistenza dello scrittore. In poche parole: un’ossessione. È un libro estremamente cupo, nero, mentre lo leggi ti mette la morte nell’animo.
L’edizione che ho letto io (quella in foto) ha la copertina nera e c’è l’autore in abito scuro appogiato su un tavolo in primo piano. È il packaging perfetto per un’agenzia di pompe funebri, il libro sembra una piccola bara. È perfetto.

Conoscevo Ellroy come il re indiscusso del noir e del poliziesco. Avevo visto qualche film tratto dai suoi libri, come L.A. Confidential e La notte non aspetta. Non so perché l’avessi sempre trascurato, ma ho fatto male. Scrive dannatamente bene e ha uno stile personale ed inconfondibile. Sono rarissime le frasi lunghe più di due righe, per dirne una. Ti riempie di nomi, sta a te capire quali siano importanti e quali no. Non è di certo una lettura facile, rilassante, ma è indimenticabile.
Sicuramente anche il traduttore ha i suoi meriti (è lo stesso Sergio Claudio Perroni che ho apprezzato nella nuova edizione di Furore di Steinbeck, poco tempo fa).

Insomma, credo proprio di aver trovato un nuovo autore da saccheggiare.

“La casa del sonno” di Jonathan Coe

Premessa.
In ogni libreria in cui entravo, prima o dopo, mi imbattevo in La banda dei brocchi di Coe. Avendo io una passione per tutto quello che riguarda la letteratura adolescenziale, o giù di lì (vedi lo stupendo Vite pericolose di bravi ragazzi), questo titolo, con il tempo, ha iniziato a incuriosirmi. Tuttavia ho scoperto che fa parte di una sorta di trilogia e ho quindi mollato in favore di La casa del sonno, ritenuto peraltro da molti il miglior romanzo di Coe.
Fine premessa.

La casa del sonno racconta la storia dello stesso gruppo di personaggi in due periodi temporali diversi. Quello che accomuna persone ed eventi è una clinica del sonno, dove i protagonisti si trovano prima come studenti e dopo qualche anno come pazienti/dottori. Il titolo del romanzo prende il nome da un libro che viene citato più volte da alcuni dei personaggi.

Ok, finita la parte positiva.

Non ci giro attorno. La casa del sonno è noioso, privo di qualsiasi interesse, campato per aria, inutile. È in assoluto uno dei romanzi più brutti che abbia mai letto. Ho dovuto stabilire una tabellina di marcia per leggere almeno 20 pagine al giorno e riuscire a levarmelo dai “piedi” il prima possibile. Hai presente il totale disinteresse? Ecco. Roba che se, mentre stai leggendo, suona l’orologio a cucù ti fermi a guardare il passero che fa capolino dodici volte perché è più coinvolgente. Non sono mai stato così poco propenso a girare pagina.
Non so cosa ci trovino molti in Coe, io non ci ho trovato nulla. Certo, ha un lessico un po’ più forbito della media (o forse è il traduttore), ma manca tutto il resto, la sostanza. Quando leggo romanzi “ben scritti” che non mi comunicano nulla mi viene sempre il sospetto che il successo sia dovuto a molti lettori medi che desiderino sentirsi “eruditi”.
Questo è un caso da manuale.

Ah, e non è la tematica, non sono chiuso o prevenuto su certi argomenti, tutt’altro. Non posso dire nulla per non spoilerare ma, rimanendo in tema, Invisible monsters di Palahniuk è uno stracazzo di romanzo cazzuto, questo no.

Mai più Jonathan Coe.

“La teoria del tutto” di Stephen W. Hawking

Di Hawking avevo già letto anni fa Dal Big Bang ai buchi neri, e mi era piaciuto molto. La teoria del tutto è probabilmente meno complesso dal punto di vista dei contenuti, almeno per quanto mi ricordi dell’altro libro, ma non per questo meno interessante.

Ora non starò a descriverti in modo approfondito di cosa parla, non ne sono in grado. Si passa dal concetto di tempo e di spazio alla formazione dell’Universo, si esplorano i buchi neri e le varie leggi fisiche cui sono legati. L’intenzione è quella di introdurre, appunto, la teoria del tutto che, se imbroccata, ci permetterebbe di conoscere l’intero funzionamento del.. tutto. Fine, stop, non ci provo nemmeno ad andare oltre.

La grandiosità di Hawking sta nel farti capire cose estremamente complesse in modo semplice. Mentre leggi continui a pensare: ok, ci sono, ci sono ancora, fino a qui ho capito, ok, ok, ecc.. Tuttavia, come evidente poche righe sopra, provare a riproporre ciò che il tuo intelletto ha appena sfiorato diventa impossibile. È però una lettura obbligatoria, almeno per conoscere gli studi più recenti in un campo, quello della cosmologia, che difficilmente incontreresti nella vita di tutti i giorni.

La cosa per me più evidente è che proprio la cosmologia (e l’esplorazione dello Spazio in generale) sia forse uno dei settori, insieme a quello della scienza medica, in cui bisognerebbe investire molto di più, se non tutto il possibile. Perché la vera domanda è da dove veniamo? e non come finirà il campionato quest’anno? Ma è un concetto difficile da capire per i più, ed è per questo che al mondo ci sono pochissimi Hawking e miliardi di idioti.

Un altro punto fondamentale è quello della questione metafisica, di Dio, per capirci. Hawking pian piano lo sposta sempre più in disparte e lo relega in un confine sempre più piccolo, facendo intuire quanto non sia in realtà necessaria la sua “eventuale” presenza. E lo fa con competenza e razionalità, non con un discorso da bar tra un prete e un menefreghista. È scienza pura al 100%.
In poche parole ti fa venire voglia di evolverti: il tempo in cui non ci si spiegava da dove venisse il fulmine, o il terremoto, è passato da un bel pezzo.

“La casa d’inferno” di Richard Matheson

L’avevo anticipato nella recensione di Io sono Helen Driscoll e così è stato: ho trovato e letto La casa d’inferno. Sono riuscito, peraltro, a recuperare la prima edizione Rizzoli del ’74, che ha anche un piccolo valore collezionistico.
Forse questo titolo è più sconosciuto rispetto agli altri dello scrittore/sceneggiatore, ma non certo meno coinvolgente. Ne è stato tratto anche un film, Dopo la vita di John Hough, ma non l’ho ancora visto.
Nemmeno questa volta,in ogni caso, Matheson mi ha deluso.

La trama è classica, ed è la sua forza. Quattro persone si recano in una casa “notoriamente” infestata, su commissione del riccone di turno, per scoprire se esista o meno la vita dopo la morte tramite l’utilizzo di diversi tipi di indagine. C’è infatti uno scienziato, con la moglie, una medium “mentale” e un medium “fisico”, unico sopravvissuto da una precedente spedizione di trent’anni prima. Non aggiungo altro per non rovinare i colpi di scena.

Matheson gestisce a meraviglia l’horror di genere, creando proprio quelle atmosfere che il lettore si aspetta da un romanzo con la tipica casa infestata. Ma non basta, c’è una sorpresa, se così la si può chiamare. A un certo punto infatti ti stupisce con una lieve virata verso il porno-soft, con possessioni carnali di ogni tipo. E devo dire che questo mi ha sorpreso molto, non ricordo di aver mai letto nemmeno una parolaccia nei suoi altri romanzi, non mi aspettavo quindi situazioni di violenza verbale e fisica a tema sessuale.

Se devo trovare una pecca è la traduzione. Già, perché.. ho scoperto cose. Tipo che sitibondo significa “assetato”, o che si possa scrivere eppoi e davvicino. Insomma, un linguaggio che doveva già essere arcaico nel 1974 e che si sposa male con frasi come “ho voglia di uccello” e “fattelo venire duro”.

Ora il prossimo obiettivo sarà leggere L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, dovrebbe essere uno dei più bei romanzi sulle case infestate. Almeno così mi pare di aver capito..

“Pulp” di Charles Bukowski

Ecco che Bukowski, dopo una dozzina di libri letti con impressioni alterne, mi stupisce piacevolmente, di nuovo. Sono proprio contento di questa cosa. Dopo il noioso Compagno di sbronze, appena letto, non mi aspettavo sarebbe successo.

Pulp è letteralmente incredibile. Nel senso che ogni singola riga non è credibile. È anche inclassificabile a livello di genere, tuttora non saprei dirti se è un noir, un poliziesco hard boiled, un libro fantasy o una spacconata alla Bukoswski. Ma forse è tutto questo insieme.

La trama è semplice, segue le vicende di Nick Belane “il detective più dritto di Los Angeles” e delle sue strampalate indagini tra bar, locali e ippodromi. I personaggi su cui indaga (quelli a cui deve “inchiodare il culo”) e i suoi clienti sono del tutto assurdi. C’è la sexy Signora Morte (sì, la Morte), un’aliena (sempre sexy, eh) di nome Jeannie, un misterioso Passero Rosso, un marito tradito, lo scrittore Céline morto nel 1961 ma che è ancora in giro… insomma, ci siamo capiti.

Il nonsense è il vero motore che tiene insieme il romanzo, unito alla parodia della detective story classica. Wiki mi suggerisce che, per la precisione, la parodia sia rivolta a Rick Blane, interpretato da Humphrey Bogart in Casablanca, e ad altri personaggi noir interpretati sempre da Bogart.

Che dire, appena iniziato non mi era piaciuto molto, poi sono entrato nel mondo di Belane e tutto è cambiato. È sicuramente uno dei libri più divertenti che abbia letto negli ultimi tempi, con prese per il culo allo stereotipo del detective che sono davvero geniali. Pur riportando tratti caratteristici di Bukowski (appunto: i bar, le sbronze, l’ippodromo, il sesso) è un romanzo unico rispetto a tutto ciò che ha scritto. Sicuramente da leggere.

“Re del porno” di John Holmes

L’autobiografia del più grande attore hard.

La leggenda narra che, quando nel 1944 venne al mondo John Curtis Holmes (nato Estes), l’ostetrica disse alla madre: «Signora, suo figlio ha due piedi e tre gambe». E fu solo la prima donna, di una lunga serie, che Mr. 32 cm impressionò con le sue particolari doti (lui sostiene di aver avuto più di 20.000 partner).

Ho comprato questo libro per leggere qualcosa di leggero, scorrevole, senza troppo impegno. E invece no, è stata una lettura davvero molto interessante, su più livelli. In 44 anni di vita, Holmes, ha attraversato la storia del cinema hard, dagli inizi fino a poco prima dell’avvento di internet, è stato implicato in uno dei più grossi casi di cronaca nera del tempo, la strage di Wonderland, ed uno dei primi attori porno a contrarre il virus dell’HIV e a morire per l’Aids.

Poteva essere una vita facile quella di Holmes, ma non lo è stata, in gran parte per colpa sua. Tuttavia è sicuramente stata un’esistenza piena, vissuta in ogni singolo minuto. Holmes è passato, concedimi la facile ironia, dalle tope alle topaie, attraverso le sue molteplici dipendenze, quella dal sesso, la sua fortuna, e quella dalle droghe, la sua rovina. Ma andiamo a vedere tutto per punti, che si fa prima.

Storia del porno.
Holmes inzia a lavorare nel mondo della pornografia per caso, accettando un misero compenso per girare un filmino hard. Le sue peculiarità sono però troppo evidenti per passare inosservate e gli aprono le porte (e le gambe) per il futuro. Holmes ha anche un controllo totale del suo corpo, riesce ad avere erezioni a comando e a decidere quando “finire” il lavoro. È il pornoattore perfetto. I primi filmini a cui partecipa sono illegali, girati in case dalle finestre oscurate per non farsi scoprire dalla polizia. Il porno era infatti pesantemente punito dalla legge, all’epoca. Holmes vive tutte questa fasi storiche, dallo smercio clandestino dei video nei vicoli (dai bagagliai delle auto), fino allo sdoganamento avvenuto con film come Gola profonda e all’avvento delle grosse produzioni, legate anche al mondo dello star-system, alle VHS e ai sex toys.
Non si è mai capito come Holmes abbia contratto l’Aids. La moglie (che ha pubblicato il libro postumo) sostiene persino possa essere stato in qualche modo infettato durante un viaggio a Washington, su ordine di Reagan per dare un duro colpo al cinema porno (siamo in pieno puritanesimo). Del tipo: si è ammalato perché fa le cose brutte.

La dipendenza dalla droga.
Nel libro Holmes affronta senza filtri il problema della dipendenza. La droga è ovunque sui set e sembra impossibile resistere. La sua “fortuna” è quella di avere paura degli aghi, per questo motivo non diventerà mai eroinomane, ma “solo” cocainomane. Arriva a spendere fino a 1500 dollari al giorno in droga. Nella tossicodipendenza diventa come qualsiasi nullità dipendente dalle droghe. Vende tutti i suoi averi (che sono tanti, si parla di di palazzi, negozi, ecc.) e si riduce a frequentare sbandati e a rubare spaccando i finestrini delle auto. La droga è la causa di tutti i suoi mali ed è una cosa incredibile.. Sì, perché con un cazzo da 32 centimetri avrebbe potuto vivere nell’oro fino a 90 anni.

Wonderland.
Non posso star qui a riassumere tutta la vicenda, se no facciamo notte. Ma Holmes racconta la sua versione dei fatti sulla strage di Wonderland, per cui non è ancora stato trovato il vero colpevole. Quattro persone furono trucidate per un regolamento di conti nel mondo dello spaccio di droga. Holmes viveva con queste persone e conosceva bene il presunto mandante, il boss Eddie Nash. Fu Holmes, per sua ammissione, a permettere il colpo a casa del boss lasciando appositamente una finestra aperta. Ma chi fu la mano della vendetta è ignoto. Holmes dichiara di averli trovati già morti. Nash voleva che ad ucciderli fosse lo stesso Holmes. Il caso è irrisolto. È stato tratto anche un film, Wonderland – Massacro a Hollywood con Val Kilmer, che non ho visto e che guarderò stasera.

Vita di John Holmes.
In mezzo a tutto questo Holmes racconta la sua vita, è la parte leggera e divertente del libro, almeno fino a quando non si ammala e muore nel 1988. Una vita di regali, film, occasioni, soldi. Ogni donna lo desidera, è un po’ attore un po’ gigolò di lusso. Tutte vogliono provarlo e lui si concede. Mogli ricche, star. Si parla di regali importanti come auto e appartamenti. È abbastanza chiara la dipendenza dal sesso, Holmes non ha freni, tromba sotto i riflettori per ore e continua nel tempo libero. Poi arriva l’Aids e lui si autodistrugge. Sceglie di morire il prima possibile, evitando tutti i consigli dei medici e sfondandosi di alcool, droga e sigarette (7 pacchetti al giorno).
Il film Boogie Nights – L’altra Hollywod, di Paul Thomas Anderson con Mark Wahlberg, è ispirato alla sua vita, se non l’hai visto te lo consiglio. Non è fedele ma è molto bello.

L’idea che mi sono fatto è quella di una persona bruciata dalla sua stessa fortuna, incapace di gestirla, e forse anche fondamentalmente buona. Holmes lascia casa presto da giovane, circondato da una serie di padri ubriaconi e violenti, ha quella che si potrebbe definire un’infanzia difficile. Però vuole molto bene alla madre e alla moglie. Più che un assassino mi sembra una vittima degli eventi, uno di quei personaggi che si mette nei casini senza accorgersene e che poi rimane fregato.
Un piccolo uomo con un cazzo enorme e, forse, come dice sua moglie, con un cuore ancora più grande.

“Io sono Helen Driscoll” di Richard Matheson

Qualche sera fa mi sono ritrovato per caso a vedere Echi mortali, un film di David Koepp con Kevin Bacon del 1999. Colpito dalla somiglianza della trama con il più noto Il sesto senso di Shyamalan ho ravanato su internet per capire quale dei due fosse uscito per primo. Ho scoperto così che i film sono usciti nello stesso anno, a distanza di un mese l’uno dall’altro (questa la sfiga principale per Echi mortali, che è passato in secondo piano sebbene molto bello), e che quindi non c’è stata la scopiazzatura che temevo. Ed è in questa ricerca che ho anche scoperto (nei titoli mi era sfuggito) che il film di Koepp è tratto dal libro di Matheson Io sono Helen Driscoll.
Dannazione, Matheson!

Di Matheson avevo già letto Io sono leggenda e Tre millimetri al giorno ed entrambi mi erano piaciuti molto. Si parla di molti anni fa. Ma perché ho poi abbandonato questo autore? Mistero. Detto fatto mi sono procurato il libro e in due giorni l’ho divorato.

Trama semplice, che intreccia fantascienza, horror e giallo. Un padre di famiglia, Tom, viene ipnotizzato per gioco dal cognato che involontariamente gli “apre” la mente. Tom diventa quindi, suo malgrado, una sorta di medium. Seguono sogni, visioni, preveggenze, letture del pensiero. La sua vita e quella della sua famiglia è stravolta. Tra le altre cose vede un fantasma che compare ogni notte nel suo salotto. Mi fermo qui, dai.

Io ho letto il libro nell’edizione pubblicata da Urania, tuttavia, come scritto sopra, non me la sento di classificarlo unicamente come “fantascienza”. Ed è qui a mio parere la sua forza, il mescolare più generi. E’ la tipica lettura per cui desideri sempre sapere cosa accade nella pagina successiva. Leggera ma molto appassionante.

Non commetterò nuovamente l’errore di trascurare Matheson, infatti sto già lavorando per recuperare La casa d’inferno

“Verso il Polo con Armaduk” di Ambrogio Fogar

Ambrogio Fogar è per me una sorta di creatura mitologica, ammantata da un’aura di affascinante mistero. Il tempo che ci distanzia, la nostalgia degli anni di Jonathan Dimensione Avventura, lo rende qualcosa di magico, qualcosa che mi riporta all’infanzia. Non appena sento Adventure di Piovan vengo istantaneamente calato nel mondo di Bim Bum Bam, delle sorprese nelle scatolette per fiammiferi della Mulino Bianco e nella immensa tristezza di quel cazzo di gattino sotto la pioggia della pubblicità della Barilla. È un’esperienza solamente sensoriale, perché io Fogar non me lo ricordo. Cioè, lo ricordo bloccato nel letto, ma non ho memoria delle sue imprese, ero troppo piccolo, purtroppo.
Proprio scrivendo di queste cosa, ora, ho avuto un flash di Uanathan

Comunque, volevo leggere La zattera e mi son trovato tra le mani Verso il Polo con Armaduk. (Il mitico Armaduk, citato anche da pozzetto ne Il ragazzo di campagna, così, giusto per andare avanti con l’amarcord.) Qui Fogar racconta la sua esperienza di viaggio a piedi sulla banchisa verso il Polo Nord, in compagnia del fidato cane, con uno slittino per i bagagli e 60 gradi sotto zero. E lo racconta bene, in modo non pesante ma fortemente comunicativo. Quello che mi ha colpito è soprattutto il Fogar persona comune, non un supereroe. Mi spiego.
Quando leggo le imprese di Walter Bonatti (ho già parlato di Montagne di una vita) mi rendo conto di come fossero impossibili per chiunque non avesse la sua predisposizione fisica (scientificamente dimostrata, non solo allenamento). Dico “wow”, tuttavia non potrei mai calarmi nella sua parte, è una sorta di Superman. Con Fogar invece è stato diverso, le sue insicurezze sono più umane, e così anche i suoi fallimenti. Fogar non punta al primato (lo stesso viaggio al Polo è già stato compiuto da altri al momento della sua avventura), punta a fare un’esperienza, così come la potrebbe fare una persona qualsiasi. Per dirla in modo forse un po’ poetico è come se Bonatti fosse quello che vorremmo essere, Fogar quello che non abbiamo il coraggio di essere. Per farla breve: Fogar mi fa sentire in colpa di non vivere a pieno, così come faceva lui.

Andando su un piano più “terreno” il libro è ricco di particolari anche per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario e tutta la parte tecnica necessaria ad affrontare un simile viaggio. Oltre ovviamente alla descrizione di tutto il percorso di conoscenza e amicizia tra Ambrogio e Armaduk.
[Un inciso, per quanto riguarda i cani. All’inzio del libro Fogar descrive come vengono crudelmente trattati in quella zona del mondo dagli eschimesi (perlomeno in quegli anni). I cani sono solo uno strumento, li si ciba una volta alla settimana e se non servono vengono lasciati morire tra i ghiacci. L’esatto opposto di quanto succede oggi da noi, dove hanno più diritti dell’uomo. Le vie di mezzo sono ormai qualcosa di sconosciuto.]

Adesso cercherò di recuperare anche La zattera, storia del famoso naufragio di Fogar, per settanta giorni alla deriva nell’oceano, in cui perse la vita il suo amico Mauro Mancini.

Quindi, a tra poco.

“L’uomo invisibile” di Herbert George Wells

H.G. Wells, insieme a Jules Verne, è considerato unanimemente il padre della fantascienza. L’uomo invisibile non è esattamente il suo primo romanzo a essere stato pubblicato, ma si deve considerare che la pubblicazione è avvenuta nel 1897, ben sedici anni dopo la prima stesura…
Detto questo, non avendo ancora letto nulla di Wells, era mio dovere morale rimediare.

Quando si affronta un libro di fantascienza così datato sono tante le riflessioni da fare prima di buttarsi in un semplice “mi è/non mi è piaciuto”. Una su tutte l’innovazione, l’idea originaria originale. Certo, noi siamo abituati ormai all’invisibilità di moltissimi personaggi, esplicitamente o meno ispirati dal romanzo di Wells. Mi viene in mente la donna invisibile della serie I fantastici 4 della Marvel o, appunto, il più esplicito Kevin Bacon de L’uomo senza ombra. E non sto a tirar fuori dal guardaroba nemmeno la lana di Camuflone del mantello di Harry Potter, se no non finiamo più. Ma tutto arriva da qui, perlomeno nella sua forma più moderna, tutto arriva da Wells. Quindi inchiniamoci, come prima cosa.

È ovvio, ora leggere questo romanzo, con la sua semplicità, fa quasi sorridere. La trama è leggera e centrata sulla semplicità dell’invisibilità. Ci sono molte letture che vedono questo romanzo come la previsione della solitudine umana del XX secolo (che era alle porte), ma io non voglio addentrarmici. A volte mi sembra che si debba caricare per forza.

L’uomo invisibile diventa tale volutamente, a seguito dei suoi esperimenti. Lo stesso si rende poi conto che tutti i vantaggi della sua condizione diventano svantaggi nel momento in cui è difficile essere davvero invisibile. Perchè c’è la neve, perchè c’è la polvere, perchè si ha fame comunque, freddo senza vestiti, ecc. Da qui nasce la frustrazione, la rabbia. L’uomo invisibile diventa pian piano emarginato e cattivo (forse anche troppo gratuitamente).

Ho apprezzato molto le ultime 30/40 pagine. C’è un preludio di horror moderno nell’atmosfera, che si distacca da quello che era avvenuto in tutta la parte precedente per l’intensità e la tensione più elevate.

Ripeto, per apprezzarlo bisogna immergersi nel periodo, ritrovare la novità. Non è facile. Però è molto scorrevole, per nulla pesante, si legge in un attimo, proprio perchè semplice.
Credo che leggerò anche La guerra dei mondi e La macchina del tempo, appena riuscirò a recuperarli. La produzione di Wells è infinita, ma dovrebbe bastarmi così, salvo l’uscita di qualche Mammut tentatore.