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“Melmoth l’errante” di Charles Robert Maturin

Romanzo gotico del 1820, Melmoth l’errante è considerato un capolavoro assoluto, tanto da ispirare persino un seguito ad Honoré de Balzac, Melmoth riconciliato (peraltro in coda al volume che ho letto). È sicuramente un’opera complessa, ricca di artifici e composta come una scatola cinese, dove ogni racconto ne racchiude un altro, il tutto a sua volta incluso in un’unica cornice. 800 pagine…

La trama non la riporto per intero, solo un accenno per capire quello di cui ti sto parlando. Come sempre, se desiderassi approfondire, wiki riporta un intreccio dettagliato, comprensivo di tutti i racconti inclusi nel romanzo e narrati dai vari personaggi.
Melmoth è un uomo che ha fatto un patto con il diavolo, il potere e l’immortalità in cambio dell’anima. Le sue vicende tuttavia non sono narrate in modo diretto da Maturin, ma attraverso gli anedotti dei vari personaggi che l’hanno in qualche modo incrociato nel corso della sua lunga vita. Si parte da un pronipote che eredita da uno zio un misterioso quadro e un manoscritto, passando dai racconti di un naufrago a cui a sua volta sono state narrate altre vicende. 3/4 macrostorie, alcune occupanti più di un centinaio di pagine. Al centro questo personaggio oscuro, inquietante, temuto e intravisto, che cerca di “donare” a sua volta i suoi poteri a chi è in condizioni disperate, così da liberarsi dalla maledizione.

Chi sono io per contraddire Balzac, Wilde o Lovecraft, che venerano questo romanzo? Nessuno. Però ho impiegato quasi due mesi a leggerlo. Certo, ho avuto anche parecchi inconvenienti e distrazioni in questo periodo, ma l’ho comunque trovato di una noia mortale. Una noia eterna, per stare in tema. Se la lettura ideale ti stimola a cercare un minuto libero per prendere in mano il libro, questa compie l’esatto opposto. Sono riuscito a trovare centinaia di alternative alla lettura, scuse per non procedere (finamai ho rispolverato “campo minato” online). Curiosità e coinvolgimento ai minimi storici. La prolissità della narrazione è qualcosa di incredibile, tanto che la stessa vicenda avrebbe potuto essere raccontata comodamente in 200 pagine. Un continuo abbondare di metafore e giri di parole, pensieri sottolineati decine di volte, capitoli interi in cui non avviene nulla se non la ripetizione di un concetto.

Sulla “carta” suonava bene. Romanzo gotico, patto con il diavolo, immortalità, il peccato. E invece mi ha ucciso, mi sono sentito come Melmoth, intrappolato in una maledizione: quella di non riuscire a terminare la lettura. Ho preferito il Melmoth riconcialito di Balzac (senza comunque impazzire eh).

Mi sto annoiando anche ora, a scriverne. Che non me ne vogliano i suoi adepti, ma questo Maturin, pronipote di Wilde, mi ha proprio fracassato i maroni. Mai più.