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“La casa sull’abisso” di William Hope Hodgson

William Hope Hodgson, insieme ai più noti Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft (di cui ho appena acquistato l’opera omnia in mammut: 2000 pg!), è ritenuto uno scrittore di culto per tutti gli amanti dell’horror con implicazioni metafisiche/spirituali/demonologiche. La casa sull’abisso uno dei suoi romanzi più rappresentativi. In realtà erano anni che desideravo affrontarlo, ne avevo letto qualcosa a proposito su uno dei primi Almanacchi di Dylan Dog (quando Dylan Dog era davveroo Dylan Dog) e avevo sempre rimandato.
Bene, ora l’ho letto.

L’edizione che ho recuperato è quella dei Classici Urania, è molto curata e contiene, oltre al romanzo (con naturale premessa e biografia), anche tre racconti e un illuminante saggio finale di Gianfranco de Turris. Dico “illuminante” perché de Turris spiega ed esplicita la doppia lettura che si può fare di questo romanzo. Ma veniamo alla trama, poi ci arrovelliamo.

Attraverso lo stratagemma letterario del “manoscritto ritrovato” vengono narrate le vicende di un uomo che, in Irlanda, abita isolato in un’enorme casa, insieme alla sorella e a un cane. Sotto la casa c’è un abisso, una grotta profonda da cui fuoriescono delle creature che, durante la notte, cercano di entrare nella casa. L’uomo resiste e indaga sull’abisso, scoprendo che è collegato sia da un apertura esterna alla casa che da una botola interna alla grande cantina inesplorata. Il tutto è condito da visioni cosmologiche, molto lunghe, in cui l’uomo vede un’altra realtà collegata alla sua solo da una casa, che pare la stessa in cui abita. Inoltre vive un’esperienza di viaggio nel tempo (che occupa molte pagine) composta solo ed esclusivamente dalla condizione e dall’evoluzione del cosmo nei milioni di anni a venire, fino al termine dell’Universo.

Non starò a descriverti tutto quanto spiega de Turris nel saggio, ti basti sapere che l’intero romanzo ha una chiave di lettura psicologica, dove la cantina e l’abisso rappresentano i lati oscuri dell’uomo, le bestie suine i suoi demoni, ecc. Abbastanza da farmi sentire scemo per non averlo compreso durante la lettura: il romanzo è quindi più complesso di quanto sembri.

Dal punto di vista esclusivamente letterario ho trovato la storia estremamente coinvolgente nelle parti reali, quelle di azione tangibile, e altrettanto pallosa in tutta la parte metafisica e cosmologica (non me ne vogliano gli appassionati), troppo lunga e prolissa.

È sicuramente una lettura da affrontare con la dovuta predisposizione psicologica, ma è comunque un libro da leggere. Hodgson è molto stimato da Lovecraft, e tanto basti per individuarne il genere. Ora, appena ne avrò il coraggio, affronterò il mammut di Lovecraft di cui parlavo sopra, magari a rate…

Un nota sui racconti: Il terrore della cisterna, La tempesta e Eloi, Eloi lama sabachtani! Ho apprezzato molto la semplicità giallistica e misteriosa del primo, il secondo parla di una tempesta in mare (Hodgson era un marinaio e un culturista) e l’ho trovato un po’ noioso, mentre il terzo affronta il tema del fervore religioso, forse in modo leggermente prolisso.

In definitiva non credo leggerò altro di Hodgson, tuttavia sono contento di averlo “conosciuto”.

“Ensel e Krete” di Walter Moers (serie Zamonia)

Sono dovuto tornare nel mondo di Zamonia, non ho saputo resistere. Dopo Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu, primo volume della serie di Walter Moers, mi sono buttato su Ensel e Krete, leggendolo nel giro di sole ventiquattro ore (anche perché molto più breve).

In questo volume i due gemelli seminani Ensel e Krete, ovviamente parodia della famosa fiaba, si perdono nella “Grande Foresta” di Zamonia dove incontrano creature di ogni tipo, naturalmente stranissime come solo Moers sa creare, dal lupo foglioso all’ormai noto graglioffo delle spelonche. La trama è tutta qui (c’è ovviamente una strega) ed è una trama al servizio delle stranezze che funge da veicolo per artifici letterari di ogni tipo, visioni, sabbie mobili, vegetali parlanti di tutte le forme e dimensioni, ecc.
L’intera storia è scritta dal dinosauro intellettuale Ildefonso de Sventramitis (di cui a fine volume ci sono anche una trentina di pagine di biografia!) che interviene ogni poco con le sue “divagazioni sventramitiche” (un artificio letterario di cui è creatore e di cui quindi si serve senza freni). De Sventramitis è, in pratica, per Ensel e Krete quello che Abdul Noctambulotti era per Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu.

Devo ammettere che il primo volume della serie mi era piaciuto di più, ma anche con questo siamo comunque a livelli altissimi di comicità e costruzione del testo. La traduzione deve essere stata un lavoro pachidermico, considerati gli infiniti giochi di parole e i doppi sensi.
Un libro sicuramente da leggere.

Ora devo recuperare Rumo e i prodigi nell’oscurità, il terzo volume della serie, ma ho appena scoperto che è il più difficile da trovare di tutti e sei. Non sarà facile, ma io non mollo, è ormai una dipendenza.

“La casa tonda” di Louise Erdrich

1988, North Dakota, riserva indiana. Geraldine Cutts, moglie del giudice Bazil Cutts, viene violentata e scampa miracolosamente alla furia del suo carnefice, che vorrebbe bruciarla viva. Poi si chiude nel silenzio, non rivelando chi sia il suo aggressore né alla giustizia, né al marito, né al figlio tredicenne Joe. Sarà proprio quest’ultimo, protagonista del romanzo, ad indagare di nascosto sul caso, una volta resosi conto che il padre, seppure giudice della riserva, non abbia mai avuto a che fare con crimini e criminali veri.

La casa tonda è un romanzo del 2012 scritto da una scrittrice statunitense indiana, Louise Erdrich, molto famosa nella sua terra natia e purtroppo ancora poco da noi, dove le sue opere sono state tradotte solo in minima parte. Dico purtroppo perché La casa tonda è un romanzo stupendo, una di quelle storie che ti fanno cercare “i due minuti liberi” per leggere e vedere come prosegue.

La narrazione avviene in prima persona: è Joe che ricorda gli eventi della sua giovinezza e li racconta. Ci sono quindi tutte le caratteristiche della storia adolescenziale, le amicizie, gli amori, le insicurezze, unite però a una cultura indiana che la Erdrich spiega senza mai diventare pedante o invasiva. È quindi un romanzo interessante a 360°, da tutti i punti di vista. Vengono affrontate, sempre con una leggerezza mai superficiale, anche le tematiche legali riguardanti l’amministrazione della giustizia nelle riserve indiane, e le controversie che ne seguono.

È davvero raro incontrare un libro che sia informativo, che coinvolga emotivamente e che abbia una storia trainante. La casa tonda è tutto questo. Sicuramente leggerò altro di questa scrittrice, sperando anche nella traduzione di altre sue opere.

“Prega detective” di James Ellroy

Prega detective è 100% noir. È, inoltre, il romanzo di esordio di James Ellroy, risale infatti al 1981, il titolo originale è Brown’s Requiem. In Italia la prima edizione è del 1995, ma noi si sa, arriviamo sempre in ritardo.

La trama è, a mio parere, secondaria rispetto allo stile e all’ambientazione. È una storia di intrighi, omicidi e corruzione su cui si trova ad indagare l’investigatore privato Fritz Brown, ex poliziotto, (quasi)ex alcolizzato e appassionato di musica classica. Di mezzo c’è il mondo delle scommesse, quello dei caddie (i facchini dei campi da golf) e truffe alla previdenza sociale. Non manca un cattivone, di cui non ti dico nulla per non svelare parte del mistero. E, ovviamente, la bella di cui il detective si innamora.

Io di Ellroy avevo letto solo I miei luoghi oscuri, un paio di mesi fa, che però è una biografia. Prega detective mi ha folgorato: è IL noir, punto. Hai presente quando ti aspetti quelle frasi tipo (invento): «Era una notte buia, ma quella bionda mi faceva girare la testa…», ecco. In questo romanzo trovi esattamente quello che cerchi, un’atmosfera perfetta per il genere.

Di veramente noir non avevo mai letto nulla, fatta eccezione per Pulp di Bukowski (che ora assume ancora più significato nella sua grandezza parodistica). Quello di Ellroy è uno stile cupo, una scrittura che sa di whisky, cazzotti e pallottole.
Dannazione, credo sia nato un amore.

“Politics” di Adam Thirlwell

«Mi divertiva l’idea di scrivere una sex comedy il cui tema in realtà non fosse il sesso ma… un argomento molto all’antica: la virtù.»
Adam Thirlwell

Questo è quanto afferma l’autore, classe 1978, in quarta di copertina di Politics (2003). Ma andiamo per ordine, ti racconto di cosa parla questo romanzo. La trama, insomma (da quando scrivo le trame le visite al blog si sono impennate, quindi mi adeguo al canone preconfezionato delle recensioni).

In Politics ci sono tre personaggi, i primi due, Moshe e Nana, sono una coppia, la terza, Anjali, è un’amica di entrambi. La coppia diventa un triangolo (non occulto, ma un ménage à trois accordato) e poi… e poi mi fermo perché ancora due parole e la trama sarebbe finita.

Quando ho preso in mano questo romanzo, e ho letto le prime pagine, sono stato subito colpito positivamente. Lo stile è molto fresco, semplice e diretto. Ci sono moltissime scene di sesso descritte in maniera quasi chirurgica, tecnica, tutt’altro che erotica. Sesso anale, fisting, rapporti saffici, posizioni a tre, bondage, ecc. Non manca nulla. Thirlwell parla poi in maniera diretta con il lettore, cioè, dice cose come “ora penserete che questo mio personaggio sia egoista”, sfondando il muro della finzione, che viene esplicitata come tale. I rapporti tra i tre, specie quelli sessuali, vengono descritti dal punto di vista psicologico di chi li vive. Ci sono scene tragicomiche in cui nessuno fa quello che vorrebbe davvero, perché pensa di fare ciò che renderà felice l’altro, rendendo tutti insoddisfatti. È un vero spaccato di quello che succede realmente in determinati rapporti in cui non si parla esplicitamente dei propri desideri. E tutto questo è molto positivo. Solo che…

…solo che, dopo le prime 50 pagine, la novità è finita, e non c’è stato molto altro di più. La trama è terribilmente scarna e il romanzo è lungo 260 pagine, peraltro anche molto fitte. Terminarlo si è rivelato difficile, sono stato pervaso da una noia mortale (eh già, nonostante il sesso). Ripeto, lo stile è sicuramente originale, e il sesso è funzionale a un nuovo metodo di studio dei personaggi costruito veramente bene. Non vorrei che pensassi fosse un romanzo per casalinghe frustrate come le 50 sfumature: non lo è, altrimenti lo conoscerebbero tutti. Non è un libro erotico per chi desidera leggere un libro erotico sentendosi comunque intellettuale (Cristo, andate su Pornhub e tagliate corto). È un romanzo sul sesso, sui rapporti a tre consensuali e sulla psicologia sessuale.

Ho scoperto Adam Thirlwell guardando la seconda serie di documentari di François Busnel: Les Carnets de route (in Italia: 1° serie America tra le righe; 2° serie Europa tra le righe, molto meglio la prima, guardala). Thirlwell è considerato uno scrittore emergente dall’innegabile talento.
Sarà… io però non so se leggerò mai un altro suo romanzo.

“La collina dei conigli” di Richard Adams

Ho appena scoperto che di questo romanzo esiste un seguito: una raccolta di racconti dal titolo La collina dei ricordi. Sono molto felice. Già, perché La collina dei conigli mi è piaciuto molto.

La storia è molto semplice. Diversi conigli, appartententi alla stessa conigliera, decidono di lasciare la loro tana a seguito di un presagio negativo (che si rivelerà corretto) di uno di loro, Quintilio. Il branco, guidato da Moscardo e dal suo braccio destro Parrucone, attraversa le colline in cerca di un nuovo posto dove stabilire una conigliera. Tra volpi, cani, gatti e nemici vari, i conigli dovranno affrontare la minaccia rappresentata dal Capo Coniglio Vulneraria, il dittatore di una conigliera organizzata in stile militaresco. Il tutto è accompagnato da una mitologia che i conigli tramandano, sotto forma di racconti, nei momenti di pace.

Se ti aspetti un romanzo metaforico, sul genere de La fattoria degli animali, non lo troverai nel libro di Adams. Questo però non toglie nulla a una narrazione davvero coinvolgente, le pagine si girano da sole mentre vaghi per i campi cercando femmine di coniglio per portare avanti la specie. I combattimenti sono davvero epici e i tranelli che il furbo coniglio Mirtillo attua per favorire i suoi amici sono degni del cavallo di Troia.

Richard Adams è morto, purtroppo, un paio di anni fa ed è in quell’occasione che io ho sentito parlare di lui per la prima volta. Ora credo che recupererò anche gli altri suoi libri, sempre a tema “animalesco”, come La valle dell’orso e I cani della peste.
Essenzialmente si tratta di un tipo di scrittura molto positiva, ed è una cosa rara che questo mi entusiasmi. Meglio approfittarne.

“La macchina del tempo – L’isola del dottor Moreau” di Herbert George Wells

Dopo L’uomo invisibile e La guerra dei mondi non potevo che completare l’opera di H.G. Wells con La macchina del tempo e L’isola del dottor Moreau, in questo caso raccolti in unico volume.

La trama de La macchina del tempo è nota, anche grazie al film del 2002 con Guy Pearce, lo è forse meno quella de L’isola del dottor Moreau, un romanzo che più che al genere della fantascienza appartiene all’horror. Il dottor Moreau è uno scienziato pazzo che ibrida animali rendendoli umani, vincolandoli con falsi credo e condizionamenti mentali a rigettare la propria natura bestiale. Ma ovviamente prima o dopo la sete di sangue dei carnivori si risveglia… e sarà il protagonista del libro, un naufrago, a trovarsi sull’isola di Moreau in balia dei mostri.

In definitiva ho trovato questi due romanzi parecchio più cupi dei due precedenti che ho letto (anche i Morlock nel futuro non scherzano), ed è questo probabilmente il motivo per cui li ho apprezzati di più. Wells si è spinto ad indagare l’animo umano, in entrambi, per capire dove finisca l’Uomo e cominci la Bestia.
Da leggere.

“La scatola dei bottoni di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

Chiariamolo subito: questo non è un romanzo, è un racconto travestito da romanzo a scopo di lucro estremo. E ti do qualche dato approssimativo, ma oggettivo e lampante.

Totale pagine: 240
Pagine con numero di capitolo/bianche/illustrate: 100
Pagine scritte: circa 130

Le 130 pagine scritte (che spesso sono per metà bianche perché inizio/fine di uno dei 32 capitoli…) hanno 22 righe per pagina, quando di solito un libro ne ha dalle 32 alle 38. C’è un’interlinea che è un’autostrada a quadrupla corsia e i margini laterali sono enormi piazzole di sosta.

Se dovessi approssimare, così a naso, direi che FORSE arriviamo a un racconto di 50 pagine. Considerato il costo di 17 euro (15 se lo acquisti nell’ecommerce del Male, cioè Amazon) direi che non serve aggiungere altro.

Bene, ora possiamo arrivare al racconto.
La scatola dei bottoni di Gwendy è in realtà una scatola con dei pulsanti (button in inglese significa sia bottone che pulsante) che viene affidata alla tredicenne Gwendy da un uomo in nero, tale Richard Farris. La scatola ha tre funzioni: rilascia dollari del 1891 di alto valore collezionistico, regala cioccolatini che migliorano la vita e ha, appunto, dei pulsanti che, se premuti, fanno accadere delle cose nel mondo. Non vado oltre.

L’omaggio a The Box (Button, Button) di Richard Matheson è evidente (forse avrai visto l’omonimo film) e leggendo il racconto di King e Chizmar continuerà a venirti in mente, come è successo a me.

Il raccconto è sicuramente affascinante, ti cattura e lo leggi in un’oretta senza mai staccarti. Te lo consiglio, tuttavia secondo me prima o poi uscirà in qualche raccolta.
Resta sempre un piacere ritornare a Castle Rock.

“Libertà” di Jonathan Franzen

Non avevo mai letto nulla di Franzen e mi sembrava doveroso rimediare. Questo autore è infatti ritenuto uno degli scrittori americani contemporanei più importanti ed è come se avesse staccato il biglietto per entrare in futuro (ora pare che la “giovane” età non glielo consenta ancora) nel vero e proprio Olimpo della Letteratura Americana.

Scriverti una trama di questo romanzo sarebbe alquanto inutile. Tratta il tema della famiglia nella sua totalità (unioni, divisioni, ricongiungimenti, odio, amore, crisi e tutto ciò che ti viene in mente) calato nel contesto americano, nel costante antagonismo tra spirito repubblicano e democratico, e nella lotta tra ciò che i protagonisti sono e quello che sentono di dover essere di fronte agli occhi del prossimo. Le ipocrisie della società contemporanea, per capirci.

Detta così sembra semplice e anche accattivante. Ma Libertà è lungo 622 pagine. Franzen analizza ogni personaggio fin nel minimo particolare. Per capire una sfumatura, un dettaglio, una scelta di qualcuno (anche secondaria), lo scrittore ti porta indietro di tre/quattro generazioni per quanto riguarda il soggetto in questione. Ed è così che dagli errori compiuti dai nonni e pagati dai genitori, si arriva alle scelte dei figli. Credo che, in assoluto, io possa dire di non aver mai “conosciuto” così bene dei personaggi letterari come quelli presenti in questo libro. Non ci sono punti psicologici oscuri. Ogni personalità è il frutto ben preciso di una passato esplicato nel dettaglio.

Prima di dirti cosa penso è bene essere chiari: Franzen scrive fottutamente bene. Su questo non c’è dubbio. La capacità di effettuare un approfondimento psicologico così elevato è più unica che rara. È un’esperienza da provare almeno una volta nella vita di un lettore, credo.

Il problema è un altro. Il problema è che siamo di fronte a uno dei più grandi esponenti dell’onanismo letterario. Un completo ed assoluto autocompiacimento delle proprie abilità, una totale consapevolezza della propria bravura esaltata dal narcisismo più estremo: «Leggimi! Come sono bravo! Ti sto facendo due palle colossali ma non potrai far altro che sostenere io sia uno scrittore eccezionale!»
In questo romanzo non succede un cazzo di niente. Ma non un cazzo di niente qualsiasi, no. Un cazzo di niente a cui hanno sparato a bruciapelo con un fucile a canne mozze e i cui resti sono stati bruciati con l’acido e poi inviati sulla superficie del Sole in una busta di carta intrisa di benzina.

Un insegnamento me la porto a casa, come si suol dire.
Avevo letto ovunque che Jonathan Coe fosse fenomenale: mi sono pippato La casa del sonno e avrei voluto dargli fuoco. Ora è successa la stessa identica cosa con Jonathan Franzen.
Bene, direi che devo stare lontano dai Jonathan.

“La scimmia pensa, la scimmia fa” di Chuck Palahniuk

Raccolta di articoli da quotidiani e riviste, questo La scimmia pensa, la scimmia fa mi ha piacevolmente sorpreso. Gli ultimi libri che ho letto di Palahniuk (ti linko sotto tutto quello che ho recensito qui) non mi hanno molto soddisfatto, non ho trovato la leggerezza dei primi. Resto fedele a Survivor, Soffocare, ecc. Tuttavia questa raccolta, essendo datata, riporta alla vita il suo vecchio stile, quello che tanto apprezzo. Certo, resta comunque una raccolta.

Il libro è diviso in tre parti (INSIEME, RITRATTI e PERSONALE), ma possiamo dividerlo in due. RITRATTI è una raccolta di interviste dello scrittore (tra cui una a Juliette Lewis e una a Marilyn Manson), tutto il resto riguarda invece esperienze personali, come ad esempio un immersione a bordi di un sommergibile, una gita al “Festival del testicolo” (già!) o una trasferta nel mondo della lotta non professionistica.

Il titolo è ispirato a una riflessione sulla libertà molto interessante. Palahniuk sostiene che Adamo abbia smesso di essere libero non quando abbia mangiato la mela, ma quando gli sia stato imposto di non mangiarla. L’unico modo per rimanere libero è infatti quello di infrangere la regola, sottostare ad essa non potrebbe essere “libertà”. La scimmia pensa, la scimmia fa.

Insomma: leggero e godibile, te lo consiglio.

Come promesso ti posto le mie recensioni di Palahniuk che puoi trovare su questo blog, non ho però scritto di tutti i suoi libri, ne trovi solo alcuni (credo in realtà di non averne letti solo un paio tra quelli che ha scritto).

Pigmeo
Senza veli
Dannazione
Sventura