Tutti gli articoli di Marco Cesari

Lettore, scrittore, misantropo e tante altre cose.

“Volere troppo e ottenerlo” di Chris Voss

Le nuove regole della negoziazione.

Avevo sentito parlare di Volere troppo e ottenerlo tramite diversi canali, durante i miei studi sulla crescita personale, e ho quindi deciso di leggerlo, anche per alleggerire i contenuti prettamente finanziari e “diversificare” gli investimenti culturali. Chriss Voss, ex negoziatore capo dell’FBI, scrive questo saggio a quattro mani aiutato dal giornalista Tahl Raz (in pratica, come spesso accade, il primo ha i contenuti e il secondo le abilità letterarie necessarie per divulgarli). Moltissime ristampe per un’opera del 2017, quindi grande successo.

Le regole della negoziazione descritte da Voss differiscono da quelle che erano utilizzate in passato. In pratica una volta si seguiva uno schema predefinito e abbastanza rigido; Voss, invece, propone strategie più fluide e adattabili che, per sua stessa ammissione, derivano da anni di studi empirici sul campo, più che da testi letterari. Poco importa se tu debba liberare un ostaggio o dibattere su questioni domestiche con tua moglie (probabile motivo delle molte vendite del libro, peraltro), le regole della negoziazione rimangono più o meno le stesse.

Regole psicologiche ma anche regole comportamentali, c’è un po’ di tutto. Si parla sia del tono della voce – Voss cita spesso il tono da “dj di mezzanotte” – che del tipo di domande da porre alla controparte e delle modalità per farlo. Ogni capitolo presenta una sorta di esempio pratico di “negoziazione vissuta” unito alle regole applicate e alle relative strategie.

Un saggio utile? Non lo so, mia moglie, più o meno, utilizza già tutte le tecniche elencate, quindi o l’ha letto prima di me o, come temo, è stata prodotta già con il software aggiornato all’ultima edizione sul tema. Ti saprò dire meglio quando (e se) andrò a trattare per l’acquisto di una nuova auto (sì, c’è un capitolo anche su questo) e potrò confrontarmi con un essere umano normale. Nel complesso, direi che la lettura è stata a tratti un pochino noiosa, anche se gli argomenti sono molto interessanti e trattati in modo approfondito. Forse 300 pagine sono troppe, però, in rapporto alle informazioni offerte. C’è da dire che mi ha fatto venire voglia di studiare più a fondo l’argomento, può essere che ti parlerò di altri saggi simili.
I consigli a riguardo, come sempre, sono ben accetti…

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie e/o personali:
Come trattare gli altri e farseli amici di Dale Carnegie (1936)
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Giocati dal caso di Nassim Nicholas Taleb (2001)
Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman (2011)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Il metodo Warren Buffett di Robert G. Hagstrom (1994 aggiornato 2014)
Soldi. Domina il gioco di Anthony Robbins (2015)
Il piccolo libro dell’investimento di John C. Bogle (2017)
Volere troppo e ottenerlo di Chris Voss (2017)
Diventare milionario con uno stipendio normale di Andrew Hallam (2018)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)
La psicologia dei soldi di Morgan Housel (2020)
L’economista sul tapis roulant di Luciano Canova (2023)
Investire senza trappole di Costantino Forgione (2023)
Sei già ricco ma non lo sai di Riccardo Spada (2024)

“Never Flinch – La lotteria degli innocenti” di Stephen King

Never Flinch – La lotteria degli innocenti è l’ennesimo romanzo di Stephen King, dopo la trilogia di Mr Mercedes, The Outsider e Holly, ad avere come protagonista l’investigatrice Holly Gibney, tanto brava e intuitiva quanto insicura e fastidiosamente debole. In pratica un personaggio che, nel mondo reale, sarebbe già stato fatto fuori da una zanzara (e neanche particolarmente affamata). Tu sai che io non amo questa serie, la leggo perché del Re leggo tutto, e quando ho scoperto che il nuovo romanzo sarebbe stato l’ennesimo thriller con Holly come personaggio principale non ho certo fatto i salti di gioia. Peraltro, se in tutti i precedenti episodi c’era anche del paranormale o comunque dell’orrore vero (vedi gli anziani e inquietanti serial killer cannibali in Holly), qui si tratta di un thriller puro, senza nulla di speciale o particolare, un romanzo che potrebbe essere stato scritto – se non per lo stile magistrale – da un qualsiasi giallista. Che palle.

Ora, io la trama non la approfondirei troppo, sai come la penso… Stavolta Holly si trova a combattere su due fronti: da una parte c’è un serial killer, che uccide persone a caso assegnandogli nomi appartenenti a una giuria colpevole di aver condannato un innocente morto in carcere; dall’altra uno/a psicopatico/a (ambiguità sessuale per non spoilerare) che perseguita una conferenziera che Holly stessa è incaricata di proteggere. In mezzo, ci buttiamo i fratelli Robinson che sono un po’ come il prezzemolo e, in quanto neri (concedimelo, perché il motivo a me pare essere questo), non sbagliano mai un colpo e non hanno una singola caratteristica negativa, con la stessa credibilità della smidollata Holly (l’inclusività di ogni tipo ha travalicato il senso della realtà, fino a uccidere il realismo, come su Netflix).

600 pagine, che chiariamolo, ho letto in pochi giorni. Lo stile narrativo rimane quello di Stephen King, quindi lessicalmente perfetto è inoppugnabile. Il problema è che si tratta di una storia, nel suo genere, abbastanza banale. Mi spiego. In IT, in The body (Stand by me, per capirci), tu hai voglia di leggere per essere lì, per vivere le esperienze con i protagonisti, per goderti il “viaggio” insieme a loro. Questo rende memorabile il romanzo. In questi thriller (e mi riferisco a tutta la serie), invece, le storie sono costruite per portarti con un’avida curiosità fino all’apice (che si intuisce quale sarà sin dalle prime pagine) ben costruito della vicenda, con una curiosità morbosa da telenovela. Vuoi scoprire cosa succederà, come ne usciranno i personaggi, come verrà ucciso il cattivo di turno, nulla di più. E no, così non è un’esperienza memorabile, è l’ennesima fagocitazione in stile serie tv.

Poi, siccome ho criticato i fratelli Robinson, vorrei chiarire anche questo punto, prima di essere accusato di razzismo. Non sono credibili e questo è quanto. Jerome riesce in tutto, è bello e bravo e non ha mai un difetto. Passa da scrittore di successo (di best sellers, per capirci) a indagatore, a guardia del corpo, senza mai fallire. Ha pensieri esclusivamente buoni. Idem Barbara che, dopo aver scritto uno dei migliori libri di poesie dell’ultimo secolo (così pare), diventa anche migliore amica, coautrice e corista di una star comparabile ad Aretha Franklin. La vita non è così e King dovrebbe saperlo bene, visto il “successo” dei suoi “Rock Bottom Remainders” (un gruppo di autori che si diverte a suonare, ma non certo a sfondare). Se escludiamo l’ambiziosa e narcisista conferenziera Kate – forse il personaggio meglio costruito del libro, perché più realistico – anche tutte le altre donne hanno solo caratteristiche positive. Insomma, a King è scappata la mano nella semplificazione altamente inclusiva che, per non contraddire la moda, contraddice la credibilità.

Ci sono poi, nella trama, altri momenti di eccesiva semplificazione dovuta a facili e improbabili deduzioni. E questo si sposa bene con quanto detto sopra. Il pubblico che si accontenta di poche sfumature, e che vede solo o bianco o nero, è anche lo stesso che, poi, non richiede – per l’appunto – eccessivo realismo nella costruzione delle indagini. Hai presente quelle intuizioni da: “deve essere per forza andata così”? Ecco.

Insomma, come lettore vecchio stile mi sento un po’ offeso da questo insieme di semplificazioni (è un termine che ritorna in questo post, non a caso). Credo, tristemente, che King stia adattando le sue opere al nuovo target o, per dirla senza mezzi termini, al nuovo livello culturale di molti lettori di oggi, che sono meno esigenti di quelli di ieri. D’altra parte lo vediamo dappertutto, nella musica, nel cinema e, ora, anche nella letteratura: il livello del prodotto si adegua al livello del consumatore, per non offendere la sua ignoranza. Perché si sa, se il consumatore non capisce, poi, può diventare pericoloso e reagire con ostilità, rifiutare il prodotto anziché sbattersi per comprenderlo (anche perché, spesso, non ha più i mezzi per farlo).

Ho letto quasi tutti i libri di Stephen King (ne ho lasciati indietro tre, per dopo), ma quelli di cui ti ho parlato sul blog sono questi:
Blaze (2007, come Richard Bachman)
Duma Key (2008)
Revival (2014)
Mr. Mercedes (2014)
Chi perde paga (2015)
Il bazar dei brutti sogni (2015)
Fine turno (2016)
La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, con Richard Chizmar)
Sleeping Beauties (2017, con Owen King)
The Outsider (2018)
Elevation (2018)
L’istituto (2019)
Se scorre il sangue (2020)
Later (2021)
Guns – Contro le armi (2021)
Billy Summers (2021)
L’ultima missione di Gwendy (2022, con Richard Chizmar)
Fairy Tale (2022)
Holly (2023)
You like it darker (2024)
Never Flinch – La lotteria degli innocenti (2025)

I fumetti (sempre solo quelli di cui ti ho parlato sul blog):
Creepshow (1982)
The Stand / L’ombra dello scorpione (2010-2016)
Sleeping Beauties (2023)
L’uomo in nero (2023)

I saggi su King (idem, vedi sopra):
Stephen King sul grande e piccolo schermo di Ian Nathan (2019)
Il grande libro di Stephen King di George Beahm (2021)

“Weapons” di Zach Cregger

Finalmente un horror che vale il – carissimo, 10 € – biglietto del cinema. Per dirtela, con un termine puramente tecnico, temevo la solita “cagata pazzesca” e invece no… Weapons di Zach Cregger, regista già del godibile Barbarian, mi ha fatto uscire dalla sala proprio soddisfatto, una volta tanto. Sembra quasi un miracolo, oggi, quando ormai tutti gli horror si basano sui jumpscares e il fantasma-di-salcazzo-a-cavallo che si sta vendicando di chissà quali sciagure. Weapons ripeto, FINALMENTE, è diverso.

Oh, non è un capolavoro indimenticabile, non confondiamoci, però è un buon horror con tutte le carte in regola e con la capacità di costruire una storia, e non solo una serie di momenti spaventosi. Che poi, a me, gli horror piacciono. Mi sono sempre piaciuti. Il problema è proprio quello di ritrovare qualità in un genere che è stato relegato a nicchia per cerebrolesi che si accontenano di poco (peraltro cosa falsa, una vera e propria “discrimanzione di genere”).

La trama la conosci, ma comunque…
In una piccola cittadina americana, alle 2.17 di notte, tutti i bambini di una classe elementare, tranne uno, escono dalle proprie case e spariscono nel buio. Vengono ripresi dai videocitofoni, semplicemnete corrono via, come puoi vederli nella copertina. La piccola comunità, non sapendo cosa fare, accusa la maestra della classe, senza alcuna prova. La maestra che non è una santa per i moralisti americani (ha una storia con un poliziotto sposato) ma che, comunque, sembra molto attenta al benessere dei bambini. Un genitore, Josh Brolin, non si arrende e comincia a indagare, coinvolgendo la maestra e scontrandosi con altre figure che, in qualche modo, rendono Weapons un film corale.

A differenza di quanto viene dichiarato dalla voce narrante sui titoli di testa, la storia troverà piena soluzione agli occhi dello spettatore. E questa è buona cosa. Diciamolo, non se ne può più dei finali aperti che sono tali solo per enormi buchi neri nella sceneggiatura. Weapons, con la sua struttura che racconta la storia da diversi punti di vista, piano piano attacca tutti i pezzetti del puzzle. Inizia come un film cupo, per poi fare qualche deviazione nel grottesco, in uno stile che ricorda il Drag me to Hell di Sam Raimi, e nel frattempo offre anche qualche piacevole critica sociale al pensiero perbenista americano. Ci butta dentro anche qualche scena anticamente splatter, senza esagerare, dosando con sapienza.

È un film da vedere? Sì. Il suo folk horror unito a quel qualcosa che, come molti hanno notato, ricorda le caratteristiche di Stephen King (la piccola comunità, i segreti dei protagonisti…) rende l’insieme un ottimo pasto. Peraltro di King sto leggendo Never Flinch, con la paccosissima Holly Gibney, quindi a breve ci risentiremo e riparleremo di horr… a no, questo è l’ennesimo romanzo thriller del quale, forse, non si sentiva troppo il bisogno. A presto.

“Una pallottola spuntata” di Akiva Schaffer

Film facile, post complicato. Sono tanti i sentimenti che si scontrano in queste righe, i ricordi. Una pallottola spuntata è una di quelle serie di film che non può slegarsi dal suo protagonista originale, il grandissimo Leslie Nielsen, capace di passare da un’espressione seria a una “faccetta buffa” in un millisecondo. Qualsiasi remake o seguito sarebbe stato difficile da digerire per qualsiasi fan della serie originale.

La trama è ininfluente. In una scenografia totalmente anni Novanta, c’è il solito cattivone con un piano superdiabolico per riportare la popolazione della Terra allo stadio primitivo. Ci sta, è il mood giusto. La demenzialità della storia e le gag sono in puro stile Una pallottola spuntata, non si può certo dire che sia stato tradito il genere. Probabilmente la supervisione di Seth MacFarlane come produttore ha garantito la “qualità” e il marchio. Quindi anche qui abbiamo un centro pieno, si ritrova quello che ci si aspetta. Quello che manca, in sostanza, è Leslie Nielsen (e non c’è un cazzo da fare).

Liam Neeson (73 anni e non sentirli) fa una cosa intelligente, chiariamolo: lui non ci prova nemmeno lontanamente a imitare Frank Drebin Senior. È conscio dei limiti e delle differenze e il suo Junior è un altro personaggio. Gli omaggi nei confronti di Nielsen e della serie originale mostrano il rispetto che tutta la produzione ha avuto. Anche la femme fatale Pamela Anderson funziona bene, tanto quanto Priscilla Presley. Ma, in tutto questo, quello che manca è sempre lui. Perché, diciamolo, senza Nielsen anche tutta la serie originale sarebbe stata una “cagata pazzesca” (cit.), nel senso negativo del termine. Questo era un contenitore che funzionava bene perché c’era un buon ingrediente.

Non saprei neanche dirti chi mi sarebbe piaciuto vedere al posto di Liam Neeson e quindi non si può dire che lui non abbia dato il meglio, perché l’ha fatto. Anche un Will Ferrell sarebbe stato eccessivo, gli sarebbe mancato quel lato serio necessario all’ironia del personaggio. E così, tra quello che avresti voluto e quello che ormai non si può più avere, il film strappa qualche risata, ancorata ai ricordi del passato e di un’epoca che non c’è più, a una comicità ormai difficile da replicare (sono state scientificamente evitate zone d’ombra politicamente scorrette).

E così, un po’ come Frank Drebin, che usciva dal cinema spaccandosi dalle risate dopo aver visto Platoon, tu esci con qualche lacrima di nostalgia da Una pallottola spuntata. È un mondo al contrario che non è più il tuo: “non ci sono più le cose come si facevano una volta” e “si stava meglio quando si stava peggio”.

“Investire senza trappole” di Costantino Forgione

Come far crescere i propri risparmi difendendosi dalle banche e dai tranelli della finanza.

Ho scoperto Costantino Forgione e il suo Investire senza trappole grazie al superconsigliatissimo podcast di Riccardo Spada The Bull (QUI, peraltro, ti ho parlato anche del suo libro). Forgione, oltre a essere l’autore di questo libro, é anche un consulente finanziario con decenni di esperienza nel mondo della finanza. Forse, proprio per la professione dell’autore, Investire senza trappole è leggermente diverso dai testi di finanza dei quali ti ho parlato fino ad ora, poiché non è focalizzato sull’insegnarti come distribuire i tuoi investimenti, quanto a farti capire che fine hanno fatto i tuoi soldi se li hai investiti come li investe di solito l’italiano medio (cioè in banca). Il sottotitolo (che scopro ora si chiami anche esergo) che ti ho riportato sopra offre un ottimo e sincero riassunto dei contenuti.

Quindi, chiariamolo, non troverai qui un’indicazione sulle differenziazioni o sui ribilanciamenti da effettuare con il tuo patrimonio, così come non troverai comparazioni tra ETF o studi statistici sui mercati, perlomeno non in modo approfondito. Forgione punta dritto a farti correggere la rotta se, come molti, ti sei affidato al tuo consulente bancario per amministrare il tuo patrimonio. Ti elenca quindi tutti i costi nascosti che le banche infilano negli strumenti finanziari che, con falso disinteresse, ti sottopongono appena ne hanno l’occasione. Oltre a questo, ti spiega perché il classico italico investimento nel mattone e nel BTP non sia poi questa grande strategia di successo e, anzi, rappresenti un forte rischio per il tuo patrimonio.

Devo dirti la verità, non ho trovato nulla che già non sapessi in questo libro, ma questo non significa che non lo ritenga comunque un libro molto utile e intelligente. Semplicemente, non sono il target di riferimento, il lettore al quale è indirizzato. Perché, come sai, io mi sbatto parecchio: leggo molto, ascolto molto, guardo molti video. Ho investito, investo e investirò tanto tempo in educazione finanziaria. Sono lonanto anni luce dall’enorme preparazione di Forgione, ma lo sono ormai altrettanto da quella dell’italiano medio. E non perché io sia più sveglio degli altri (oddio…) quanto perché, appunto, mi sbatto, cosa che in molti non hanno voglia di fare, preferendo scrollare i reel di Instagram per poi piangere a fine mese e accusare l’Universo, il Fato e il Dottor Octopus per le proprie disgrazie economiche.

Ecco, per tutti questi, per l’appunto, ci sarebbe la strada del consulente finanziario indipendente, che Forgione illustra bene spiegando anche le differenze tra i vari tipi di consulenti esistenti. Ma l’italiano medio, come sempre, preferisce non pagare la parcella di un esperto perché il servizio offerto dalla banca è gratis (ah ah ah). Ah, i numeri, questo eterno nemico, dalle elementari fino alla lapide…

Dai, ho finito. Se senti un po’ di acredine in quel che scrivo è perché rilevo costantemente quanto detto sopra in tutte le discussioni che ho con parenti/amici/conoscenti riguardo la finanza personale. Non hanno mai tempo di informarsi, non hanno voglia, c’è sempre qualcosa da fare, la vita è una sola, eccetera eccetera eccetera… Preferiscono lavorare otto ore al giorno, perché fare lavorare i soldi è troppo noioso. Ci penseranno più avanti, quando avranno tempo. Auguri.

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie e/o personali:
Come trattare gli altri e farseli amici di Dale Carnegie (1936)
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Giocati dal caso di Nassim Nicholas Taleb (2001)
Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman (2011)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Il metodo Warren Buffett di Robert G. Hagstrom (1994 aggiornato 2014)
Soldi. Domina il gioco di Anthony Robbins (2015)
Il piccolo libro dell’investimento di John C. Bogle (2017)
Diventare milionario con uno stipendio normale di Andrew Hallam (2018)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)
La psicologia dei soldi di Morgan Housel (2020)
L’economista sul tapis roulant di Luciano Canova (2023)
Investire senza trappole di Costantino Forgione (2023)
Sei già ricco ma non lo sai di Riccardo Spada (2024)

“Hap & Leonard – Rumble Tumble” di Joe R. Lansdale

Nel momento in cui scrivo la serie di Hap & Leonard conta 14 romanzi e 2 raccolte di racconti. Rumble Tumble è fortunatamente solo il quinto episodio della serie e questo mi porta ad avere la bellezza di altri undici libri da leggere con protagonisti i due imbattibili texani. Cercherò di diluirli nel tempo, perché vorrei non finissero mai.

Brett, la compagna di Hap, ha una figlia, Tilly, che fa la prostituta ed è finita in un brutto giro dal quale vorrebbe uscire. È Red, un nano dal carattere molto particolare, a informare Brett dei problemi di Tilly. Ovviamente, Hap e Leonard si buttano nella mischia e aiutano Brett nell’impresa, rapendo il nano e mettendosi contro un’intera organizzazione criminale. Seguono sparatorie, botte, scommesse e cose politicamente molto scorrette.

200 pagine tonde tonde, lette in un paio di giorni. Lansdale mi porta ormai in un mondo che conosco e nel quale mi sento a casa. Qui, poi, si eleva al quadrato ciò che ormai si vede e sente raramente in tv: tra l’omosessualità di Leonard e il nanismo di Red, è un continuo scambio di battute e cattiverie (intelligenti) come “si facevano” una volta. Lansadale, di nuovo, insegna con grande ironia come il rispetto non debba passare per forza per la via della censura. Un concetto semplice ma molto difficile da capire e mettere in pratica, soprattutto oggi.

P.S. Stavo per dimenticare: “Rumble Tumble” è il modo che ha Red di definire quelle situazioni che finiscono, tra risse e spari, in un gran casino. Una sorta di Helter Skelter di violenza, insomma.

Romanzi che ho letto di Joe R. Lansdale:
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Trilogia Ned la Foca:
Fuoco nella polvere (2001)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)
Il mambo degli orsi (1995)
Bad chili (1997)
Rumble Tumble (1998)

“Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman

Il primo errore io l’ho commesso ancora prima di iniziare a leggere Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman, il che è abbastanza in tema, visto che questo saggio parla quasi esclusivamente degli errori che commette il nostro cervello. Ecco: io ho pensato bene di scegliere questa lettura leggera per accompagnarmi a Gran Canaria nelle mie vacanze di inizio giugno. Non ero ancora atterrato e già avevo capito… libro sbagliato per il momento sbagliato. Durante il volo, di quattro ore, credo di essere riuscito a leggere meno di 40 pagine. Livello di concentrazione richiesto molto alto, livello di concentrazione possibile molto basso.
[A tal proposito, un piccolo interemezzo. La nota compagnia aerea low cost consente la scelta del posto sull’aereo con un contributo extra di 4/10 euro. La gran parte delle persone, ahimè, tende a risparmiare al momento dell’acquisto per poi alzarsi e raggiungere il proprio compagno/a/amici/mamma/zia/figlia/salcazzoacavallo andando a rompere i coglioni a chi, invece, ha pagato per la tranquillità. Magari mettendosi, chessò, in mezzo al corridoio per due ore su quattro (ho notato che la capacità di rimanere da solo con sé stesso prima di sfollare, per l’ebete medio, è di circa due ore). Ecco, queste persone per conto mio dovrebbero morire, male. E no, non è un iperbole.]

Torniamo a noi. Compresi i 12 giorni di vacanza, nei quali ho letto veramente poco, ho impiegato circa 50 giorni per terminare questo saggio (660 pg. circa), un record negativo. Mi aspettavo che fosse pesante, non che lo fosse così tanto. Attenzione, te lo dico subito: è un libro che va letto, non c’è dubbio. Pensieri lenti e veloci è uno degli esempi letterari più lampanti di come la crescita personale passi anche attraverso la sofferenza e il sacrificio. Perché questo è un libro che ti fa evolvere, che ti spiega come ragiona (male) il tuo cervello. Terminata la lettura capisci di avere appreso DAVVERO qualcosa di nuovo, di essere, in qualche modo, più saggio. Pensieri lenti e veloci è anche un pacco mostruoso, non si può negarlo.

Consigliato da tutti gli esperti di finanza e crescita personale più o meno con le parole: «Non leggero, ma utilissimo».
È vero, cazzo se è vero.
Non starò qui a spiegarti per filo e per segno di cosa parla, guarda, non me la sento. Potrei elencarti tutti i bias cognitivi, le euristiche e via dicendo, ma non mi sento in grado di farlo. Ho appreso i contenuti, ma sono ancora in una fase di elaborazione, quindi dovrai accontentarti. Kahneman ti mostra come sbaglia il nostro cervello con esperimenti scientifici praticamente inconfutabili, con una serie di prove oggettive. Ti spiega il motore in tutti i suoi meccanismi, entrando nel dettaglio. La cosa che ho trovato più pesante, in realtà, oltre a una certa ripetitività, è il tecnicismo scientifico, la precisione numerica sviscerata fino al limite. A volte ti verrebbe da urlare: SÌ, HO CAPITO IL CONCETTO! perché in realtà non stai più dietro all’esempio, che diventa, se non troppo articolato, troppo lungo da ricordare in tutte le sue sfumature.

Per quanto riguarda la parte più strettamente inerente alla sfera della finanza, Kahneman illustra in modo eccellente tutta la parte legata alla gestione del rischio e a come siamo programmati per essere estremamente conservativi nelle nostra scelte. Con decine, centinaia, MILIARDI di esempi e test verificati.

Devi leggerlo, sì, ma preparati a soffrire. Non so se sia doloroso uscire dall’esoscheletro durante la muta, ma questa è l’immagine più vicina a ciò che mi viene in mente quando rifletto su questo saggio.
Ora ho solo voglia di leggere qualcosa di “rilassante”.

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie e/o personali:
Come trattare gli altri e farseli amici di Dale Carnegie (1936)
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Giocati dal caso di Nassim Nicholas Taleb (2001)
Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman (2011)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Il metodo Warren Buffett di Robert G. Hagstrom (1994 aggiornato 2014)
Soldi. Domina il gioco di Anthony Robbins (2015)
Il piccolo libro dell’investimento di John C. Bogle (2017)
Diventare milionario con uno stipendio normale di Andrew Hallam (2018)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)
La psicologia dei soldi di Morgan Housel (2020)
L’economista sul tapis roulant di Luciano Canova (2023)
Sei già ricco ma non lo sai di Riccardo Spada (2024)

“28 anni dopo” di Danny Boyle

Sì, lo so, sarà un mese che non pubblico nulla e il motivo è presto detto: sto leggendo Pensieri lenti e veloci di Kahneman, saggio davvero molto interessante ma per nulla scorrevole (sono a metà). Detto questo, era anche parecchio che non andavo a farmi rapinare al cinema (10,50 euro) ed eccomi quindi qui a (s)parlarti di 28 anni dopo di Danny Boyle, seguito di 28 giorni dopo (quell’altra roba in mezzo nemmeno la consideriamo), questa volta senza Cillian Murphy, che resta solo in veste di produttore.

La trama, per questo tipo di film, è a mio parere pressoché inutile, ma comunque… Il virus si è evoluto e la Gran Bretagna è stata abbandonata dal resto del mondo, che invece vive tranquillamente. Quello che vediamo noi è una comunità su un’isoletta minuscola che è riuscita a isolarsi dalla terraferma, raggiunngibile solo con la bassa marea tramite una strada presidiata. Qui un padre, Aaron Taylor Johnson, cerca di preparare il figlio agli orrori causati dal virus, mentre sua moglie ha evidenti problemi di testa dovuti a una qualche sconosciuta malattia. La faccio breve: il figlio scappa con la madre sulla terraferma in cerca di un medico, Ralph Fiennes, che vive isolato tra i morti. Mi fermo.

Il film è scritto da Alex Garland (Ex Machina, Men, Civil War…) e questo avrebbe potuto renderlo qualcosa di grandioso, tuttavia – neanche tanto per colpa del sopravvalutato Danny Boyle – si colloca anonimamente nel filone zombie (perché alla fine è di questa salsa che si parla, virus o non virus). È brutto? È bello? Mah… Ormai il canone del genere è talmente standardizzato che, seguendo le regole base, è anche difficile tirare fuori una ciofeca (molto di più, una qualche novità). È, appunto, anonimo, dimenticabile. Come tutti gli altri è eterno debitore del genio di Romero e non sarà certo l’evoluzione del virus, che crea fantomatici elementi più intelligenti denominati Alpha, a renderlo memorabile.

Un film da piattaforma online, non da cinema, considerato il costo. Non vale l’investimento. Credo che l’ultimo film ad essermi piaciuto di questo genere, dopo quelli del già citato Romero, sia stato World War Z, fosse anche solo per la presenza di Brad Pitt. Pare che ci saranno altri due seguiti, sempre con Garland alla scrittura ma non con Boyle alla regia. Non che cambi qualcosa, questa volta, davvero, non credo sia colpa di Boyle (che, chiariamolo, ha fatto film divertenti, ma non capisco proprio l’adulazione nei suoi confronti). Siamo a livelli di The Walking Dead, nulla di più. D’altra parte, se ci si riflette, in comune hanno anche l’inizio della serialità (alla faccia delle innovazioni): un uomo si risveglia dal coma in ospedale e nel frattempo nel mondo è successo qualcosa…

Una nota: il film è interamente girato con l’Iphone. Non si nota e questo la dice lunga sull’evoluzione della tecnologia.

“La pelle fredda” di Albert Sánchez Piñol

Un giovane ex combattente per l’indipendenza irlandese decide di ritirarsi a lavorare, come incaricato per la registrazione degli agenti atmosferici, su una minuscola isola della Patagonia. Al momento dello sbarco, aiutato dall’equipaggio della nave, perlustra il fazzoletto di terra, largo poco più di un chilometro. Sono presenti solo due strutture: la casa del suo predecessore – del quale non vi è più traccia – e un faro, il cui guardiano, tale Batís Caffó, pare totalmente impazzito. Nonostante i suggerimenti del comandante, il giovane decide di fermarsi e assolvere al proprio compito. Durante la prima notte subisce un forte attacco da parte di creature dall’aspetto umanoide ma con pelle di pesce, si difende sbarrando porte e finestre e combattendo anche con i denti. Dal giorno successivo, tenta di entrare in contatto con il guardiano del faro e ottenere qualche risposta sui misteri che circondano l’isola. Ma Batís Caffó è tutt’altro loquace e per nulla disposto a condividere la sua postazione fortificata. Anche perché Batís Caffó vive con una di queste creature che, a prima vista, pare essere una sua schiava… Mi fermo.

Un paio di anni fa ho visto Cold Skin – La creatura di Atlantide e, onestamente, non lo ricordo come un gran film (l’ho rimesso in lista, così ripasso e cerco di capire). Avevo però deciso di leggere comunque La pelle fredda, il romanzo di Albert Sánchez Pinol dal quale il film è stato tratto. Non ricordo perché, forse semplicemente perché mi attraggono molto le storie e le ambientazioni con i fari (tipo i recenti The Lighthouse e The Vanishing). Il libro l’ho recuperato con colpevole ritardo, anche perché mi è piaciuto parecchio, il fatto che l’abbia letto in tre giorni ne è la prova.

Lo stile ricorda in qualche modo i classici di Verne o di Wells, tuttavia le tematiche sessuali presenti nella trama lo “svecchiano” discostandolo dai classici che, appunto, di sesso non potevano/volevano parlarne. La sensazione diventa quindi quella di una storia d’altri tempi raccontata in modo realistico. Un po’ come se L’uomo invisibile avesse sfruttato davvero (strizzatina d’occhio, strizzatina d’occhio) i proprio poteri, per capirci.

Io non voglio svelarti troppo di questo romanzo, ma i temi trattati sono sicuramente profondi, sebbene la trama vada avanti con un certo grado di leggerezza (non sempre in modo veloce, tuttavia). L’introspezione continua del protagonista e il conflitto con il nemico/alleato Batís Caffó si prestano a molteplici interpretazioni che riguardano la natura umana e, in un certo modo, il concetto dell’eterno ritorno. I mostri marini – le ranacce, come le chiama Caffó – sono fuori e dentro l’isola, fuori e dentro l’animo. È difficile stabilire chi sia il nemico di chi, dove stia il Bene e il Male e il confine tra quello che attrae e quello che respinge.

Un romanzo che sicuramente ti consiglio, anche per la capacità dell’autore di portarti su quell’isola insieme ai suoi personaggi, tanto da chiederti se, alla fine, anche tu non sia un po’ Batís Caffó.

“Soldi. Domina il gioco” di Anthony Robbins

Su Soldi, Domina il gioco le aspettative erano molto alte. Altissime, direi. Questo perché è un libro che si trova citato un po’ ovunque dai divulgatori della finanza personale. Si presentava, quindi, come una sorta di testo rivelatore, una di quelle cose che leggi e che ti cambiano la vita. Spoiler alert: non me l’ha cambiata. Ma andiamo per punti.

L’autore, da noi, potrebbe risultare abbastanza sconosciuto, perlomeno ai non addetti ai lavori. Anthony “Tony” Robbins è un life coach, saggista, formatore e motivatore americano. Potresti aver visto quest’uomo da 600 milioni di dollari (sì, è il suo patrimonio stimato) nell’ascensore insieme a Jack Balck in Amore a prima svista, dove interpretava sé stesso. Hai presente? Quel film sul modernissimo tema del “grasso è bello” (e non “grasso è la prima causa di morte insieme al cancro”). Ecco, era lui. Ritenuto un guru, soprattutto dagli americani che sono un po’ faciloni, Robbins riempie da anni le sale congressi e possiede diverse aziende (molte delle quali filantropiche, c’è da dirlo) che, tra un pasto regalato e l’altro, mirano ad aiutarti a cambiare la tua vita con la forza del tuo pensiero positivo e una buona organizzazione.

Le 600 lunghe, e un po’ prolisse, pagine di Soldi, Domina il gioco contengono un ottimo riassunto delle regole base della finanza personale (risparmia, investi, ecc.), diverse interviste ai giganti della finanza mondiale (Warren Buffett, Ray Dalio, David Swensen, Charles Schwab e molti altri) e qualche segretissima rivelazione, come la composizione dell’All Weather Portfolio.

Mi senti scettico, vero? Sì, ci sto provando a non esserlo perché, in fondo, questo non è un cattivo libro. Solo che dovrebbe essere il primo che tu leggi sulla finanza personale. Quando ne hai già letti un po’, invece, non presenta tutte queste novità. Il tono di Robbins, tanto efficace sugli americani, tende a irritarmi parecchio. Lasciamo da parte l’autocelebrazione che, volendo, ci sta. In fondo è vero che Robbins dona milioni di dollari ai bisognosi e questo gli fa molto onore: potrà anche vantarsene e io non gliene faccio una colpa (alla fine, l’altruismo è solo un narcisismo utile alla società tutta, quindi nulla da dire, farei così anche io, se fossi in lui). Quello che proprio non reggo è lo stile espositivo da imbonitore televisivo. Hai presente? “Ora ti dirò quella cosa così importante che ti cambierà la vita e quando la saprai vedrai tutto con occhi diversi. Finito il capitolo avrai la risposta alla domanda e nel prossimo saprò anche dirti cosa fare per tutto il resto. Quando hanno detto a me questa cosa non stavo più nella pelle per la voglia di dirla a tutti gli altri e ora tu sarai il primo a conoscere questo segreto. Sei pronto? Perché io sono pronto a cambiarti la vita…” CAZZO, NON GIRARCI INTORNO, DILLA ‘STA COSA! Eh no, perché se poi la dici subito finisce che il libro anziché avere 600 pagine ne ha 300.

Detto questo, le informazioni che offre sulla finanza personale, come dicevo, sono valide e corrette, anche se un po’ “americane”. È interessante anche la parte dedicata alle interviste dei big. Già, perché Robbins in America è davvero uno che si può fare aprire tutte le porte. Tutti vogliono parlare con Robbins, tutti lo ascoltano. È stato il coach di tre Presidenti USA, non una cosa comune.
Effettivamente ha una capacità espositiva notevole, anche nello spiegare i concetti un po’ più complessi, su questo non si discute.

Insomma, te lo consiglio? Sì, se sei ai primi libri sull’argomento o se cerchi una lettura di ripasso. Tieni però ben presente che ci troverai tanti “grazie al cazzo”, cioè quei consigli per risparmiare (tipo: non comprare auto di lusso se vuoi risparmiare di più) che, senza mezzi termini, vanno bene per gli idioti che non riescono a gestire le proprie finanze perché vivono fingendo di avere più di quanto possano permettersi (apparenza da social, per capirci). Ma gli idioti sono tanti, anzi, sono la maggioranza, quindi non si può certo accusare Robbins per questo…

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie e/o personali:
Come trattare gli altri e farseli amici di Dale Carnegie (1936)
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Giocati dal caso di Nassim Nicholas Taleb (2001)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Il metodo Warren Buffett di Robert G. Hagstrom (1994 aggiornato 2014)
Soldi. Domina il gioco di Anthony Robbins (2015)
Il piccolo libro dell’investimento di John C. Bogle (2017)
Diventare milionario con uno stipendio normale di Andrew Hallam (2018)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)
La psicologia dei soldi di Morgan Housel (2020)
L’economista sul tapis roulant di Luciano Canova (2023)
Sei già ricco ma non lo sai di Riccardo Spada (2024)