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“Duma Key” di Stephen King

Hai presente Tom Hanks in Cast Away che si tiene un pacchetto FedEx da parte e non lo apre mai? Quel pacchetto rappresenta la speranza, è un messaggio abbastanza semplice. Ecco, per me Duma Key era più o meno come quel plico non aperto, assieme ad altri (ormai solo) tre libri di Stephen King che ancora non ho letto. Se il Re dovesse morire domani io avrò comunque quei romanzi in libreria ancora da sverginare, potrò centellinarli nell’arco di una vita. Sì ok, tra due giorni esce The outsider, ma quello lo sappiamo che lo leggerò subito…

Bene, Duma Key.
Ora, la (sotto)trama è talmente intricata e complessa che non è completa neppure su Wiki italiana, questa volta devo dirti che, se desideri leggerla per esteso, lo devi fare in inglese su Wiki.com. Io ti metto giusto due righe così, per sapere di cosa stiamo parlando.
Edgar Freemantle è un imprenditore edile milionario che, a seguito di un incidente in cantiere, perde un braccio, quasi una gamba e quasi l’uso del linguaggio. Imparerà però a dipingere, solo che i suoi quadri comunicano qualcosa, o forse è qualcosa che comunica attraverso i suoi quadri… Il tutto avviene su un’isola, Duma Key appunto, dove l’uomo riscopre l’amicizia, cerca in qualche modo di ristabilire i contatti con la propria famiglia e scopre che il suo “dono” non è solo suo e che anzi, non è il primo a comunicare con questo qualcosa attraverso l’arte. C’è infatti una vecchia signora sull’isola che, da bambina, negli anni ’20… Mi fermo.

A mio parere gli anni che vanno dal 1993 al 2007 rappresentano i peggiori dal punto di vista della produzione di King (se escludiamo Il miglio verde). Duma Key, alla fine di questo periodo, ha riaperto una fase più positiva, più coinvolgente. Ero terrorizzato, viste anche le 740 pagine, di trovarmi di fronte a un gigantesco Rose Madder (non so perché, ma avevo questa idea), invece ho avuto una sorpresa con i controcazzi. Questo romanzo ti tiene incollato dalla prima all’ultima pagina.
Come spesso accade l’abilità di King non sta solo nella storia quanto anche nel costruire personaggi veritieri, a cui ti affezioni, e sono questi a diventare interessanti una volta calati nella situazione particolare. Ti chiedi: ok, ora che lo conosco e so come pensa e cosa prova, come reagirà a questo particolare stimolo? La trama diventa in alcuni momenti quasi secondaria.

King in qusto romanzo affronta anche due temi che conosce bene. Il primo è l’arte e la creatività dell’artista. Certo, lo scrittore diventa pittore, ma poco cambia. Il secondo è la capacità di rialzarsi dopo una caduta, oltre alla difficoltà della riabilitazione. Non a caso il protagonista riporta, in seguito all’incidente, dei danni davvero molto simili a quelli che lo stesso scrittore ha subito nel 1999, quando è stato quasi ucciso dal minivan che lo ha investito durante una delle sue passeggiate.

Se vogliamo trovare una pecca a Duma Key è il finale (di cui non parlo, tranquillo), mi sarei però aspettato qualcosa di più elaborato…
Che dire, io ti consiglio di leggerlo, non è certo la sua migliore produzione, ma si piazza in un’ottima posizione tra quelli che non sono i canonici classici del Re.

“Blaze” di Stephen King (Richard Bachman)

Blaze è un romanzo scritto da Stephen King agli inizi degli anni settanta, ma pubblicato solo nel 2007 con lo pseudonimo di Richard Bachman. Era uno dei cinque libri di King che non avevo ancora letto, ora la conta scende a quattro (Duma Key, La storia di Lisey, e i due scritti a quattro mani con Peter Straub).

La trama è semplice: Clayton Blaisdell Jr, detto Blaze, è un gigante ritardato che rapisce un neonato rampollo di una famiglia di miliardari. Fino a qui tutto ok. Ma naturalmente è un romanzo di King. Quindi… quindi Blaze ha un complice, George, che gli suggerisce cosa fare e lo aiuta nei momenti di difficoltà, offrendogli le soluzioni a cui lui non potrebbe mai arrivare. Solo che George è morto tre mesi prima. Di chi è quindi l’intelligenza? Che ci sia un lato dormiente nel cervello di Blaze?

La storia è lunga 320 pagine, scritte “grande”, quindi ci si trova di fronte a un lungo racconto di circa 200 pagine reali, ben diverso dai soliti romanzi del Re. Tuttavia, a differenze del deludente La scatola dei bottoni di Gwendy, Blaze mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché questo cattivo non è un cattivo, ma un buono che si è sempre trovato in situazioni sbagliate al momento sbagliato ed è finito vittima degli eventi. Anche il suo ritardo mentale è frutto delle violenze del padre (che lo ha lanciato tre volte di seguito giù dalle scale): prima Blaze era un bambino intelligentissimo. Inoltre l’uomo si affeziona moltissimo a Joe, il bambino rapito, poiché per la prima volta in vita sua non si sente solo. È sicuramente un romanzo molto leggero, ma io se fossi in te non lo trascurerei.

Al termine del romanzo è inserito un racconto di una cinquantina di pagine, Memoria, prequel di Duma Key. Il racconto è talmente bello che credo leggerò al più presto proprio Duma Key (portando così a tre la mia mancolista letteraria sul Re).

[Una nota per chi ancora non lo sapesse.
Richard Bachman è lo pseudonimo con cui King ha scritto alcuni libri tra gli anni ’70 e i ’90: Ossessione, La lunga marcia, Uscita per l’inferno, L’uomo in fuga (forse ti ricorderai L’implacabile, il film con Arnold Schwarzenegger), L’occhio del male e I vendicatori. Se volessi provare qualcosa io ti consiglio fortemente La lunga marcia.
Se tutta questa storia dello pseudonimo ti ricordasse un po’ La metà oscura non preoccuparti, è normale.]

“Fantasmi e no” – Racconti della paura a cura di Malcolm Skey

Di solito non leggo raccolte di racconti d’orrore con autori vari, odio quelle scritte giganti in copertina dove un paio di nomi noti (in genere Stephen King o Clive Barker), adescano il lettore di turno invogliandolo all’acquisto. Ma questa raccolta aveva un sapore piacevolmente antico. È corretto, come indicato nel sottotitolo italiano, parlare di racconti “della paura” più che di racconti horror. Se si guarda infatti agli autori e alle date si scoprono nomi fortemente classici (più in basso ti ho messo il sommario completo) come Lovecraft, Wells o Blackwood, del periodo compreso tra il 1865 e il 1938. Non siamo quindi in presenza di splatter, smembramenti o simile, ma di qualcosa di molto ordinato, pensato e razionale. Il volume curato da Malcolm Skey è anche suddiviso per tematiche “sovrannaturali”.

Che dire, di fronte a questi nomi non ci si può certo mettere a criticare, ma solo ad esprimere preferenze… I racconti sono stati tutti molto godibili, a mio parere, salvo un paio di eccezioni che non ho apprezzato, peraltro per pura coincidenza entrambi quelli contenuti nella tematica del “doppio” (Henry James e Kipling non fanno per me insomma, davvero pesanti). Tutto il resto è uno spasso, sempre rimanendo della precisa idea di leggere dei classici. Molto divertente anche la parte riguardante i racconti umoristici, soprattutto quello di Doyle.

Forse non è una raccolta per tutti, se cerchi una forma di horror moderna rimarrai fortemente deluso, ma a me piace immergermi in questo stile di inizio ‘900, così come era accaduto per i vari romanzi di fantascienza di Wells di cui ti ho parlato qualche tempo fa (L’uomo invisibile, La guerra dei mondi, La macchina del tempo/L’isola del dottor Moreau) o del grande Sherlock Holmes di Doyle.

Se anche a te ogni tanto piace fare un salto in questo stile retrò, Fantasmi e no ti darà sicuramente delle soddisfazioni.

SOMMARIO
Introduzione di Malcolm Skey

I morti che tornano
La camera rossa (The Red Room, 1896) di H. G. Wells
Lo sconosciuto (The Stranger, 1909) di Ambrose Bierce
Lupo che corre (Running Wolf, 1920) di Algernon Blackwood
Crewe (Crewe, 1930) di Walter De La Mare
Topi (Rats, 1929) di M. R. James
La bestia con cinque dita (The Beast with Five Fingers, 1928) di W. F. Harvey

L’occulto, l’occultismo, la magia
Scherzando col fuoco (Playing with Fire, 1900) di Sir Arthur Conan Doyle
Necronomicon (History and Chronology of the «Necronomicon», 1938) di Howard Phillips Lovecraft
Il sortilegio dei runi (Casting the Runes, 1911) di M. R. James

Vampiri e vampirismo
Il travaso (The Transfer, 1912) di Algernon Blackwood
Mrs. Amworth (Mrs. Amworth, 1922) di E. F. Benson

Presentimenti e segni premonitori
Il processo per omicidio (The Trial for Murder, 1865) di Charles Dickens, C. Allston Collins
Uomo avvisato mezzo salvato (Forewarned, Forearmed, 1874) di Mrs. J. H. Riddell
La faccia (The Face, 1924) di E. F. Benson

Il doppio
Nell’ora del trapasso (At the End of Passage, 1890) di Rudyard Kipling
L’allegro angoletto (The Jolly Corner, 1908) di Henry James

L’umorismo
Cercasi spettro (Selecting a Ghost, 1883) di Sir Arthur Conan Doyle
Il fantasma inesperto (The Inexperienced Ghost, 1903) di H. G. Wells
La finestra aperta (The Open Window, 1911) di Saki

“Venom” di Ruben Fleischer

Non sarò molto prolisso nel commentare questo ennesimo film Marvel, anzi.

Venom è un alieno che vive in simbiosi con un corpo umano, nel nostro caso quello di Tom Hardy, e che è impegnato a combattere contro i suoi simili (per far rimanere la Terra un posto solo suo) oltre che contro gli umani. Insomma, contro tutti. Lo fa comunque a modo suo, con un suo criterio, talvolta condivisibile, e questa è forse la parte più interessante (se non l’unica) del film. Ovviamente c’è l’amata, Michelle Williams, e il cattivone più cattivo del cattivo.

È la sagra del già visto, già sentito, già girato. E la Marvel ci infila le solite battute che però più di tanto non fanno ridere. L’unico lato positivo è Tom Hardy, sprecato.

Se devi guardare un film Marvel “piccolo”, su un eroe unico, guarda Deadpool 1 e 2, almeno si ride davvero. Fine.

“Melmoth l’errante” di Charles Robert Maturin

Romanzo gotico del 1820, Melmoth l’errante è considerato un capolavoro assoluto, tanto da ispirare persino un seguito ad Honoré de Balzac, Melmoth riconciliato (peraltro in coda al volume che ho letto). È sicuramente un’opera complessa, ricca di artifici e composta come una scatola cinese, dove ogni racconto ne racchiude un altro, il tutto a sua volta incluso in un’unica cornice. 800 pagine…

La trama non la riporto per intero, solo un accenno per capire quello di cui ti sto parlando. Come sempre, se desiderassi approfondire, wiki riporta un intreccio dettagliato, comprensivo di tutti i racconti inclusi nel romanzo e narrati dai vari personaggi.
Melmoth è un uomo che ha fatto un patto con il diavolo, il potere e l’immortalità in cambio dell’anima. Le sue vicende tuttavia non sono narrate in modo diretto da Maturin, ma attraverso gli anedotti dei vari personaggi che l’hanno in qualche modo incrociato nel corso della sua lunga vita. Si parte da un pronipote che eredita da uno zio un misterioso quadro e un manoscritto, passando dai racconti di un naufrago a cui a sua volta sono state narrate altre vicende. 3/4 macrostorie, alcune occupanti più di un centinaio di pagine. Al centro questo personaggio oscuro, inquietante, temuto e intravisto, che cerca di “donare” a sua volta i suoi poteri a chi è in condizioni disperate, così da liberarsi dalla maledizione.

Chi sono io per contraddire Balzac, Wilde o Lovecraft, che venerano questo romanzo? Nessuno. Però ho impiegato quasi due mesi a leggerlo. Certo, ho avuto anche parecchi inconvenienti e distrazioni in questo periodo, ma l’ho comunque trovato di una noia mortale. Una noia eterna, per stare in tema. Se la lettura ideale ti stimola a cercare un minuto libero per prendere in mano il libro, questa compie l’esatto opposto. Sono riuscito a trovare centinaia di alternative alla lettura, scuse per non procedere (finamai ho rispolverato “campo minato” online). Curiosità e coinvolgimento ai minimi storici. La prolissità della narrazione è qualcosa di incredibile, tanto che la stessa vicenda avrebbe potuto essere raccontata comodamente in 200 pagine. Un continuo abbondare di metafore e giri di parole, pensieri sottolineati decine di volte, capitoli interi in cui non avviene nulla se non la ripetizione di un concetto.

Sulla “carta” suonava bene. Romanzo gotico, patto con il diavolo, immortalità, il peccato. E invece mi ha ucciso, mi sono sentito come Melmoth, intrappolato in una maledizione: quella di non riuscire a terminare la lettura. Ho preferito il Melmoth riconcialito di Balzac (senza comunque impazzire eh).

Mi sto annoiando anche ora, a scriverne. Che non me ne vogliano i suoi adepti, ma questo Maturin, pronipote di Wilde, mi ha proprio fracassato i maroni. Mai più.

“L’urlo e il furore” di William Faulkner

Vai a leggerti un po’ di recensioni su questo romanzo di Faulkner, o anche i giudizi (le stelline) presenti nei vari siti che vendono libri. Vai e poi torna, torna qui da me.
Eccoti, sei tornato. Bene. Ti faccio un riassunto di ciò che hai trovato. Un 2% non ha gradito la lettura, poiché giudicata incomprensibile (tuttavia è incomprensibile anche il modo di scrivere di questa nicchia, senza accenti e H dove servano) e il restante 98% ha ritenuto il romanzo ineguagliabile, anche se spesso criptico, difficile e pesante, ma comunque un’esperienza immancabile.
Ok, io sono fuori da questa statistica. Già perché io il romanzo l’ho quasi totalmente compreso (tranne dove è proprio volutamente impossibile), e lo reputo comunque una lettura perdibilissima.

Ma facciamoci prima un po’ di trama.
La narrazione è divisa in quattro capitoli e un’appendice esplicativa (che Faulkner voleva prima del romanzo ma che qualche sadico editore ha posto al termine). I capitoli raccontano ognuno una giornata dal punto di vista di uno dei membri di una decadente famiglia del Sud degli Stati Uniti di inizio ‘900, tranne l’ultimo che è un resoconto di un giorno di lavoro della serva nera, Dilsey. Le giornate non sono in ordine cronologico ma sono sparse alla membro di Schnauzer. Ora io non mi sprecherò in dettagli, mi pare anche inutile. Come sempre per la trama completa c’è wiki. Ti dirò però che il primo capitolo (65 pagine) è un flusso di coscienza del tretatreenne ritardato Benjamin, uno dei figli. Cioè 65 pagine senza il concetto di tempo, di logica, di costruzione del pensiero. Una cosa che non è piacevole da leggere, punto. Avrebbe potuto durare 10 pagine ed avere la stessa funzione, ma non sarebbe stata abbastanza masturbatoria per l’ego dello scrittore. Siamo infatti in pieno onanismo letterario.

Dal secondo capitolo in poi la situazione migliora (molto) poco per volta. Ma almeno il terzo e il quarto capitolo son ben comprensibili, anche se assolutamente noiosi. Ecco, “noioso” è il termine che contraddistingue meglio di ogni altro questo libro. Ogni tanto Faulkner ti spara un paio di frasi consequenziali con un senso logico e ti fa capire che, effettivamente, sia un grande scrittore. Ma a me non basta. Io mi sarei sparato nelle palle, per farla breve. Pensavo che Walden di Thoreau fosse un pacco, ma a confronto è un episodio di Topolino.

Se poi dobbiamo dire che un romanzo è fenomenale perché è difficile e perché tratta lo scottante tema dello schiavismo e delle differenze razziali, allora è un altro conto. Resto dell’idea che Furore di Steinbeck lo faccia molto meglio, rimanendo nei classici della letteratura Americana.

Quindi, con buona pace di chi dice che quello che resta sia l’atmosfera (anche quando non si capisce una mazza), non credo che leggerò mai più Faulkner.
Vade retro.

“Le streghe” di Roald Dahl

Non avevo mai letto nulla di Roald Dahl, ed ero curioso di conoscere il creatore dei Gremlins, de La fabbrica di cioccolato, Matilde, ecc. E poi mi piacciono i libri per bambini, quelli di un certo tipo, almeno. Ti ricorderai quanto io stia apprezzando la serie di Zamonia di Moers, ma in realtà in passato ho letto anche altro, come lo splendido La casa delle vacanze di Clive Barker.
Ecco, con Dahl è stato un po’ diverso.

Questo Le streghe è proprio un romanzo per bambini, è difficile che riesca ad apprezzarlo un adulto. Bellissimo eh, nulla da dire. Ma non è quel tipo di lettura a doppia interpretazione, ecco. La trama è semplice e in realtà succede abbastanza poco. Una nonna e il nipote si alleano nel combattere le streghe, esseri calvi e dalle dita artigliose con i piedi senza dita. Non aggiungo altro, se no finisce che ti dico tutto.

Una bella esperienza, ma non credo che leggerò altro di Dahl, è evidente io sia arrivato troppo tardi. Peccato.

“Acqua dal sole” di Bret Easton Ellis

So che ti starai strappando i capezzoli per la sofferenza causato dal fatto che sia un mese che non scrivo nulla, me ne dolgo, credimi. Il problema è che ho preso un cane, un cucciolo di golden, che passa il 90% del suo tempo a farmi i graffiti con la merda sulle pareti di casa. Capirai quindi che sono un po’ indaffarato. Sto leggendo un sacco di manuali cinofili, questo sì, e non è detto che non ti parli di qualcosa a breve termine.

Ma veniamo a questo Acqua dal sole, veniamo a Ellis. Recentemente avevo letto Lunar Park, che mi aveva folgorato, credo tu te lo possa ricordare. Non è stato invece così per questa raccolta di racconti “horror” (che poi horror non sono), a tratti molto mooolto noiosi. Quello che rimane di buono è l’atmosfera decadente di una Los Angeles anni Ottanta di cui lo scrittore ti parla immergendoti in situazioni già in corso, senza troppe spiegazioni. I suoi personaggi sono tutti estremamente svarionati e, nella maggior parte dei casi, benestanti, distanti dalla realtà a cui siamo abituati (o almeno io), circondati da ville, piscine, Porsche, droga e puttane. Poi c’è un vampiro in un racconto e un paio di omicidi cruenti in altri due, questo te lo scrivo giusto per motivare il sopracitato “horror” che ammicca nella frase in copertina (Un libro in cui il comico e l’horror si amalgamano alla perfezione). Fine.

In sintesi c’è molta poca trama e tanta scrittura autocompiaciuta. Bella eh, ma pur sempre fine a se stessa. Tranquillo, questo non mi farà desistere, ho comunque intenzione di leggere American Psycho, Le regole dell’attrazione e Meno di zero, sperando di ritrovare l’Ellis di Lunar Park, ottimo sia nello stile che nella trama.
Vedremo.

“L’eternauta” di Héctor German Oesterheld e Francisco Solano López

[Premessa: prometto che se arriverò a parlarti di un terzo fumetto aprirò una sezione dedicata ai fumetti, per ora rimaniamo ospiti nella parte del blog che si occupa di libri.]

L’eternauta è un fumetto Argentino del 1957, scritto da Héctor German Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López. Insieme a Maus di Spiegelman, è uno di quei fumetti “impegnati” che trovi sempre citati ovunque, quando cerchi le migliori opere di tutti i tempi. Ciò è in parte dovuto anche alla triste vicenda del suo creatore che nel 1977 divenne uno dei desaparecidos, insieme a tutta la sua famiglia, durante la dittatura argentina di Jorge Rafael Videla.

La trama è molto semplice, la racconta il protagonista dopo essersi letteralmente materializzato di fronte al suo ascoltatore, un disegnatore di fumetti. È l’eternauta (lo chiamiamo così, poiché il suo nome cambia a seconda della nazione di edizione), colui che ha affrontato un’invasione aliena iniziata mentre stava giocando a carte con gli amici. Neve assassina, raggi sterminatori, creature e uomini-robot comandati a distanza dall’invasore: c’è di tutto.

Una cosa però è da dire. Pur essendo considerato un’opera di fantascienza L’eternauta è fondamentalmente un fumetto di guerra. Gli alieni potrebbero tranquillamente essere invasori venuti da una nazione ostile, nulla cambierebbe. Quello che racconta è la resistenza dell’uomo di fronte al dominio e alla schiavitù, il bisogno di proteggere la propria famiglia e di avere buoni amici a fianco.

L’edizione che ho letto l’ho recuperata a un mercatino, è quella dei Classici di Repubblica. Differisce in alcuni dettagli (sicuramente nel formato di presentazione, più orizzontale nell’originale) dalla versione argentina. Quello che è certo è che ha la consistenza di un libro: sono 460 pagine molto fitte, impegnative dal punto di vista della lettura. Talvolta ho trovato finamai ridondanti certi concetti ripetuti più volte, pochissimi i riquadri senza parti scritte.

Che dire, mi è piaciuto, non può che essere così.
Tuttavia non rientra tra i miei fumetti preferiti, credo sia dovuto anche all’ingenuità (positiva) di una scrittura di ormai 60 anni fa. Sono presenti alcuni “spiegoni” dei personaggi, deduzioni che diventano automaticamente realtà. Per chi è abituato al moderno “show, don’t tell” (mostra, non raccontare) questo potrebbe quindi rappresentare un ostacolo, una semplificazione eccessiva. E, come dicevo, talvolta c’è una ripetitività troppo invadente che rallenta parecchio il corso degli eventi.
Sto facendo le pulci ovviamente, rimane un fumetto da leggere. Non aspettarti, però, viaggi nel tempo o filosofie cosmologiche, non li troverai in questa prima avventura.
(Esistono poi cinque seguiti, disegnati sempre da Lopez, dal 1977 al 2006, di cui solo il primo su sceneggiatura di Oesterheld, ma non li ho ancora letti. Vedremo.)

“Alfie” di Bill Naughton

Alfie è un romanzo di Bill Naughton del 1966. Forse ricorderai le due trasposizioni cinamotografiche omonime, la prima proprio del 1966, con Michael Caine, e la seconda del 2004, con Jude Law. Io, sinceramente, non le ho viste. Dal trailer mi pare comunque più fedele il film del ’66, se non altro perché non è stato attualizzato.

In realtà avevo già tentato di leggere questo libro anni fa, poi per ben due volte mi ero interrotto. Non so perché, non è un romanzo pesante, anzi, è molto scorrevole. Lo stile è semplice e diretto, la storia è raccontata dal protagonista in prima persona. La trama è semplice: Alfie è un playboy, ha moltissime donne e descrive le sue (dis)avventure. Tutto qui.

Si può tranquillamente affermare che il romanzo è interamente costruito sul personaggio, le vicende sono secondarie e utili allo scopo di fartelo conoscere.
Prima di mettermi a scrivere ho letto molte recensioni e generalmente la sintesi è: «Alfie è un opportunista egocentrico che però non riesce a stare del tutto antipatico». Ecco, io dissento. A me Alfie è stato proprio sul cazzo, senza mezzi termini.
È vero, è un opportunista, è un egoista, è un egocentrico. È vero che qualsiasi cosa per lui sia meno importante dei propri interessi. Ma tutto questo ci sta nella figura del latin lover, non basterebbe a rendermelo insopportabile (al limite lo si potrebbe anche invidiare). Il fatto è che, secondo me, Alfie è un debole, ed è anche stupido, ed è questo che trovo insopportabile. Non sei di fronte a un personaggio tormentato o spietato, sei di fronte a un personaggio che per la maggior parte del tempo ha paura e maschera la sua paura con prese di posizione da macho risoluto.

Un esempio.
Una delle sue amanti, sposata, rimane incinta di Alfie. Decidono per un aborto clandestino a casa di lui pagando un dottore consenziente. Alfie abbandona la donna nel suo appartamento ad abortire per conto proprio, con la scusa che certe cose le donne le debbano fare da sole. Se fosse volutamente crudele, andrebbe bene, se fosse menefreghista, anche. Ma la verità è che Alfie non sa come comportarsi, ha paura, e si crea un alibi per giustificare la sua scelta.
Lo fa in svariate occasioni per tutto il libro, non te le elenco, ma sono molte.
Mi ricorda quei personaggi di paese, ignoranti, che cercano di superare le situazioni che li trovano intellettualmente impreparati con l’aggressività del “è giusto fare così, dai”. L’incapacità di ammettere un proprio limite, una paura, un’impreparazione, per la vergogna di essere giudicati.
Insomma, a me Alfie è sembrato un cretino, ce lo vedrei bene abbonato a Sky a non perdersi nemmeno una partita di foooobal.

Una nota sulla traduzione, di Ugo Carrega. È chiaro che il protagonista non parli la lingua correttamente al 100% e quindi il traduttore abbia voluto riportare questa caratteristica, tuttavia io ho fatto davvero fatica a capire quando gli errori verbali fossero di Alfie, del traduttore o frutto di un italiano vetusto. Si arriva ad estremi come il fantozziano “vadi”. Resterò nel dubbio.

Ora però non fraintendere il mio giudizio sul personaggio con quello sul romanzo: il libro mi è piaciuto, e probabilmente guarderò anche i film. Se non l’hai ancora letto ti consiglio di farlo, magari prova a verificare se esista una nuova traduzione…