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“Alfie” di Bill Naughton

Alfie è un romanzo di Bill Naughton del 1966. Forse ricorderai le due trasposizioni cinamotografiche omonime, la prima proprio del 1966, con Michael Caine, e la seconda del 2004, con Jude Law. Io, sinceramente, non le ho viste. Dal trailer mi pare comunque più fedele il film del ’66, se non altro perché non è stato attualizzato.

In realtà avevo già tentato di leggere questo libro anni fa, poi per ben due volte mi ero interrotto. Non so perché, non è un romanzo pesante, anzi, è molto scorrevole. Lo stile è semplice e diretto, la storia è raccontata dal protagonista in prima persona. La trama è semplice: Alfie è un playboy, ha moltissime donne e descrive le sue (dis)avventure. Tutto qui.

Si può tranquillamente affermare che il romanzo è interamente costruito sul personaggio, le vicende sono secondarie e utili allo scopo di fartelo conoscere.
Prima di mettermi a scrivere ho letto molte recensioni e generalmente la sintesi è: «Alfie è un opportunista egocentrico che però non riesce a stare del tutto antipatico». Ecco, io dissento. A me Alfie è stato proprio sul cazzo, senza mezzi termini.
È vero, è un opportunista, è un egoista, è un egocentrico. È vero che qualsiasi cosa per lui sia meno importante dei propri interessi. Ma tutto questo ci sta nella figura del latin lover, non basterebbe a rendermelo insopportabile (al limite lo si potrebbe anche invidiare). Il fatto è che, secondo me, Alfie è un debole, ed è anche stupido, ed è questo che trovo insopportabile. Non sei di fronte a un personaggio tormentato o spietato, sei di fronte a un personaggio che per la maggior parte del tempo ha paura e maschera la sua paura con prese di posizione da macho risoluto.

Un esempio.
Una delle sue amanti, sposata, rimane incinta di Alfie. Decidono per un aborto clandestino a casa di lui pagando un dottore consenziente. Alfie abbandona la donna nel suo appartamento ad abortire per conto proprio, con la scusa che certe cose le donne le debbano fare da sole. Se fosse volutamente crudele, andrebbe bene, se fosse menefreghista, anche. Ma la verità è che Alfie non sa come comportarsi, ha paura, e si crea un alibi per giustificare la sua scelta.
Lo fa in svariate occasioni per tutto il libro, non te le elenco, ma sono molte.
Mi ricorda quei personaggi di paese, ignoranti, che cercano di superare le situazioni che li trovano intellettualmente impreparati con l’aggressività del “è giusto fare così, dai”. L’incapacità di ammettere un proprio limite, una paura, un’impreparazione, per la vergogna di essere giudicati.
Insomma, a me Alfie è sembrato un cretino, ce lo vedrei bene abbonato a Sky a non perdersi nemmeno una partita di foooobal.

Una nota sulla traduzione, di Ugo Carrega. È chiaro che il protagonista non parli la lingua correttamente al 100% e quindi il traduttore abbia voluto riportare questa caratteristica, tuttavia io ho fatto davvero fatica a capire quando gli errori verbali fossero di Alfie, del traduttore o frutto di un italiano vetusto. Si arriva ad estremi come il fantozziano “vadi”. Resterò nel dubbio.

Ora però non fraintendere il mio giudizio sul personaggio con quello sul romanzo: il libro mi è piaciuto, e probabilmente guarderò anche i film. Se non l’hai ancora letto ti consiglio di farlo, magari prova a verificare se esista una nuova traduzione…