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“Uomini e topi” di John Steinbeck

Uomini e topi (1937) potrebbe tranquillamente essere quello che, in tempi moderni, definiremmo una “costola” di Furore. I temi, gli ambienti e le situazioni sono le stesse del capolavoro di John Steinbeck, ma trattati attraverso una vicenda più piccola e meno complessa, quasi un racconto lungo, più che un romanzo.

George e Lennie sono due braccianti vagabondi, alla costante ricerca di un lavoro e con un sogno piantato in testa: avere abbastanza denaro per possedere un appezzamento proprio dove vivere del “grasso della terra”. C’è un problema però: Lennie è ritardato, oltre che enorme e molto forte. Ogni volta che si fermano da qualche parte Lennie ne combina qualcuna delle sue e, per evitare problemi, i due devono poi scomparire. Per quanto George cerchi di educare Lennie, questi dimentica in fretta tutti gli insegnamenti e il circolo si ripete. Quando, nell’ennesimo ranch, ci si mette di mezzo la moglie/gatta morta del borioso proprietario le cose si complicano tragicamente…

Steinbeck è sempre Steinbeck, ed è in assoluto lo scrittore che preferisco tra i classici della letteratura americana. Anche in Uomini e topi si ritrova la condizione di semi schiavismo dei braccianti, costretti ad accettare qualsiasi soppruso a seguito della grande depressione americana. Le condizioni di (non)sopravvivenza e il cosciente crollo di qualsiasi sogno e speranza di rivalsa di una generazione, che sfoga nel gioco e nell’alcool la sua frustrazione. La netta linea di separazione che divide chi ha, e comanda, e chi non ha, e ubbidisce.

La delicatezza con cui lo scrittore gestisce il rapporto tra i due protagonisti è qualcosa di unico. Non si può non provare pena per il povero Lennie e comprendere allo stesso tempo anche i momenti di insofferenza di George, caricato di una gravosa responsabilità nei confronti dell’amico, destinato a commettere errori irreparabili a causa della propria ingenuità.
In un mondo senza pietà, dove ci si fa le scarpe per poco, non c’è spazio né tolleranza nei confronti di chi è diverso. Lennie è destinato a diventare la vittima sacrificale della guerra tra i poveri, dove chi è ultimo non viene difeso anche quando si potrebbe, per il timore di inimacarsi il padrone. Una guerra che si combatte tra ritardati, appunto, vecchi, storpi, monchi, neri… dove anche i cani al termine della loro vita sono un peso, un peso che viene alleggerito con un colpo di fucile.

Ho letto un’edizione della Bompiani tradotta da Cesare Pavese. Ora corro a cercare il film omonimo del 1992, con (e di) Gary Sinise, insiema a John Malkovich, che non ho mai avuto modo di vedere.

Letti di John Steinbeck:
I pascoli del cielo (1932)
Pian della Tortilla (1935)
Uomini e topi (1937)
Furore (1939)
La luna è tramontata (1942)

“The Outsider” di Stephen King

Il corpo di Frank Peterson, undici anni, viene ritrovato in un parco. È stato ucciso, ma non prima di essere mutilato, morsicato e sodomizzato con il ramo di un albero. Impronte, testimonianze, DNA, tutto conduce verso un unico sospettato: il cittadino modello Terry Maitland, allenatore della squadra giovanile del paese, quello che si definirebbe “una pasta d’uomo”. Solo che Terry ha un alibi di ferro. Il giorno dell’omicidio era fuori città con dei colleghi insegnanti, ed è anche stato registrato da delle telecamere, oltre ad aver lasciato delle inequivocabili impronte…

Non posso proprio andare oltre, altrimenti ti dico troppo. The Outsider è un giallo per le prime 200 pagine, con indagini, interrogatori, ecc., poi diventa un enigma per una cinquantina di pagine, ed infine una caccia all’uomo (e anche qui mi fermo). Si inserisce perfettamente nel genere poliziesco/soprannaturale che Stephen King ha inaugurato con la trilogia di Mr. Mercedes (seguito da Chi perde paga e da Fine turno). A prova di questo ritroviamo, tra i protagonisti, Holly Gibney, coprotagonista proprio della trilogia.

È un librone alla King, nel senso quantitativo del termine. Sono 530 pagine molto fitte, eppure scorre via veloce. Ho letto molte critiche riguardo al finale (non spoilero, vai tranquillo), universalmente riconosciuto come il tallone d’Achille dello scrittore, ma devo dire che in realtà ci ha abituato a molto peggio (vedi The dome). Certo, The Outsider non sarà tra i capolavori del Re, ma è comunque godibile e la rappresentazione del Male è accettabile. D’altra parte non si può pretendere che ogni volta si arrivi ai picchi immagino-filosofici di IT (no, non il pagliaccio né il ragno del cinema/tv, intendo il Male vero del romanzo, l’opera d’arte). Qui invece siamo più dalle parti di X-Files che della tartaruga nell’Universo (questa la capisci solo se hai letto IT), ma per divertirsi può funzionare.

Per chi, come me, ha letto l’opera omnia, ci sono alcuni riferimenti al Ka e, appunto, all’eterna contrapposizione delle forze che regolano l’Universo. Sono tuttavia molto marginali, non rappresentano una difficoltà di lettura per un primo approccio. Più consistenti i rimandi alla storia di Brady Hartsfield della trilogia citata sopra, ma anche qui non sono necessari alla trama, è più un gioco citazionistico per gli appassionati.

Insomma, se vuoi un romanzo di King che ti tenga “incollato” questo The Outsider lo fa. Certo, è molto semplice e ben lontano dalla storica complessità dello scrittore, ma non è detto che tutti siano pronti a comprenderla o ad afforntarla…
Ora attendo l’uscita di Elevation, anche se la lunghezza ridotta (144 pg.) dell’edizione mi fa presagire il peggio (e per “il peggio” intendo La scatola dei bottoni di Gwendy).

Una nota: il 19 novembre è morto Tullio Dobner, storico traduttore di Stephen King. Era ormai parecchio che non lavorava sui libri del Re, ma li ha tradotti per trent’anni ininterrottamente (1983-2012), prendendo in pieno buona parte del periodo in cui io ho cominciato a leggerlo. Il suo stile rimane senza dubbio il migliore, senza offesa per gli altri traduttori.

“Meno di zero” di Bret Easton Ellis

Meno di zero (il titolo è preso da una canzone di Elvis Costello) è il romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis, datato 1985. Con questa prima opera Ellis si mette il culo in ammollo, nel senso che negli States il libro ha talmente successo che l’allora giovane scrittore potrà poi permettersi di fare ciò che vuole, alla tenera età di 21 anni, ormai divenuto ricco e indipendente (se ti interessa questa parte della sua biografia la descrive nel bellissimo Lunar Park, prima che il romanzo viri verso l’horror).

Ora, io ti riassumerei la trama, ma una vera e propria trama non c’è. Meno di zero è il racconto in prima persona di Clay, giovane ricco e annoiato, che torna a Los Angeles per le vacanze prima dell’inizio del college. Durante questo periodo frequenta i suoi amici, che fanno tutti parte per parentela del mondo dei grandi personaggi dello spettacolo e del cinema americano. In pratica sono tutti “figli di”, chi di regista, chi di produttore o di attore, ecc.
Cresciuti all’insegna dell’apparenza più estrema sono praticamente intercambiabili tra loro. Tutti biondi, con jeans neri e occhiali Wayfarer, palestrati e abbronzati e, ovviamente, fortemente dipendenti dalle droghe e dagli alcolici. Clay racconta le sue migrazioni tra una festa e l’altra, tra una scopata e una sniffata, passando per la visione casuale di un cadavere in un vicolo (che più di tanto non stupisce nessuno).
Non è un romanzo-trama, è un romanzo-esperienza, nel senso che l’intenzione dell’autore è quella di portarti in quei luoghi, in quegli ambienti, e mostrarti come gira. Ci sono figli che apprendono solo dalla tv in quale parte del mondo siano i genitori, genitori che regalano Porsche e Mercedes senza sapere nulla dei figli. Insomma, ci siamo capiti.

Ellis è indubbiamente bravo in quello che fa, descrive senza mai far trasparire un’opinione. Il suo è un documentario su una generazione totalmente perduta che può prendere quello che vuole, senza però sapere cosa vuole e senza mai essere soddisfatta di nulla. Un generazione che ha preso però il peggio da quella precedente, che almeno aveva il successo (e forse qualche ambizione), e che si muove sul sottofondo di MTV e delle riviste patinate. La società dell’apparenza, quella degli anni ’80 in certi ceti sociali americani, che noi non conosciamo (diciamoci la verità).
Anche la nostra oggi è una società dell’apparenza, ma lo è in modo distante, diverso, da quella che descrive l’autore. E poi si sa che noi arriviamo sempre dopo…

[Ah, da questo libro è stato tratto anche un film, Al di là di tutti i limiti (1987), con Robert Downey Jr. e James Spader, che non ho ancora visto. Provvederò, anche perché sono due attori che adoro.]

Che dire, il romanzo mi è piaciuto e Ellis ha sicuramente uno stile inconfondibile, tuttavia la distanza da quel tipo di società, rispetto alla nostra, lo rende difficilmente empatizzabile (concedimi il termine). Ho preferito, appunto, Lunar Park.
Non fraintendiamoci però, continuerò a leggere Ellis e, anzi, nei miei programmi c’è quello di terminare tutta la sua opera (sono 7 libri per ora, quindi non una grande impresa). Infatti ho già acquistato anche Le regole dell’attrazione, quindi sei avvisato.

“Mattatoio n°5 o La crociata dei Bambini” di Kurt Vonnegut

Questo romanzo è un’opera d’arte, chiariamolo subito.
Guerra, fantascienza, satira sociale, umorismo, critica all’uomo. C’è tutto.

Prima di acquistarlo avevo letto qualche recensione, per farmi un’idea. La sintesi di quello che risultava, nella maggioranza dei casi, era: romanzo di fantascienza di cui è difficile seguire la trama poiché il protagonista salta casualmente avanti e indietro nel tempo. Addirittura alcuni ammettevano di aver mollato la lettura per la trama troppo caotica.
Cazzate. Gentaglia da 50 sfumature: se vedessero un film di Nolan morirebbero di aneurisma cerebrale.
Detto questo…

Billy Pilgrim, il protagonista, è un soldato americano che assiste al bombardamento di Dresda come prigioniero dei tedeschi, mentre si trova fortunosamente protetto nei sotterranei di un mattatoio (da qui il titolo Mattatoio n°5, per il numero civico). Tuttavia Pilgrim è anche rapito, a metà degli anni ’60, dagli alieni, per la precisione dai Tralfamadoriani. Da loro impara l’inconsistenza del tempo, ed è per questo che Pilgrim ogni volta che si addormenta si sposta lungo l’arco della sua vita, che si svolge sempre uguale senza la possibilità di effettuare modifiche, così come in fondo avviene per la storia dell’umanità. Il racconto è quindi un continuo salto temporale tra il periodo della guerra e altri momenti, più o meno importanti, della vita di Pilgrim.

In realtà le linee temporali su cui si muove la storia sono tre o quattro, ed è quindi molto facile seguirle. La principale è quella in cui Billy è prigioniero dei tedeschi, che occupa un buon 70% del romanzo. La difficoltà di lettura è perciò davvero minima.

Vonnegut effettua una perfetta critica all’umanità, destinata a ripetere gli stessi errori all’infinito. Anche gli alieni non ne sono immuni, tanto che saranno i responsabili consci della fine dell’Universo, senza poterlo evitare. La guerra, la morte, la distruzione, sembrano essere un errore genetico presente in ogni forma di vita. Così Pilgrim è studiato dall’alto in basso (in uno zoo) da quegli stessi esseri che dapprima appaiono superiori, salvo poi mostrarsi anche loro per forme di vita difettose.

Mattatoio n°5 è un romanzo che fa riflettere. In ogni pagina si scopre una perla, scritta con semplicità ma di una forza dirompente. Stupendo, ad esempio, il passaggio in cui viene descritto un bombardamento al contrario (visto in TV al rovescio): gli aerei raccolgono il fuoco da terra e lo rinchiudono in cilindri di metallo, poi questi cilindri vengono smantellati da delle donne e il pericoloso materiale contenuto in essi viene seppellito nelle profondità della terra (ho semplificato, è lungo due pagine). Ed è, appunto, il contrario di ciò che avviene, il contrario di ciò che compie l’uomo.

Potrei continuare a citarti passaggi umoristici e crudi allo stesso tempo, perché tutto il libro ne è pieno.
Non ti resta che leggerlo, è davvero spettacolare.

“La casa dei sette ponti” di Mauro Corona

Ho trovato questo racconto, travestito da romanzo, al mercatino e, fortunatamente, l’ho pagato solo un paio di euro. Sì perché, lasciando da parte per un momento il discorso qualitativo, acquistarlo al prezzo di copertina (7,50 euro) sarebbe stata una rapina a mano armata con violenza gratuita e omicidio di infante durante il crimine.

Ti spiego perché. Facciamo i conti della serva, è uno sbattimento ma ci vuole, per non essere presi per il culo.
Il volumetto consta di 61 pagine, a cui però vanno tolte le 10 di introduzione e qualche pagina bianca di intermezzo tra i capitoli. Insomma, diciamo 45 pagine totali, perché stiamo larghi. È scritto con caratteri enormi, poche righe per pagina, ecc. Te la faccio breve: una cartella di un libro generalmente contiene circa 1800/2200 battute, questo “prodotto editoriale” ne ha circa 920 per pagina… Ora: 920x45pg=41400 battute. In pratica 20/21 pagine con un’impaginazione normale.
A 7,50 euro.
In proporzione è come se pagassi un libro di 300 pagine 110 euro.

Mi ricorda tanto la presa in giro de La scatola dei bottoni di Gwendy di Stephen King, di cui ti ho parlato qualche tempo fa. Un ottimo affare per tutti, tranne che per il lettore.
E sì, ok, la letteratura è arte e non stiamo vendendo le mele al mercato, ma a tutto c’è un limite…

Venendo alla storia è carina, nulla di particolare. La riscoperta dei veri valori da parte di un industriale, una sorta di favola moderna. Non posso dirti altro se no ti dico tutto.
Se vuoi leggere Mauro Corona dirigiti senza indugi sui due bellissimi romanzi Il canto delle manére e L’ombra del bastone, che così non sbagli.

“Rumo e i prodigi nell’oscurità” di Walter Moers (serie Zamonia)

Con enorme sollievo del mio portafoglio, Salani è uscita a ottobre con la versione tascabile ed economica del terzo libro della serie di Zamonia: Rumo e i prodigi dell’oscurità (in questa edizione il nell’ del titolo è diventato dell’, ma son dettagli). Già, perché Rumo, dai più ritenuto il miglior episodio di questa saga fantasy, era diventato introvabile e i prezzi erano quindi arrivati alle stelle…

Ti racconto un po’ di cosa parla.
Rumo è un croccamauro, cioè un cane parlante, eretto, con delle corna e abilissimo per natura in qualsiasi tipo di combattimento, oltre che fisicamente molto resistente. Non sto a raccontarti i dettagli per non toglierti il piacere della sorpresa, ti dirò che conosciamo Rumo in una prima avventura dove deve liberarsi dalla schiavitù dai giganti ciclopi (forse la parte meno entusiasmante del libro); dopodichè raggiunge Croccamauria, la città dei croccamauri, dove si compie la sua formazione (scolastica e umana, se così si può dire), si innamora e definisce la sua personalità. Qui finisce la prima parte del libro, quella dedicata al mondo di sopra. Infatti la seconda parte è ambientata nel mondo di sotto, una sorta di ade dove Rumo dovrà mettersi alla prova per liberare tutti i croccamauri rapiti dalla città di Croccamauria e ovviamente la sua bella, Rala. Mi fermo.

Come puoi notare la struttura è quella epica classica, l’eroe si forma, scopre l’amore, poi gli viene tolta la patria e la serenità, e lui deve dimostrare di essere, appunto, un vero eroe e risolvere il problema, con tanto di discesa nel sottosuolo e ripresa di tutto ciò che gli appartiene. Rumo è esattamente questo, in chiave comico/fantasy, ed è anche una storia d’amore, non dimenticarlo.
Poi ovvio, ci sono tutte le razze inventate da Walter Moers: i sanguisciutti, gli squalombrichi, gli yeti, i tenebroni, le facce di bronzo, ecc. a creare quel sistema di alleanze e contrasti alla Il signore degli anelli.

A differenza de Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu, Rumo è molto più avventuroso e meno ricercato nei giochi linguistici, l’azione prevale quindi sulla parola, sull’intelletto. Questo è un bene e un male allo stesso tempo, nel senso che a me sono piaciuti entrambi, ma in modo diverso.
Orso Blu forse si colloca a metà tra Rumo e Ensel e Krete (dove invece c’era solo logica e pochissima azione). È ancora la soluzione che prediligo, ma è anche il primo amore…

Una particolarità che ho notato, rispetto ai romanzi precedenti, è la presenza di qualche “parolaccia” o comunque qualche concessione volgare in più, se così si può dire. Mi pare di ricordare: merda, stronzo, pisciata… cose di poco conto, naturalmente. Forse Rumo è puntato verso un pubblico di età leggermente maggiore e cerca di porsi in un linguaggio tipico preadolescenziale, non so.

Nel complesso è ovviamente un libro splendido [definizione di splendido: in grado di trasportarti da un’altra parte], ed è solo il terzo della serie di Zamonia, che per ora conta sette volumi. I primi tre possono comunque essere letti in maniera indipendente l’uno dall’altro, i sucessivi non so.
Quello che so, invece, è che di certo prenderò il prima possibile La città dei libri sognanti, il quarto volume della saga.

“Blaze” di Stephen King (Richard Bachman)

Blaze è un romanzo scritto da Stephen King agli inizi degli anni settanta, ma pubblicato solo nel 2007 con lo pseudonimo di Richard Bachman. Era uno dei cinque libri di King che non avevo ancora letto, ora la conta scende a quattro (Duma Key, La storia di Lisey, e i due scritti a quattro mani con Peter Straub).

La trama è semplice: Clayton Blaisdell Jr, detto Blaze, è un gigante ritardato che rapisce un neonato rampollo di una famiglia di miliardari. Fino a qui tutto ok. Ma naturalmente è un romanzo di King. Quindi… quindi Blaze ha un complice, George, che gli suggerisce cosa fare e lo aiuta nei momenti di difficoltà, offrendogli le soluzioni a cui lui non potrebbe mai arrivare. Solo che George è morto tre mesi prima. Di chi è quindi l’intelligenza? Che ci sia un lato dormiente nel cervello di Blaze?

La storia è lunga 320 pagine, scritte “grande”, quindi ci si trova di fronte a un lungo racconto di circa 200 pagine reali, ben diverso dai soliti romanzi del Re. Tuttavia, a differenze del deludente La scatola dei bottoni di Gwendy, Blaze mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché questo cattivo non è un cattivo, ma un buono che si è sempre trovato in situazioni sbagliate al momento sbagliato ed è finito vittima degli eventi. Anche il suo ritardo mentale è frutto delle violenze del padre (che lo ha lanciato tre volte di seguito giù dalle scale): prima Blaze era un bambino intelligentissimo. Inoltre l’uomo si affeziona moltissimo a Joe, il bambino rapito, poiché per la prima volta in vita sua non si sente solo. È sicuramente un romanzo molto leggero, ma io se fossi in te non lo trascurerei.

Al termine del romanzo è inserito un racconto di una cinquantina di pagine, Memoria, prequel di Duma Key. Il racconto è talmente bello che credo leggerò al più presto proprio Duma Key (portando così a tre la mia mancolista letteraria sul Re).

[Una nota per chi ancora non lo sapesse.
Richard Bachman è lo pseudonimo con cui King ha scritto alcuni libri tra gli anni ’70 e i ’90: Ossessione, La lunga marcia, Uscita per l’inferno, L’uomo in fuga (forse ti ricorderai L’implacabile, il film con Arnold Schwarzenegger), L’occhio del male e I vendicatori. Se volessi provare qualcosa io ti consiglio fortemente La lunga marcia.
Se tutta questa storia dello pseudonimo ti ricordasse un po’ La metà oscura non preoccuparti, è normale.]

“Melmoth l’errante” di Charles Robert Maturin

Romanzo gotico del 1820, Melmoth l’errante è considerato un capolavoro assoluto, tanto da ispirare persino un seguito ad Honoré de Balzac, Melmoth riconciliato (peraltro in coda al volume che ho letto). È sicuramente un’opera complessa, ricca di artifici e composta come una scatola cinese, dove ogni racconto ne racchiude un altro, il tutto a sua volta incluso in un’unica cornice. 800 pagine…

La trama non la riporto per intero, solo un accenno per capire quello di cui ti sto parlando. Come sempre, se desiderassi approfondire, wiki riporta un intreccio dettagliato, comprensivo di tutti i racconti inclusi nel romanzo e narrati dai vari personaggi.
Melmoth è un uomo che ha fatto un patto con il diavolo, il potere e l’immortalità in cambio dell’anima. Le sue vicende tuttavia non sono narrate in modo diretto da Maturin, ma attraverso gli anedotti dei vari personaggi che l’hanno in qualche modo incrociato nel corso della sua lunga vita. Si parte da un pronipote che eredita da uno zio un misterioso quadro e un manoscritto, passando dai racconti di un naufrago a cui a sua volta sono state narrate altre vicende. 3/4 macrostorie, alcune occupanti più di un centinaio di pagine. Al centro questo personaggio oscuro, inquietante, temuto e intravisto, che cerca di “donare” a sua volta i suoi poteri a chi è in condizioni disperate, così da liberarsi dalla maledizione.

Chi sono io per contraddire Balzac, Wilde o Lovecraft, che venerano questo romanzo? Nessuno. Però ho impiegato quasi due mesi a leggerlo. Certo, ho avuto anche parecchi inconvenienti e distrazioni in questo periodo, ma l’ho comunque trovato di una noia mortale. Una noia eterna, per stare in tema. Se la lettura ideale ti stimola a cercare un minuto libero per prendere in mano il libro, questa compie l’esatto opposto. Sono riuscito a trovare centinaia di alternative alla lettura, scuse per non procedere (finamai ho rispolverato “campo minato” online). Curiosità e coinvolgimento ai minimi storici. La prolissità della narrazione è qualcosa di incredibile, tanto che la stessa vicenda avrebbe potuto essere raccontata comodamente in 200 pagine. Un continuo abbondare di metafore e giri di parole, pensieri sottolineati decine di volte, capitoli interi in cui non avviene nulla se non la ripetizione di un concetto.

Sulla “carta” suonava bene. Romanzo gotico, patto con il diavolo, immortalità, il peccato. E invece mi ha ucciso, mi sono sentito come Melmoth, intrappolato in una maledizione: quella di non riuscire a terminare la lettura. Ho preferito il Melmoth riconcialito di Balzac (senza comunque impazzire eh).

Mi sto annoiando anche ora, a scriverne. Che non me ne vogliano i suoi adepti, ma questo Maturin, pronipote di Wilde, mi ha proprio fracassato i maroni. Mai più.

“L’urlo e il furore” di William Faulkner

Vai a leggerti un po’ di recensioni su questo romanzo di Faulkner, o anche i giudizi (le stelline) presenti nei vari siti che vendono libri. Vai e poi torna, torna qui da me.
Eccoti, sei tornato. Bene. Ti faccio un riassunto di ciò che hai trovato. Un 2% non ha gradito la lettura, poiché giudicata incomprensibile (tuttavia è incomprensibile anche il modo di scrivere di questa nicchia, senza accenti e H dove servano) e il restante 98% ha ritenuto il romanzo ineguagliabile, anche se spesso criptico, difficile e pesante, ma comunque un’esperienza immancabile.
Ok, io sono fuori da questa statistica. Già perché io il romanzo l’ho quasi totalmente compreso (tranne dove è proprio volutamente impossibile), e lo reputo comunque una lettura perdibilissima.

Ma facciamoci prima un po’ di trama.
La narrazione è divisa in quattro capitoli e un’appendice esplicativa (che Faulkner voleva prima del romanzo ma che qualche sadico editore ha posto al termine). I capitoli raccontano ognuno una giornata dal punto di vista di uno dei membri di una decadente famiglia del Sud degli Stati Uniti di inizio ‘900, tranne l’ultimo che è un resoconto di un giorno di lavoro della serva nera, Dilsey. Le giornate non sono in ordine cronologico ma sono sparse alla membro di Schnauzer. Ora io non mi sprecherò in dettagli, mi pare anche inutile. Come sempre per la trama completa c’è wiki. Ti dirò però che il primo capitolo (65 pagine) è un flusso di coscienza del tretatreenne ritardato Benjamin, uno dei figli. Cioè 65 pagine senza il concetto di tempo, di logica, di costruzione del pensiero. Una cosa che non è piacevole da leggere, punto. Avrebbe potuto durare 10 pagine ed avere la stessa funzione, ma non sarebbe stata abbastanza masturbatoria per l’ego dello scrittore. Siamo infatti in pieno onanismo letterario.

Dal secondo capitolo in poi la situazione migliora (molto) poco per volta. Ma almeno il terzo e il quarto capitolo son ben comprensibili, anche se assolutamente noiosi. Ecco, “noioso” è il termine che contraddistingue meglio di ogni altro questo libro. Ogni tanto Faulkner ti spara un paio di frasi consequenziali con un senso logico e ti fa capire che, effettivamente, sia un grande scrittore. Ma a me non basta. Io mi sarei sparato nelle palle, per farla breve. Pensavo che Walden di Thoreau fosse un pacco, ma a confronto è un episodio di Topolino.

Se poi dobbiamo dire che un romanzo è fenomenale perché è difficile e perché tratta lo scottante tema dello schiavismo e delle differenze razziali, allora è un altro conto. Resto dell’idea che Furore di Steinbeck lo faccia molto meglio, rimanendo nei classici della letteratura Americana.

Quindi, con buona pace di chi dice che quello che resta sia l’atmosfera (anche quando non si capisce una mazza), non credo che leggerò mai più Faulkner.
Vade retro.

“Le streghe” di Roald Dahl

Non avevo mai letto nulla di Roald Dahl, ed ero curioso di conoscere il creatore dei Gremlins, de La fabbrica di cioccolato, Matilde, ecc. E poi mi piacciono i libri per bambini, quelli di un certo tipo, almeno. Ti ricorderai quanto io stia apprezzando la serie di Zamonia di Moers, ma in realtà in passato ho letto anche altro, come lo splendido La casa delle vacanze di Clive Barker.
Ecco, con Dahl è stato un po’ diverso.

Questo Le streghe è proprio un romanzo per bambini, è difficile che riesca ad apprezzarlo un adulto. Bellissimo eh, nulla da dire. Ma non è quel tipo di lettura a doppia interpretazione, ecco. La trama è semplice e in realtà succede abbastanza poco. Una nonna e il nipote si alleano nel combattere le streghe, esseri calvi e dalle dita artigliose con i piedi senza dita. Non aggiungo altro, se no finisce che ti dico tutto.

Una bella esperienza, ma non credo che leggerò altro di Dahl, è evidente io sia arrivato troppo tardi. Peccato.