“La collina dei conigli” di Richard Adams

Ho appena scoperto che di questo romanzo esiste un seguito: una raccolta di racconti dal titolo La collina dei ricordi. Sono molto felice. Già, perché La collina dei conigli mi è piaciuto molto.

La storia è molto semplice. Diversi conigli, appartententi alla stessa conigliera, decidono di lasciare la loro tana a seguito di un presagio negativo (che si rivelerà corretto) di uno di loro, Quintilio. Il branco, guidato da Moscardo e dal suo braccio destro Parrucone, attraversa le colline in cerca di un nuovo posto dove stabilire una conigliera. Tra volpi, cani, gatti e nemici vari, i conigli dovranno affrontare la minaccia rappresentata dal Capo Coniglio Vulneraria, il dittatore di una conigliera organizzata in stile militaresco. Il tutto è accompagnato da una mitologia che i conigli tramandano, sotto forma di racconti, nei momenti di pace.

Se ti aspetti un romanzo metaforico, sul genere de La fattoria degli animali, non lo troverai nel libro di Adams. Questo però non toglie nulla a una narrazione davvero coinvolgente, le pagine si girano da sole mentre vaghi per i campi cercando femmine di coniglio per portare avanti la specie. I combattimenti sono davvero epici e i tranelli che il furbo coniglio Mirtillo attua per favorire i suoi amici sono degni del cavallo di Troia.

Richard Adams è morto, purtroppo, un paio di anni fa ed è in quell’occasione che io ho sentito parlare di lui per la prima volta. Ora credo che recupererò anche gli altri suoi libri, sempre a tema “animalesco”, come La valle dell’orso e I cani della peste.
Essenzialmente si tratta di un tipo di scrittura molto positiva, ed è una cosa rara che questo mi entusiasmi. Meglio approfittarne.

“La macchina del tempo – L’isola del dottor Moreau” di Herbert George Wells

Dopo L’uomo invisibile e La guerra dei mondi non potevo che completare l’opera di H.G. Wells con La macchina del tempo e L’isola del dottor Moreau, in questo caso raccolti in unico volume.

La trama de La macchina del tempo è nota, anche grazie al film del 2002 con Guy Pearce, lo è forse meno quella de L’isola del dottor Moreau, un romanzo che più che al genere della fantascienza appartiene all’horror. Il dottor Moreau è uno scienziato pazzo che ibrida animali rendendoli umani, vincolandoli con falsi credo e condizionamenti mentali a rigettare la propria natura bestiale. Ma ovviamente prima o dopo la sete di sangue dei carnivori si risveglia… e sarà il protagonista del libro, un naufrago, a trovarsi sull’isola di Moreau in balia dei mostri.

In definitiva ho trovato questi due romanzi parecchio più cupi dei due precedenti che ho letto (anche i Morlock nel futuro non scherzano), ed è questo probabilmente il motivo per cui li ho apprezzati di più. Wells si è spinto ad indagare l’animo umano, in entrambi, per capire dove finisca l’Uomo e cominci la Bestia.
Da leggere.

“A quiet place – Un posto tranquillo” di John Krasinski

Finalmente un horror interessante e anche più intelligente del solito. Ero scettico di fronte all’entusiasmo della critica ma mi sono dovuto ricredere. A quiet place – Un posto tranquillo è effettivamente un film sensoriale che, per la stessa struttura della trama, evita la brutta piega che hanno preso tutti gli horror moderni, cioè il jumpscare.

La storia parte quando nel mondo sono già comparse delle creature cieche che cacciano esclusivamente utilizzando l’udito. Non è dato sapere da dove arrivino, quello che si capisce è che la razza umana sia stata in gran parte sterminata. Chi resiste lo fa in silenzio, molto in silenzio, tanto che per i circa quaranta minuti iniziali non viene pronunciata parola (neanche in sala! una figata!). Il film racconta la vita della famiglia Abbott, composta da una coppia (Emily Blunt e John Krasinski) e dai tre figli. Tutto è improntato sulla capacità di non emettere suoni, come ad esempio contrassegnare sul pavimento le assi che non cigolino al calpestio o cospargere con della farina i sentieri di montagna per attutire i passi. I membri di questa famiglia hanno però un vantaggio, la figlia è non udente e di conseguenza tutti conoscono il linguaggio dei segni. In ogni caso c’è un problema da affrontare: mamma Abbott è incinta e presto dovrà partorire, in silenzio, un neonato che non potrà piangere… Mi fermo qui.

Io ho una passione per le situazioni postapocalittiche viste e vissute dalla parte dei singoli individui, quindi Krasinski con me ha avuto il gioco facilitato. Avevo quasi rinunciato agli horror ormai, e invece questo film mi ha ridato speranza. Anche a livello attoriale l’ho trovato davvero ben recitato, soprattutto dai “genitori” (coppia anche nella vita reale) e in particolare da Krasinski stesso, che ti trasmette con pochi sguardi tutta l’ansia necessaria.

Se proprio dobbiamo trovare un difetto sono i “mostri”, molto simili al demogorgone di Stranger Things, già a sua volta simile all’Uomo Pallido de Il labirinto del fauno. Ma credo sia inevitabile, qualsiasi “orrore”, una volta che viene esplicitato ed esce dall’ombra, perde molto del suo potenziale. È l’ignoto ciò che terrorizza di più, perché la fantasia è sempre più potente e destabilizzante di qualsiasi raffigurazione.

Nota: in questo assoluto silenzio la sala era una tomba. Il primo stronzo a parlare, commentare o far frusciare sacchetti di caramelle sarebbe infatti stato beccato subito.
E questo, oggi, è qualcosa di raro e impagabile.

“La scatola dei bottoni di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

Chiariamolo subito: questo non è un romanzo, è un racconto travestito da romanzo a scopo di lucro estremo. E ti do qualche dato approssimativo, ma oggettivo e lampante.

Totale pagine: 240
Pagine con numero di capitolo/bianche/illustrate: 100
Pagine scritte: circa 130

Le 130 pagine scritte (che spesso sono per metà bianche perché inizio/fine di uno dei 32 capitoli…) hanno 22 righe per pagina, quando di solito un libro ne ha dalle 32 alle 38. C’è un’interlinea che è un’autostrada a quadrupla corsia e i margini laterali sono enormi piazzole di sosta.

Se dovessi approssimare, così a naso, direi che FORSE arriviamo a un racconto di 50 pagine. Considerato il costo di 17 euro (15 se lo acquisti nell’ecommerce del Male, cioè Amazon) direi che non serve aggiungere altro.

Bene, ora possiamo arrivare al racconto.
La scatola dei bottoni di Gwendy è in realtà una scatola con dei pulsanti (button in inglese significa sia bottone che pulsante) che viene affidata alla tredicenne Gwendy da un uomo in nero, tale Richard Farris. La scatola ha tre funzioni: rilascia dollari del 1891 di alto valore collezionistico, regala cioccolatini che migliorano la vita e ha, appunto, dei pulsanti che, se premuti, fanno accadere delle cose nel mondo. Non vado oltre.

L’omaggio a The Box (Button, Button) di Richard Matheson è evidente (forse avrai visto l’omonimo film) e leggendo il racconto di King e Chizmar continuerà a venirti in mente, come è successo a me.

Il raccconto è sicuramente affascinante, ti cattura e lo leggi in un’oretta senza mai staccarti. Te lo consiglio, tuttavia secondo me prima o poi uscirà in qualche raccolta.
Resta sempre un piacere ritornare a Castle Rock.

“Libertà” di Jonathan Franzen

Non avevo mai letto nulla di Franzen e mi sembrava doveroso rimediare. Questo autore è infatti ritenuto uno degli scrittori americani contemporanei più importanti ed è come se avesse staccato il biglietto per entrare in futuro (ora pare che la “giovane” età non glielo consenta ancora) nel vero e proprio Olimpo della Letteratura Americana.

Scriverti una trama di questo romanzo sarebbe alquanto inutile. Tratta il tema della famiglia nella sua totalità (unioni, divisioni, ricongiungimenti, odio, amore, crisi e tutto ciò che ti viene in mente) calato nel contesto americano, nel costante antagonismo tra spirito repubblicano e democratico, e nella lotta tra ciò che i protagonisti sono e quello che sentono di dover essere di fronte agli occhi del prossimo. Le ipocrisie della società contemporanea, per capirci.

Detta così sembra semplice e anche accattivante. Ma Libertà è lungo 622 pagine. Franzen analizza ogni personaggio fin nel minimo particolare. Per capire una sfumatura, un dettaglio, una scelta di qualcuno (anche secondaria), lo scrittore ti porta indietro di tre/quattro generazioni per quanto riguarda il soggetto in questione. Ed è così che dagli errori compiuti dai nonni e pagati dai genitori, si arriva alle scelte dei figli. Credo che, in assoluto, io possa dire di non aver mai “conosciuto” così bene dei personaggi letterari come quelli presenti in questo libro. Non ci sono punti psicologici oscuri. Ogni personalità è il frutto ben preciso di una passato esplicato nel dettaglio.

Prima di dirti cosa penso è bene essere chiari: Franzen scrive fottutamente bene. Su questo non c’è dubbio. La capacità di effettuare un approfondimento psicologico così elevato è più unica che rara. È un’esperienza da provare almeno una volta nella vita di un lettore, credo.

Il problema è un altro. Il problema è che siamo di fronte a uno dei più grandi esponenti dell’onanismo letterario. Un completo ed assoluto autocompiacimento delle proprie abilità, una totale consapevolezza della propria bravura esaltata dal narcisismo più estremo: «Leggimi! Come sono bravo! Ti sto facendo due palle colossali ma non potrai far altro che sostenere io sia uno scrittore eccezionale!»
In questo romanzo non succede un cazzo di niente. Ma non un cazzo di niente qualsiasi, no. Un cazzo di niente a cui hanno sparato a bruciapelo con un fucile a canne mozze e i cui resti sono stati bruciati con l’acido e poi inviati sulla superficie del Sole in una busta di carta intrisa di benzina.

Un insegnamento me la porto a casa, come si suol dire.
Avevo letto ovunque che Jonathan Coe fosse fenomenale: mi sono pippato La casa del sonno e avrei voluto dargli fuoco. Ora è successa la stessa identica cosa con Jonathan Franzen.
Bene, direi che devo stare lontano dai Jonathan.

“Ready Player One” di Steven Spielberg

In un futuro, non troppo lontano, le persone passano tutto il loro tempo in Oasis, un mondo virtuale dove, grazie a guanti, tutina e visore, tutto è possibile (hai presente Second Life, ecco, al cubo). Il nostro eroe è un supercampioncino che, da grande ammiratore del deceduto creatore puro e innocente di Oasis, dovrà superare diverse prove per ottenere il dominio del mondo virtuale e non lasciarlo al cattivone di turno, perfido proprietario di un’azienda di malvagi. Nel frattempo stringerà dei profondi legami di amicizia e troverà l’amore.
Adesso devo anche dirti cosa penso?

Siamo sul pianeta Spielberg al 100%, un pianeta che non ho mai particolarmente apprezzato (con le dovute eccezioni, una su tutte: Indiana). Tutti gli spunti interessanti non vengono approfonditi per non togliere nulla al puro intrattenimento, da sempre unico vero obiettivo del regista. Se è questo che cerchi, in Ready Player One lo troverai. Se invece pensi ci possa essere una riflessione sulla società moderna, sui consumi, su dove si stia dirigendo la nostra “civiltà”, beh, allora è il caso tu vada a cercare da un’altra parte.

Fermo restando la perfezione grafica, gli effetti speciali, i robottoni e gli stupendi richiami agli anni 80 e a tutta la cultura nerd (per capirci: Robocop, Shining, Gears of War, Ritorno al futuro, Daitan, Atari, Doom, musica anni 80 in generale, Godzilla, ecc. ecc. ecc.), questo film è solo un grosso contenitore pieno di nostalgia e senza una bella storia da raccontare. Un po’ come nella serie Stranger Things, tutto è puntato sull’amarcord sperando che, tra una lacrima e l’altra, tu non ti accorga che non c’è nulla di interessante.

E, a proposito di lacrime, io sono sempre stato convinto che quando il protagonista di un film stia piangendo o ridendo tu debba sentirti almeno un pochino empatico perché si possa dire che l’impianto narrativo funzioni, che ti abbia tirato un po’ dentro. Invece ero lì a chiedermi: ma perché sta piangendo?

Insomma, a guardarlo questo film il tempo ti passa via, ma niente di fondamentale per la storia della fantascienza. L’ottimismo di Spielberg non lascia scampo, ne hai la prova certa quando il protagonista si innamora di un’avatar e scopre (a 1/4 di film, quindi non è spam) che la ragazza nel mondo reale è figa come in Oasis.

Un colossale Youporn per Dawson Leery, ma non per me.

“La scimmia pensa, la scimmia fa” di Chuck Palahniuk

Raccolta di articoli da quotidiani e riviste, questo La scimmia pensa, la scimmia fa mi ha piacevolmente sorpreso. Gli ultimi libri che ho letto di Palahniuk (ti linko sotto tutto quello che ho recensito qui) non mi hanno molto soddisfatto, non ho trovato la leggerezza dei primi. Resto fedele a Survivor, Soffocare, ecc. Tuttavia questa raccolta, essendo datata, riporta alla vita il suo vecchio stile, quello che tanto apprezzo. Certo, resta comunque una raccolta.

Il libro è diviso in tre parti (INSIEME, RITRATTI e PERSONALE), ma possiamo dividerlo in due. RITRATTI è una raccolta di interviste dello scrittore (tra cui una a Juliette Lewis e una a Marilyn Manson), tutto il resto riguarda invece esperienze personali, come ad esempio un immersione a bordi di un sommergibile, una gita al “Festival del testicolo” (già!) o una trasferta nel mondo della lotta non professionistica.

Il titolo è ispirato a una riflessione sulla libertà molto interessante. Palahniuk sostiene che Adamo abbia smesso di essere libero non quando abbia mangiato la mela, ma quando gli sia stato imposto di non mangiarla. L’unico modo per rimanere libero è infatti quello di infrangere la regola, sottostare ad essa non potrebbe essere “libertà”. La scimmia pensa, la scimmia fa.

Insomma: leggero e godibile, te lo consiglio.

Come promesso ti posto le mie recensioni di Palahniuk che puoi trovare su questo blog, non ho però scritto di tutti i suoi libri, ne trovi solo alcuni (credo in realtà di non averne letti solo un paio tra quelli che ha scritto).

Pigmeo
Senza veli
Dannazione
Sventura

“La guerra dei mondi” di Herbert George Wells

Ho sempre avuto la curiosità di leggere questo romanzo, ancora di più dopo aver visto il film omonimo (2005) di Spielberg con Tom Cruise. Ebbene il film, con La guerra dei mondi di Wells, c’entra poco. Non è un male eh, sono apprezzabili entrambi.

La trama del libro è in realtà molto semplice e lo stile è quello che già avevo riscontrato ne L’uomo invisibile. La storia è raccontata dal punto di vista del protagonista principale, uno scrittore che vive in campagna, con qualche incursione anche nelle esperienze del fratello, che invece abita a Londra.

Dopo che degli strani lampi si sono verificati sulla superficie di Marte, atterrano sulla Terra dei “bussolotti” (chiamiamoli così) ripieni di alieni tutta testa e tentacoli. Questi iniziano fin da subito a costruire delle macchine di morte, i famosi tripodi, e se ne vanno in giro a catturare umani per nutrirsi, pare, del loro sangue. Mentre il protagonista scorrazza per strade e campi, rifugiandosi in case e capanni, Wells descrive i cambiamenti, anche botanici, che avvengono sul nostro pianeta. Piante rosse marziane coprono prati e case, mentre la gente scappa terrorizzata dai raggi inceneritori degli alieni. La fine non te la racconto, ma è nota.

La cosa realmente divertente è che questa invasione aliena sarebbe stata smantellata facilmente utilizzando degli aerei, ma il libro è del 1887 e il primo aeroplano (che così si possa chiamare, quello dei fratelli Wright) è del 1903. Questo, Wells, non poteva quindi ancora saperlo, anzi per un attimo nel romanzo si paventa che i marziani abbiano scoperto “il segreto del volo”.

Romanzo da leggere, sicuramente. Fantascienza classica, quasi innocente, direi.
Una nota. Il traduttore è Tullio Dobner, colui che ha tradotto qualsiasi cosa. Solo qualche nome tra le centinaia: Stephen King, Clive Barker, John Grisham, Kellerman, Sheldon, Koontz, ecc..
Ho in programma anche La macchina del tempo e L’isola del dottor Moreau, stai sintonizzato.

“Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu” di Walter Moers (serie Zamonia)

“Un orso di mare ha ventisette vite. Di tredici e mezzo delle mie vite riferirò in questo libro. Sulle altre, invece, tacerò. Anche un orso ha diritto a certi lati oscuri: lo rendono più interessante e misterioso”.

Così si aprono le memorie di Orso Blu, nato (forse) dalla schiuma di un onda in un guscio di noce e destinato a girovagare in lungo e in largo per il regno di Zamonia. Le tredici vite e mezzo non sono altro che 13 racconti (e mezzo) riguardanti le avventure di Orso Blu, dove ad ogni vita corrisponde una cambio di scenario e delle nuove peripezie. Orso Blu avrà a che fare con minipirati che gli insegneranno a navigare, onde ciacoline che lo istruiranno sulla dialettica, e poi ancora con croccamauri, sauri di salvataggio, spiriti coboldi, gaglioffi delle spelonche e, naturalmente, con il gran tenebrone Abdul Noctambulotti, genio dotato di sette cervelli, di cui peraltro il libro è cosparso di citazioni, essendo l’autore del “Dizionario enciclopedico dei portenti, degli organismi e dei fenomeni bisognosi di spiegazione di Zamonia e dintorni”.Come avrai capito siamo di fronte a una follia letteraria (in senso buono, si intende). Le tredici vite e mezzo del capitano Orso Blu è un romanzo per bambini, sì, ma per bambini intelligenti, e quindi anche per adulti bambini. È corredato dalle illustrazioni di Walter Moers, l’autore, più frequenti all’inizio del libro e più rare verso la fine, quasi come se stessi crescendo insieme al protagonista. Già, perché questo romanzo può anche essere visto come una metafora della vita, ma in modo leggero, senza ansie e pesi eccessivi. Il libro è solo il prima della serie di Zamonia, al momento composta da sei volumi.

Se dovessi fare un paragone ti direi che Moers è per il fantasy quello che Dougla Adams è stato per la fantascienza. Qualcosa di unico ed inimitabile. Di sicuro leggerò anche il resto della serie. I giochi di parole sono fenomenali, di sicuro il traduttore ha avuto un ruolo fondamentale nel gradimento dell’opera, per quanto mi riguarda. Sono 700 pagine che si leggono in un attimo, con la curiosità di scoprire cosa sia una nottola, un buiatore o un sauro di salvataggio.

“I vermi conquistatori” di Brian Keene

Non ricordo dove abbia sentito per la prima volta nominare I vermi conquistatori di Keene (forse su un almanacco di Dylan Dog, non ne sono certo), ma fin da subito mi ha affascinato. Sono quindi riuscito a recuperarlo in un’edizione Urania e sono davvero sodddisfatto. Credo, oltretutto, che sia l’unico romanzo tradotto in italiano di questo scrittore americano.

È un horror semplice, senza fronzoli e proprio per questo davvero godibile.
In un futuro (che potrebbe essere domani) dove il clima è degenerato, sul pianeta cade un’incessante pioggia. Le terre emerse si riducono ogni giorno, costringendo i pochi umani rimasti a vivere sulle montagne, divenute isole, e sulle cime dei palazzi. A seguito del cambio climatico tornano in superficie creature che vivevano nei meandri della terra e nelle profondità degli oceani, come il mitico kraken (un calamaro gigante) e, appunto, i vermoni (che tanto ricordano Tremors). Ad affrontare questi vermi non c’è però Kevin Bacon, ma Teddy Garnett e il suo amico Carl, due ottantenni montanari con le palle quadre e la vescica debole. A loro, poi, si aggiungeranno  altri due personaggi, più giovani e “cittadini” (ossia abitatori dei tetti), che racconteranno la propria vicenda. Il romanzo è, infatti, composto dalle due storie che si fondono in un’unica avventura (mischiando la condizione sulle montagne a quella nelle città, e permettendo di avere una visione d’insieme).

Devo dire che è stata una lettura rilassante e piacevole. È un horror vecchio stampo, non ci sono fantasmi o presenze, è tutto molto concreto e i mostri non sono dei vampiri… Credo ci sia la necessità di tornare a questo tipo di narrazioni, più semplici, ma non per questo meno efficaci.
A quanto ho capito in America è uscito anche un seguito, aspetto fiducioso la traduzione.

La vita, l'universo e tutto quanto.