“Meno di zero” di Bret Easton Ellis

Meno di zero (il titolo è preso da una canzone di Elvis Costello) è il romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis, datato 1985. Con questa prima opera Ellis si mette il culo in ammollo, nel senso che negli States il libro ha talmente successo che l’allora giovane scrittore potrà poi permettersi di fare ciò che vuole, alla tenera età di 21 anni, ormai divenuto ricco e indipendente (se ti interessa questa parte della sua biografia la descrive nel bellissimo Lunar Park, prima che il romanzo viri verso l’horror).

Ora, io ti riassumerei la trama, ma una vera e propria trama non c’è. Meno di zero è il racconto in prima persona di Clay, giovane ricco e annoiato, che torna a Los Angeles per le vacanze prima dell’inizio del college. Durante questo periodo frequenta i suoi amici, che fanno tutti parte per parentela del mondo dei grandi personaggi dello spettacolo e del cinema americano. In pratica sono tutti “figli di”, chi di regista, chi di produttore o di attore, ecc.
Cresciuti all’insegna dell’apparenza più estrema sono praticamente intercambiabili tra loro. Tutti biondi, con jeans neri e occhiali Wayfarer, palestrati e abbronzati e, ovviamente, fortemente dipendenti dalle droghe e dagli alcolici. Clay racconta le sue migrazioni tra una festa e l’altra, tra una scopata e una sniffata, passando per la visione casuale di un cadavere in un vicolo (che più di tanto non stupisce nessuno).
Non è un romanzo-trama, è un romanzo-esperienza, nel senso che l’intenzione dell’autore è quella di portarti in quei luoghi, in quegli ambienti, e mostrarti come gira. Ci sono figli che apprendono solo dalla tv in quale parte del mondo siano i genitori, genitori che regalano Porsche e Mercedes senza sapere nulla dei figli. Insomma, ci siamo capiti.

Ellis è indubbiamente bravo in quello che fa, descrive senza mai far trasparire un’opinione. Il suo è un documentario su una generazione totalmente perduta che può prendere quello che vuole, senza però sapere cosa vuole e senza mai essere soddisfatta di nulla. Un generazione che ha preso però il peggio da quella precedente, che almeno aveva il successo (e forse qualche ambizione), e che si muove sul sottofondo di MTV e delle riviste patinate. La società dell’apparenza, quella degli anni ’80 in certi ceti sociali americani, che noi non conosciamo (diciamoci la verità).
Anche la nostra oggi è una società dell’apparenza, ma lo è in modo distante, diverso, da quella che descrive l’autore. E poi si sa che noi arriviamo sempre dopo…

[Ah, da questo libro è stato tratto anche un film, Al di là di tutti i limiti (1987), con Robert Downey Jr. e James Spader, che non ho ancora visto. Provvederò, anche perché sono due attori che adoro.]

Che dire, il romanzo mi è piaciuto e Ellis ha sicuramente uno stile inconfondibile, tuttavia la distanza da quel tipo di società, rispetto alla nostra, lo rende difficilmente empatizzabile (concedimi il termine). Ho preferito, appunto, Lunar Park.
Non fraintendiamoci però, continuerò a leggere Ellis e, anzi, nei miei programmi c’è quello di terminare tutta la sua opera (sono 7 libri per ora, quindi non una grande impresa). Infatti ho già acquistato anche Le regole dell’attrazione, quindi sei avvisato.

“Il gioco delle tre carte” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Durante un congresso di qualcosa-di-difficile-che-ora-non-ho-voglia-di-controllare (tipo biomeccannica quantistica molecolare) un relatore giapponese muore, apparentemente di malore, ma in realtà è presto chiaro sia stato avvelenato. Allo stesso congresso è presente Massimo, il proprietario del BarLume, incaricato del servizio catering. Il commissario Fusco lo convoca quindi per avere una sua testimonianza… Mi fermo.

Il secondo libro della serie del BarLume è più lungo del primo, circa 200 pagine, anche se in realtà la trama è meno intricata. Questo non è per forza una negatività (non credo si legga la serie scritta da Malvaldi per la passione per il Giallo), ma è comunque un dato di fatto. I colpi di scena sono quindi offerti più da dettagli che erano sfuggiti al primo sguardo, piuttosto che dall’evolversi della vicenda. Si potrebbe affermare, senza calcare la mano, che la storia di per sé sia abbastanza ferma (lo definirei per certi versi un giallo informatico); non lo è però l’umorismo, che invece galoppa veloce tra Massimo e i quattro vecchietti avventori del suo bar.

Che dire, una lettura veloce e leggera, che anche in questo caso mi ha fatto ridere da solo in diverse occasioni. I personaggi sono così ben costruiti che mentre leggi hai la sensazione di essere lì, seduto al tavolino con loro, ad ascoltare le battute in toscanaccio (talvolta anche volgari e quasi mai politically correct).

Nel frattempo mi sono procurato anche gli ultimi libri che mi mancavano per avere tutta la serie, compresa la raccolta di racconti brevi. Qualsiasi altro commento su cosa penso di questa serie diventa quindi superfluo…

“Mattatoio n°5 o La crociata dei Bambini” di Kurt Vonnegut

Questo romanzo è un’opera d’arte, chiariamolo subito.
Guerra, fantascienza, satira sociale, umorismo, critica all’uomo. C’è tutto.

Prima di acquistarlo avevo letto qualche recensione, per farmi un’idea. La sintesi di quello che risultava, nella maggioranza dei casi, era: romanzo di fantascienza di cui è difficile seguire la trama poiché il protagonista salta casualmente avanti e indietro nel tempo. Addirittura alcuni ammettevano di aver mollato la lettura per la trama troppo caotica.
Cazzate. Gentaglia da 50 sfumature: se vedessero un film di Nolan morirebbero di aneurisma cerebrale.
Detto questo…

Billy Pilgrim, il protagonista, è un soldato americano che assiste al bombardamento di Dresda come prigioniero dei tedeschi, mentre si trova fortunosamente protetto nei sotterranei di un mattatoio (da qui il titolo Mattatoio n°5, per il numero civico). Tuttavia Pilgrim è anche rapito, a metà degli anni ’60, dagli alieni, per la precisione dai Tralfamadoriani. Da loro impara l’inconsistenza del tempo, ed è per questo che Pilgrim ogni volta che si addormenta si sposta lungo l’arco della sua vita, che si svolge sempre uguale senza la possibilità di effettuare modifiche, così come in fondo avviene per la storia dell’umanità. Il racconto è quindi un continuo salto temporale tra il periodo della guerra e altri momenti, più o meno importanti, della vita di Pilgrim.

In realtà le linee temporali su cui si muove la storia sono tre o quattro, ed è quindi molto facile seguirle. La principale è quella in cui Billy è prigioniero dei tedeschi, che occupa un buon 70% del romanzo. La difficoltà di lettura è perciò davvero minima.

Vonnegut effettua una perfetta critica all’umanità, destinata a ripetere gli stessi errori all’infinito. Anche gli alieni non ne sono immuni, tanto che saranno i responsabili consci della fine dell’Universo, senza poterlo evitare. La guerra, la morte, la distruzione, sembrano essere un errore genetico presente in ogni forma di vita. Così Pilgrim è studiato dall’alto in basso (in uno zoo) da quegli stessi esseri che dapprima appaiono superiori, salvo poi mostrarsi anche loro per forme di vita difettose.

Mattatoio n°5 è un romanzo che fa riflettere. In ogni pagina si scopre una perla, scritta con semplicità ma di una forza dirompente. Stupendo, ad esempio, il passaggio in cui viene descritto un bombardamento al contrario (visto in TV al rovescio): gli aerei raccolgono il fuoco da terra e lo rinchiudono in cilindri di metallo, poi questi cilindri vengono smantellati da delle donne e il pericoloso materiale contenuto in essi viene seppellito nelle profondità della terra (ho semplificato, è lungo due pagine). Ed è, appunto, il contrario di ciò che avviene, il contrario di ciò che compie l’uomo.

Potrei continuare a citarti passaggi umoristici e crudi allo stesso tempo, perché tutto il libro ne è pieno.
Non ti resta che leggerlo, è davvero spettacolare.

“La casa dei sette ponti” di Mauro Corona

Ho trovato questo racconto, travestito da romanzo, al mercatino e, fortunatamente, l’ho pagato solo un paio di euro. Sì perché, lasciando da parte per un momento il discorso qualitativo, acquistarlo al prezzo di copertina (7,50 euro) sarebbe stata una rapina a mano armata con violenza gratuita e omicidio di infante durante il crimine.

Ti spiego perché. Facciamo i conti della serva, è uno sbattimento ma ci vuole, per non essere presi per il culo.
Il volumetto consta di 61 pagine, a cui però vanno tolte le 10 di introduzione e qualche pagina bianca di intermezzo tra i capitoli. Insomma, diciamo 45 pagine totali, perché stiamo larghi. È scritto con caratteri enormi, poche righe per pagina, ecc. Te la faccio breve: una cartella di un libro generalmente contiene circa 1800/2200 battute, questo “prodotto editoriale” ne ha circa 920 per pagina… Ora: 920x45pg=41400 battute. In pratica 20/21 pagine con un’impaginazione normale.
A 7,50 euro.
In proporzione è come se pagassi un libro di 300 pagine 110 euro.

Mi ricorda tanto la presa in giro de La scatola dei bottoni di Gwendy di Stephen King, di cui ti ho parlato qualche tempo fa. Un ottimo affare per tutti, tranne che per il lettore.
E sì, ok, la letteratura è arte e non stiamo vendendo le mele al mercato, ma a tutto c’è un limite…

Venendo alla storia è carina, nulla di particolare. La riscoperta dei veri valori da parte di un industriale, una sorta di favola moderna. Non posso dirti altro se no ti dico tutto.
Se vuoi leggere Mauro Corona dirigiti senza indugi sui due bellissimi romanzi Il canto delle manére e L’ombra del bastone, che così non sbagli.

“Rumo e i prodigi nell’oscurità” di Walter Moers (serie Zamonia)

Con enorme sollievo del mio portafoglio, Salani è uscita a ottobre con la versione tascabile ed economica del terzo libro della serie di Zamonia: Rumo e i prodigi dell’oscurità (in questa edizione il nell’ del titolo è diventato dell’, ma son dettagli). Già, perché Rumo, dai più ritenuto il miglior episodio di questa saga fantasy, era diventato introvabile e i prezzi erano quindi arrivati alle stelle…

Ti racconto un po’ di cosa parla.
Rumo è un croccamauro, cioè un cane parlante, eretto, con delle corna e abilissimo per natura in qualsiasi tipo di combattimento, oltre che fisicamente molto resistente. Non sto a raccontarti i dettagli per non toglierti il piacere della sorpresa, ti dirò che conosciamo Rumo in una prima avventura dove deve liberarsi dalla schiavitù dai giganti ciclopi (forse la parte meno entusiasmante del libro); dopodichè raggiunge Croccamauria, la città dei croccamauri, dove si compie la sua formazione (scolastica e umana, se così si può dire), si innamora e definisce la sua personalità. Qui finisce la prima parte del libro, quella dedicata al mondo di sopra. Infatti la seconda parte è ambientata nel mondo di sotto, una sorta di ade dove Rumo dovrà mettersi alla prova per liberare tutti i croccamauri rapiti dalla città di Croccamauria e ovviamente la sua bella, Rala. Mi fermo.

Come puoi notare la struttura è quella epica classica, l’eroe si forma, scopre l’amore, poi gli viene tolta la patria e la serenità, e lui deve dimostrare di essere, appunto, un vero eroe e risolvere il problema, con tanto di discesa nel sottosuolo e ripresa di tutto ciò che gli appartiene. Rumo è esattamente questo, in chiave comico/fantasy, ed è anche una storia d’amore, non dimenticarlo.
Poi ovvio, ci sono tutte le razze inventate da Walter Moers: i sanguisciutti, gli squalombrichi, gli yeti, i tenebroni, le facce di bronzo, ecc. a creare quel sistema di alleanze e contrasti alla Il signore degli anelli.

A differenza de Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu, Rumo è molto più avventuroso e meno ricercato nei giochi linguistici, l’azione prevale quindi sulla parola, sull’intelletto. Questo è un bene e un male allo stesso tempo, nel senso che a me sono piaciuti entrambi, ma in modo diverso.
Orso Blu forse si colloca a metà tra Rumo e Ensel e Krete (dove invece c’era solo logica e pochissima azione). È ancora la soluzione che prediligo, ma è anche il primo amore…

Una particolarità che ho notato, rispetto ai romanzi precedenti, è la presenza di qualche “parolaccia” o comunque qualche concessione volgare in più, se così si può dire. Mi pare di ricordare: merda, stronzo, pisciata… cose di poco conto, naturalmente. Forse Rumo è puntato verso un pubblico di età leggermente maggiore e cerca di porsi in un linguaggio tipico preadolescenziale, non so.

Nel complesso è ovviamente un libro splendido [definizione di splendido: in grado di trasportarti da un’altra parte], ed è solo il terzo della serie di Zamonia, che per ora conta sette volumi. I primi tre possono comunque essere letti in maniera indipendente l’uno dall’altro, i sucessivi non so.
Quello che so, invece, è che di certo prenderò il prima possibile La città dei libri sognanti, il quarto volume della saga.

“La briscola in cinque” di Marco Malvaldi (serie BarLume)

Le mie future letture si presentano tutte parecchio impegnative dal punto di vista quantitativo, nel senso che spaziano tra le 600 e le 2000 pagine l’una (alcuni titoli sul comodino: The Outsider, Rumo e i prodigi nell’oscurità, Il nome della rosa, Il conte di Montecristo, l’opera omnia in Mammut di Lovecraft…). Ho quindi deciso di intervallare questi enormi tomi con qualcosa di più rilassante, leggero e veloce. In poche parole tu, fedele follower, ti pipperai nel tempo tutta la serie del BarLume di Malvaldi, che si presta benissimo alla funzione.

Ti faccio anche un’altra premessa, la premessa bis. Ho scoperto Malvaldi attraverso la serie in tv de I delitti del BarLume, tratta dai suoi gialli, che mi ha divertito parecchio. Inoltre, post lettura, posso anche dire che gli attori sono azzeccatissimi, Filippo Timi in primis. Per fortuna la mia memoria, degna di Guy Pearce in Memento, mi consente di dimenticare qualsiasi cosa, soluzione del caso compresa, lasciandomi quindi la curiosità di scoprire chi è l’assassino.

Venendo a La briscola in cinque (2007) la trama è semplice. Nell’immaginario paesino toscano di Pineta viene ritrovato il cadavere di una ragazza in un cassonetto. Chi l’avrà uccisa? Perché? Di più non dico, è un giallo…
La parte originale è che a svelare i misteri e gli intrighi sia Massimo, il barista del BarLume, costantemente impegnato a tenere a bada quattro ottuagenari fruitori del suo locale, novelli investigatori. Il tutto condito da battute in toscanaccio, leggere e divertenti.

Insomma, è chiaro che siamo di fronte a una via di mezzo tra un giallo e un romanzo comico, ma se cerchi qualcosa di non impegnativo per svagarti e fare qualche risata, è il libro giusto. E poi consente comunque, durante la lettura, di azzardare qualche ipotesi su chi sia il colpevole, mantenendo un po’ attivo il cervello.

Della serie del BarLume per ora sono editi sette romanzi e una raccolta di racconti. Io ho già i primi cinque, quindi con il tempo arriveranno anche gli altri. Il prossimo che leggerò, in ordine cronologico, sarà Il gioco delle tre carte (2008), che sarà probabilmente anche un pochino più strutturato, poiché più lungo. Vedremo.

Ora, invece, devo decidere quale degli altri libroni leggere tra quelli in attesa. Credo Rumo, ma chissà…

“Duma Key” di Stephen King

Hai presente Tom Hanks in Cast Away che si tiene un pacchetto FedEx da parte e non lo apre mai? Quel pacchetto rappresenta la speranza, è un messaggio abbastanza semplice. Ecco, per me Duma Key era più o meno come quel plico non aperto, assieme ad altri (ormai solo) tre libri di Stephen King che ancora non ho letto. Se il Re dovesse morire domani io avrò comunque quei romanzi in libreria ancora da sverginare, potrò centellinarli nell’arco di una vita. Sì ok, tra due giorni esce The outsider, ma quello lo sappiamo che lo leggerò subito…

Bene, Duma Key.
Ora, la (sotto)trama è talmente intricata e complessa che non è completa neppure su Wiki italiana, questa volta devo dirti che, se desideri leggerla per esteso, lo devi fare in inglese su Wiki.com. Io ti metto giusto due righe così, per sapere di cosa stiamo parlando.
Edgar Freemantle è un imprenditore edile milionario che, a seguito di un incidente in cantiere, perde un braccio, quasi una gamba e quasi l’uso del linguaggio. Imparerà però a dipingere, solo che i suoi quadri comunicano qualcosa, o forse è qualcosa che comunica attraverso i suoi quadri… Il tutto avviene su un’isola, Duma Key appunto, dove l’uomo riscopre l’amicizia, cerca in qualche modo di ristabilire i contatti con la propria famiglia e scopre che il suo “dono” non è solo suo e che anzi, non è il primo a comunicare con questo qualcosa attraverso l’arte. C’è infatti una vecchia signora sull’isola che, da bambina, negli anni ’20… Mi fermo.

A mio parere gli anni che vanno dal 1993 al 2007 rappresentano i peggiori dal punto di vista della produzione di King (se escludiamo Il miglio verde). Duma Key, alla fine di questo periodo, ha riaperto una fase più positiva, più coinvolgente. Ero terrorizzato, viste anche le 740 pagine, di trovarmi di fronte a un gigantesco Rose Madder (non so perché, ma avevo questa idea), invece ho avuto una sorpresa con i controcazzi. Questo romanzo ti tiene incollato dalla prima all’ultima pagina.
Come spesso accade l’abilità di King non sta solo nella storia quanto anche nel costruire personaggi veritieri, a cui ti affezioni, e sono questi a diventare interessanti una volta calati nella situazione particolare. Ti chiedi: ok, ora che lo conosco e so come pensa e cosa prova, come reagirà a questo particolare stimolo? La trama diventa in alcuni momenti quasi secondaria.

King in qusto romanzo affronta anche due temi che conosce bene. Il primo è l’arte e la creatività dell’artista. Certo, lo scrittore diventa pittore, ma poco cambia. Il secondo è la capacità di rialzarsi dopo una caduta, oltre alla difficoltà della riabilitazione. Non a caso il protagonista riporta, in seguito all’incidente, dei danni davvero molto simili a quelli che lo stesso scrittore ha subito nel 1999, quando è stato quasi ucciso dal minivan che lo ha investito durante una delle sue passeggiate.

Se vogliamo trovare una pecca a Duma Key è il finale (di cui non parlo, tranquillo), mi sarei però aspettato qualcosa di più elaborato…
Che dire, io ti consiglio di leggerlo, non è certo la sua migliore produzione, ma si piazza in un’ottima posizione tra quelli che non sono i canonici classici del Re.

“Blaze” di Stephen King (Richard Bachman)

Blaze è un romanzo scritto da Stephen King agli inizi degli anni settanta, ma pubblicato solo nel 2007 con lo pseudonimo di Richard Bachman. Era uno dei cinque libri di King che non avevo ancora letto, ora la conta scende a quattro (Duma Key, La storia di Lisey, e i due scritti a quattro mani con Peter Straub).

La trama è semplice: Clayton Blaisdell Jr, detto Blaze, è un gigante ritardato che rapisce un neonato rampollo di una famiglia di miliardari. Fino a qui tutto ok. Ma naturalmente è un romanzo di King. Quindi… quindi Blaze ha un complice, George, che gli suggerisce cosa fare e lo aiuta nei momenti di difficoltà, offrendogli le soluzioni a cui lui non potrebbe mai arrivare. Solo che George è morto tre mesi prima. Di chi è quindi l’intelligenza? Che ci sia un lato dormiente nel cervello di Blaze?

La storia è lunga 320 pagine, scritte “grande”, quindi ci si trova di fronte a un lungo racconto di circa 200 pagine reali, ben diverso dai soliti romanzi del Re. Tuttavia, a differenze del deludente La scatola dei bottoni di Gwendy, Blaze mi è piaciuto molto. Mi è piaciuto perché questo cattivo non è un cattivo, ma un buono che si è sempre trovato in situazioni sbagliate al momento sbagliato ed è finito vittima degli eventi. Anche il suo ritardo mentale è frutto delle violenze del padre (che lo ha lanciato tre volte di seguito giù dalle scale): prima Blaze era un bambino intelligentissimo. Inoltre l’uomo si affeziona moltissimo a Joe, il bambino rapito, poiché per la prima volta in vita sua non si sente solo. È sicuramente un romanzo molto leggero, ma io se fossi in te non lo trascurerei.

Al termine del romanzo è inserito un racconto di una cinquantina di pagine, Memoria, prequel di Duma Key. Il racconto è talmente bello che credo leggerò al più presto proprio Duma Key (portando così a tre la mia mancolista letteraria sul Re).

[Una nota per chi ancora non lo sapesse.
Richard Bachman è lo pseudonimo con cui King ha scritto alcuni libri tra gli anni ’70 e i ’90: Ossessione, La lunga marcia, Uscita per l’inferno, L’uomo in fuga (forse ti ricorderai L’implacabile, il film con Arnold Schwarzenegger), L’occhio del male e I vendicatori. Se volessi provare qualcosa io ti consiglio fortemente La lunga marcia.
Se tutta questa storia dello pseudonimo ti ricordasse un po’ La metà oscura non preoccuparti, è normale.]

“Fantasmi e no” – Racconti della paura a cura di Malcolm Skey

Di solito non leggo raccolte di racconti d’orrore con autori vari, odio quelle scritte giganti in copertina dove un paio di nomi noti (in genere Stephen King o Clive Barker), adescano il lettore di turno invogliandolo all’acquisto. Ma questa raccolta aveva un sapore piacevolmente antico. È corretto, come indicato nel sottotitolo italiano, parlare di racconti “della paura” più che di racconti horror. Se si guarda infatti agli autori e alle date si scoprono nomi fortemente classici (più in basso ti ho messo il sommario completo) come Lovecraft, Wells o Blackwood, del periodo compreso tra il 1865 e il 1938. Non siamo quindi in presenza di splatter, smembramenti o simile, ma di qualcosa di molto ordinato, pensato e razionale. Il volume curato da Malcolm Skey è anche suddiviso per tematiche “sovrannaturali”.

Che dire, di fronte a questi nomi non ci si può certo mettere a criticare, ma solo ad esprimere preferenze… I racconti sono stati tutti molto godibili, a mio parere, salvo un paio di eccezioni che non ho apprezzato, peraltro per pura coincidenza entrambi quelli contenuti nella tematica del “doppio” (Henry James e Kipling non fanno per me insomma, davvero pesanti). Tutto il resto è uno spasso, sempre rimanendo della precisa idea di leggere dei classici. Molto divertente anche la parte riguardante i racconti umoristici, soprattutto quello di Doyle.

Forse non è una raccolta per tutti, se cerchi una forma di horror moderna rimarrai fortemente deluso, ma a me piace immergermi in questo stile di inizio ‘900, così come era accaduto per i vari romanzi di fantascienza di Wells di cui ti ho parlato qualche tempo fa (L’uomo invisibile, La guerra dei mondi, La macchina del tempo/L’isola del dottor Moreau) o del grande Sherlock Holmes di Doyle.

Se anche a te ogni tanto piace fare un salto in questo stile retrò, Fantasmi e no ti darà sicuramente delle soddisfazioni.

SOMMARIO
Introduzione di Malcolm Skey

I morti che tornano
La camera rossa (The Red Room, 1896) di H. G. Wells
Lo sconosciuto (The Stranger, 1909) di Ambrose Bierce
Lupo che corre (Running Wolf, 1920) di Algernon Blackwood
Crewe (Crewe, 1930) di Walter De La Mare
Topi (Rats, 1929) di M. R. James
La bestia con cinque dita (The Beast with Five Fingers, 1928) di W. F. Harvey

L’occulto, l’occultismo, la magia
Scherzando col fuoco (Playing with Fire, 1900) di Sir Arthur Conan Doyle
Necronomicon (History and Chronology of the «Necronomicon», 1938) di Howard Phillips Lovecraft
Il sortilegio dei runi (Casting the Runes, 1911) di M. R. James

Vampiri e vampirismo
Il travaso (The Transfer, 1912) di Algernon Blackwood
Mrs. Amworth (Mrs. Amworth, 1922) di E. F. Benson

Presentimenti e segni premonitori
Il processo per omicidio (The Trial for Murder, 1865) di Charles Dickens, C. Allston Collins
Uomo avvisato mezzo salvato (Forewarned, Forearmed, 1874) di Mrs. J. H. Riddell
La faccia (The Face, 1924) di E. F. Benson

Il doppio
Nell’ora del trapasso (At the End of Passage, 1890) di Rudyard Kipling
L’allegro angoletto (The Jolly Corner, 1908) di Henry James

L’umorismo
Cercasi spettro (Selecting a Ghost, 1883) di Sir Arthur Conan Doyle
Il fantasma inesperto (The Inexperienced Ghost, 1903) di H. G. Wells
La finestra aperta (The Open Window, 1911) di Saki

“Venom” di Ruben Fleischer

Non sarò molto prolisso nel commentare questo ennesimo film Marvel, anzi.

Venom è un alieno che vive in simbiosi con un corpo umano, nel nostro caso quello di Tom Hardy, e che è impegnato a combattere contro i suoi simili (per far rimanere la Terra un posto solo suo) oltre che contro gli umani. Insomma, contro tutti. Lo fa comunque a modo suo, con un suo criterio, talvolta condivisibile, e questa è forse la parte più interessante (se non l’unica) del film. Ovviamente c’è l’amata, Michelle Williams, e il cattivone più cattivo del cattivo.

È la sagra del già visto, già sentito, già girato. E la Marvel ci infila le solite battute che però più di tanto non fanno ridere. L’unico lato positivo è Tom Hardy, sprecato.

Se devi guardare un film Marvel “piccolo”, su un eroe unico, guarda Deadpool 1 e 2, almeno si ride davvero. Fine.

La vita, l'universo e tutto quanto.