“Diventare milionario con uno stipendio normale” di Andrew Hallam

Ti dico subito la verità, prima che tu pensi io sia diventato del tutto scemo. Se avessi visto questo libro su uno scaffale non lo avrei comprato, probabilmente non mi sarei neanche fermato a leggerne la quarta di copertina, forse nemmeno online. Già, perché il discutibile titolo “acchiappalike” Diventare milionario con uno stipendio normale ricorda terribilmente quei testi da guru che ti insegnano come avere successo in dieci semplici mosse. Ci manca solo la foto di Gesù che ti chiama in posa da zio Sam e abbiamo chiuso il cerchio.

E invece… invece no. Per questo devo ringraziare Celia del blog Le cose minime che me l’ha consigliato in un commento a un mio post precedente. Ecco: grazie.
Poveri editori, cosa sono costretti a fare per vendere. Il contenuto del testo è mooolto più realistico del titolo e, anzi, rappresenta una delle soluzioni pratiche più chiare che mi sia capitato di leggere fino ad ora, per quanto riguarda gli investimenti. Nello specifico: investimenti in ETF.

Come da accordi, non mi addentrerò in spiegazioni tecniche per non fare morire di noia chi segue questo blog.
Hallam, insegnante dallo stipendio normale, spiega come organizzare un portafoglio di fondi indice in ETF in modo bilanciato, e lo fa con estrema semplicità. Lui, così, è diventato milionario. Nessuna magia però, servono disciplina e diversi anni (e qui c’è tutto il realismo di una lettura solo in apparenza superficiale).

Un buon libro se ti interessano gli ETF e vuoi avere un’idea su come organizzare il tuo portafoglio, ma senza essere costretto a trasformarti in Gordon Gekko. Lettura scorrevole, nessun tecnicismo incomprensibile e linguaggio leggero con esempi tangibili (riferimenti statistici reali). Soluzione ideale per chi non desidera controllare i propri investimenti tutti i giorni.

Il prossimo libro in lista per la finanza credo che sarà Il piccolo libro dell’investimento di John Bogle.

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie:
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Diventare milionario con uno stipendio normale di Andrew Hallam (2018)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)

“Il pianeta delle scimmie” di Pierre Boulle

Un viaggiatore spaziale atterra su un pianeta dominato dalle scimmie. Gli uomini sono relegati allo stato di bestie, con quasi nessuna coscienza di sé, e utilizzati come prede per la caccia o cavie per la sperimentazione. Su Soror, questo il nome del pianeta, tutto funziona all’opposto di come avvenga sulla Terrà. Questa, grosso modo, è la trama de Il pianeta delle scimmie, il classico di Pierre Boulle.

Romanzo più che famoso grazie ai molti film che hanno visto la luce tratti/ispirati/poco-ispirati dalle sue pagine. La prima saga (1968-1973) comprende 5 film (tra i quali i primo ed omonimo film con Charlton Heston rimane inimitabile) e ricordo di averli visti tutti con decrescente godimento. Nel 2001 ci ha provato anche Tim Burton, non ho visto il film perché ne hanno parlato tutti malissimo. Poi, dal 2011, è ripartito il prequel-franchise che prevede il quarto episodio per il 2024. Visti anche questi ma non li ricordo, nulla di ché, evidentemente.

Le 200 pagine del romanzo si leggono molto velocemente. La storia scorre fresca e leggera. Il finale (non spoilero) del primo film è forse più originale di quanto sia il finale del romanzo, una cosa rara.

La parte interessante riguarda principalmente due concetti condivisibili. Il primo è che l’intelligenza sia un bene deperibile: se non stimolata rischia di cedere il passo al nulla. Il secondo, più evidente, è quello del “ribaltamento”, cioè Boulle mostra quanto l’uomo sia poco umano e lo fa attraverso le scimmie (che si comportanto in tutto e per tutto come gli uomini).

Fantascienza intelligente.

“Barbie” di Greta Gerwig

Che mese luglio, eh? Siamo tipo a cinque articoli sul blog, ne avrai le palle piene di sentirmi. Peraltro ritorno al cinema per due volte nel giro di una settimana, una cosa che non succedeva da almeno dieci anni (a 11 euro a film, un salasso economico nella città d’Italia più cara, per quella che ormai è una passione elitaria). Credo che quello relativo a Barbie, nella storia del blog, sia in assoluto il post più rosa e meno in target di sempre… Cosa mi ha convinto? Will Ferrell, ovviamente.

Ti preavviso che ci andrò leggero sulle tematiche, come fossimo al bar. Non ho la testa, in questo momento, per approfondire in modo più serio la cosa. Quindi mi concederò delle semplificazioni che tu accetterai di buon grado. Questa non è una democrazia.

Non ti parlerò della trama del film, diamo per scontato tu la conosca già, sai che non mi piace perdere tempo. Intanto però posso parlarti del pubblico: gli esseri umani sono, come sempre, orribili. I trailer mostrati prima della visione – una selezione del peggio in uscita questa estate – sono stati accuratamente selezionati per essero lo specchio della stupidità che ci si aspetta di incontrare in un’occasione del genere. Nonne vestite di rosa, mamme vestite di rosa, nipoti vestite di rosa. Una cosa da farti sanguinare i neuroni. Osservando i volti e gli abiti, ti riendevi conto di come la maggior parte delle donne presenti fossero il nemico principale di loro stesse, per quanto riguarda l’ambita parità di genere. Una frivolezza incredibile, soprattutto nel mostrare svariati centimetri di carne credendo che questo sia la “libertà”.

E qui viene la sorpresa. Già, perché Barbie è un film di gran lunga migliore della maggior parte del suo pubblico (ribadisco per la terza volta: la maggior parte, non tutto). Onestamente mi aspettavo la solita lezioncina perbenista e netflixiana sull’uguaglianza e la parità, appunto. Non è stato così. Della Gerwig avevo visto Ladybird, che però non ricordo. La cosa più terrificante è che sia la regista del prossimo e giustamente discusso Biancaneve senza i nani e questo mi ha creato, su di lei, un preconcetto che difficilmente, comunque, scalfirò.

Facciamoci un fuoristrada.
Questo dover legare le cose/persone/storie ai termini è di una idiozia colossale. Mi riferisco a Biancaneve, ovviamente. È solo marketing, non inventiamo altre stronzate. Dopo il presunto bacio-stupro del principe de La bella addormentata, ci mancava la rottura di cazzo sui diversamente alti di Biancaneve, che a quanto pare sarà anche senza principe. Chiariamoci, io non discuto le tematiche, non mi ci metto nemmeno. Io discuto sulla abominevole scelta ignorante di voler cambiare delle cose esistenti e farle diventare altro, mantenendone i nomi. Questo voler decontestualizzare un personaggio per forza, non ha alcun senso. Lasciamo Biancaneve lì dov’è, nel suo tempo, con i suoi errori, e facciamo altro. Qualcosa di nuovo, più giusto, più corretto. La verità, però, è che bisogna essere corretti ma guardare sempre al denaro. E questa è l’ipocrisia e l’incoerenza che caratterizza (quasi) tutta l’odiosa e inutile produzione cinematografica relativa a queste tematiche.

Torniamo a Barbie. Barbie non cade nel tranello e riesce a portare un messaggio in modo intelligente. C’è qualcosa di infra-genere nel modo in cui Barbie parla dell’attuale problema della diversità tra i generi (che poi, diversità, è un’altra di quelle bellissime parole che sono state demonizzate in favore di una visione superficiale). Perché anche Ken, come Barbie, è un po’ perso. È come se fosse l’essere umano a essere perso. Cosa che effettivamente è, visto quanto facciamo schifo e quanto siamo lontani dal concetto di evoluzione di specie.
Credo che la forza di questo film sia stata quella di dover viaggiare con il freno a mano tirato. Sì, perché Barbie è un film che può essere visto da un pubblico mooolto giovane, e questo avrò costretto la produzione a smorzare i toni. Paradossalmente, un messaggio meno esplicito e più leggero è diventato anche più intelligente, meno carico di finto perbenismo e più equilibrato. Più vero e reale, insomma.

Margot Robbie è perfetta nel ruolo e anche fisicamente. Ryan Gosling è perfetto nel ruolo e anche fisicamente. Purtroppo un pochino sottotono proprio Will Ferrell, che non esprime il suo potenziale al massimo. Un peccato, perché ci sarebbe stato un bel Ricky Bobby.

Nota per i miei studi di investimento: le azioni Mattel sono salite.

Note per i miei studi sulla specie: tanti discorsi ma la realtà è che non conta nulla, solo il denaro, speriamo di estinguerci presto.

“Codice Beta” di Michael Crichton

Come mi succede quasi sempre con Crichton, ho divorato le 230 pagine di Codice Beta in brevissimo tempo, giusto un paio di giorni. Scritto con lo pseudonimo di John Lange, il romanzo è datato 1972, è stato quindi pubblicato più di cinquant’anni fa. Questo è sempre utile ricordarlo per far comprendere l’abilità visionaria di questo autore che ha sempre saputo scrivere storie futuribili e caratterizzate da una fantascienza intelligente. Per spiegarmi è necessario ti racconti almeno un pochino di trama.

Nel deserto dello Utah avviene un furto su commissione, un ordigno chimico viene sottratto da un drappello di mercenari. Dietro il furto c’è il geniale e milionario John Wright, intenzionato a sconvolgere gli equilibri planetari. A dare la caccia al cattivo, un altro genio, John Graves. I due combattono una guerra psicologica senza fine, una sfida personale e scacchistica a colpi di QI.

Ecco, a leggere la trama sembra quella di un qualsiasi film degli anni Novanta o Duemila, ci manca solo il Bruce Willis di turno a risolvere la situazione. Il problema è che, come ripeto, questo romanzo è del 1972. Crichton ci infila dentro un livello di tecnologia e modernità che all’epoca era qualcosa di impensabile. Come sempre, Crichton, è un precursore. Se non fosse per la quasi totale assenza di collegamenti internet e di smartphone, la storia potrebbe essere stata scritta oggi. Il ritmo è incalzante, lo stile freschissimo, le immagini che ti si formano nel cervello non sono per nulla opacizzate dal tempo trascorso.

Però, ovviamente, è necessario tenerlo a mente, il tempo trascorso, per apprezzare questo gioiellino. Quello che mi piace molto di Crichton, peraltro,  è che sia ben evidente la sua crescita come scrittore. Qui il ritmo è forte e rionoscibile, ma la storia è ancora lineare e semplice, con pochi personaggi. La complessità è qualcosa che aggiungerà pian piano, andando avanti con i suoi romanzi negli anni successivi, senza mai togliere nulla, sempre addizionando qualità alla qualità.

Solo una cosa non mi piace: non mi mancano poi tanti suoi libri per aver letto tutto. Sulla mensola ho già pronti Preda, Casi di emergenza, In caso di necessità e Punto critico.

Libri che ho letto di Michael Crichton:
Andromeda (1969)
Codice Beta (1972)
Il terminale uomo (1972)
La grande rapina al treno (1975)
Mangiatori di morte (1976)
Congo (1980)
Sfera (1987)
Jurassic Park (1990)
Sol levante (1992)
Rivelazioni (1994)
Timeline – Ai confini del tempo (1999)
Stato di paura (2004)
Next (2006)
L’isola dei pirati (2009)

“Capire l’economia for dummies” di Roberto Fini

Sto proseguendo i miei studi di economia, come ti avevo già spiegato (vedi i link a fine post). Questa volta sono partito dalle basi con Capire l’economia for dummies di Roberto Fini, un manuale che non ha una connessione diretta con gli investimenti in borsa – nel senso che non spiega direttamente come investire – ma che illustra, invece, tutta la “macchina” che c’è dietro l’economia, appunto.

Essendo i miei titoli di studio tutti in ambito umanistico, mi pareva doveroso e sensato approfondire le basi dell’economia, per essere certo di non avere lacune da “idiota” (è un gioco di parole col titolo eh). Devo dire che questo manuale è davvero ben fatto e approfondito. Fortunatamente non c’era quasi nulla che non conoscessi a livello di macrotematiche – e ciò mi conforta molto – tuttavia ignoravo determinati funzionamenti dei meccanismi che muovono alcune “situazioni economiche” (non entrerò nei dettagli, come da accordi, per non ucciderti di noia). Roberto Fini spiega tutto molto bene, approfondendo gli argomenti con un linguaggio semplice e comprensibile.

Spesso sento parlare male della serie For dummies, però devo dire che i due manuali che ho letto mi hanno soddisfatto molto. Certo, quest’ultimo è stato meno “gustoso”, ma solo perché non orientato direttamente sugli investimenti, che sono il mio fine. Credo, però, che sia sempre necessario approfondire le basi. Detto in altri termini: puoi sapere andare in bicicletta ma se sai anche come funziona e come si ripara una camera d’aria viaggi più tranquillo e forse anche un po’ più sicuro.

Argomenti molti e noti: domanda e offerta, microeconomia, macroeconomia, valute, materie prime, banche, inflazione, recessione… tutti termini già sentiti ma che spesso rimangono in parte misteriosi ai più. Sono contento, un po’ di nebbia è svanita.

Probabilmente (ma non è detto) il prossimo libro su questa tematica di cui ti parlerò sarà A spasso per Wall Street di Malkiel.
A brevissimo, invece, ti scriverò cosa penso di Codice Beta di Michael Crichton, forse già domani perché lo sto divorando.

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie:
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)

“Indiana Jones e il quadrante del destino” di James Mangold

Sono andato a vedere l’Indiana Jones semi-apocrifo (poiché l’unico non girato da Spielberg, ma da James Mangold) e devo dire che, tirando le somme, mi è piaciuto.
♫ Nostalgia, nostalgia canaglia… ♪♪
Peraltro una nostalgia da godere e spremere fino all’ultima goccia, perché dubito rivedremo Harrison Ford vestire i panni di Indi, salvo rivisitanzioni come Indiana Jones e la prostata di fuoco.
Ti tolgo subito il dubbio: Indiana Jones e il quadrante del destino è di certo mooolto meglio de Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (non che ci volesse poi tanto eh).

La trama io non te la racconto, mi rifiuto. Se sei qui significa che la conosci già. C’è un oggetto da recuperare, un mistero da svelare, i nemici nazisti (sebbene il film sia ambientato nel periodo dell’allunaggio) e un po’ di soprannaturale. Insomma, c’è tutto quello che serve a caratterizzare un Indiana Jones degno della trilogia “classica” (e no, niente alieni fortunatamente, questa volta).

Nell’intro e in un paio di flashback la giovinezza di Harrison Ford è ricostruita in computer grafica e devo dire che la cosa non pesa troppo. Anche se la ricostruzione non è proprio eccellente, l’Indi “finto giovane” appare un pochino appesantito e gonfio in viso, come se stesse facendo una leggera cura cortisonica. Chissà perché non sono riusciti a riprodurlo uguale uguale ad allora, mi chiedo, in fondo la tecnologia ormai dovrebbe esserne in grado.

Quello che manca è un po’ di epicità nell’amarcord, anche dove avrebbe potuto esserci. Una scelta voluta? Boh. Non ti corre mai quel brivido lungo la schiena o non ti viene il groppo in gola in stile Top Gun Maverick, per capirci.
Anche nei titoli di testa, dove sarebbe stato facile richiamare l’emotività con il noto lettering arancione o una musica più “pompata”, passa tutto in sordina. Anzi, a dirla tutta, quando il titolo compare sembra più l’inizio di una qualsiasi puntata di MacGyver, tanto la scelta è priva di personalità.

Ford se la cava, non è mai ridicolo, forse grazie al fatto che il suo personaggio sia sempre stato abbastanza autoironico (o forse perché è un attore con i controcazzi come non ne fanno più). Non spinge nemmeno troppo sul pulsante della vecchiaia, errore comune e noioso nelle ultime rivisitazioni di serie note come Arma Letale o Bad Boys.
Mikkelsen è un attore in grado di dare moltissimo e io lo adoro, però qui l’ho trovato un nemico abbastanza anonimo.
Banderas è inutile come in molti dei suoi ultimi film.

Un buon compito per Mangold, ben riuscito. Avrei voluto Spielberg? Ovviamente sì, come chiusura sarebbe stato doveroso. Non mi sono commosso come avrei voluto, ma te lo consiglio lo stesso, non c’è dubbio.

Ti lascio in un modo inconsueto, con la mia personale classifica in ordine di preferenza:
Indiana Jones e l’ultima crociata
Indiana Jones e il tempio maledetto
I predatori dell’arca perduta
Indiana Jones e il quadrante del destino
Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

“Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis

Era parecchio tempo che avevo Il più grande uomo scimmia del Pleistocene nella mia lista. Un romanzo che è una rivisitazione moderna della preistoria (oppure una rivisitazione preistorica della modernità). Roy Lewis è stato geniale, non c’è dubbio.

Forse non si ride così tanto come mi è capitato di leggere in giro, ma questo non è per forza un male. La storia è divertente, non propriamente comica, a voler essere pignoli.

La narrazione è in prima persona ad opera di Ernest, figlio, appunto, del più grande uomo scimmia del Pleistocene, Edward. Lewis presenta un micromondo di personaggi senza tempo che si scontrano nel Pleistocene allo stesso modo in cui potrebbero scontrarsi nei giorni nostri. Lo zio Vania, assolutamente reazionario, Edward, che ambisce a un progresso che elevi la specie e Ernest, che vorrebbe trasformare le nuove scoperte del padre in capitalismo.

Con estrema leggerezza, Lewis ti sbatte in faccia la piccolezza dell’uomo che, in fondo, non si è evoluto poi molto, se non in superficie. Perché una cosa è scoprire il fuoco, l’altra saperlo utilizzare per un fine “corretto”, un fine che ci porti tutti da qualche parte. Di esempi potrei fartene a centinaia, uno su tutti l’energia atomica, ma non credo che sia necessario… Per un essere umano così intelligente da inventare la ruota ce ne sono altri novantanove pronti a fracassarla sulla testa di qualcuno a caso. Il problema è che “la grandezza della specie” la fa la media degli individui che la compongono e non quei pochissimi che da quella media ci si elevano.

170 pagine velocissime, un piccolo capolavoro.

“Birra – Manuale per aspiranti intenditori” di Guirec Aubert

Recentemente ho frequentato un corso di degustazione birra e la cosa mi ha molto interessato. Chiariamoci: non sono uno di quelli che si mette a fare l’esperto di birre e pone ottomila domande al cameriere quando deve ordinare, semplicemente la birra mi piace e volevo saperne di più.
Ho ricevuto in regalo Birra – Manuale per aspiranti intenditori di Guirec Aubert e l’ho trovato molto pratico e di facile comprensione. Ti preavviso che ho anche altri due libri “in coda” sullo stesso argomento e te ne parlerò in futuro.

Questo manuale è completo e utile per un approccio iniziale – come il mio – e ti aiuta a districarti in un mondo ricco di terminologie e differenziazioni, spesso anche eccessive. In 200 pagine ben illustrate ti spiega la storia della birra, ti fornisce delle basi se desideri produrla in casa e offre una buona mappa di quelli che sono gli stili, sia in ambito ufficiale che “nostrano”.

Quest’ultima distinzione è particolarmente importante, perché in Italia siamo abituati erronemente a distinguere le birre in base al colore (bionda, scura, ambrata, ecc.) e non allo stile. In realtà le due cose non coincidono, quindi si possono avere stili di ogni colore e viceversa. Ciò che mi è piaciuto di questo manuale è che ti illustra bene quali siano le differenze tra gli stili ma poi ti aiuta anche a (s)padroneggiare (in barba ai puristi) le definizioni “sbagliate”. Un po’ come dire: «Ok, va bene che fare così è sbagliato, ma siccome lo fanno in tanti vediamo almeno di capirci qualcosa».

Ci sono poi capitoli dedicati alla degustazione, alla provenienza geografica e alla scelta dei bicchieri. Ovviamente c’è tutta una sezione dedicata alle materie prime e alla produzione, oltre che alla lettura dell’etichetta. Il tutto senza diventare matti, così da poter aprire il volume sull’argomento interessato quando ti viene qualche dubbio o, come spesso accade a me, quando scordi qualcosa.

Il riferimento agli “aspiranti intenditori” è particolarmente azzeccato. Perfetto per il target di lettori, perfetto per me.

“Investire for dummies” di Massimo Intropido

Una premessa: d’ora in poi parlerò sul blog anche dei libri che leggerò riguardo a finanza e affini, ma lo farò in modo molto veloce. Non ho intenzione di tediarti con dettagli tecnici o consigli di investimento, vorrei fosse chiaro, non ne avrei nemmeno le capacità. Siccome, però, sto studiando questo settore per motivi personali, terrò una lista qui dei testi letti e un brevissimo riepilogo per quanto riguarda la soddisfazione nell’apprendimento, da neofita totale.

Investire for dummies mi è piaciuto, utile al 100%.
Ho una formazione in campo artistico, quindi di economia me ne intendo poco a livello “scolastico”. Anzi, siccome in Italia la preparazione sul tema è nulla, possiamo dire che non ne sappia proprio niente…
Questo volume descrive tutti i tipi di investimento, dai più semplici ai più complessi, utilizzando un linguaggio molto comprensibile (a prova di idiota, appunto). Azioni, obbligazioni, fondi d’investimento, criptovalute, polizze, ecc. spiegati in modo esaustivo. Sigle come ETF o CFD hanno finalmente smesso di essere dei concetti astratti e acquisito un significato.

Intropido utilizza lo stratagemmo del dialogo con un’aspirante investitrice per porre domande e dare risposte, chiarendo i dubbi più comuni. Molte di queste domande sono le stesse che avrei posto io: la cosa funziona.

C’è poi tutta una parte dedicata alla strategia d’investimento e a un minimo di analisi tecnica, l’ho apprezzata particolarmente. È un settore da approfondire, per quanto mi riguarda, quindi leggerò altro in merito. Ma, ripeto, funziona davvero bene l’elenco degli “strumenti” in mano all’investitore. Investire for dummies, in questo senso, potrebbe essere utilizzato come una sorta di bigino riassuntivo delle varie tipologie disponibili. Lo riprenderò in mano andando avanti con i miei studi, per ricordarmi cosa è (o cosa non è) quel particolare nome o sigla.

Ero scetttico sulla serie For dummies. Sbagliavo.

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie:
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)

“Ghost” di Richard Matheson

Matheson non mi ha deluso nemmeno questa volta, te lo dico subito.

Ghost è la classica storia che parla di una casa infestata.
Una coppia si trasferisce per qualche giorno in una villa sulla spiaggia, come ultimo tentativo per recuperare un rapporto mandato in crisi dall’infedeltà di lui. È proprio qui che il fedifrago si trova ad avere che fare con il fantasma di una donna sempre arrapata (concedimi il termine) e pronta a saltargli addosso ogni volta che la compagna si addormenta o esce per una passeggiata. Mi fermo.

La trama è davvero molto semplice, come puoi intuire, d’altra parte il romanzo è abbastanza breve (circa 200 pagine). La novità risiede nell’indagine approfondita delle dinamiche del rapporto di coppia tra i due “vacanzieri” e, soprattutto, nella presenza di un erotismo molto forte e spinto che in Matheson non avevo mai riscontrato. C’è parecchio sesso, per farla breve.

Ghost ha qualcosa del romanzo gotico, ma è più leggero. Ricorda L’incubo di Hill House, ma non ti stufa. È un Poltergeist (o, meglio, un Entity, ma te lo ricordi quel film?) con una coniglietta di Playboy.

E il bambino in copertina – quello che sbircia dalla finestra, per capirci – chi è? Cosa c’entra? Assolutamente nulla, non c’è nessun bambino. Mi sono sempre chiesto quale sia la logica che guida gli editori nella scelta delle immagini da mostrare in copertina: tuttora, per me, rimane un mistero.

Di Matheson ho ancora da leggere il terzo e quarto volume di Tutti i racconti e il resoconto di guerra I ragazzi della morte. A presto, quindi.

Libri che ho letto di Richard Matheson:
Io sono leggenda (1954)
Tre millimetri al giorno (1956)
Io sono Helen Driscoll (1958)
La casa d’inferno (1971)
Ghost (1982)
Tutti i racconti Vol. 1 1950-1953 (2013)
Tutti i racconti Vol. 2 1954-1959 (2013)

La vita, l'universo e tutto quanto.