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“I vermi conquistatori” di Brian Keene

Non ricordo dove abbia sentito per la prima volta nominare I vermi conquistatori di Keene (forse su un almanacco di Dylan Dog, non ne sono certo), ma fin da subito mi ha affascinato. Sono quindi riuscito a recuperarlo in un’edizione Urania e sono davvero sodddisfatto. Credo, oltretutto, che sia l’unico romanzo tradotto in italiano di questo scrittore americano.

È un horror semplice, senza fronzoli e proprio per questo davvero godibile.
In un futuro (che potrebbe essere domani) dove il clima è degenerato, sul pianeta cade un’incessante pioggia. Le terre emerse si riducono ogni giorno, costringendo i pochi umani rimasti a vivere sulle montagne, divenute isole, e sulle cime dei palazzi. A seguito del cambio climatico tornano in superficie creature che vivevano nei meandri della terra e nelle profondità degli oceani, come il mitico kraken (un calamaro gigante) e, appunto, i vermoni (che tanto ricordano Tremors). Ad affrontare questi vermi non c’è però Kevin Bacon, ma Teddy Garnett e il suo amico Carl, due ottantenni montanari con le palle quadre e la vescica debole. A loro, poi, si aggiungeranno  altri due personaggi, più giovani e “cittadini” (ossia abitatori dei tetti), che racconteranno la propria vicenda. Il romanzo è, infatti, composto dalle due storie che si fondono in un’unica avventura (mischiando la condizione sulle montagne a quella nelle città, e permettendo di avere una visione d’insieme).

Devo dire che è stata una lettura rilassante e piacevole. È un horror vecchio stampo, non ci sono fantasmi o presenze, è tutto molto concreto e i mostri non sono dei vampiri… Credo ci sia la necessità di tornare a questo tipo di narrazioni, più semplici, ma non per questo meno efficaci.
A quanto ho capito in America è uscito anche un seguito, aspetto fiducioso la traduzione.

“I miei luoghi oscuri” di James Ellroy

Premessa: è il primo libro che leggo di James Ellroy, ma posso già dirti che non sarà l’ultimo. Fine della premessa.

I miei luoghi oscuri è un romanzo autobiografico dello scrittore dedicato a tutto ciò che riguarda l’omicidio irrisolto di sua madre, Jean Ellroy, avvenuto per strangolamento il 22 giugno 1958. James all’epoca aveva solo dieci anni.

La vicenda narrata è divisibile in tre “atti”:
1° – Indagine ufficiale.
Ellroy racconta l’indagine in modo oggettivo, come se si svolgesse nel momento in cui lui la scrive. I dettagli sul cadavere, gli indiziati (molti), le piste (moltissime) e tutto il resto, quasi fosse uno dei poliziotti incaricati di risolvere il caso. Jean è stata stuprata e uccisa dopo aver frequentato un paio di locali in compagnia di due persone, una donna e un uomo, che non verranno mai rintracciate.
2° – James Ellroy.
Lo scrittore spiega tutto ciò che è accaduto dal momento dell’indagine fino al suo successo come romanziere. Racconta come la morte della madre, accolta con felicità, abbia influenzato gli anni successivi nella sua psiche. Si parla di droga, furti, criminalità. Il giovane Ellroy è fuori di testa. Entra nelle case dei vicini e ruba le mutandine delle ragazze, ruba nei negozi, si mastruba pensando alla madre.
3° – L’indagine del 1994.
Ellroy, facendosi assistere da un poliziotto in pensione, riesamina il caso e cerca di risolverlo. Torna nei luoghi della vicenda, interroga le poche persone ancora vive che potrebbero saperne qualcosa, cerca l’assassino della madre e… cerca sua madre, la “rossa”, coma la chiama lui.

Non ti racconto come evolve il personaggio, poiché è questo il vero mistero del libro e non voglio svelarlo troppo. Ellroy ha dei ricordi della madre che sono in gran parte stati creati dal padre, un fallito alcolizzato, e che ritraggono Jean come una puttana irresponsabile e a sua volta alcolizzata. Solo “cercandola” riuscirà a ricostruirne l’esistenza. Certo, non era una santa, e questo si intuisce chiaramente, ma c’era anche dell’altro.

Questo romanzo racconta un trauma lungo una vita, mai esorcizzato. Un lutto, non superato, che ha condizionato tutta l’esistenza dello scrittore. In poche parole: un’ossessione. È un libro estremamente cupo, nero, mentre lo leggi ti mette la morte nell’animo.
L’edizione che ho letto io (quella in foto) ha la copertina nera e c’è l’autore in abito scuro appogiato su un tavolo in primo piano. È il packaging perfetto per un’agenzia di pompe funebri, il libro sembra una piccola bara. È perfetto.

Conoscevo Ellroy come il re indiscusso del noir e del poliziesco. Avevo visto qualche film tratto dai suoi libri, come L.A. Confidential e La notte non aspetta. Non so perché l’avessi sempre trascurato, ma ho fatto male. Scrive dannatamente bene e ha uno stile personale ed inconfondibile. Sono rarissime le frasi lunghe più di due righe, per dirne una. Ti riempie di nomi, sta a te capire quali siano importanti e quali no. Non è di certo una lettura facile, rilassante, ma è indimenticabile.
Sicuramente anche il traduttore ha i suoi meriti (è lo stesso Sergio Claudio Perroni che ho apprezzato nella nuova edizione di Furore di Steinbeck, poco tempo fa).

Insomma, credo proprio di aver trovato un nuovo autore da saccheggiare.

“Aspro e dolce” di Mauro Corona

Questo Aspro e dolce è un romanzo semplice, di poche pretese, che si fa leggere volentieri senza creare grandi aspettative. Corona racconta la sua giovinezza a Erto, le grandi e continue bevute di vino, la naja, le donne, ancora il vino, le risse, le osterie, (il vino), le corse in auto, le pistolettate, sempre il vino…

Non ho mai avuto, durante la lettura, la classica curiosità di “vedere cosa succede nella pagina dopo”, non è così che funziona questo romanzo. È più un piacere semplice, un divertimento nella lettura di tutti i casini fatti da Corona in giovane età (e non solo). Certo, dopo un po’ ci si chiede se sia tutto vero, perché le avventure stravaganti sono davvero molte, forse troppe, ma in fondo chi se ne frega. Corona che mangia un canarino vivo in un’osteria (sì, in stile Ozzy con il pipistrello), Corona che sopravvive a decine di incidenti mortali in auto, Corona che sfonda porte di compaesani per rubare il vino, Corona che fa saltare candelotti di dinamite rompendo tutti i vetri del paese… e poi scene da selvaggio west con pistole e feriti d’arma da fuoco.

Insomma, se per un attimo prendessimo tutto per vero, la compagnia di amici dello scrittore parrebbe essere quella di un gruppo di criminali alcolizzati. Sì, come si “intuisce” sopra, il vino è una costante giornaliera, si parla proprio di ettolitri di alcool consumati. Mai sobri, in pratica. Chissà.

Tra una rissa e una sbornia traspare la vita delle piccole comunità di una volta, semplice e basata su vecchi “valori”, tra cui l’omertà tra compaesani, il costante bisogno di vendetta al più piccolo sgarro, ma anche il senso dell’amicizia vera.

È sicuramente un romanzo autocompiaciuto, seppure piacevole, ma non ai livelli dei primi che ho letto. Preferisco comunque il Corona di L’ombra del bastone e Il canto delle manère.

“La casa del sonno” di Jonathan Coe

Premessa.
In ogni libreria in cui entravo, prima o dopo, mi imbattevo in La banda dei brocchi di Coe. Avendo io una passione per tutto quello che riguarda la letteratura adolescenziale, o giù di lì (vedi lo stupendo Vite pericolose di bravi ragazzi), questo titolo, con il tempo, ha iniziato a incuriosirmi. Tuttavia ho scoperto che fa parte di una sorta di trilogia e ho quindi mollato in favore di La casa del sonno, ritenuto peraltro da molti il miglior romanzo di Coe.
Fine premessa.

La casa del sonno racconta la storia dello stesso gruppo di personaggi in due periodi temporali diversi. Quello che accomuna persone ed eventi è una clinica del sonno, dove i protagonisti si trovano prima come studenti e dopo qualche anno come pazienti/dottori. Il titolo del romanzo prende il nome da un libro che viene citato più volte da alcuni dei personaggi.

Ok, finita la parte positiva.

Non ci giro attorno. La casa del sonno è noioso, privo di qualsiasi interesse, campato per aria, inutile. È in assoluto uno dei romanzi più brutti che abbia mai letto. Ho dovuto stabilire una tabellina di marcia per leggere almeno 20 pagine al giorno e riuscire a levarmelo dai “piedi” il prima possibile. Hai presente il totale disinteresse? Ecco. Roba che se, mentre stai leggendo, suona l’orologio a cucù ti fermi a guardare il passero che fa capolino dodici volte perché è più coinvolgente. Non sono mai stato così poco propenso a girare pagina.
Non so cosa ci trovino molti in Coe, io non ci ho trovato nulla. Certo, ha un lessico un po’ più forbito della media (o forse è il traduttore), ma manca tutto il resto, la sostanza. Quando leggo romanzi “ben scritti” che non mi comunicano nulla mi viene sempre il sospetto che il successo sia dovuto a molti lettori medi che desiderino sentirsi “eruditi”.
Questo è un caso da manuale.

Ah, e non è la tematica, non sono chiuso o prevenuto su certi argomenti, tutt’altro. Non posso dire nulla per non spoilerare ma, rimanendo in tema, Invisible monsters di Palahniuk è uno stracazzo di romanzo cazzuto, questo no.

Mai più Jonathan Coe.

“Furore” di John Steinbeck

Durante la Grande Depressione americana degli anni ’30 una grande moltitudine di contadini e mezzadri perse il lavoro, e la terra, per l’impossibilità di essere competitivi sul nuovo mercato che si stava affermando: quello dei grandi profitti, delle bance, delle colossali aziende e dei trattori. Furore racconta la storia della famiglia Joad che, come molte altre, emigra dall’Oklahoma verso l’ovest, con il sogno di trovare il lavoro, idealisticamente raporesentato dalla California. Ed è così che la California, terra di profitti, si trovia invasa dagli Okies (termine dispregiativo per chi viene dall’est, non solo dall’Oklahoma) e li sfrutta a proprio vantaggio, riducendo le paghe al minimo in-sostenibile, creando campi-lager di lavoro e sfruttamento.

Furore può essere diviso in tre atti:
1° – Il fallimento.
I Joad perdono la loro terra e sono costretti alla fame. In questa prima parte Steinbeck presenta i molti personaggi. Il più noto è Tom Joad (sì, è proprio lo stesso della canzone del Boss, che ti posto a fine recensione), figlio di padre omonimo.
2° – Il viaggio.
I Joad attraversano l’America sulla Route 66 con un furgone scassatissimo (anche qui vi è una speculazione economica sui mezzi di trasporto per i bisognosi) guadagnando ogni chilometro con pochi dollari e tanto sudore. Un viaggio della speranza, come lo chiameremmo oggi, anche se a mio parere le situazioni sono molto diverse.
3° – Lo scontro con la realtà.
I Joad arrivano in California e devono fare i conti con quello che li attende, un futuro di miseria e povertà, lavoro precario e mal-non-pagato, violenza e sopprusi.

Furore è tutto qui. È un romanzo che necessita di rispetto, come puoi notare dalla mia inconsueta recensione classica, comprensiva di trama. Steinbeck ti porta direttamente in viaggio con i Joad, sei l’ennesimo passeggero del loro catorcio ambulante. All’inizio non è stato facile, lo stile è molto lento e descrittivo e se devo essere sincero dopo 50 pagine mi sono chiesto se sarei riuscito a leggerne altre 600.. poi però qualcosa cambia. Ti entra dentro. Quando sei a metà hai già capito perché è considerato uno dei grandi romanzi americani e non hai più dubbi che lo sia.

Ho letto molto riguardo a questo romanzo e alle sue similutidini con la storia recente contemporanea. Mi trovo d’accordo solo in parte. Furore è una critica aperta all’economia del profitto che, oggi come allora, governa il nostro mondo in molte forme diverse (non c’è ebbastanza tempo, qui, per analizzarle). Il mondo fa schifo, e questo è un dato di fatto inconfutabile.
I Joad, però, sono rappresentanti di una dignità perduta, un popolo che pur di non rubare morirebbe di fame. E che, se proprio fosse costretto a rubare, lo farebbe per un tozzo di pane, una patata, non per avere uno smartphone o una BMW. Solo il male necessario, nessuna violenza gratuita. E mi fermo qui.

Per questa edizione, dopo la brutta esperienza con I pascoli del cielo tradotto da Vittorini, ho scelto la nuova traduzione di Perroni. Incredibile ci siano voluti tanti anni per dare una traduzione decente a un capolavoro del genere.

Come promesso, ora, ecco Bruce Springsteen che ti spiega come stanno le cose, meglio di quanto sappia fare io:

(Nel momento in cui inserisco il video del Boss, prima di poter sentire la canzone, devo sorbirmi la pubblicità di un album di uno degli “artisti” di Amici di Maria De Filippi. Ti giuro che mi stanno sanguinando i testicoli.)

“La teoria del tutto” di Stephen W. Hawking

Di Hawking avevo già letto anni fa Dal Big Bang ai buchi neri, e mi era piaciuto molto. La teoria del tutto è probabilmente meno complesso dal punto di vista dei contenuti, almeno per quanto mi ricordi dell’altro libro, ma non per questo meno interessante.

Ora non starò a descriverti in modo approfondito di cosa parla, non ne sono in grado. Si passa dal concetto di tempo e di spazio alla formazione dell’Universo, si esplorano i buchi neri e le varie leggi fisiche cui sono legati. L’intenzione è quella di introdurre, appunto, la teoria del tutto che, se imbroccata, ci permetterebbe di conoscere l’intero funzionamento del.. tutto. Fine, stop, non ci provo nemmeno ad andare oltre.

La grandiosità di Hawking sta nel farti capire cose estremamente complesse in modo semplice. Mentre leggi continui a pensare: ok, ci sono, ci sono ancora, fino a qui ho capito, ok, ok, ecc.. Tuttavia, come evidente poche righe sopra, provare a riproporre ciò che il tuo intelletto ha appena sfiorato diventa impossibile. È però una lettura obbligatoria, almeno per conoscere gli studi più recenti in un campo, quello della cosmologia, che difficilmente incontreresti nella vita di tutti i giorni.

La cosa per me più evidente è che proprio la cosmologia (e l’esplorazione dello Spazio in generale) sia forse uno dei settori, insieme a quello della scienza medica, in cui bisognerebbe investire molto di più, se non tutto il possibile. Perché la vera domanda è da dove veniamo? e non come finirà il campionato quest’anno? Ma è un concetto difficile da capire per i più, ed è per questo che al mondo ci sono pochissimi Hawking e miliardi di idioti.

Un altro punto fondamentale è quello della questione metafisica, di Dio, per capirci. Hawking pian piano lo sposta sempre più in disparte e lo relega in un confine sempre più piccolo, facendo intuire quanto non sia in realtà necessaria la sua “eventuale” presenza. E lo fa con competenza e razionalità, non con un discorso da bar tra un prete e un menefreghista. È scienza pura al 100%.
In poche parole ti fa venire voglia di evolverti: il tempo in cui non ci si spiegava da dove venisse il fulmine, o il terremoto, è passato da un bel pezzo.

“Papillon” di Henri Charrière

La storia di Papillon è nota soprattutto per il film omonimo del 1973 con Steve McQueen e Dustin Hoffman. Il romanzo è l’autobiografia dello stesso Henri “Papi” Charrière, arrestato nel 1931 in Francia per un omicidio (che lui dichiara di non aver commesso) e condannato ai lavori forzati a vita nella Guyana francese. Durante la sua detenzione, di tredici anni, tenta di evadere per nove volte, diventando il simbolo vivente della ricerca della libertà ad ogni costo.

Prima di dirti cosa penso di questo libro faccio una scelta di fede, cioè prendo per vero tutto quanto sia stato scritto da Charrière. Sono molti quelli che accusano “Papi” di aver mentito su vari aspetti della sua storia, da chi parla di un racconto molto romanzato, a chi lo accusa di aver messo insieme storie di terzi in un unico romanzo. Ecco, io per scelta me ne sbatto.

Non avevo il minimo sospetto che Papillon fosse uno stracazzissimo libro cazzuto come quello che ho scoperto essere. Io ho vissuto con Charrière per 650 pagine, ci sono stato in ogni sua fuga, in ogni avventura. Posso dirti che il film, pur essendo sicuramente molto bello, rappresenta un 30% della storia ed è estremamente semplificato, addirittura si conclude 150 pagine prima della fine del libro. Se non l’hai ancora letto, fallo! FALLO!

Per prima cosa lo stile. Terminata la lettura ti senti come se avessi ascoltato un racconto orale. Tutta la storia è narrata da Papillon (il suo soprannome deriva da una farfalla tatuata sul petto) al tempo presente e in prima persona. Una scelta che accorcia la distanza con il lettore, anzi, l’annulla. Sei in ogni pensiero del protagonista, mangi insieme a lui i millepiedi e gli scarafaggi quando sei rinchiuso in isolamento e rischi di morire di fame.

Papillon è rispettato da tutti, dai criminali ma anche dalle guardie, e da tutte le persone che incontra nelle sue traversie. E questo perché è un persona integra, con dei principi e dei valori. È il solo bianco ad essere accettato nel villaggio degli indios, dove trova pace (e due mogli) per sei mesi durante una delle sue fughe. È anche una marinaio eccellente e per questo è ammirato da chi lo incontra per mare, quando attraversa con una bagnarola 2500 chilometri di oceano.

Leggilo anche solo per conoscere le condizioni disumane in cui venivano detenuti i prigionieri nel bagno penale francese, a largo delle coste dell’America del Sud. Diritti umani talmente calpestati che gli evasi, nelle loro fughe, potevano contare sull’appoggio degli altri stati, come farà poi alla fine Papillon con il Venezuela, chiedendo asilo ed aiuto che spesso non veniva negato. Leggilo per la forza di volontà di Charrière che, sempre e comunque, pensava solo ed esclusivamente ad evadere, in qualunque momento e ovunque si trovasse (le isole sono solo una parte del racconto, Papillon “visita” anche altre strutture detentive).

Charrière ha scritto anche un altro libro, Banco, che parla della sua vita da uomo libero successivamente al 1945. A quanto ho capito non è all’altezza di Papillon, ma conto comunque di leggerlo. (Tutto questo fervore mi ha fatto venire voglia di leggere anche Il conte di Montecristo di Dumas, lo metto nei piani per il 2018.)

Avrei così tanto ancora da dire su questo romanzo. Non ti ho parlato dei bossoli anali contenenti denaro, o degli omicidi d’onore, della corruzione delle guardie, dei commerci tollerati nelle isole, della pesca e dei pescecani mangiauomini. Di perle recuperate sul fondo dell’oceano e delle foglie di coca masticate per avere più energia.
Non ti ho parlato di tante cose, perché questo cazzo di libro te lo devi leggere, non c’è altro modo.

“Fiesta” di Ernest Hemingway

La recensione de Il vecchio e il mare è stato il primo articolo che ho scritto su questo blog. Un romanzo talmente bello che è impossibile non parlarne, uno dei miei libri preferiti in assoluto insieme a Il giovane Holden di Salinger e a Il gabbiano Jonathan Livingston di Bach. Poi di Hemingway non avevo più letto nulla. Non so perché. Fino, appunto, a Fiesta (o Il sole sorgerà ancora).

Fiesta racconta le vicende di un gruppo di espatriati americani/britannici in viaggio negli anni ’20 tra la Francia e la Spagna, in particolare tra Parigi e Pamplona. Giovani che hanno tutto e possono pensare solo a divertirsi tra alcol, bar e corride (la fiesta è infatti quella dell’encierro di Pamplona). Pochi personaggi molto caratterizzati. Il narratore è Jake, reso impotente da una ferita di guerra, poi c’è Brett, quella che potremmo definire senza problemi una puttanella immatura, Cohn, l’ebreo odiato da tutti in apparenza perché è ebreo ma in realtà perché è riuscito a trombarsi Brett, e ancora Mike, Bill e il torero Pedro Romero, di cui Brett si innamorerà (ma giusto per il tempo di mollarla anche a lui). Tra sbronze e scazzottate il gruppo si trova e si divide in un’atmosfera di apparente gioia che nasconde la mancanza di qualsiasi obiettivo. Tutti innamorati di Brett, che si confida solo con Jake, impotente, che non potrà mai averla ma la ama alla follia.

Che romanzo. Difficile. Da inquadrare. Fino a pagina 100 ho pensato “che pacco, un libro inutile senza nessuno scopo, senza attrattive, fatto di dialoghi insensati”. Poi ho cominciato a vedere anche io i tori. Non saprei spiegarlo diversamente. Ho cominciato a percepire la tristezza di fondo del superficiale divertimento dei protagonisti, come se fosse stata costruita piano piano per saltare fuori, da un momento all’altro, all’insaputa del lettore. Ho odiato Brett, desiderata da tutti i personaggi del libro, perché è quella gatta morta insipida che rovina le amicizie, ed è terribilmente vera. Cazzo, ci sono, esistono e sono fatte così! Superficiali eau de passerina. E, certo, con Jake avrebbe funzionato se lui non fosse stato impotente… ma chi ci crede?

Probabilmente non ricorderò Fiesta per sempre, anzi, mi aspettavo di più dall’Hemingway de Il vecchio e il mare, ma mi è comunque piaciuto, in un certo modo. Voglio leggere altri suoi romanzi, ma non so proprio da che parte cominciare.
È una grave lacuna che sento, però, di dover colmare.

“La casa d’inferno” di Richard Matheson

L’avevo anticipato nella recensione di Io sono Helen Driscoll e così è stato: ho trovato e letto La casa d’inferno. Sono riuscito, peraltro, a recuperare la prima edizione Rizzoli del ’74, che ha anche un piccolo valore collezionistico.
Forse questo titolo è più sconosciuto rispetto agli altri dello scrittore/sceneggiatore, ma non certo meno coinvolgente. Ne è stato tratto anche un film, Dopo la vita di John Hough, ma non l’ho ancora visto.
Nemmeno questa volta,in ogni caso, Matheson mi ha deluso.

La trama è classica, ed è la sua forza. Quattro persone si recano in una casa “notoriamente” infestata, su commissione del riccone di turno, per scoprire se esista o meno la vita dopo la morte tramite l’utilizzo di diversi tipi di indagine. C’è infatti uno scienziato, con la moglie, una medium “mentale” e un medium “fisico”, unico sopravvissuto da una precedente spedizione di trent’anni prima. Non aggiungo altro per non rovinare i colpi di scena.

Matheson gestisce a meraviglia l’horror di genere, creando proprio quelle atmosfere che il lettore si aspetta da un romanzo con la tipica casa infestata. Ma non basta, c’è una sorpresa, se così la si può chiamare. A un certo punto infatti ti stupisce con una lieve virata verso il porno-soft, con possessioni carnali di ogni tipo. E devo dire che questo mi ha sorpreso molto, non ricordo di aver mai letto nemmeno una parolaccia nei suoi altri romanzi, non mi aspettavo quindi situazioni di violenza verbale e fisica a tema sessuale.

Se devo trovare una pecca è la traduzione. Già, perché.. ho scoperto cose. Tipo che sitibondo significa “assetato”, o che si possa scrivere eppoi e davvicino. Insomma, un linguaggio che doveva già essere arcaico nel 1974 e che si sposa male con frasi come “ho voglia di uccello” e “fattelo venire duro”.

Ora il prossimo obiettivo sarà leggere L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, dovrebbe essere uno dei più bei romanzi sulle case infestate. Almeno così mi pare di aver capito..

“I fantasmi di pietra” di Mauro Corona

I fantasmi di pietra di Mauro Corona non sono altro che i fantasmi degli abitanti di Erto che hanno abbandonato il paese dopo (o, tristemente, “durante”) la tragedia del Vajont del 9 ottobre 1963. Da questa data, infatti, esiste un prima e dopo Vajont a dare un ordine al tempo della comunità montana. Un prima e dopo quei 1910 morti, assassinati dall’acqua e dallo Stato (non per forza in questo ordine di responsabilità).

Corona divide la narrazione in quattro stagioni, così come quattro sono le vie del paese attraverso cui passeggia scrivendo questo libro che, più che un romanzo, è una guida turistica della memoria. Per ogni casa lo scrittore racconta una storia, un aneddoto, talvolta recente e talvolta risalente a secoli fa. Su tutto aleggia la tragedia, la differenza tra la vita prima di quel 9 ottobre e la non-vita dopo. Anche chi è sopravvissuto è comunque morto, insieme ai suoi cari scomparsi. Il paese si è spopolato, le case sono andate in pezzi, le strade si sono svuotate.

È una lettura interessante, intima. Non mancano storie divertenti, situazioni allegre, racconti piccanti e di risse e bevute, ma con la costante consapevolezza che nulla potrà essere come prima. Dopo tanti dati, ricostruzioni, documentari e inchieste, questo libro riesce a riportare la tragedia al suo livello umano, a far capire come è stata stravolta la vita dei singoli individui di una comunità.

Questo è il quinto libro che leggo di Corona (gli altri quattro li trovi tra le recensioni precedenti), ma è il primo suo che scopro scritto in questo modo. Brevi racconti, piccole storie.
Una fruizione sicuramente semplice, adatta anche a quando si hanno pochi minuti a disposizione, ma comunque intensa e coinvolgente.

Di questo scrittore sento spesso parlare male e non ho ancora capito il perché. O forse sono scemo io che salto da Stephen King a Steinbeck a Corona trovando delle qualità, sicuramente diverse ma comunque apprezabili, in tutti questi autori profondamente differenti.
Boh.