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“Io sono Helen Driscoll” di Richard Matheson

Qualche sera fa mi sono ritrovato per caso a vedere Echi mortali, un film di David Koepp con Kevin Bacon del 1999. Colpito dalla somiglianza della trama con il più noto Il sesto senso di Shyamalan ho ravanato su internet per capire quale dei due fosse uscito per primo. Ho scoperto così che i film sono usciti nello stesso anno, a distanza di un mese l’uno dall’altro (questa la sfiga principale per Echi mortali, che è passato in secondo piano sebbene molto bello), e che quindi non c’è stata la scopiazzatura che temevo. Ed è in questa ricerca che ho anche scoperto (nei titoli mi era sfuggito) che il film di Koepp è tratto dal libro di Matheson Io sono Helen Driscoll.
Dannazione, Matheson!

Di Matheson avevo già letto Io sono leggenda e Tre millimetri al giorno ed entrambi mi erano piaciuti molto. Si parla di molti anni fa. Ma perché ho poi abbandonato questo autore? Mistero. Detto fatto mi sono procurato il libro e in due giorni l’ho divorato.

Trama semplice, che intreccia fantascienza, horror e giallo. Un padre di famiglia, Tom, viene ipnotizzato per gioco dal cognato che involontariamente gli “apre” la mente. Tom diventa quindi, suo malgrado, una sorta di medium. Seguono sogni, visioni, preveggenze, letture del pensiero. La sua vita e quella della sua famiglia è stravolta. Tra le altre cose vede un fantasma che compare ogni notte nel suo salotto. Mi fermo qui, dai.

Io ho letto il libro nell’edizione pubblicata da Urania, tuttavia, come scritto sopra, non me la sento di classificarlo unicamente come “fantascienza”. Ed è qui a mio parere la sua forza, il mescolare più generi. E’ la tipica lettura per cui desideri sempre sapere cosa accade nella pagina successiva. Leggera ma molto appassionante.

Non commetterò nuovamente l’errore di trascurare Matheson, infatti sto già lavorando per recuperare La casa d’inferno

“Verso il Polo con Armaduk” di Ambrogio Fogar

Ambrogio Fogar è per me una sorta di creatura mitologica, ammantata da un’aura di affascinante mistero. Il tempo che ci distanzia, la nostalgia degli anni di Jonathan Dimensione Avventura, lo rende qualcosa di magico, qualcosa che mi riporta all’infanzia. Non appena sento Adventure di Piovan vengo istantaneamente calato nel mondo di Bim Bum Bam, delle sorprese nelle scatolette per fiammiferi della Mulino Bianco e nella immensa tristezza di quel cazzo di gattino sotto la pioggia della pubblicità della Barilla. È un’esperienza solamente sensoriale, perché io Fogar non me lo ricordo. Cioè, lo ricordo bloccato nel letto, ma non ho memoria delle sue imprese, ero troppo piccolo, purtroppo.
Proprio scrivendo di queste cosa, ora, ho avuto un flash di Uanathan

Comunque, volevo leggere La zattera e mi son trovato tra le mani Verso il Polo con Armaduk. (Il mitico Armaduk, citato anche da pozzetto ne Il ragazzo di campagna, così, giusto per andare avanti con l’amarcord.) Qui Fogar racconta la sua esperienza di viaggio a piedi sulla banchisa verso il Polo Nord, in compagnia del fidato cane, con uno slittino per i bagagli e 60 gradi sotto zero. E lo racconta bene, in modo non pesante ma fortemente comunicativo. Quello che mi ha colpito è soprattutto il Fogar persona comune, non un supereroe. Mi spiego.
Quando leggo le imprese di Walter Bonatti (ho già parlato di Montagne di una vita) mi rendo conto di come fossero impossibili per chiunque non avesse la sua predisposizione fisica (scientificamente dimostrata, non solo allenamento). Dico “wow”, tuttavia non potrei mai calarmi nella sua parte, è una sorta di Superman. Con Fogar invece è stato diverso, le sue insicurezze sono più umane, e così anche i suoi fallimenti. Fogar non punta al primato (lo stesso viaggio al Polo è già stato compiuto da altri al momento della sua avventura), punta a fare un’esperienza, così come la potrebbe fare una persona qualsiasi. Per dirla in modo forse un po’ poetico è come se Bonatti fosse quello che vorremmo essere, Fogar quello che non abbiamo il coraggio di essere. Per farla breve: Fogar mi fa sentire in colpa di non vivere a pieno, così come faceva lui.

Andando su un piano più “terreno” il libro è ricco di particolari anche per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario e tutta la parte tecnica necessaria ad affrontare un simile viaggio. Oltre ovviamente alla descrizione di tutto il percorso di conoscenza e amicizia tra Ambrogio e Armaduk.
[Un inciso, per quanto riguarda i cani. All’inzio del libro Fogar descrive come vengono crudelmente trattati in quella zona del mondo dagli eschimesi (perlomeno in quegli anni). I cani sono solo uno strumento, li si ciba una volta alla settimana e se non servono vengono lasciati morire tra i ghiacci. L’esatto opposto di quanto succede oggi da noi, dove hanno più diritti dell’uomo. Le vie di mezzo sono ormai qualcosa di sconosciuto.]

Adesso cercherò di recuperare anche La zattera, storia del famoso naufragio di Fogar, per settanta giorni alla deriva nell’oceano, in cui perse la vita il suo amico Mauro Mancini.

Quindi, a tra poco.

“L’uomo invisibile” di Herbert George Wells

H.G. Wells, insieme a Jules Verne, è considerato unanimemente il padre della fantascienza. L’uomo invisibile non è esattamente il suo primo romanzo a essere stato pubblicato, ma si deve considerare che la pubblicazione è avvenuta nel 1897, ben sedici anni dopo la prima stesura…
Detto questo, non avendo ancora letto nulla di Wells, era mio dovere morale rimediare.

Quando si affronta un libro di fantascienza così datato sono tante le riflessioni da fare prima di buttarsi in un semplice “mi è/non mi è piaciuto”. Una su tutte l’innovazione, l’idea originaria originale. Certo, noi siamo abituati ormai all’invisibilità di moltissimi personaggi, esplicitamente o meno ispirati dal romanzo di Wells. Mi viene in mente la donna invisibile della serie I fantastici 4 della Marvel o, appunto, il più esplicito Kevin Bacon de L’uomo senza ombra. E non sto a tirar fuori dal guardaroba nemmeno la lana di Camuflone del mantello di Harry Potter, se no non finiamo più. Ma tutto arriva da qui, perlomeno nella sua forma più moderna, tutto arriva da Wells. Quindi inchiniamoci, come prima cosa.

È ovvio, ora leggere questo romanzo, con la sua semplicità, fa quasi sorridere. La trama è leggera e centrata sulla semplicità dell’invisibilità. Ci sono molte letture che vedono questo romanzo come la previsione della solitudine umana del XX secolo (che era alle porte), ma io non voglio addentrarmici. A volte mi sembra che si debba caricare per forza.

L’uomo invisibile diventa tale volutamente, a seguito dei suoi esperimenti. Lo stesso si rende poi conto che tutti i vantaggi della sua condizione diventano svantaggi nel momento in cui è difficile essere davvero invisibile. Perchè c’è la neve, perchè c’è la polvere, perchè si ha fame comunque, freddo senza vestiti, ecc. Da qui nasce la frustrazione, la rabbia. L’uomo invisibile diventa pian piano emarginato e cattivo (forse anche troppo gratuitamente).

Ho apprezzato molto le ultime 30/40 pagine. C’è un preludio di horror moderno nell’atmosfera, che si distacca da quello che era avvenuto in tutta la parte precedente per l’intensità e la tensione più elevate.

Ripeto, per apprezzarlo bisogna immergersi nel periodo, ritrovare la novità. Non è facile. Però è molto scorrevole, per nulla pesante, si legge in un attimo, proprio perchè semplice.
Credo che leggerò anche La guerra dei mondi e La macchina del tempo, appena riuscirò a recuperarli. La produzione di Wells è infinita, ma dovrebbe bastarmi così, salvo l’uscita di qualche Mammut tentatore.

“Confessioni ultime” di Mauro Corona

Quarto libro di Corona che leggo e, non lo nascondo, ho già comprato anche I fantasmi di pietra, che è in arrivo via corriere assieme ad altra roba interessante. C’è un po’ questo mezzo giudizio dei letterati “alti” che aleggia su chi legge Corona (che è poi lo stesso giudizio su chi legge Fabio Volo, però in quel caso giustificato, dai…), che siano un po’ libri, come dire, leggeri, scritti solo con il nome dato dalla notorietà. Non lo so. Corona mi lascia perplesso. Ho trovato davvero molto belli sia Il canto delle manere che L’ombra del bastone, quindi, nella speranza di ritrovare qualcosa di simile, continuerò a leggerlo. Ho già puntato Storia di Neve.

Ma veniamo a questo Confessioni ultime. È un libretto molto veloce, sono circa 120 pagine scritte anche a caratteri abbastanza grandi, in cui lo scrittore/alpinista/scultore dice la sua su un sacco di argomenti. Il vajont, la famiglia, i valori, la vita in generale, la ricchezza, ecc.. Posso tranquillamente affermare di essere in accordo su tutte le opinioni di Corona, in particolare sulla sua idea di ritorno alla semplicità e sul bisogno di smettere di inseguire dei falsi obiettivi. E tu dirai: e quindi? E quindi sono tutte cose che avevo già sentito, vedendo Corona in alcune interviste e avendo letto già tre dei suoi libri. Queste confessioni non sono, insomma, molto inedite per chi conosce già l’autore, tutto qui. Te lo consiglierei solo se di Corona non sai niente, in questo caso qui troverai una buona sintesi del suo pensiero.

Devo ametterlo però, io, nel rileggere concetti che erano già stati espressi altrove dall’autore, mi sono sentito un po’ preso per il culo, così come era avvenuto per l’estremamente ripetitivo La fine del mondo storto.

“Il bosco di Mila” di Irma Cantoni

Sto aspettando che mi arrivi un carico di libri (tra cui romanzi di Bukowski, Coe, Fante, Corona, Wells…) e sto anche attendendo che esca Sleeping Beauties, dell’accoppiata King, padre e figlio (21 novembre). Insomma, tra quello che deve arrivare e La saga di Terramare appena terminata, mi sono trovato per caso questo romanzo tra le mani e quindi l’ho letto. Il preambolo perchè, come sai, il giallo non è il mio genere, mi annoia. Sherlock escluso, ovviamente.
Devo però ammettere che, sarà anche per il bisogno di una lettura un po’ più leggera e “intrattenitrice”, Il bosco di Mila si è fatto mangiare in meno di una settimana, nonostante le sue 360 pagine.

La trama la accenno appena, poichè qualsiasi aggiunta sarebbe un’anticipazione di troppo. Una bambina, Mila, sparisce durante una gita scolatica nel bosco di Mompiano (Brescia). Sulla scomparsa indaga il commissario Vittoria Troisi, romana trasferita a Brescia. Le piste sono molte e variano tra la criminalità cinese e i segreti nascosti dai Morlupo, la famiglia nota, ricca e potente di Mila.

L’ambientazione è forte e caratterizza tutto il romanzo, spaziando tra il monte Maddalena e il lago di Garda. La presenza di alcune frasi in dialetto bresciano è poi molto divertente, oltre che rara nel mondo della fiction, sia cartacea che televisiva, spesso puntata verso idiomi più “famosi” (toscano, napoletano, siciliano, ecc.). Solo questo vale la lettura del libro.
L’intreccio è articolato e si complica piacevolmente nella seconda parte del romanzo, con flashback e ricordi di altri tempi. È davvero ben costruito.

La protagonista, il commissario Troisi, è molto… femminile. Troppe paranoie mentali, pensieri, dubbi. Ecco, è stato per me l’elemento debole, nel senso che ha reso il giallo un giallo un po’ troppo… femminile, appunto. Per tutto il romanzo mi sono chiesto chi mi ricordasse e poi ci sono arrivato: il commissario Vittoria Fusco della serie del Barlume (in tv, i libri di Malvaldi non li ho ancora letti). Ci condivide anche il nome di battesimo. Poi, verso le ultime pagine, compare anche un personaggio che di cognome fa proprio “Fusco”. Sarà un caso?

Ho letto che il libro ha visto la luce grazie ad un concorso, ed è stato anche questo a convincermi alla lettura, per provare qualcosa fuori dai circoli commerciali classici. Non è male, se ti piacciono i gialli non rimarrai deluso.

“Walden o Vita nei boschi” di Henry David Thoreau

Beh, che dire, questo libro è un pacco mostruoso. L’ho finito perchè mi sono messo in testa di leggerlo, ma è stato come avere per tutto il tempo un gatto attaccato ai maroni. E’ quello che penso. Ora veniamo ai dettagli.

Thoreau in 300 pagine racconta come sia vissuto per due anni (in realtà descrivendo solo il primo, per evitare di ripetersi) in una casetta da lui costruita sulle sponde del lago Walden, Concord, Massachusetts. E fino a qui sarebbe tutto fantastico. Ti aspetti una sorta di manuale pratico-filosofico su come si possa sopravvivere in mezzo alla natura. Sbagliato.
L’autore racconta solo in minima parte la sua vita sul lago, perdendosi invece in deliri critici e autocelebrativi per l’80% del libro. Me ne sono accorto già a pagina 50, ma ho pensato “lo osannano in molti”, arriviamo a 100, e poi a 150. Ecco, qui ho capito che dovevo finirlo, per poter dire che non è un buon libro, altrimenti mi sarei imbattuto nelle rimostranze di chi sostiene che “si ma ok, non ti è piaciuto perchè non sei arrivato in fondo”. Sono arrivato in fondo, non ci siamo.

E non mi importa che io non sia nessuno per stroncare quello che è considerato un capolavoro del naturalismo e ora ti spiego perchè. Fondamentalmente, la sintesi del libro è questa: abbiamo molto di più di quanto ci sia necessario, potremmo vivere con molto meno (vivere davvero invece di fingere di farlo) e non essere schiavi dell’economia. Sono completamente, totalmente, d’accordo! E’ proprio ciò che ho sempre creduto! Sulla carta, è il mio libro ideale.
E’ ammirevole che l’autore presenti problematiche contemporanee con quasi due secoli di anticipo. Fine dei complimenti.
Il concetto è ripetuto in tutte le salse, dire ripetitivo è un eufemismo. Un romanzo/diario che sarebbe stato riassumibile in 20 pagine.

L’autore è spocchioso, arrogante, antipatico. Spesso associato per le tematiche alla vita libera di Alexander McCandless Supertramp (Into the wild, per capirci), in realtà non ha molto a che vederci. Mancano l’apertura mentale, la freschezza, l’intelligenza.

Se devo essere proprio sincero, penso che la maggioranza dei sostenitori di questo romanzo rientrino in quella categoria di persone che leggono poco o che pensano poco. I concetti base sono infatti molto semplici e condivisibili e sembra tutto abbastanza complesso per potersi vantare di aver affrontato una lettura “colta”.
Tutto fumo e niente arrosto. Tempo perso, a leggerlo.

“Vite pericolose di bravi ragazzi” di Chris Fuhrman

Quando leggo libri come questo (pochi) mi chiedo perché non sia un titolo estremamente noto a tutti. Cioè, dovrebbe essere uno di quei romanzi che dici: «Hai presente Vite pericolose..?» e il tuo interlocutore fa cenno di sì con la testa, perché lo conosce chiunque. Sto cercando di contenere quello che penso, per mantenere un po’ di quel distacco emotivo necessario alla credibilità che, per convenzione, non dovrebbe mai sfociare nella tifoseria estrema. Ma no, anzi, me ne sbatto: Vite pericolose di bravi ragazzi è uno dei più bei romanzi sull’adolescenza che abbia mai letto. E ne ho letti.

Ora però sono terribilmente incazzato. Già, perché Fuhrman è morto di cancro a 31 anni, e questa è la sua unica opera. Avrei voluto non leggerlo, e per un po’ ci sono riuscito, ma questo dannato libro mi ha inseguito sugli scaffali delle librerie, fino a cadermi in mano in una rivendita di stock editoriali.

La trama è questa: la fine dell’adolescenza.
Poi c’è tutto il resto, ma quello che conta è la capacità incredibile che ha avuto l’autore di descrivere il breve periodo di confine appena prima dell’età adulta. Ci sono sbronze, risse, amori, sesso, alcool, droga, amicizia, morte. E c’è Francis, che vive tutto sulla sua pelle, come ha fatto chiunque. Francis è il lettore, è lo sguardo insicuro e timoroso della prima esperienza. E’ la sensazione di fare cose cattive, anche quando non lo sono, ma lo appaiono perché ancora sconosciute.

Grazie Chris, avrei preferito non scoprirti.

“Millennium – La regina dei castelli di carta” di Stieg Larsson

Eccoci qui, con la Trilogia Millennium completata. Dopo Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava con il fuoco, l’ultimo consistente capitolo: La regina dei castelli di carta. Per fare un veloce ripasso ho appena riletto quanto avevo scritto dei due precedenti volumi. Vorrei poter essere così entusiasta anche del terzo, ma purtroppo non è così. Prova lampante lo è il diverso tempo di lettura, una settimana a libro per i primi due, quasi un mese e mezzo per questo. Non è un buon segno.

Sono, purtroppo, una persona che tende ad annoiarsi velocemente degli schemi di costruzione ripetitivi. Questo è il principale motivo, ad esempio, per cui non seguo le serie televisive, tanto di moda ora. La regina dei castelli di carta ricalca completamente il modello dei primi due episodi di Millennium, facendo decadere la curiosità, che rimane legata esclusivamente ad elementi della trama, allo stesso modo per cui si desidera seguire la nuova puntata di una soap opera (se lo si desidera..). La struttura narrativa è ormai consolidata e non presenta novità di alcun tipo, la noia è quindi dietro l’angolo. Forse avrebbe giovato, a questo tomo di 850 pagine, un buon taglio centrale di 200 pagine. E’ proprio al centro, infatti, che ho temuto di essere costretto a mollare tutto, quando la noiosa parte legata al più puro spionaggio, prende il sopravvento.

Cerca di capire, il libro è comunque godibile e, se ti sono piaciuti i primi due, difficilmente riscontrerai i miei problemi sul terzo. Tuttavia io cercavo quel guizzo in più che non ho trovato.
La dico in altri termini.
Ho letto, da qualche parte, che la serie di Millennium prevedeva dieci volumi e che la morte di Larsson ha interrotto il progetto a tre (si, so che c’è un quarto volume, ma le operazioni commerciali non le considero). Ecco, dopo questo terzo volume, difficilmente sarei andato oltre.

“La fine del mondo storto” di Mauro Corona

Devo fare alcune premesse, prima di scrivere di La fine del mondo storto:
• Innanzitutto sento spesso parlare Mauro Corona in tv e sulle sue pagine social, ed ogni volta mi fermo rapito ad ascoltarlo. E’ sempre piacevole ed interessante ciò che ha da dire e concordo con il suo pensiero.
• Ho acquistato d’impulso questo libro, perchè l’ho trovato a un prezzo esiguo, quindi non ho effettuato una scelta. Semplicemente volevo leggere qualcosa di questo autore e ne ho approfittato.
• E’ ritenuto il peggior romanzo di Corona anche dai suoi ammiratori più sfegatati.

Purtroppo, il libro non mi è piaciuto molto. E mi dispiace.

La trama è molto bella e semplice: da un giorno all’altro finiscono tutte le fonti di energia fossili e l’uomo deve trovare un modo per sopravvivere. Il 75% delle persone muore (per il freddo, la fame, la salute), il restante 25% deve reimparare a vivere secondo natura, rispettando l’ambiente e la natura, appunto.

Cosa mi piace (→ tutta la teoria)
L’idea è molto bella, e non è fantascientifica, ma vicina alla realtà. La critica al mondo costruito su falsi valori inutili, sul profitto e l’arrivismo, corrisponde esattamente a quello che penso. La condizione di un uomo, che sa giocare in borsa e usare le tecnologie più avanzate, ma non sa più come si accenda un fuoco, se non con un accendino, è una drammatica verità. Apprezzo e condivido appieno la visione pessimistica dell’essere umano che, come sostiene anche Corona, è un coglione. E’ una bellissima parabola tragica, che dovrebbero leggere tutti, soprattutto i bambini, nelle scuole.

Cosa non mi piace (→ la scrittura)
Per farla breve, questo romanzo di 160 pagine, poteva essere un racconto di 30 pagine, considerando già in 30 pagine un buon grado di ripetitività, per sottolineare i concetti. Tradotto: in 160 pagine c’è un livello altissimo di ripetitività. Chiariamo, vengono ripetuti anche concetti importanti, però quando leggo per tre volte che le discoteche vengono usate come stalle, la situazione stride. E’ chiaro cosa voglia indicare, e concordo, ma una volta è sufficiente. Sembra un libro scritto con rabbia (e forse lo è), ma con una rabbia propria e non comunicativa, quella che non ti fa ragionare bene e ti acceca. Come in quelle discussioni che, dopo un po’, diventano solo la ripetizione delle proprie idee, senza apportare indicazioni costruttive. Io la capisco questa rabbia, e forse è propria di chi ha ancora una inconscia speranza nella razza umana. Personalmente, non avendone, di speranza, faccio fatica a leggerla.

Detto questo, proprio per le premesse indicate sopra, credo proverò ancora un libro o due di Corona, proprio perchè potrei essere cascato sul romanzo sbagliato, con concetti eccellenti, ma male espressi.

“Putin – Vita di uno zar” di Gennaro Sangiuliano

Difficile parlare di questo libro, richiederebbe una discussione prolungata, tanti sono gli argomenti toccati. Non ho quindi intenzione di addentrarmi nei singoli fatti, poichè ogni vicenda richiederebbe la giusta trattazione. Sarò quindi sintetico e di parte. Sangiuliano è chiaramente un sostenitore di Putin, così come lo sono io, e ne evidenzia quindi tutti i lati positivi. Ne descrive la storia dalla nascita nel 1952 fino al 2016, passando per le guerre, le rielezioni, il miracolo economico russo, il terrorismo, l’Isis e tutto ciò che ne segue.

Ogni evento è basato sui fatti, senza false congetture o complottismi, quindi non ci sono dietrologie. Putin viene descritto come un uomo d’azione, che si è costruito da solo e si è guadagnato tutto quello che ha ottenuto. Dati alla mano, Putin ha sconfitto l’oligarchia riportando i beni al popolo, ha consentito che la poverta passasse dal 35 al 15% con la creazione di un benessere diffuso, che alcune piaghe sociali come la criminalità e l’alcolismo venissero pesantemente ridimensionate. C’è un capitolo intero di dati matematici sul confronto pre e dopo Putin che rende impossibile non considerarlo un parente di Superman. Oltre alle sue doti strettamente personali, intendo (tipo l’essere campione di Judo).

La cultura russa è talmente diversa dalla nostra che qualsiasi critica mi pare sinceramente impossibile (e inaccetabile). Si può non essere d’accordo con i metodi (forse), ma la coerenza è innegabile. Per un occidente che è abituato a dare lezioni di umanità, mentre da sempre vive rubando alla parte povera del mondo, Putin non può che essere un nemico. Per un binomio Europa-Usa che gozzoviglia nell’ipocrisia della falsa democrazia, un uomo del genere è un pericolo.

Si, sono uno di quelli che ritiene positivo ciò che è stato compiuto in Cecenia. Le guerre si fanno con i morti, non con le foto dei bambini, questa è la realtà. Pochi mesi, tutto risolto. Siamo così (falsamente) occupati a difendere i diritti di tutti che restiamo immobili. Putin è sicuramente fatto di un’altra pasta, la Russia è fatta di un’altra pasta. E’ un paese dove, dal 2000 in poi, gli interessi economici vanno a beneficio del popolo, non ci siamo abituati.

A qualcuno questo machismo economico-culturale potrebbe sembrare arretrato, ma perchè? Noi siamo forse più avanti? Dovremmo fare un passo indietro e imparare da chi vive ancora legato ai valori delle “antiche” potenze. Poi sicuramente si potrà riprovare a fare nuovi passi avanti, magari stavolta, non con i piedi nella merda.