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“La selva oscura” di Upton Sinclair

Nel 1904 il giornalista Upton Sinclair pubblica una serie di articoli su un settimanale socialista, una vera e propria inchiesta sui macelli di Chicago, dove viene “prodotta” quasi tutta la carne destinata a sfamare il popolo americano. Nel 1906, forse fiutando l’affare, Sinclair trasforma gli articoli nel romanzo La selva oscura (The Jungle), che diventa un best seller internazionale e viene tradotto in 27 lingue. Il romanzo avrà una potenza tale da causare l’approvazione del Federal and Drugs Act (una legge per il controllo della carne) da parte del Congresso degli Stati Uniti, sotto la spinta del presidente Roosvelt.

Sinclair racconta la vita di Jurgis Rudkus che, insieme alla  famiglia, giunge negli USA dalla Lituania, in cerca di fortuna. I sogni di felicità e richezza di Jurgis crollano presto, quando si ritrova a Chicago a mendicare un lavoro sottopagato nella zona a più altra intensità di macelli d’America. Lì Jurgis impara cosa sia l’umiliazione, scopre lo sfruttamento dei lavoratori e la sua vita diviene un vero e proprio incubo, al pari di quella di tutti gli altri uomini e donne macellati (appunto) dal meccanismo del profitto a ogni costo.

Parlarti, in poche righe, di ciò che descrive Sinclair in più di 500 pagine è praticamente impossibile. La selva oscura devve essere letto, per essere compreso. Sinclair non ha la delicatezza di Steinbeck, che in Furore lasciava la maggior parte dello schifo all’immaginazione, lui vuole mostrarti le cose così come stanno, senza addolcire la pillola. Bambini che affogano in fiumi di fango, mogli che si prostituiscono per salvare il posto di lavoro dei mariti, corruzione, licenziamenti causa infortunio (senza alcuna tutela), persone che rovistano nelle discariche, malattie, carne putrefatta immessa sul mercato. Questo è The Jungle.

Forse te lo devo ripetere, La selva oscura è un romanzo di 115 anni fa. Mi fa sempre molta impressione leggere libri così vecchi, che nulla hanno da invidiare a testi contemporanei, sia per quanto riguarda il linguaggio che per i temi trattati; l’incredibile capacità degli scrittori statunitensi (vedi John Fante) di rimanere attuali e fruibili, a differenza, purtroppo, di molti autori italiani. Sinclair non è da meno e riesce benissimo – anche a distanza di un secolo – a sconvolgerti e, infine, a farti arrabbiare.

Già, perché non è cambiato nulla. In tutti questi anni non abbiamo imparato a ragionare come specie, abbiamo solo vestito i problemi con altri tessuti, ma l’essere umano è rimasto un animale individualista, involuto, e per questo destinato all’estinzione. Detto in altri termini: scopiamo la polvere sotto un altro tappeto, aspettando sempre che sia qualcun altro a scoprire come non crearla, quella polvere, evitando così il peso della responsabilità. Oggi i lavoratori non sono più sfruttati a Chicago, ma in zone del mondo che non vediamo (o che non vogliamo vedere). E noi compriamo, compriamo, compriamo… oggetti che non ci servono, prodotti dove una donna, se incinta, viene licenziata o dove un bambino viene messo in catena di montaggio. Prodotti dove i diritti umani vengono calpestati, ora come allora, in favore di un prezzo finale più economico. È la nostra società del superfluo, che paga in saldo con il sangue degli altri, sacrificando l’unico vero bene dal valore incommensurabile: il tempo.

Qualche sera fa ho guardato Cowspiracy su Netflix, un documentario, prodotto da Leonardo di Caprio, sull’allevamento intensivo. Te lo consiglio vivamente. Ti renderai conto che, anche da questo punto di vista, siamo rimasti fermi. Le associazioni che si occupano dell’ambiente sono le prime a non parlare degli effetti devastanti dell’industria del bestiame, puntando tutto sul tema economicamente più “facile” del risparmio energetico. I primi finanziatori di queste associazioni sono i produttori di carne… è ancora il denaro a comandare, non la salute. Forse (forse) non mangiamo più carne marcia, come ai tempi di Sinclair, ma qual è la differenza se la carne che mangiamo avvelena l’aria che respiriamo? O se, questa carne, è imbottita di farmaci? Cosa cambia, dal momento che l’Organizzazione Mondiale di Sanità ha classificato le carni lavorate come cancerogene al pari del fumo di sigaretta? Nulla.

Te lo dico, a scanso di equivoci: non sono vegetariano, vegano o rettiliano. Quando vedo un hamburger comincio a sbavare come il cane di Pavlov. Tuttavia credo sia arrivato il momento di porsi delle domande, curare le cause del malessere, non più i sintomi. Questo sia dal punto di vista economico che da quello alimentare. Continuiamo ad approcciare i problemi in modo politico, neanche fossimo allo stadio a tifare per la squadra del cuore. Parlare di padroni e di oppressi, come se fossero categorie distinte e contrapposte, di partiti e di politicanti, è qualcosa che si poteva fare ai tempi di Sinclair. Oggi è semplicemente primitivo ragionare a compartimenti stagni. Dobbiamo evolverci, ora, passare a un nuovo livello di organizzazione, ripeto, come specie.

Quando leggo libri come La selva oscura, vorrei che un domani l’Uomo potesse prenderli in mano e utilizzarli quali esempi del prima, ma non credo che succederà. Siamo in grado di immaginare in grande, a volte, ma la nostra natura è limitata. Penso sempre agli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo, che atterrano e cercano un mezzo di comunicazione, nella loro immensa superiorità da viaggiatori interstellari. Noi non potremo mai essere come loro. Noi saremmo lì a venderci le tutine spaziali con lo sponsor, a decidere se il viaggio sia vantaggioso a livello economico e a fare a gara per “chi arriva prima”.  Siamo ancora fermi, vorrei dire “al 1906”, ma la verità è che non ci siamo mai mossi.

 

Copia omaggio ricevuta da Gingko Edizioni.