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“Pilota di Stuka” di Hans Ulrich Rudel

Hans Ulrich Rudel (1916-1982), pilota della Luftawaffe, è stato il soldato tedesco più decorato durante la Seconda Guerra Mondiale e, senza girarci troppo intorno, è stato anche un personaggio da record. Qualsiasi numero lo riguardi è, semplicemente, alto. Oltre 2500 missioni, 1300 veicoli nemici distrutti, sopravvissuto a 30 abbattimenti, unico ad aver ricevuto da Hitler la “Croce di Ferro con Foglie d’oro, Spade e Diamanti” (disegnata dal Führer in persona che ha sfogato così, evidentemente, gli intenti artistici mancati: vedi Viaggio al centro della mente di Adolf Hitler). Aggiungi che, nell’ultima parte della sua carriera, Rudel aveva una gamba sola e abbiamo detto tutto.
[Quasi tutto. Se sei fanatico dei numeri vai su Wikipedia: 5 mln di carburante, 1 mln di chili di esplosivo sganciato, 600k chilometri percorsi, ecc.]

Pilota di Stuka è il resoconto della sua guerra. Quella combattuta tra i cieli, in un continuo e interminabile su e giù da un aereo all’altro. Ore e ore di missioni giornaliere, interrotte solo per sostituire o riparare lo Stuka (in tedesco Sturzkampfflugzeug, letteralmente “aereo da combattimento in picchiata”) quando questo diventava inservibile a causa dei colpi nemici. Rudel era una macchina da guerra, tanto quanto i mezzi che pilotava. Unico, peraltro, a permettersi di contraddire (più volte) Hitler quando questi gli chiese di smettere di volare per diventare, in fin dei conti, un simbolo vivente della tenacia e forza tedesca, un eroe vivente a uso e consumo dei giovani da indottrinare.

Questa autobiografia è un’ottima occasione per farsi un’idea del modo di pensare “dall’altra parte” (e non solo), anche se la sensazione, leggendo, è quella di avere a che fare con un uomo che si sarebbe trovato a fare le stesse cose indipendentemente dalla “squadra” di appartenenza. Più che di un nazista si tratta infatti di un guerrafondaio, imbrigliato in ideali più grandi di lui e dettati dall’alto. Per come la vedo io, è innegabile sia stato un fuoriclasse nella sua “professione” ma, comunque, un piccolo uomo.

I valori di Rudel, i suoi ideali, sono legati a un modo di pensare che non mi appartiene. E, ripeto, non tanto perché fosse nazista, quanto perché fautore della guerra come soluzione. Resto convinto che le guerre non esisterebbero se l’essere umano fosse realmente dotato di responsabilità individuale, se non avesse bisogno di indossare l’abito delle idee di qualcun altro per poter mostrare una propria identità (che, paradossalmente, propria non è). Detto in altri termini: se l’uomo avesse il coraggio di opporsi davvero, si rifiuterebbe di imbracciare un fucile, scegliendo di rimanere con i propri cari invece di uccidere o farsi uccidere. Se l’uomo fosse intelligente, le guerre sarebbero combattute da pochi minus habens e, tra questi, ci sarebbero di certo i vari Rudel.

Il fronte che viene raccontato in Pilota di Stuka è principalmente quello russo: la lotta al bolscevismo. Il nemico è uniformato nell’unico nome di Ivan: Ivan guida il carro, Ivan combatte, Ivan pilota gli aerei. La visione semplicistica del guerrafondaio Rudel aiuta sicuramente a dimenticare che il nemico è in realtà un uomo come lui, che lascia moglie, figli, genitori, quando muore. Lo stesso Rudel, però, si indigna di fronte alla mancanza di rispetto nei confronti di chi ha perso, quando lui viene catturato a guerra terminata. Eppure, a ben pensarci, lui è solo un Adolf (consentimi questo gioco). Rudel, che non sa nulla dei campi di sterminio, o fa finta di non sapere. Che poi, se ci rifletti, in entrambi i casi ne esce al pari di un burattino privo di un proprio cervello.

Mi sono sempre chiesto quale sia il pensiero di chi accetti di combattere una guerra. In questo libro ho trovato, forse, una risposta. Rudel nomina sua moglie un paio di volte, mi pare. Ed è qui la risposta. La morte, non l’amore, guida il pensiero di una mente simile.
Una lettura, questa, che dovrebbe essere obbligatoria, perché attraverso la semplicità di uomini come Rudel (cioè la maggioranza, la massa) è possibile comprendere perché siamo una specie che merita l’estinzione.

Copia ricevuta in omaggio da Gingko Edizioni.

“Fuga dal campo 14” di Blaine Harden

Ovvero: dell’Olocausto in realtà non ce ne frega un cazzo. Ma veniamo prima al libro, poi procederò con calma insultando la razza umana.

La storia è nota. Shin Dong-hyuk è uno tra i pochissimi prigionieri che sono riusciti a fuggire da un campo di concentramento della Corea del Nord e, probabilmente, l’unico tra gli evasi a esserci anche nato dentro. Il libro, scritto dal giornalista Blaine Harden, racconta gli anni di prigionia e la fuga di Shin.
Sembra che, al momento, nei campi di concentramento/sterminio/lager della Corea del Nord ci siano all’incirca 200.000 prigionieri, con una prospettiva di vita media di 45 anni. Questi campi si estendono per decine di chilometri e sono visibili con Google Earth. Nei campi l’essere umano non ha alcun diritto: è giustiziabile, stuprabile o torturabile in qualsiasi istante. Ti ricorda forse qualcosa di già visto?
Non basta. I lager della Corea del Nord sono presenti dagli anni 50. Facciamo due conti per vedere se hanno fatto più morti di quelli tedeschi o 60 anni di sterminio sono sufficienti per dare un’idea generale? (Non certo perché sia una gara, ma per capire la portata della cosa.)
Si parla di persone che mangiano topi, serpenti e alimenti non digeriti (recuperati all’interno delle feci), per poter sopravvivere. Che poi, se ti beccano a rubare un topo o un chicco di riso, ovviamente, ti fucilano.
È in questa atmosfera che nasce e cresce Shin, con una mentalità puntata a spiare e tradire i compagni di prigionia (madre compresa), senza nessuna conoscenza di quelli che sono i normali rapporti umani. La madre, per Shin, è una rivale per la spartizione del cibo, nulla di più, come per lei Shin rappresenta solo un peso da nutrire. Il tutto nella convinzione che siano le guardie ad avere sempre ragione, unica voce dall’alto e simbolo di un’autorità divina, mai conosciuta, alla quale obbedire ciecamente.
Il contorno sono abusi sessuali, bambini uccisi a randellate da maestri che insegnano la superiorità del dittatore Kim Jong-un, torture, mestruazioni che imbrattano tuniche mai sostituite, schiavismo, ecc.
Dimenticavo, Shin è nato imprigionato e nel campo dovrebbe morirci in quanto colpevole dei reati commessi dai suoi avi. I reati sono, principalmente, quelli di opposizione politica al regime.

La cosa più difficile da capire, ma che il libro passa bene, è il concetto di “assenza della normalità”. Se una persona nasce in uno di questi campi, senza aver mai visto l’esterno, non conosce nemmeno cosa sia l’esistenza dell’esterno. Stiamo parlando del fatto che non si sappia che la Terra sia rotonda, credo che ciò possa rappresentare una buona sintesi. Non esiste il rapporto umano, se non legato allo spionaggio o al tradimento, quindi nessuna amicizia o amore, neanche familiare. Paradossalmente, chi nasce come Shin all’interno del campo, è più forte e meno portato al suicidio (così dice lui stesso) di chi nasce fuori, perchè non ha alcun confronto con un altro tipo di vita. Nasce e muore schiavo.

Spesso ci si chiede come il mondo sia rimasto a guardare durante lo sterminio effettuato dai nazisti. Io non credo sia molto diverso da quanto succeda con la Corea del Nord. La verità è che non ce ne frega un cazzo, appunto. Probabilmente anche allora non ce ne fregava, finchè la cosa non è diventata economicamente rilevante. In Corea del Nord non c’è petrolio, c’è un dittatore pazzo con l’atomica, è meglio lasciare stare. Mica siamo al Bataclan, la Corea del Nord è lontana e i coreani sembrano tutti uguali, specie nelle loro sudice tuniche.
Io già la immagino la fine di questo regime (perchè finirà, come tutti, e ne riapparirà un altro altrove), quando si entrerà in quei confini vietati e si “scopriranno” le fosse, i milioni di morti, i crimini contro l’umanità. Allora sì che ci si darà dentro con la bandiera della Corea su Facebook, “siamo tutti Shin”, e puttanate varie. Un paio di settimane di shock mondiale e finita lì: “nessuno poteva immaginare”. E via di giornate della memoria, fiori e discorsi. E poi, diaciamocelo, è molto meno faticoso esibire la propria indignazione su qualcosa di ormai immutabile.

C’è anche chi sostiene che il libro sia in parte romanzato. Il che può anche essere, in alcuni punti, ma credo sia inutile stare a discutere sui dettagli, quando i campi si vedono con il satellite, o no? Certo, in TV viene mostrata solo Pyongyang, dove vive l’elite della nazione, ossia una piccola percentuale di benestanti (legati al governo) che lascia alla fame tutto il popolo. Questo non aiuta perchè, se non si vede in TV, allora, non esiste…

Alla fine, volendo allargare lo sguardo, quello che succede all’interno dei lager accade anche nel mondo, fuori. Così come i prigionieri, dentro al campo, tradiscono e pensano solo a se stessi per sopravvivere, nessuno, fuori, è disposto a rinunciare a qualcosa per migliorare o salvare la vita a un altro essere vivente, nell’individualismo più totale. L’Uomo pensa alla sopravvivenza unicamente come individuo, non come specie. Questo ci rende inferiori a tutti gli altri animali presenti sul pianeta. Ci ammazziamo ancora per gli dei, nel terzo millennio, come i primitivi che non sapevano giustificare l’origine dei fulmini.
Spesso si fantastica sul fatto che saremmo destinati a grandi cose, perché abbiamo dalla nostra l’intelletto e una ricca storia. Si elogia la razionalità, la scintilla che ci renderebbe speciali e ci dovrebbe portare verso un futuro migliore. Io credo, invece, che siamo semplicemente una di quelle forme di vita difettose, come un pesce senza branchie, destinati all’estinzione perchè inadatti. Senza che questo sia una colpa, nell’infinito dello spazio e del tempo, siamo uno sputo che non conta nulla, sbagliati nel DNA senza possibilità di rettifica. Leggere storie come questa me lo conferma. Non vale neanche la pena di lottare, il nostro tempo finirà comunque.