“La fine del mondo storto” di Mauro Corona

Devo fare alcune premesse, prima di scrivere di La fine del mondo storto:
• Innanzitutto sento spesso parlare Mauro Corona in tv e sulle sue pagine social, ed ogni volta mi fermo rapito ad ascoltarlo. E’ sempre piacevole ed interessante ciò che ha da dire e concordo con il suo pensiero.
• Ho acquistato d’impulso questo libro, perchè l’ho trovato a un prezzo esiguo, quindi non ho effettuato una scelta. Semplicemente volevo leggere qualcosa di questo autore e ne ho approfittato.
• E’ ritenuto il peggior romanzo di Corona anche dai suoi ammiratori più sfegatati.

Purtroppo, il libro non mi è piaciuto molto. E mi dispiace.

La trama è molto bella e semplice: da un giorno all’altro finiscono tutte le fonti di energia fossili e l’uomo deve trovare un modo per sopravvivere. Il 75% delle persone muore (per il freddo, la fame, la salute), il restante 25% deve reimparare a vivere secondo natura, rispettando l’ambiente e la natura, appunto.

Cosa mi piace (→ tutta la teoria)
L’idea è molto bella, e non è fantascientifica, ma vicina alla realtà. La critica al mondo costruito su falsi valori inutili, sul profitto e l’arrivismo, corrisponde esattamente a quello che penso. La condizione di un uomo, che sa giocare in borsa e usare le tecnologie più avanzate, ma non sa più come si accenda un fuoco, se non con un accendino, è una drammatica verità. Apprezzo e condivido appieno la visione pessimistica dell’essere umano che, come sostiene anche Corona, è un coglione. E’ una bellissima parabola tragica, che dovrebbero leggere tutti, soprattutto i bambini, nelle scuole.

Cosa non mi piace (→ la scrittura)
Per farla breve, questo romanzo di 160 pagine, poteva essere un racconto di 30 pagine, considerando già in 30 pagine un buon grado di ripetitività, per sottolineare i concetti. Tradotto: in 160 pagine c’è un livello altissimo di ripetitività. Chiariamo, vengono ripetuti anche concetti importanti, però quando leggo per tre volte che le discoteche vengono usate come stalle, la situazione stride. E’ chiaro cosa voglia indicare, e concordo, ma una volta è sufficiente. Sembra un libro scritto con rabbia (e forse lo è), ma con una rabbia propria e non comunicativa, quella che non ti fa ragionare bene e ti acceca. Come in quelle discussioni che, dopo un po’, diventano solo la ripetizione delle proprie idee, senza apportare indicazioni costruttive. Io la capisco questa rabbia, e forse è propria di chi ha ancora una inconscia speranza nella razza umana. Personalmente, non avendone, di speranza, faccio fatica a leggerla.

Detto questo, proprio per le premesse indicate sopra, credo proverò ancora un libro o due di Corona, proprio perchè potrei essere cascato sul romanzo sbagliato, con concetti eccellenti, ma male espressi.

“Montagne di una vita” di Walter Bonatti

Conoscevo già, ovviamente, Bonatti per aver visto qualche documentario sulle sue incredibili imprese e per la nota vicenda del K2 (se non la conosci leggila su wiki, è molto interessante), ma non avevo mai letto nessuno dei suoi libri. L’altro giorno quindi, nel vedere questo libro al mercatino, ho colto subito l’occasione. E sono molto soddisfatto.

Che dire, Bonatti era un superuomo, fisicamente portato e predisposto per le imprese impossibili d’alta quota. A livello prestazionale era una spanna sopra tutti gli altri, lo si capisce anche solo leggendo quante volte sia lui a massaggiare gli arti e a curarsi di compagni di viaggio che stanno per finire assiderati. Lui invece, di aiuto, sembra non averne mai bisogno. (Consiglio a tal proprosito di approfondire anche la tragedia del Pilone Centrale del Freney, altra vicenda molto interessante, se ti capita.) Per dirne una: non ricordo in quale delle sue scalate si amputa parte di un dito con una martellata, ma questo non lo ferma, prosegue e termina il percorso prestabilito, senza ritirarsi, pur potendolo fare.

Il libro poi descrive la bellezza di un alpinismo di altri tempi (Bonatti ha scalato dal 1950 al 1965, per poi passare ad altre avventure in giro per il mondo), quando la tecnologia non era presente ed esistevano ancora mappe con indicato “zona inesplorata”. Si parla di zaini pesanti 70 kg, di abiti ed equipaggiamenti lontani da quelli utilizzati ai giorni nostri. E’ un vero e proprio ritorno alla natura avventuriera dell’Uomo.

Tutto questo si condensa in una morale e in una visione ben precisa dell’autore, che spiega quale sia il vero senso dell’impresa e dell’avventura, che non deve essere facilitata dalla tecnologia e dal superamento di ogni limite grazie ad aiuti/scorciatoie. Solo l’utilizzo esclusivo delle proprie forze può legittimare realmente un’impresa. Non ha senso perforare una parete per poter dire di essere riusciti a vincerla, perchè, in poche parole, quella è una cosa che può fare chiunque. Bisogna sapersi adattare ed improvvisare con pochi mezzi.

Qui davvero si parla di una morale ed un’etica che sembra totalmente persa ai giorni nostri. Chapeau.

“Born to run – L’autobiografia” di Bruce Springsteen

Ho nella testa talmente tante cose da dire, che sicuramente ne mancherò qualcuna. Iniziamo con la più semplice: questo libro non è per tutti, ma se ti piace il Boss, se hai almeno due dei suoi album (uno può essere un caso, due no), allora DEVI leggerlo.

Generoso, come i suoi concerti, questo volume conta più di 500 pagine. La prima metà, la giovinezza, è abbastanza difficile, nel senso che è parecchio lenta e spesso, nel tentativo di descrivere l’indescrivibile, rischia di essere un po’ noiosa. E’ davvero complicato capire un’emozione se non la provi personalmente, e Bruce spiega tutte le sensazioni che ha provato sui vari palchi che ha calcato in giovinezza, fin dai bar della sua Freehold. La seconda parte del libro invece cambia registro, diventa più comprensibile a livello emotivo, ed è una cazzo di svolta pazzesca. Non vorresti che finisse mai. Si inizia a intuire da dove il Boss tiri fuori l’ispirazione per la sua musica e le sue poesie, ed è fantastico.

Ho scoperto molte cose su Springsteen che, pur essendo un suo grande fan, assolutamente non conoscevo. Il difficile rapporto con il padre (e la sua malattia mentale), la continua guerra con la depressione, l’ossessione da superlavoro.

Qui si parla di musica vera, di album la cui copertina è stata fotografata in fretta e furia, perchè secondaria rispetto all’importanza delle canzoni. Di un tempo in cui il contenuto era più importante del contenitore, cosa che oggi, nel mondo del “bel canto” e del commercio ad ogni costo, sembra impossibile.

Per sua stessa ammissione, Springsteen dichiara che non si può essere tutti Mick Jagger. (Già, perchè illuminati dalla sua incredibile energia, spesso dimentichiamo che Bruce è stato contemporaneo dei Beatles, degli Stones e di Elvis. E’ la storia del Rock e lui ne fa parte a pieno titolo!) Per dirne una, il Boss non si è mai drogato. E’ una rock star operaia, costantemente al lavoro e bisognoso di divertirsi con il suo pubblico e la sua E-Street Band. Ecco, questa è la cosa che viene fuori maggiormente: la perfetta ed unica integrazione con quello che è il suo pubblico. Chiariamoci, tutti vorremmo vivere come Jagger, ma è ben chiaro, nelle sue esibizioni, che ci sia un muro tra la Star, che deve essere adorata, e le persone normali. Con Bruce questo muro crolla, l’umiltà del Boss è tangibile, lo scambio è a doppio senso. Quello che ne esce da tutto questo, dal libro, da ciò che racconta, è che Springsteen sia proprio una bella persona. Generalmente “rock star” e “bella persona” non potrebbero stare nella stessa frase, ed è per questo che il Boss è unico.

Il mio parere personale è anche che, questo essere così, diciamo, terra-terra, lo abbia penalizzato in alcuni ambiti. Ad esempio, scrive dei testi che sono poesia allo stato puro e, per conto mio, dovrebbe essere posto allo stesso livello di grandi artisti come Bob Dylan, considerati generalmente più significativi a livello letterario.

Ho un unico grande rimorso, che questo libro ha amplificato all’inverosimile. L’anno scorso avrei potuto andare al suo concerto a Milano e non ci sono andato, fondamentalmente per pigrizia stradale. Spero avrò modo di rifarmi.

Dopo aver letto l’autobiografia, ascolto la sua musica con orecchio diverso, sembra una frase fatta ma non lo è. Credo ci sia della stima e del rispetto. La stima è una cosa difficile da provare in questo settore: spesso si ha un idolo, lo si ammira, come una statua sacra, un simulacro. Ma la stima è molto più difficile, ripeto, Bruce è una bella persona.
Nel leggere alcune parti, ad esempio riguardo al rapporto con il padre, alla sua morte, o riguardo alla morte di Clarence “Big Man” Clemons, il suo sassofonista storico, si rischia davvero la commozione.

Leggiti questo cazzo di libro.

Ti lascio con una canzone, una delle mie preferite, perchè è semplice e profonda allo stesso tempo. Downbound train, dal mitico Born in the Usa.

She just said “Joe I gotta go
we had it once we ain’t got it any more”
she packed her bags left me behind
she bought a ticket on the Central Line
nights as I sleep, I hear that whistle whining
I feel her kiss in the misty rain
and I feel like I’m a rider on a downbound train

04/02/2017 – Incubo di mia madre alla finestra

E’ passato quasi un anno dall’ultima volta che ho raccontato qui un mio incubo. Ed è stato abbastanza terapeutico, devo dire. Cioè, non che nel frattempo non mi sia svegliato almeno una volta alla settimana urlando, capiamoci, ma erano tutti incubi “normali”, come sognare di essere aggredito durante la notte o simile. Nulla che facesse sanguinare gli orifizi della sanità mentale. Però adesso ci risiamo.

Sono seduto sul letto con mia moglie, non ricordo bene se a parlare, credo di si. La luce nella camera è accesa e il letto è fatto, c’è una trapunta colorata che utilizzavo da bambino/adolescente (che in realtà sarebbe singola, ma nel sogno è matrimoniale). Fuori c’è quasi buio, è sera. La casa, che nel sogno è la mia, nella realtà sarebbe quella di mio zio, in cui io non ho mai abitato. La camera da letto si affaccia sul balcone, come le due camere adiacenti. A un certo punto mia moglie ha un sussulto e poi dice, guardando la finestra: “ah, è tua mamma”, come se fosse la cosa più normale del mondo. Peccato che sul balcone non può esserci arrivata in nessun modo, perchè siamo al primo piano e il balcone non ha collegamenti con il piano terra. Mi giro e la vedo per un secondo, prima che si sposti. Noto che ha un colorito strano, sul grigio. Vado alla portafinestra e, guardando oltre il vetro e le inferiate, la vedo che è nella stessa posizione di prima, ma posta davanti alla portafinestra della camera a fianco. Busso sul vetro per farla tornare, e lei torna. A questo punto la vedo bene, la pelle è tendente al bianco/grigio, così come i capelli (che nella realtà non lo sono), è sospesa da terra, ed è così che si è mossa, senza camminare. Il volto dimostra una decina d’anni in più del dovuto e guarda nella stanza con lo sguardo fisso, ma non fisso su qualcosa o su di me, fisso nel vuoto, senza vedermi. A questo punto urlo qualcosa, una frase, forse una domanda, ed è così che mi sveglia mia moglie. Non ricordo cosa stessi dicendo/urlando. Peccato.

“Split” di M. Night Shyamalan

Faccio un po’ fatica a parlare di questo film, non so perchè. Forse perchè ha delle potenzialità inespresse, o perchè da Shyamalan mi aspetto sempre possa saltare fuori un nuovo Sesto senso / Signs. Non è così, però siamo anche lontani dalle schifezze come E venne il giorno o After earth. Ecco, ci piazziamo più nella zona media, in quella fascia ombreggiata del visibile ma dimenticabile.

Prima le cose belle: le protagoniste femmininili (e non mi riferisco a McAvoy travestito da signora delle poste de I soliti idioti), le pisellabilissime fanciulle che vengono rapite dal pazzo dalle duecentomila personalità. So che ci saranno dei benpensanti che diranno subito: “ma hanno 15/16 anni!”. Col cazzo. Nel film ok, ma nella realtà la più giovane è del ’96. Quindi si, son pezzi da 90, ma nella parte legale dei 90. Ci saranno anche dei buongustai che vorranno vederle, eccole:

split-girls

Per quanto riguarda Muccin.. ehm.. McAvoy, invece, a mio parere, non regge con i grandi schizzati del passato. E’ bravo eh, ma non mi ha fatto impazzire. Sullo stesso tema preferisco Edward Norton in Schegge di paura. Ti sparo un confronto Muccino/McAvoy così almeno ti fai due risate:

mcavoy-muccino_500

La grande, enorme, macroscopica pecca di questo film è una fondamentalmente. Se hai visto il trailer hai visto già tutto. Non c’è molto di più di quanto mostrato nei 2 minuti di promozione infatti, ed è un peccato.

La spoilerata finale: cazzo c’entra il Bruce Willis di Unbreakable a fine film? Niente, a mio parere. Si, ho visto l’intervista di Shyamalan che spiega come il personaggio di Split dovesse essere presente in Unbreakable, e di come sia stato tagliato. Ho anche sentito che dovrebbe uscire un terzo film che comprende gli universi di questi due titoli. Sinceramente non ne sento la mancanza. Si può anche vivere senza dover creare un multiverso Marvel dove non ha senso di esistere, anche se è di moda.

“Arrival” di Denis Villeneuve

Finalmente un film di fantascienza con i controcazzi. Era da parecchio che non uscivo soddisfatto dalla sala, dopo un pellicola di questo genere. Ho visto qualcosa di molto buono comodamente sul mio divano, ma al cinema penso di dover tornare indietro a Interstellar o Prometheus. Peraltro di Villeneuve conoscevo solo il bellissimo thriller Prisoners, e sono quindi molto contento mi sia piaciuto anche Arrival, poichè la cosa mi fa ben sperare per Blade Runner 2049.

Questo non è un film per tutti. Cioè, se vuoi le sparatorie, le spade laser o Will Smith che prende a calci in culo un alieno, forse è meglio che vai a vederti Assassin’s Creed, che io non ho visto sia chiaro, ma mi sembra più idoneo alle tue aspettative. Io con la fantascienza voglio pensare, ho questo brutto vizio. E Arrival ti fa pensare parecchio, tanto che chi era con me non ha ben compreso tutte le sfumature fino in fondo.

Trama nota e semplice: arrivano gli alieni, cosa vogliono? Come comunicare? Come affrontare l’incapacità di intendersi?

Oggi sono molto buono e non voglio spoilerare niente, non lo so perchè. Ma è un buon segno, ho talmente desiderio che tu veda questo film che non voglio proprio rovinarti nulla. C’è davvero tutto: dalla riflessione sul tempo (sui viaggi nel tempo, tanto cari ai nerds e ai paradossisti), a quella sul linguaggio come forma mentis. C’è poi un durissimo confronto tra una civiltà evoluta e la vostra (si, vostra, io ho deciso di essere un eptopode), primitiva. Su quest’ultimo punto, il film offre una spietata idea realistica di come potreste apparire voi umani ad una specie superiore, nella vostra piccolezza (sisi, eptopode!).

E’ uno di quei film che, se visto più volte, continua a offrire nuovi dettagli e sfumature, nuove logiche. Vai a vederlo, potresti imparare qualcosa, e magari poi sarai pronto per condividerla con me!

“Aria sottile” di Jon Krakauer

Tempo fa avevo visto il film Everest di Baltasar Kormákur (di cui avevo anche scritto) e ne ero rimasto talmente colpito da continuare a pensare a quella tragedia del 1996. Avevo intenzione di leggere il libro di Krakauer già da allora, ma poi, sai come vanno le cose, il progetto era stato accantonato. Ora finalmente ci sono riuscito. Di Krakauer avevo già letto Nelle terre estreme, da cui è stato poi tratto il film Into the wild di Sean Penn, altra storia/film/vita estremamente ricca ed interessante, ed ero quindi pronto ad un’altra buona lettura. Non sono certamente rimasto deluso, nonostante i due libri siano molto diversi tra loro: Nelle terre estreme è più un lungo reportage basato su un’indagine giornalistica, mentre Aria sottile è un resoconto in prima persona, essendo Krakauer uno dei membri superstiti della spedizione sull’Everest del 1996.

La storia è nota: durante la conquista della vetta dell’Everest, il 10 maggio 1996, nove alpinisiti persero la vita. La gran parte di questi perì nella fase di discesa, poichè sopraffatta da una perturbazione, neanche troppo straordinaria per quella altitudine. Krakauer era membro della spedizione commerciale guidata dal Rob Hall, insieme ad altri clienti che sborsarono la cifra di 60/70mila dollari per farsi traghettare alla meta. Tra i morti anche Scott Fischer, altro grande alpinista, alla guida di un’altra spedizione commerciale, unitasi a quella di Rob Hall per l’assalto alla vetta.

Sono davvero tantissimi i fatti e gli errori che hanno portato a questo tragico evento, Krakauer li sonda uno ad uno, accollandosi anche la responsabilità per la morte di una delle aiuto guide, Andy Harris. Ma non intendo stare qui a fare un elenco delle cose che, secondo lo scrittore o secondo varie personalità del regno della montagna, potevano essere fatte meglio o meno. (Una di queste, la più famosa, è un’annosa disputa con un’altra aiuto guida, il fortissimo Anatoli Boukreev, sulla questione dell’utilizzo delle bombole d’ossigeno in vetta, da parte delle guide stesse).

Quello che il libro ti lascia non è questo, non è una mera indagine, sebbene sia presente. Quello che Karkauer è bravissimo a far capire all’uomo comune, cioè a chi non ha idea di come si viva oltre gli 8000 metri, è che a quell’altitudine si muore, non si vive. In quella “zona della morte” l’unica cosa da fare è essere veloci a salire e scendere, poichè appena la si raggiunge il corpo inizia a soccombere, non è progettato per sopravvivere lassù. Fine. Con un terzo dell’ossigeno, azioni all’apparenza semplici, come aprire o chiudere una valvola dell’ossigeno, sono molto complesse, non solo da compiere, ma anche da pensare. Ogni piccola azione, è un atto di forza. Di fronte a tutto questo le varie accuse, semplicemente, crollano. Non ci si dovrebbe neanche chiedere di chi sia la responsabilità delle morti, poichè la responsabilità è individuale, di chi sceglie di correre tale rischio. Lo sforzo è tale che i piccoli aiuti sono atti eroici, e gli aiuti che non si riescono a dare sono la normalità. Ci sarà anche un motivo se il percorso è letteralmente cosparso di cadaveri che non si possono riportare indietro, perchè chi muore rimane lì.

Ho sempre grande ammirazione per le esperienze al limite. L’ho avuta per personaggi come Alexander Supertramp o Ambrogio Fogar, e non posso non averla per chi ha vissuto la tragedia del 1996, per i vivi e per i morti. Ho l’idea che queste persone muoiano facendo ciò che amano, sfidando il limite dell’umano e riportando la vita ai suoi concetti base, primordiali. Chi può dire di vivere così intensamente nella banale vita di tutti i giorni, dove spesso si aspetta solamente che il tempo passi?

“Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali” di Tim Burton

Un film che poteva essere migliore in almeno mille modi diversi. Inizio ad essere abbastanza pessimista riguardo al declino di Tim Burton, saranno 10 anni che non fa un film “a livello”.

Non so neanche da dove iniziare. La trama è banale, scarna. Ci sono i buoni, ci sono i cattivi, i cattivi (guardacaso) vogliono far fuori i buoni. Non è che succeda molto altro. Esteticamente è anche piacevole, compaiono in parte le caratteristiche del cinema di Burton nella creazione fisica dei personaggi e dei mostri, ma si limita solamente a questo. Nel mio cinema ideale l’estetica è al servizio della trama e non viceversa, perchè se non c’è trama, mi annoio.

I temi sviluppabili potevano essere tantissimi. A livello fantascientifico quello sempre intricato dei viaggi nel tempo con i suoi paradossi, a livello umano quello del “diverso”, a livello storico il nazismo con i suoi mostri. Ci poteva anche stare una rivalutazione dei vecchi valori nonno-nipote, se fosse stata approfondita. O una visione alterata della realtà, come avveniva in Big Fish. Niente di tutto questo, solo superficie.

Se penso che sono andato a vedere questa roba e non sono riuscito per tempo a beccare Captain Fantastic mi tiro una martellata nelle palle. Un mese di programmazione il primo, quattro giorni il secondo. Che pubblico di merda, diciamolo. Prove concrete: top ten di dicembre al cinema, cinque film sono italiani. Osservare la qualità dei titoli e piangere (o bestemmiare).

“Putin – Vita di uno zar” di Gennaro Sangiuliano

Difficile parlare di questo libro, richiederebbe una discussione prolungata, tanti sono gli argomenti toccati. Non ho quindi intenzione di addentrarmi nei singoli fatti, poichè ogni vicenda richiederebbe la giusta trattazione. Sarò quindi sintetico e di parte. Sangiuliano è chiaramente un sostenitore di Putin, così come lo sono io, e ne evidenzia quindi tutti i lati positivi. Ne descrive la storia dalla nascita nel 1952 fino al 2016, passando per le guerre, le rielezioni, il miracolo economico russo, il terrorismo, l’Isis e tutto ciò che ne segue.

Ogni evento è basato sui fatti, senza false congetture o complottismi, quindi non ci sono dietrologie. Putin viene descritto come un uomo d’azione, che si è costruito da solo e si è guadagnato tutto quello che ha ottenuto. Dati alla mano, Putin ha sconfitto l’oligarchia riportando i beni al popolo, ha consentito che la poverta passasse dal 35 al 15% con la creazione di un benessere diffuso, che alcune piaghe sociali come la criminalità e l’alcolismo venissero pesantemente ridimensionate. C’è un capitolo intero di dati matematici sul confronto pre e dopo Putin che rende impossibile non considerarlo un parente di Superman. Oltre alle sue doti strettamente personali, intendo (tipo l’essere campione di Judo).

La cultura russa è talmente diversa dalla nostra che qualsiasi critica mi pare sinceramente impossibile (e inaccetabile). Si può non essere d’accordo con i metodi (forse), ma la coerenza è innegabile. Per un occidente che è abituato a dare lezioni di umanità, mentre da sempre vive rubando alla parte povera del mondo, Putin non può che essere un nemico. Per un binomio Europa-Usa che gozzoviglia nell’ipocrisia della falsa democrazia, un uomo del genere è un pericolo.

Si, sono uno di quelli che ritiene positivo ciò che è stato compiuto in Cecenia. Le guerre si fanno con i morti, non con le foto dei bambini, questa è la realtà. Pochi mesi, tutto risolto. Siamo così (falsamente) occupati a difendere i diritti di tutti che restiamo immobili. Putin è sicuramente fatto di un’altra pasta, la Russia è fatta di un’altra pasta. E’ un paese dove, dal 2000 in poi, gli interessi economici vanno a beneficio del popolo, non ci siamo abituati.

A qualcuno questo machismo economico-culturale potrebbe sembrare arretrato, ma perchè? Noi siamo forse più avanti? Dovremmo fare un passo indietro e imparare da chi vive ancora legato ai valori delle “antiche” potenze. Poi sicuramente si potrà riprovare a fare nuovi passi avanti, magari stavolta, non con i piedi nella merda.

“Rogue One: A Star Wars Story” di Gareth Edwards

La vicenda penso sia ormai nota a tutti, e per una volta farò una breve sintesi. Mooolto breve. Il film parla di come sia stato scoperto il punto debole della Morte Nera, che verrà distrutta in Star Wars: Una Nuova Speranza, attraverso il furto da parte dei ribelli dei piani di costruzione della macchina-pianeta.

E’ sicuramente un film divertente, come tutti i film della serie di Star Wars (ad eccezione de La minaccia fantasma, che faceva proprio cagare). C’è ritmo, frenesia, non ci si ferma mai. Però. Verrò sicuramente messo in croce per quanto sto per dire, quindi ci tengo anticipatamente a sottolineare che ritengo tutta la saga godibilissima ed unica nel suo genere. Il pregio principale di Star Wars è quello di portarti totalmente in un altro mondo, dove è normale tutto quello che accade. Cioè, si può mettere in dubbio la trama, alcuni personaggi, ecc., ma non si mette mai in dubbio la veridicità di questo universo parallelo costruito benissimo. E questo è grandioso. Ma..

Ma.. Star Wars Rogue One manca, a mio parere, totalmente di empatia, come tutti gli altri episodi. I personaggi sono divertenti, ci si affeziona come ci si affeziona a un bel giocattolo, ma tutto finisce qui. Un esempio: l’umanità del Ford-Deckard è totalmente superiore a quella del Ford-Solo (si, lo so che non c’è Harry in questo episodio!), e di conseguenza anche il coinvolgimento emotivo. Certo non si può avere tutto, Star Wars ha creato un mondo, ed è già moltissimo. Tuttavia, l’estremo fanatismo creato da questa saga lo considero esagerato, nella fantascienza preferirò sempre un Blade Runner, Alien o Interstellar. Potrei forse dire riguardo a Star Wars la temibile frase “visto uno visti tutti”. Che poi sia un piacere vederli tutti è sicuro, ma una volta visto il primo, la novità, l’innovazione, il coinvolgimento, sono da un’altra parte e non certo in tutto quello che è seguito. Diciamo che per me Star Wars equivale ad una serie televisiva ad altissimo costo.

Ah, altro pregio è sicuramente l’operazione vintage/amarcord in cui ci sono ancora superpulsanti giganti sulle astronavi, come nella fantascienza anni ’70. Ed i cattivi cascano come mosche (quelle armature bianche devono proprio valere un cazzo). Insomma, il bello del rivivere un cinema dei tempi andati (con tanto di attori della trilogia originale resuscitati con la computer grafica).

Sarò estremamente sintetico, ed in questa conclusione spoilero, quindi non leggere se devi ancora andare al cinema: alla fine di Rogue One muoiono tutti, solo che non te ne frega un cazzo. Ed in questo c’è qualcosa che non funziona.

La vita, l'universo e tutto quanto.