“Sei già ricco ma non lo sai” di Riccardo Spada

Pensavi di esserti liberato del mio studio sulla finanza personale, eh? In effetti te ne ho dato modo, l’ultimo post su un libro riguardante questo tema risale a maggio dell’anno scorso (ho controllato). Non è che nel frattempo io non mi sia dedicato all’argomento, solo che mi sono spostato dal cartaceo all’audiovisivo, tutto qui. Anzi, è proprio da Youtube che devo partire per spiegarti come sono arrivato a Sei già ricco ma non lo sai di Riccardo Spada. In effetti ho seguito il corso Educati e finanziati sul canale di Paolo Coletti (professore e, successivamente, divulgatore youtuber) e, arrivato all’ultima puntata, lo stesso Coletti aveva come ospite Riccardo Spada e invitava a “proseguire il corso” ascoltando il suo podcast The Bull – Il tuo podcast di finanza personale su Spotify (perlomeno io l’ho ascoltato lì).

Ma andiamo per ordine, che se no mi perdo.
Per prima cosa ti consiglio il corso di Coletti su Youtube, su questo non c’è dubbio. È un corso informativo e spiega parecchie cose di finanza senza illuderti di fornire un qualche trucco per diventare ricco in breve tempo. In pratica è un corso per persone intelligenti, non per chi è alla ricerca di presunte magiche scorciatoie. Certo, all’inizio ti sembrerà di sapere già molto, ad esempio nella puntata dedicata ai conti correnti, ma in ogni puntata c’è sempre quella chicca per cui vale la pena ascoltare anche il già sentito.
Per seconda cosa (non per forza come seconda, però) ti consiglio anche il podcast The Bull. Vale tutto quanto già detto sopra (ma senza tabelle Excel). Al momento credo che sia attorno alle 180 puntate da 20/30 minuti l’una, io sono circa alla quarantesima e lo ascolto rigorosamente in ordine cronologico. Spada è molto chiaro e anche lui fa informazione, non magheggi da “fuffa guru”.

Una precisazione. C’è un motivo per cui continuo ad ascoltare e leggere cose che, ormai, in parte già conosco abbastanza bene. Come dice Spada nel suo libro, la finanza personale è fatta anche da tanta psicologia: investire richiede disciplina e razionalità per non lasciarsi trasportare dalle emozioni del momento (che possono essere entusiasmo o paura, entrambe molto dannose). Quindi, o sei circondato da persone giuste con le adeguate competenze che ti accompagnano lungo il percorso offrendoti i giusti stimoli (non è il mio caso), o questi stimoli li devi cercare nelle voci di chi scrive e parla di finanza personale in modo intelligente e costruttivo. È un po’ come avere a fianco un trainer che ti dice “vai, vai vai” e ti dà la giusta carica anche nei momenti bui. Lo sforzo lo fai tutto tu, ma a volte aiuta che qualcuno ti dica che non stai facendo troppe cazzate.

Veniamo al libro che, come di consueto in questo settore, ha un titolo “accattivante”. Ecco, questo, se lo aggiungiamo al tipico accento milanese di Spada, potrebbe fare storcere il naso a qualcuno, ma è solo una facciata. Sei già ricco ma non lo sai è un manuale molto completo che spiega le basi per la gestione delle proprie finanze. Che poi sono, appunto, le “solite” cose, ma dette in modo chiaro e comprensibile per tutti. Pilastri, asset allocation, strumenti finanziari, eccettera. È un manuale che dovresti leggere? Sicuramente sì, soprattutto se non hai intenzione di andare a farti consigliare dal consulente della banca, magari munito di un barattolo extralarge di lubrificante.

Sia il libro che il podcast di Spada, poi, ti faranno entrare in una ragnatela di ulteriori letture (cosa che mi piace parecchio). Molte erano già nel mio elenco dei libri da comprare, altre già sulla mensola dei comprati, ma altre ancora me le sono segnate. Come dicevo, la finanza personale viene affronata a 360°, con tanto di spiegazione di bias (costrutti mentali tipici della nostra natura che ci inducono in errore) e psicologia. Questo mi è piaciuto molto, non a caso sulla famosa mensola c’è anche il più volte citato Pensieri lenti e veloci di Kahneman (che non ho ancora trovato il coraggio di affrontare).

Credo di aver finito per ora, anche perché il mio cane mi sta guardando male perché vuole uscire (è uno sguardo che dice: «Se hai intenzione di lasciarmi qui sul pavimento ad annoiarmi puoi portarmi pure in un canile a morire di stenti e privazioni»). Tranquillo, che mi sa che al prossimo giro ti ripropongo Hap & Leonard. Vedremo.

Libri che ho letto per accrescere le competenze finanziarie e/o personali:
Padre ricco padre povero di Robert T. Kiyosaki (1997)
Giocati dal caso di Nassim Nicholas Taleb (2001)
Capire l’economia for dummies di Roberto Fini (2014)
Il metodo Warren Buffett di Robert G. Hagstrom (1994 aggiornato 2014)
Il piccolo libro dell’investimento di John C. Bogle (2017)
Diventare milionario con uno stipendio normale di Andrew Hallam (2018)
Investire for dummies di Massimo Intropido (2020)
La psicologia dei soldi di Morgan Housel (2020)
L’economista sul tapis roulant di Luciano Canova (2023)
Sei già ricco ma non lo sai di Riccardo Spada (2024)

“Hap & Leonard – Il mambo degli orsi” di Joe R. Lansdale

Terza avventura di Hap & Leonard, Il mambo degli orsi, è forse anche la storia più drammatica di questa serie tra quelle che ho letto fino ad ora (sono solo al terzo episodio eh). Il livello di tensione è stato davvero palpabile e, per la prima volta, anche la sensazione che la strana coppia non sia poi così invulnerabile. Lansdale è riuscito ancora a giocare nuove carte, a rinnovare il repertorio e tirar fuori dal cilindro un coniglio che è un po’ diverso dai conigli precedenti.

Florida, ex di Hap conosciuta nel secondo episodio, è scomparsa improvvisamente mentre indagava su uno strano suicidio avvenuto nella prigione di Grovetown. Il problema è che Grovetown sembra uscita da un altro tempo: il razzismo è di casa, la diffidenza e l’odio verso lo straniero e il diverso sono all’ordine del giorno e il Ku Klux Klan non è mai passato di moda. Hap e Leonard si trasferiscono in loco per indagare ma la cosa è parecchio complessa perché Leonard è nero, Leonard è gay e Hap è amico di un nero per di più gay. Non ti anticipo altro, ma sappi che l’ambiente di Grovetown è davvero ostile e che i nostri due eroi si beccheranno uno dei pestaggi più duri e spietati che abbiano mai avuto modo di ricevere.

Fare una classifica dei vari episodi di Hap & Leonard è difficile, perché in qualche modo ognuno è diverso (per ora) dal precedente. Ho preferito il secondo episodio per la trama, più complessa, ma il terzo è stato di certo migliore per la tensione drammatica. Il duo è sempre un duo “comico”, ma ne Il mambo degli orsi Lansdale riesce a mostrare tutta la fragilità e il lato umano di personaggi che sembravano indistruttibili. Inoltre il tema del razzismo è trattato in modo autentico, rude, senza farti venire l’orticaria per i falsi buonismi. E tutto questo senza contare l’umorismo tra i due protagonisti che ricorda quello delle vecchie coppie bianco/nero nei polizieschi come Arma letale (che oggi difficilmente potremmo vedere al cinema).

Ho già sullo scaffale il secondo tomo Einaudi che contiene i successivi tre romanzi della serie, quindi con Hap & Leonard non è finita qui. Sono davvero contento di averli incontrati.

Libri che ho letto di Joe R. Lansdale:
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)
Il mambo degli orsi (1995)

“La conquista del K2” di Ardito Desio

Nel 2024 si è celebrato il 70° anniversario della spedizione italiana che per prima, nel 1954, conquistò la cima del K2. La conquista del K2 è il resoconto che Ardito Desio scrisse all’epoca, ristampato oggi nella collana Exploits di Corbaccio (una collana che ho scoperto da poco ma che presenta un’infinità di titoli interessanti e che quindi frequenterò molto).

La cosa che mi ha colpito, ancor prima di leggere il libro, è stata l’età di Desio all’epoca dei fatti. Classe 1897, Desio aveva 57 anni quando guidò la spedizione. Certo, rimase al campo base e le fatiche più rischiose gravarono sulle spalle di alpinisti più giovani (tra i quali un ventiquattrenne Walter Bonatti), tuttavia fa impressione pensare a quanta energia dovesse avere in corpo un quasi sessantenne in un periodo storico nel quale a sessantanni eri ormai “anziano” (nel dubbio è sufficiente dare un’occhiata alle foto di famiglia e osservare con cura i suoi coetanei di allora). Desio, evidentemente, era fatto di un’altra pasta.

La lettura è molto scorrevole e coinvolgente, non sente per nulla il peso del tempo. È presente anche un interessante inserto fotografico, molto utile per dare un volto ai protagonisti e una fisicità ai luoghi (un paio di foto originali, tuttavia, sono talmente poco definite da risultare inutili, ma questo è più divertente che fastidioso). La ricostruzione di Desio è avvincente – ad esclusione delle ultime pagine dedicate agli scopi scientifici della spedizione – tutta la parte alpinistica scorre che è un piacere. Onestamente non me lo aspettavo, sembra un libro scritto ieri e non settant’anni fa.

Mi fa poi sempre molto riflettere pensare che queste prime ascensioni sugli ottomila venivano tentate con un equipaggiamento tecnico “primitivo”, rispetto agli standard ai quali siamo abituati oggi. Probabilmente un normale escursionista odierno che compie un trekking di medio livello sarebbe molto meglio equipaggiato.

Questa è anche la spedizione della polemica di Bonatti sulla ricostruzione di Desio. Non mi prolungherò sull’argomento (trovi davvero tanto online) ma, principalmente, riguarda un contenzioso sull’utilizzo delle bombole di ossigeno. Il tempo (il tanto tempo, quasi cinquant’anni) ha dato ragione a Bonatti che riteneva ci fosserò alcune, chiamiamole, imprecisioni nel resoconto di Desio e nelle modalità di conquista della vetta da parte di Lino Lacedelli e Achille Compagnoni. Per come sono andate le cose, forse Bonatti si sarebbe meritato più di tutti di arrivare per primo in cima al K2.

Come ti dicevo, ho in mente di recuperare altri titoli della collana Exploits, quindi ci risentiremo presto.

Libri sul genere storie vere/sopravvivenza estrema che ti consiglio perché mi sono piaciuti molto (ecco perché non c’è Walden di Thoreau nell’elenco):
12 anni schiavo di Solomon Northup (1853)
La verità sul Titanic di Archibald Gracie (1913)
Papillon di Henri Charrière (1969)
Tabù di Piers Paul Read (1974)
Verso il Polo con Armaduk di Ambrogio Fogar (1983)
127 ore di Aron Ralston (2004)
Wild di Cheryl Strayed (2012)
Fuga dal Campo 14 di Blaine Harden (2012)

Nella serie Exploits di Corbaccio:
La conquista del K2 di Ardito Desio (1954)
Nelle terre estreme di Jon Krakauer (1996)
Aria sottile di Jon Krakauer (1997)
Z – La città perduta di David Grann (2005)

“Hap & Leonard – Mucho Mojo” di Joe R. Lansdale

Leonard eredita una casa e un po’ di denaro dal defunto zio Chester. La casa è in un pessimo quartiere e necessita di una ristrutturazione, per questi motivi Leonard ospita Hap, sottraendolo a un lavoro precario, e i due insieme cominciano i lavori. Sotto la casa trovano il corpo di un bambino e tutta una serie di prove che apparentemente fanno sembrare zio Chester un serial killer pedofilo… Ovviamente è solo l’inizio di una storia che porterà a una lunga indagine, scazzottate (anche con i vicini di casa), amori difficili e altrettanto difficili collaborazioni con la polizia.
D’altra parte Mucho Mojo è un’espressione che ha un significato con molte sfaccettature, ma quello che è chiaro è che indichi una sfiga malefica.

Hai presente quello che ti dicevo di Una stagione selvaggia? Che mi sarebbe piaciuto avere un filino in più di empatia con i personaggi e una maggiore profondità psicologica? Ecco, Lansdale, in qualche modo, dal passato, mi ha ascoltato. Non che il romanzo precedente non mi fosse piaciuto ma Mucho Mojo, a mio parere, gli è di gran lunga superiore. La struttura è più complessa e coinvolgente, vieni catturato dalla curiosità di sapere cosa sia realmente successo ai bambini scomparsi (eh sì, perché sono più di uno). Inoltre anche il finale mi è parso costruito meglio, senza l’accelerazione delle ultime pagine che avevo notato nel primo Hap & Leonard. Probabilmente tutto questo è dovuto anche a una maggiore lunghezza del romanzo, che sfiora le 300 pagine.

Sono contento – Hap un po’ meno perché soffre le pene d’amore e Leonard vive i disagi legati alla propria omosessualità – ma io sono contento proprio perché questa volta, Lansdale, è riuscito a farmi soffrire (e ogni tanto gioire) insieme ai suoi personaggi. Aggiunto al suo incredibile stile e alle sue fantastiche idee, questo diventa un mix che si avvicina alla perfezione.

Ci sentiamo presto con Il mambo degli orsi, Hap & Leonard hanno tutte le carte in regola per diventare una droga, io ti avviso.

 

Libri che ho letto di Joe R. Lansdale:
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)
Mucho Mojo (1994)

“La voce degli uomini freddi” di Mauro Corona

La voce degli uomini freddi è il diciannovesimo libro di Mauro Corona che leggo. Non ho letto tutto quello che ha scritto ma posso dire, ormai, di avere una certa conoscenza dell’autore e dei temi che gli sono cari.

Questo romanzo parla di un popolo laborioso e silente che vive tra le montagne, dove nevica sempre, anche d’estate. Dieci secoli di storia, tante tragedie e quasi nessuna gioia: questa è la vita degli uomini freddi. Vittime di valanghe e esondazioni, incompresi dal mondo moderno e osteggiati dal progresso delle città, gli uomini freddi cercano di sopravvivere portando avanti valori e usanze di un tempo antico, che poco ha a che fare con la frenesia odierna.

Raccontato in gran parte con uno stile fiabesco, La voce degli uomini freddi è praticamente privo di dialoghi. Corona narra le gesta di un popolo senza fermarsi troppo sui singoli elementi. C’è qualche storia relativa a personaggi caratteristici, ma non si spinge mai, per capirci, a dare un nome ai soggetti di cui parla. Uno stile che mi ha ricordato molto La fine del mondo storto, uno stile che si presta molto bene a un racconto e meno bene a un romanzo.

Le intenzioni sono buone, i messaggi ottimi, il metodo lascia a desiderare. Corona mi trova d’accordo su buona parte di quello che comunica, il problema è che la modalità di comunicazione inizia un po’ a sembrare quella di un vecchio che dice: «Cosa ne sapete voi dei sacrifici!»
Il boomerismo, insomma, è dietro l’angolo.
Anche la metafora – per nulla velata – con la tragedia del Vajont non può che trovarmi concorde: l’accusa ai potenti e ai giochi di interesse economico riproduce ciò che realmente è avvenuto nel 1963 e non c’è nulla da obiettare. Si poteva essere più sottili? Sì, ma forse è anche vero che tante persone, per comprendere, hanno bisogno che vengano loro spiattellate davanti le cose senza troppi giri di parole… non lo so, magari anche Corona potrebbe avere le sue ragioni nello scegliere questo stile di comunicazione con i suoi lettori.

Ho finito i libri di Corona che avevo sulla mensola, in definitiva non penso che ne arriveranno altri. Credo che questo autore mi abbia detto tutto quello che poteva dirmi o, forse, tutto quello che ero disposto a sentirmi ripetere.

Libri che ho letto di Mauro Corona:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
L’ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005)
I fantasmi di pietra (2006)
Vajont: quelli del dopo (2006)
Cani, camosci, cuculi (e un corvo) (2007)
Storia di Neve (2008)
Il canto delle manére (2009)
La fine del mondo storto (2010)
Come sasso nella corrente (2011)
La casa dei sette ponti (2012)
Venti racconti allegri e uno triste (2012)
La voce degli uomini freddi (2013)
Confessioni ultime (2013)
Quasi niente con Luigi Maieron (2017)
L’ultimo sorso – Vita di Celio (2020)

“Trento 1475 – Storia di un processo per omicidio rituale” di R. Po-chia Hsia

Di solito cerco di evitare testi ad attinenza religiosa perché, come sai, sono abbastanza ostile alla questione del fantasy che ha influenzato e influenza le nostre vite (e questo non fa bene alle visite del blog). Eppure, nel giro di un mese, eccomi qui a parlarti di un altro libro, dopo In nome del cielo, che con gli dei e le credenze ha molto, se non tutto, a che fare.

Trento 1475 – Storia di un processo per omicidio rituale racconta come sia nato il culto di Simonino da Trento. R. Po-chia Hsia, insegnante di Storia alla Pennsylvania University, ricostruisce gli eventi che nel 1475 hanno portato all’accusa di omicidio nei confronti della comunità ebraica di Trento con il successivo processo, le torture e le lotte di potere annesse. La base di tutto è il manoscritto Yeshiva di circa 600 pagine, che è passato di mano in mano da allora fino ai giorni nostri. Non è chiaro da chi sia stato commissionato, quello che è chiaro è che intendesse dare fondamento alle accuse nei confronti degli ebrei.

Un passo indietro. Brevemente: nel 1475 un bambino di due anni, Simone, viene ritrovato nell’interrato della casa del principale rappresentante della comunità ebraica (composta da poche persone, una ventina, mi pare) di Trento. L’interrato è facilmente raggiungibile dall’esterno, grazie alla presenza di un canale d’acqua, in pratica chiunque potrebbe aver “incastrato” gli ebrei e aver fatto trasportare il cadavere dalle acque. Tutti gli elementi della comunità vengono torturati fino alla confessione. Qui il testo è molto specifico su come avvenga la tortura: in pratica il malcapitato di turno viene seviziato fino a quando non solo confessa l’omicidio, ma lo confessa esattamente come hanno in mente i torturatori. Il torturato deve imparare a memoria una sorta di copione, a forza di strattoni di corda, finché non è in grado di ripeterlo correttamente senza correzioni da parte dei torturatori. Una cosa tipo “riavvolgi e ripeti”. Ovviamente il finale è quello classico: roghi, ossa spezzate, conversioni forzate.
Dopo questo episodio nasce il culto di Simonino, prima ostacolato ma poi accettato dalla chiesa, che – senti bene – rimane ufficiale fino al Concilio Vaticano II del 1965.

Sono stato molto veloce nel riassunto, ma ti assicuro che l’autore entra bene nel dettaglio spiegandoti tutte le lotte di potere che in quel periodo hanno influenzato la vicenda. Lotte che gli ebrei subiscono in modo passivo ed è ben chiaro che il loro destino sia segnato in modo del tutto indipendente dal finto processo. La loro colpa è quella di essere elementi scomodi (prestatori autorizzati di denaro, ecc.) in una società che cerca nei rituali e nelle stregonerie una scusa per eliminarli.
Il manoscritto originale, peraltro, nasce da una continua traduzione tra diverse lingue (latino-tedesco-italiano) avvenuta in loco durante le torture. Una sorta di telefono senza fili tra persone che non erano in grado di intendersi tra loro. Il torturato parla una lingua, il torturatore un’altra e il trascrittore un’altra ancora… questo rende l’idea dell’attendibilità che era richiesta durante il processo farsa.

È stata una lettura davvero interessante. Avevo già sentito parlare del Culto di Simonino ma, onestamente, non avevo idea di quale fosse la sua origine (forse era meglio così). L’idea che questo culto, basato sulle abituali ipocrisie di potere della Chiesa e sull’odio nei confronti degli ebrei, sia durato cinquecento anni, fino in epoca recente, rende inutile qualsiasi commento da parte mia.

Ho letto le 200 pagine del libro in due giorni. Unica pecca: 433 note a fondo testo. 433! A fondo testo! Non smetterò mai di ripetere che le note dovrebbero essere inserite a fine pagina, inutile anche spiegare il perché quando ti trovi con dieci note per pagina.

Hai visto come sono stato bravo e contenuto questa volta? Non ho sputato odio sui creduloni. Non ho detto che chi crede è sempre e comunque complice di ciò che il culto di riferimento causa. Non ho nemmeno parlato di stupidità e menti deboli.

P.S. Le religioni sono il Male.

“Hap & Leonard – Una stagione selvaggia” di Joe R. Lansdale

Ho iniziato relativamente da poco, con grande colpa e rammarico, a leggere Lansdale. Avevo deciso di lasciare per ultimo il ciclo di Hap & Leonard poiché a me le serie, anche letterarie, non fanno impazzire. Tuttavia ho trovato al mercatino la raccolta Einaudi che contiene i primi tre romanzi del ciclo e non ho saputo resistere… Li affronterò comunque uno alla volta e quindi, rigorosamente in ordine cronologico, sono partito da Una stagione selvaggia. Al momento credo che i romanzi di H&L siano tredici più due raccolte di racconti, se non ho capito male.

In quarta di copertina il duo viene descritto come una “coppia di investigatori”, tuttavia in questo primo episodio la situazione non è così definita. Immagino che proseguendo con le avventure si vada chiarendo meglio questa classificazione. Il genere è senza dubbio noir, tutti i personaggi sono abbastanza particolari e borderline, lo stile è quello ironico e pulp che, per ora, ha caratterizzato Lansdale, almeno nelle mie letture.

Brevemente, Hap & Leonard vengono descritti come una coppia di amici bianco/nero (quest’ultimo gay) che trascorre le giornate sparando ai piattelli nel retro della casa di Hap. Qui, a un certo punto, si presenta la femme fatale che li coinvolge nella ricerca di un malloppo, rigorosamente frutto di una rapina. Seguono una serie di complicazioni tra le quali immersioni nelle paludi, tradimenti, sparatorie e omicidi. Tutto in leggerezza, tutto divertente.

Ho letto Una stagione selvaggia in quattro giorni, il romanzo è piuttosto breve, circa 180 pagine, e soprattutto molto scorrevole. Quello che spero per il futuro è di trovare un po’ più di profondita psicologica dei personaggi, così da potermici affezionare (altrimenti con tanti episodi rischio di stufarmi, mi conosco). Per ora mi sono divertito molto, devo ammetterlo, Lansdale non mi ha deluso nemeno questo volta.
Ci risentiamo presto con Mucho Mojo, il secondo episodio.

Libri che ho letto di Joe R. Lansdale:
La morte ci sfida (1984)
La sottile linea scura (2002)
Notizie dalle tenebre (2014)

Trilogia Drive-in:
Il drive-in (1988)
Il drive-in 2 (non uno dei soliti seguiti) o Il giorno dei dinosauri (1989)
La notte del drive-in 3. La gita per turisti (2005)

Ciclo Hap & Leonard:
Una stagione selvaggia (1990)

“In nome del cielo” di Jon Krakauer

Ho conosciuto Jon Krakauer grazie a Nelle terre estreme, ovvero il libro in cui il giornalista e scrittore racconta la storia di Christopher “Supertramp” McCandless. È stato amore a prima lettura, proseguito poi con il racconto della tragedia dell’Everest in Aria sottile. Oltre a In nome del cielo, del quale ti dirò a breve, ho recuperato anche Senza consenso, un libro inchiesta sull’abitudine allo stupro nei campus americani. Dal 2003, infatti, Krakauer, che prima era più conosciuto per storie riguardanti la montagna e l’alpinismo, ha iniziato anche a dedicarsi al giornalismo investigativo.

In nome del cielo utilizza la truculenta storia dei fratelli Lafferty – da noi forse poco conosciuta – come aggancio per poter indagare il mondo della Chiesa di Gesù dei Santi degli Ultimi Giorni e, in particolare, dei mormoni fondamentalisti. È stata una lettura molto interessante anche perché io, di questa religione, non conoscevo molto. Pur essendo un culto molto seguito negli Usa, quello del mormonismo è un fantasy (scusa, non ho resistito) nato relativamente di recente: il suo fondatore ne ha infatti pubblicato l’equivalente della Bibbia, ovvero il Libro di Mormon, nel 1830. I mormoni quindi, a differenza degli altri credenti, non hanno nemmeno la scusante di credere in qualcosa la cui nascita risale agli albori della storia, poiché i fatti che portarono Joseph Smith a scrivere i suoi vaneggiamenti sono ben documentati in epoca recente. D’altro canto bisogna anche tenere conto che, stando al credo di Smith, il mondo sarebbe stato creato seimila anni fa…

Ma cerchiamo di rientrare in carreggiata.

Quello dei fratelli Lafferty è un crimine di natura quasi rituale. Per farla breve, hanno ucciso la cognata (sposa di uno dei fratelli minori) e la nipote neonata perché così era stato indicato loro in una rivelazione. Già, perché mi sono dimenticato di dirti che il mormonismo si basa su queste fantomatiche rivelazioni che possono colpire gli adepti da un momento all’altro. Sembra una cazzata, lo so (ma perché, oggettivamente, lo è). Partendo da questo fatto di cronaca Krakauer, come dicevo, spiega tutta la storia del mormonismo, dalla nascita ai giorni nostri, passando per le relative problematiche che si abbattono su qualsiasi religione venga presa sul serio (in pratica quando i credenti di turno diventano fondamentalisti).

Qui mi fermo di nuovo perché, sebbene io sia notoriamente ateo e questo lo sai, devo comunque spiegarti come la penso sul fondamentalismo religioso (spiegazione non adatta ai credenti standard poiché difficilmente verrà accettata).
Il fondamentalismo religioso, che noi siamo abituati a considerare ovviamente con un’accezione negativa, non è null’altro che il modo coerente e corretto di seguire un culto religioso. In pratica il fondamentalista si attiene per filo e per segno a ciò che il libro di riferimento (il Libro di Mormon, la Bibbia, il Corano e via dicendo) gli ordina di fare. Questo poco si sposa con il credente medio, quello occidentale per capirci, che desidera, nella sua incoerenza e ipocrisia, tenere sempre il piede in due scarpe e non rinunciare a nulla. Prendiamo la nostra religione culturale di riferimento: il Cristianesimo. Il vero cristiano, per dirne solo qualcuna, non tromba se non per concepire (vade retro anticoncezionali) né lo fa prima del matrimonio, ha un’idea ben chiaro di chi sia superiore tra l’uomo e la donna, va a messa tutte le domeniche, non si tatua, e – così per non dimenticarcelo – rispetta rigorosamente tutti e dieci i comandamenti. Non vado avanti, ci siamo capiti anche senza parlare di aborto, pillole, omosessualità e ulteriori gadget. Il vero cristiano è un fondamentalista, con tutte le conseguenze che questo stile di vita comporta. Non è diverso da un fondamentalista mormone o islamico o di quello che crede nei Puffi. Tuttavia il cristiano medio crede anche nel culto della vita occidentale, che comporta la presenza di alcune caratteristiche (sia positive che negative), come l’uguaglianza di genere, il consumismo, i vari diritti, la scarsa propensione a condividere con il prossimo… A questo punto il credente cosa fa? Be’, decide che, insomma, si può fare un misto tra quello in cui crede e quello che gli fa comodo. Se fosse intelligente, rifiuterebbe la religione in toto, poiché scientificamente inammissibile, comprendendo come la sua esistenza sia dovuta storicamente solo al controllo delle masse. Ma che vuoi: l’abitudine, i riti sociali, i contrasti generazionali… è molto più semplice e meno faticoso seguire il gregge, un colpo al cerchio e uno alla botte.

Tornando ai mormoni, la religione originaria prevede, ad esempio, la poligamia. Ed è una poligamia bella tosta, dove la donna è convinta di dover sottostare al volere dell’uomo (se fosse paritaria comporterebbe anche la poliandria, non ci sono cazzi al riguardo, l’esclusiva poligamia implica sempre il concetto per cui la donna sia sottomessa all’uomo). Ma capiamoci meglio. Krakauer parla di ragazzine di tredici anni rapite e stuprate che, successivamente, si sposano con lo stupratore. Ragazzine cresciute in un mondo talmente malato per cui sono convinte che, se questo è accaduto, è il volere dell’uomo e di dio. Parla di uomini che sposano donne e poi “sposano” (leggi: pedofilia) le figlie che nascono dal matrimonio. Negli Usa la poligamia è reato, per cui i mormoni si isolano in città nel deserto dove sono “tollerati” dallo Stato. Non solo, lo Stato sovvenziona le donne madri single (perché solo una moglie viene correttamente “registrata” come tale, per non infrangere la legge) fornendo un finanziamento costante alla famiglia mormone. È un susseguirsi di assurdita che è il frutto e la conseguenza di quanto scrivevo sopra, ossia del mondo occidentale che, pur avendo ormai gli strumenti scientifici, sceglie di continuare a credere nell’esistenza del culto dei Barbapapà di turno.

Nel mormonismo fondamentalista, in particolare, qualsiasi legge di Dio (e quindi, ricordiamolo, anche qualsiasi “rivelazione”) è al di sopra della legge dell’uomo. Quindi se Dio dice che si deve uccidere un’infedele, il vero credente agirà di conseguenza. Ti ricorda qualcosa? Qui non si parla, per dire, di essere un tipo ordinato o essere un tipo molto ordinato. Qui si parla di essere un tipo che crede nelle fate o di essere un tipo che crede molto nelle fate. È la follia della follia. Tuttavia, per evolverci come specie, prima o poi dovremmo capire che non c’è un modo corretto in cui credere nelle fate e uno sbagliato. Se credi in una cazzata a metà, ci sarà sempre qualcuno che ci crederà per intero…

Chiariamoci, io non mi oppongo alla ricerca di sé o alla meditazione. Io mi oppongo alle dottrine e agli indottrinamenti. All’elefante rosa che esiste per me e per chi lo vede come me e che tu non vedi solo perché non hai “fede”. Sì, il cazzo. Io non lo vedo perché sono sano di mente, diciamolo. Altrimenti sarà sempre sufficiente un Joseph Smith qualunque per inventarsi un nuovo culto delle sette sfere di DragonBall. E chi non vede le sfere, be’, è perché non ha fede.
Mi fermo qui, tanto hai capito come la penso in generale sui culti religiosi, anche senza che stia a spiegarti che nel mormonismo i bianchi sono ok mentre i neri sono considerati animali (e non nell’accezione positiva per cui, correttamente, siamo tutti animali).

In nome del cielo è stata una bella immersione in qualcosa che non conoscevo bene. Krakauer è molto dettagliato anche per quanto riguarda la storia, non solo per la parte crime. Un libro che consiglio per avere un’idea di cosa sia realmente la religione, non solo il mormonismo. Se proprio dovessi fare una critica, il libro è addirittura troppo lungo e dettagliato, tanto che non sento il bisogno di informarmi oltre sull’argomento, sono state davvero 400 pagine fittissime (è scritto anche parecchio piccolo).

Esiste una serie TV, ovviamente romanzata, con lo stesso titolo e ispirata dai fatti raccontati da Krakauer. Al momento è su Disney+, la guarderò, anche se credo che in questo caso si parli più di intrattenimento che altro, e, come ti dicevo sopra, a questo punto mi va anche bene così.

Libri che ho letto di Jon Krakauer:
Nelle terre estreme (1996)
Aria sottile (1997)
In nome del cielo (2003)

“Di là dal fiume e tra gli alberi” di Ernest Hemingway

Ho letto sei libri di Hemingway e me ne è piaciuto solo uno… e sai già qual è (peraltro uno dei miei romanzi preferiti in assoluto). Io e Ernest abbiamo un rapporto molto complicato, fatto di speranze disattese, incomprensioni, tempismi sbagliati. In poche parole: non ci prendiamo. Non ci prendiamo così tanto che sto quasi pensando di mollare i suoi tre romanzi che ho ancora sulla mensola delle cose da leggere, vedremo.

Di là dal fiume e tra gli alberi (1950), poco più di 300 pagine, un mese di lettura.
Il tema è buono, decadente e deprimente e con tutte le carte in regola per piacermi. Un vecchio colonnello (che poi è una delle solite e ritrite rivisitazioni dello stesso Hemingway) trascorre un periodo di nostalgie e ricordi a Venezia, in compagnia di una giovane ventenne di cui è innamorato follemente, ricambiato. Parlano e si amano, lui le racconta della guerra, lei fantastica sul loro futuro insieme. Lei è ricca, molto ricca, e gli fa regali costosissimi, lui vorrebbe ricambiare in qualche modo ma è conscio della differenza di classe. Sono gli ultimi giorni per il colonnello, che intervalla l’amore con la caccia alle anatre, affaticato da un cuore stanco e malato che lo sta per tradire. Fine.

Il problema principale di questa storia è la totale assenza di coinvolgimento emotivo. I tanto decantati dialoghi scritti da Hemingway sono qualcosa di estremamente lontano dalla realtà. Asciutti in tutto sì, ma anche di verosimiglianza. Questo non aiuta per nulla. Non si può dire sia un romanzo pesante: le pagine, volendo, scorrono, il problema è che non vanno da nessuna parte, né con la storia, né con il cuore. Un romanzo che ha il fascino di una radiocronaca sportiva, fatta senza pathos, di uno sport che non ti interessa. Mi ha poi annoiato il personaggio del colonnello che, in fin dei conti, è proprio sempre lo stesso che Hemingway racconta in tutti i suoi libri. Non lo so, forse stanno invecchiando male questi romanzi, forse (più probabile) sto invecchiando male io.
Mi dispiace, in qualsiasi caso.

Libri che ho letto di Hemingway:
Fiesta – E il sole sorgera ancora (1927)
Addio alle armi (1929)
I quarantanove racconti (1938)
Di là dal fiume e tra gli alberi (1950)
Il vecchio e il mare (1952)
Vero all’alba (1954-56)

“Beetlejuice Beetlejuice” di Tim Burton

Beetlejuice – Spiritello porcello (1988) è stato uno dei film della mia infanzia. Lo metterei tranquillamente insieme a quei film generazionali come ET, Stand by me, I Goonies, I Ghostbusters e tanti altri (mi fermo perché uno tira l’altro). Il rischio del disastro, quindi, nell’andare a toccare storie così legate alle emozioni della giovinezza è davvero molto alto (basti pensare a quello che hanno fatto ai poveri acchiappafantasmi, appunto). Tim Burton, poi, è un regista che ultimamente non mi ha soddisfatto molto. Lasciando perdere quella schifezza netflixizzata di Wednesday, credo che l’ultimo suo film che mi sia piaciuto sia stato La sposa cadavere, se non, addirittura, Big Fish. Insomma Beetlejuice Beetlejuice si presentava come un vero rischio, una di quelle cose per cui avrei potuto uscire dal cinema incazzato e amareggiato. Non è successo. Non siamo di fronte a Edward mani di forbice, chiariamoci, ma non ho nemmeno rimpianto i soldi del biglietto.

Io la trama non te la racconto, in questo caso meno che mai. Siamo di nuovo a Winter River, c’è il plastico, ci sono Michael Keaton, Winona Ryder e i microcefali, e lo spiritello viene evocato in modo più o meno voluto, come da copione. A differenza del primo capitolo, poi, ci sono molte più sottotrame che si intrecciano tra loro (è un film meno intimo e più corale), rendendo tutto meno lineare e un pochino più articolato. Uno di queste sottotrame è quella totalmente inutile con Monica Bellucci, sì, e non dirò altro a riguardo. È un prodotto molto semplice, sebbene più complicato del suo predecessore (e questo ti dà un’idea di come ci accontentassimo di poco una volta).
Ovviamente, non è in alcun modo uno stand alone, se non hai visto il primo film o lo recuperi (consigliato) o ti dirigi verso altro. Il livello di citazionismo, ma anche il richiamo logico della trama, è tale per cui tu non possa vedere Beetlejuice Beetlejuice senza aver visto Beetlejuice – Spiritello porcello (ma che te lo dico a fare).

Fermo restando, quindi, che la funzione amarcord rimanga la vera spinta del film, sono presenti anche delle novità e dei personaggi davvero godibili. Uno su tutti quello di Willem Dafoe (che non sbaglia mai un colpo) che impersona un agente di polizia dell’aldilà con il background dell’attore di Hollywood morto sul set: in pratica si spara le “pose” dall’inizio alla fine del film, e ti fa morire dal ridere.
È invece incredibile come Michael Keaton, sotto tutto il cerone, non faccia quasi notare gli anni trascorsi. Ricordiamoci che la sua carriera è scoppiata proprio grazie a questa interpretazione.
Il finale è forse un po’ affrettato, ma questo non è molto diverso da quanto si era visto in precedenza. Alla fine i Beetljuice li guardi più per l’atmosfera che per le trame di per sé.

Tutto qui, quindi. Non un capolavoro, ma nemmeno una delusione, e questo vale già molto. Ho sentito qualcuno sostenere che questo secondo episodio fosse meglio del primo… ecco, non mi spiengerei mai a tanto, anche solo per l’originalità dell’idea che qui, per forza di cose, non può avere lo stesso peso.

La vita, l'universo e tutto quanto.