Archivi categoria: Film

“Barbie” di Greta Gerwig

Che mese luglio, eh? Siamo tipo a cinque articoli sul blog, ne avrai le palle piene di sentirmi. Peraltro ritorno al cinema per due volte nel giro di una settimana, una cosa che non succedeva da almeno dieci anni (a 11 euro a film, un salasso economico nella città d’Italia più cara, per quella che ormai è una passione elitaria). Credo che quello relativo a Barbie, nella storia del blog, sia in assoluto il post più rosa e meno in target di sempre… Cosa mi ha convinto? Will Ferrell, ovviamente.

Ti preavviso che ci andrò leggero sulle tematiche, come fossimo al bar. Non ho la testa, in questo momento, per approfondire in modo più serio la cosa. Quindi mi concederò delle semplificazioni che tu accetterai di buon grado. Questa non è una democrazia.

Non ti parlerò della trama del film, diamo per scontato tu la conosca già, sai che non mi piace perdere tempo. Intanto però posso parlarti del pubblico: gli esseri umani sono, come sempre, orribili. I trailer mostrati prima della visione – una selezione del peggio in uscita questa estate – sono stati accuratamente selezionati per essero lo specchio della stupidità che ci si aspetta di incontrare in un’occasione del genere. Nonne vestite di rosa, mamme vestite di rosa, nipoti vestite di rosa. Una cosa da farti sanguinare i neuroni. Osservando i volti e gli abiti, ti riendevi conto di come la maggior parte delle donne presenti fossero il nemico principale di loro stesse, per quanto riguarda l’ambita parità di genere. Una frivolezza incredibile, soprattutto nel mostrare svariati centimetri di carne credendo che questo sia la “libertà”.

E qui viene la sorpresa. Già, perché Barbie è un film di gran lunga migliore della maggior parte del suo pubblico (ribadisco per la terza volta: la maggior parte, non tutto). Onestamente mi aspettavo la solita lezioncina perbenista e netflixiana sull’uguaglianza e la parità, appunto. Non è stato così. Della Gerwig avevo visto Ladybird, che però non ricordo. La cosa più terrificante è che sia la regista del prossimo e giustamente discusso Biancaneve senza i nani e questo mi ha creato, su di lei, un preconcetto che difficilmente, comunque, scalfirò.

Facciamoci un fuoristrada.
Questo dover legare le cose/persone/storie ai termini è di una idiozia colossale. Mi riferisco a Biancaneve, ovviamente. È solo marketing, non inventiamo altre stronzate. Dopo il presunto bacio-stupro del principe de La bella addormentata, ci mancava la rottura di cazzo sui diversamente alti di Biancaneve, che a quanto pare sarà anche senza principe. Chiariamoci, io non discuto le tematiche, non mi ci metto nemmeno. Io discuto sulla abominevole scelta ignorante di voler cambiare delle cose esistenti e farle diventare altro, mantenendone i nomi. Questo voler decontestualizzare un personaggio per forza, non ha alcun senso. Lasciamo Biancaneve lì dov’è, nel suo tempo, con i suoi errori, e facciamo altro. Qualcosa di nuovo, più giusto, più corretto. La verità, però, è che bisogna essere corretti ma guardare sempre al denaro. E questa è l’ipocrisia e l’incoerenza che caratterizza (quasi) tutta l’odiosa e inutile produzione cinematografica relativa a queste tematiche.

Torniamo a Barbie. Barbie non cade nel tranello e riesce a portare un messaggio in modo intelligente. C’è qualcosa di infra-genere nel modo in cui Barbie parla dell’attuale problema della diversità tra i generi (che poi, diversità, è un’altra di quelle bellissime parole che sono state demonizzate in favore di una visione superficiale). Perché anche Ken, come Barbie, è un po’ perso. È come se fosse l’essere umano a essere perso. Cosa che effettivamente è, visto quanto facciamo schifo e quanto siamo lontani dal concetto di evoluzione di specie.
Credo che la forza di questo film sia stata quella di dover viaggiare con il freno a mano tirato. Sì, perché Barbie è un film che può essere visto da un pubblico mooolto giovane, e questo avrò costretto la produzione a smorzare i toni. Paradossalmente, un messaggio meno esplicito e più leggero è diventato anche più intelligente, meno carico di finto perbenismo e più equilibrato. Più vero e reale, insomma.

Margot Robbie è perfetta nel ruolo e anche fisicamente. Ryan Gosling è perfetto nel ruolo e anche fisicamente. Purtroppo un pochino sottotono proprio Will Ferrell, che non esprime il suo potenziale al massimo. Un peccato, perché ci sarebbe stato un bel Ricky Bobby.

Nota per i miei studi di investimento: le azioni Mattel sono salite.

Note per i miei studi sulla specie: tanti discorsi ma la realtà è che non conta nulla, solo il denaro, speriamo di estinguerci presto.

“Indiana Jones e il quadrante del destino” di James Mangold

Sono andato a vedere l’Indiana Jones semi-apocrifo (poiché l’unico non girato da Spielberg, ma da James Mangold) e devo dire che, tirando le somme, mi è piaciuto.
♫ Nostalgia, nostalgia canaglia… ♪♪
Peraltro una nostalgia da godere e spremere fino all’ultima goccia, perché dubito rivedremo Harrison Ford vestire i panni di Indi, salvo rivisitanzioni come Indiana Jones e la prostata di fuoco.
Ti tolgo subito il dubbio: Indiana Jones e il quadrante del destino è di certo mooolto meglio de Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (non che ci volesse poi tanto eh).

La trama io non te la racconto, mi rifiuto. Se sei qui significa che la conosci già. C’è un oggetto da recuperare, un mistero da svelare, i nemici nazisti (sebbene il film sia ambientato nel periodo dell’allunaggio) e un po’ di soprannaturale. Insomma, c’è tutto quello che serve a caratterizzare un Indiana Jones degno della trilogia “classica” (e no, niente alieni fortunatamente, questa volta).

Nell’intro e in un paio di flashback la giovinezza di Harrison Ford è ricostruita in computer grafica e devo dire che la cosa non pesa troppo. Anche se la ricostruzione non è proprio eccellente, l’Indi “finto giovane” appare un pochino appesantito e gonfio in viso, come se stesse facendo una leggera cura cortisonica. Chissà perché non sono riusciti a riprodurlo uguale uguale ad allora, mi chiedo, in fondo la tecnologia ormai dovrebbe esserne in grado.

Quello che manca è un po’ di epicità nell’amarcord, anche dove avrebbe potuto esserci. Una scelta voluta? Boh. Non ti corre mai quel brivido lungo la schiena o non ti viene il groppo in gola in stile Top Gun Maverick, per capirci.
Anche nei titoli di testa, dove sarebbe stato facile richiamare l’emotività con il noto lettering arancione o una musica più “pompata”, passa tutto in sordina. Anzi, a dirla tutta, quando il titolo compare sembra più l’inizio di una qualsiasi puntata di MacGyver, tanto la scelta è priva di personalità.

Ford se la cava, non è mai ridicolo, forse grazie al fatto che il suo personaggio sia sempre stato abbastanza autoironico (o forse perché è un attore con i controcazzi come non ne fanno più). Non spinge nemmeno troppo sul pulsante della vecchiaia, errore comune e noioso nelle ultime rivisitazioni di serie note come Arma Letale o Bad Boys.
Mikkelsen è un attore in grado di dare moltissimo e io lo adoro, però qui l’ho trovato un nemico abbastanza anonimo.
Banderas è inutile come in molti dei suoi ultimi film.

Un buon compito per Mangold, ben riuscito. Avrei voluto Spielberg? Ovviamente sì, come chiusura sarebbe stato doveroso. Non mi sono commosso come avrei voluto, ma te lo consiglio lo stesso, non c’è dubbio.

Ti lascio in un modo inconsueto, con la mia personale classifica in ordine di preferenza:
Indiana Jones e l’ultima crociata
Indiana Jones e il tempio maledetto
I predatori dell’arca perduta
Indiana Jones e il quadrante del destino
Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

“Nope” di Jordan Peele

Sarà difficile parlarti di questo film senza fare spoiler, ragion per cui a un certo punto ti avviserò e deciderai tu se andare avanti o meno nella lettura.
Nope è il terzo film di Jordan Peele dopo Scappa Get Out e Noi. Di cosa parla? Eccoci.

Oj ed Em, fratello e sorella, gestiscono un ranch specializzato nell’allevamento dei cavalli destinati ai set cinematografici. Il ranch è posizionato all’interno di una valle dove, fin dalla prima scena, accadono cose molto strane. Ad esempio cadono oggetti dal cielo (in apertura una moneta trapassa il cranio del padre dei due ragazzi), spariscono persone e ci sono cali di corrente. È il classico scenario da avvistamento UFO, ed infatti l’avvistamento avviene. Anche il “vicino di casa”, il gestore di un piccolo parco a tema cowboy, viene coinvolto in queste stranezze ed entra, così, nella storia. È l’occasione di una vita: riuscire a filmare un UFO darebbe una svolta agli affari. I due ci provano e io mi fermo.

Come per i precedenti due film del regista nero (non in quanto necessaria distinzione, ma poiché pare essere un dettaglio molto importante) l’idea è molto buona e il film funziona bene per i 3/4 del tempo, poi c’è il crollo. Il crollo totale. Ma facciamo un passo indietro.

Dicevo, Peele è nero e lavora con attori prevalentemente neri. Non solo, anche guardando i film dove lui è sceneggiatore e produttore e non regista, si trova sempre questo filo conduttore sulle sue origini (vedi Candyman o BlacKkKlansman). Il tema del gruppo etnico, delle minoranze, è molto sentito. Solo che – te lo dico subito – a mio parere Peele non è Spike Lee, ma è il prodotto del nostro tempo ricco di messaggi ma privo di contenuti. Ogni volta che esce un film di Peele pare sia una sorta di piccolo evento, una storia che vada studiata. La domanda che ti pongo è: se Peele non fosse nero e non trattase il tema delle minoranze, sarebbe lo stesso? La mia risposta è no. Mi dispiace, ma io trovo i suoi film perdibili, hanno tutti del potenziale ma c’è una grande incapacità di gestirlo. Peele è il prodotto del nostro Netflix culturale, è l’apparenza che supera di gran lunga i contenuti.

ALLERTA SPOILER
ALLERTA SPOILER

Anche l’idea successiva, quella per cui il disco volante non sarebbe un navicella aliena ma un animale che vive tra le nuvole, è in teoria buona e rappresenta sicuramente una novità. Il problema è che, come sempre, quando il non visto viene esplicitato finisce tutto in vacca. Dopo venti minuti di questa cosa che vola nel cielo – un ibrido tra una medusa e uno zeppelin sventrato, vagamente somigliante a una vagina – qualsiasi “magia del Cinema” decade e cominciano a sanguinarti gli occhi. Il monoespressivo Kaluuya non aiuta di certo, mentre scorrazza in groppa al cavallo a testa bassa per non guardare il mostro (eh sì, se lo guardi ti attacca).

Le tanto decantate critiche al sistema dello show business sono talmente esplicite che, a confronto, Zombie di Romero lanciava un messaggio criptico e nascosto.
Ho sentito vaghe associazioni tra Peele e Spielberg, ma non voglio nemmeno discuterne. Non scherziamo (e ricordati che io non sono un fan di Spielberg, è troppo ottimista e solare per i miei gusti).

È un peccato, perché Nope partiva davvero bene. Nelle inquadrature, nella storia, nelle ambientazioni. Poi però Peele, conscio della sua posizione, si adagia nella culla del nostro perbenismo che gli consente di fare poco e niente e non venire criticato. Che poi c’è il rischio che sembri tu stia criticando la giustamente intoccabile tematica delle minoranze e non un film, francamente, abbastanza assurdo.

Cosa mi è rimasto? Quasi niente. Sono giusto andato a rivedermi la cronaca nera dello scimpanzé Trevis, un evento che avevo dimenticato. Peele ne omaggia la vicenda mettendo in scena qualcosa di simile e mostrando uno scimpanzé che impazzisce sul set e massacra diversi attori. Tutto qui, nulla di più.

“Elvis” di Baz Luhrmann

In Elvis Luhrmann mette in mostra principalmente il rapporto tra l’artista e il suo manager/aguzzino, il Colonnello Tom Parker. Ti preavviso che non conosco bene la vita di Elvis Presley, quindi non mi inoltrerò troppo in un’analisi sulla verosimiglianza storica degli eventi.

Cosa ho visto.
Ho visto un film molto curato dal punto di vista estetico, nei costumi, nella teatralità, nella musica. Un film che definirei “patinato”, un termine che utilizzo per categorizzare quei film che risultano molto graditi alle “signore bene” di una certa età. Hai presente quei film che non turbano nessuno e che hanno quel minimo di falsa trasgressività utile a far sorridere i bigotti, senza però essere offensivi? Ecco. Prima serata Rai, per capirci.

Come puoi facilmente intuire, Elvis non mi è piaciuto.

È impossibile non apprezzare la musica di Elvis Presley, anche solo per l’eredità storica che ha lasciato. Per quanto mi riguarda, però, Elvis non è mai stato tra i miei artisti preferiti. Mancava di rabbia e l’ho sempre visto un po’ come un “manichino”, concedimi il termine. Mi aspettavo, così, che il film di Luhrmann mi offrisse l’occasione di andare sotto questa superificie (sicuramente un mio problema) e scoprire l’uomo e il suo disagio interiore. Invece no. Il film di Luhrmann mi ha raccontato la storia di un manichino, appunto.

Manca tutto. Manca la tragedia, il dramma, il turbamento. Manca il colpo nello stomaco e l’empatia con il personaggio. C’è un attore, Austin Butler, che è molto somigliante dal punto di vista fisico ma che non trasmette nulla dell’emotività necessaria a farti legare con Elvis. Eppure Elvis muore di infarto a 42 anni a causa dei suoi abusi… cioè, doveva essere bello tormentato, no? Il tormento viene relegato in un angolo, insieme alle dipendenze. Gli ultimi anni, quelli difficili, scorrono veloci in pochi minuti. Ma io ricordo qualcosa su un Elvis bulimico che si abbuffa di cibo dalla mattina alla sera, che fine ha fatto? Dai, dove è finito tutto questo? Trenta secondi di Butler imbolsito/imbalsamato non sono sufficienti a colmare questa lacuna (Christian Bale avrebbe preso 50 chili in due settimane, pur di essere coerente con la parte).

In tutto questo Tom Hanks ci sta benissimo, d’altra parte anche lui non ha mai recitato in film che coinvolgano emotivamente, escludendo solo Philadelphia, Il miglio verde e, forse, Apollo 13.

Peccato, una grande occasione persa. Il Cinema dei brillantini e dei lustrini. Roba per signore, appunto.

“Top Gun: Maverick” di Joseph Kosinski

La scena di apertura di Top Gun: Maverick vede una portaerei in piena azione, con caccia che atterrano e decollano e, soprattutto, la voce di Kenny Loggins che canta Danger Zone.
Ho iniziato a sognare, subito, e non ho più smesso.

Top Gun: Maverick riesce dove hanno fallito tutti.
Dove hanno fallito gli Indiana Jones, i Rocky, i Ghostbusters, gli Star Wars (sì, per me anche Star Wars) e i Rambo vari con sequel perdibilissimi. Dove ha fallito anche Villeneuve con Blade Runner 2049 – un film indubbiamente stupendo – ma che non ti riporta indietro. E non vado nemmeno a citare le produzioni netflixiane di seconda categoria con risparmiabilissimi reboot e remake.
Top Gun: Maverick è la definitiva, riuscita, eccezionale, perfetta operazione nostalgia. È esattemente quello che desideri vedere.

Maverick ha scelto di non fare carriera, testa aerei segreti che superano i mach 10 e tira a campare, ricordando l’amico Goose. Viene richiamato ad addestrare la squadra dei migliori Top Gun al mondo per una missione apparentemente senza ritorno. C’è da andare a far saltare un deposito di uranio in territorio nemico. Tra i piloti anche Rooster, il figlio di Goose. Sotto l’ala protettiva di un morente ammiraglio Iceman, Maverick non è cambiato, è rimasto sé stesso. Stessa moto, stessa giacca di pelle, stessi Ray Ban.
E, incredibilmente, funziona.

Ero abbastanza terrorizzato. L’assenza di Tony Scott (che, ricordiamolo, si è lanciato da un ponte) al timone non mi dava molte speranze. Anche se, però… però Oblivion di Kosinski mi era piaciuto molto. Ma ero terrorizzato lo stesso, dai, siamo onesti, è inutile girarci intorno. Tom Cruise che a sessant’anni si mette a guidare i caccia e salva il mondo. L’ennesima Mission Impossible – divertente eh, non c’è dubbio – non poteva essere il nuovo Top Gun. Mi sbagliavo.

Top Gun: Maverick è la celebrazione di un Cinema che non esiste più. Quel Cinema nel quale sai esattamente dove andrà a parare ogni scena, ogni sequenza, ma che comunque ti emoziona. L’ottimismo degli anni Ottanta all’ennesima potenza. Il sogno che diventa realtà, lo schermo che è migliore della vita. La pausa dalla quotidiniatà, l’eroismo, l’amicizia virile. La centralità della trama e dei personaggi che non vengono “invasi” dai deliri del politacally correct a tutti i costi (sì, ok, c’è una donna tra i piloti ma c’è e basta, fa battute su chi abbia le palle o meno e il fatto che ci sia non diventa il centro gravitazionale della storia, cazzo).

Si era parlato del fatto che Cruise potesse avere un ruolo marginale rispetto a un nuovo protagonista. Grazie al cielo non è successo. Non sentivo proprio l’esigenza dell’Adonis Creed di turno. Non questa volta. Cruise è invecchiato, sì, e ogni tanto qualche battutina c’è. Ma, posso dirtelo senza mezzi termini, non è la scenetta trita e ritrita proposta in Arma Letale 4 e nemmeno la merda propinata, più recentemente, in Bad Boys for life. Cruise è cazzutissimo e non ce n’è per nessuno, è lui quello più in canna di tutti. È Maverick.

A tutto questo, aggiungi le scene girate davvero all’interno dei caccia: gli attori hanno recitato trasportati da piloti professionisti. Aggiungi che la dimenticabile canzone di Lady Gaga (mi spiace, ma con i Berlin non c’è confronto) è relegata in una microscena secondaria e finale. Aggiungi che hanno sostituito Kelly McGillis con Jennifer Connelly senza alcuna pietà (e senza falsi buonismi), perché lei, a differenza di Cruise, ha accumulato davvero 35 anni in più. Aggiungi che hanno ricostruito la voce di Val Kilmer, sottoposto a tracheotomia per il tumore che lo ha quasi ucciso (nel film e nella vita). Aggiungi una serie infinita di riproposizioni e omaggi al primo Top Gun (frasi, scene, tensioni tra i personaggi) che incredibilmente non pesano.

Aggiungi tutto questo e – fermo restando che non siamo di fronte al Il Padrino e sappiamo di che tipologia di Cinema stiamo parlando – avrai uno tra i migliori sequel mai realizzati.

“È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

Ieri sono andato al cinema a vedere È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, sconfortato e disilluso dal pessimo trailer che gira su Netflix (il film esce sulla piattaforma il 15 dicembre). Mi sono dovuto ricredere, ed è stato proprio un bel ricredersi. Un po’ perché la sala era quasi vuota (vedi sopra, hanno pensato tutti di risparmiare sul biglietto), un po’ perché alla fine, secondo me, È stata la mano di Dio è forse il miglior film del regista napoletano.

La trama la conosci, non servono grandi spiegazioni. Sorrentino racconta la propria giovinezza (o, perlomeno, qualcosa che ci somiglia molto) nella Napoli degli anni Ottanta. L’alias protagonista è Fabietto Schisa, un sedicenne che vive in una famiglia agiata, anche se non ricca, circondato da una moltitudine di parenti parecchio eccentrici. Su tutto, aleggia l’arrivo (reale, falso, presunto) di Maradona al Napoli, vissuto come un vero e proprio miracolo.

Il film si può dividere in due parti. La prima, più leggera e divertente (si ride molto), racconta il contesto nel quale Fabio cresce, le influenze che ne formano il carattere. Racconta anche quella Napoli – per un non-napoletano incomprensibile – del culto estremo, (quasi) religioso, nei confronti de El Pibe de Oro. La seconda, che giunge con la morte improvvisa dei genitori di Fabio, mostra come il dolore e il desiderio di evasione del ragazzo si traformino in un bisogno di creatività e nella ricerca di un modo per realizzare i propri sogni, nello specifico, diventare regista (pur avendo visto solo due o tre film).

Non che i due film debbano per forza essere confrontati, ma credo che È stata la mano di Dio sia, in qualche modo, un’opera più completa rispetto a La grande bellezza. Napoli, e i napoletani, vengono celebrati senza utilizzare eccessivamente la stampella della bellezza urbanistica (come era inevitabile accadesse per Roma). Qui c’è più storia, più anima. Qui è tutto merito, non ci sono scorciatoie (senza nulla togliere a La grande bellezza, sia chiaro).

La parola che mi viene in mente, pensando a questo film, è equilibrio. L’attenzione alle caratteristiche dei singoli personaggi – tutti straordinari (non solo Servillo, questa volta) – è quella dei primi film di Sorrentino (uno su tutti, L’amico di famiglia), ma si innesta su una struttura più grande, senza mai perdere il dettaglio.

Sarò onesto, non ho mai amato la “napoletanità”, non sopporto quel genere di orgoglio patriottico che contraddistingue i fieri abitanti di una delle città più problematiche d’Italia. Non ho mai particolarmente amato nemmeno Maradona, perché sono convinto che la sportività di un uomo non dovrebbe palesarsi solo in un circoscritto rettangolo di terreno (così come l’esempio che dovrebbe dare dovrebbe essere un esempio a 360°). Eppure È stata la mano di Dio mi è piaciuto molto.
Vedremo cosa succederà il 27 marzo, agli Oscar.

“007 – No time to die” di Cary Fukunaga

C’è così tanto da “piangere”, a proposito di questo James Bond, che non so davvero da che parte cominciare. No time to die, esclusa qualche scena spettacolare e degna di nota, è fondamentalmente un film per persone brutte. Molto brutte. È un peccato, perché su Fukunaga (True Detective, una delle poche serie che mi siano piaciute, sai che le odio tutte) ci contavo tanto. Ma forse no, non è nemmeno colpa sua, poveraccio.

Sono demotivato e demoralizzato, la pianterei qui. Quindi cominciamo con qualcosa che mi farà subito dare del sessista. Che tanto del sessista me lo prenderò anche dopo, quindi vale la pena di portarsi avanti.
Mi sono perso venti minuti di film appena è comparsa. E, con buona pace della corrente imperante del momento, non aveva né liane di pelo sotto le ascelle né assorbenti mostrati con fierezza. Ana.

So che impazza il gossip online su di lei, poiché alla prima di 007 pare le sia sfuggito un capezzolo dal lato del vestito. Chiaramente chi si è meravigliato non deve aver mai visto Knock Knock, nel quale lei e Lorenza Izzo “stuprano” Keanu Reeves. Ma questa è un’altra storia.

Bond, torniamo a Bond. L’arma, questa volta, è rappresentata da un veleno selettivo (in realtà sono dei nanobots, ma semplifichiamo, considerato il pubblico target) che è in grado di colpire utilizzando il DNA. Il nemico, pronto a distruggere il mondo, è Rami Malek. Il co-nemico – non più nemico – è il grande Christoph Waltz. La bond girl (chiamo “bond girl” l’unica con cui Bond fa sesso, per convenzione) è la bellissima Léa Seydoux, già vista nel capitolo precendente, Spectre. Il resto, al solito, sono sparatorie e inseguimenti.

Qualcosa mi è piaciuto, cominciamo da quello, così non sbagliamo.
La parte iniziale, quella girata a Matera, per capirci. C’è ritmo, azione. C’è un Bond emotivamente permeabile (Craig non è Connery, e non lo è nel modo giusto). La scena nella quale si fa sparare contro i vetri della macchina, non reagendo, è qualcosa di fantastico. Lì Bond è pronto a morire, pur di capire cosa stia accadendo nella sua vita, pur di capire di chi si possa fidare. Craig è superlativo, te lo tromberesti anche da uomo. Vorresti essere lui. L’inseguimento in auto, e poi in moto, è alla vecchia maniera, è James Bond. Ecco, sì. È James Bond, quella parte è James Bond.
Poi mi è piaciuta Ana. Non si era capito, vero?
Anche il secondo inseguimento non è male, quello tra fuoristrada. Funziona.
La scena dell’interrogatorio con Waltz è bella, con ancora una puntatina nella nuova vulnerabilità di 007, che ha dei tratti umani, un po’ – se vogliamo fare il paragone – alla Batman di Nolan.

Poi arriviamo ai Ghostbusters donne. O alla fatina di Cenerentola transessuale, se preferisci. Arriviamo al politicamente corretto a tutti costi, e regolarmente imposto nel modo sbagliato. (Arriviamo anche a scene di machismo esasperato, a controbilanciare il peggio con il peggio, ma vediamo dopo). E qui, però, prima di procedere, vorrei fare un piccolo fuoripista su come la penso.
Flusso di coscienza, senza troppo ordine.

Io sono per il partito dell’amore libero. Io credo che le persone dovrebbero trombare in strada, davanti a tutti. Uomini con donne, uomini con uomini, donne con donne. Bianchi con neri (sì, se dico bianco, posso anche dire nero, senza offendere nessuno), elefanti con giraffe o quel cazzo che preferisci. Io non ho mai capito perché nei negozi di giocattoli si possano vendere le pistole finte (che sono l’imitazione di uno strumento di morte, ricordiamolo) ma ci si debba scandalizzare quando un bambino vede due persone che fanno l’amore. Siamo riusciti (tanto, forse tutto, è dovuto ai credenti/creduloni) a trasformare una cosa naturale in scandalosa, e a rendere “commerciale” il Male (sì sì, tutti hanno giocato a indiani e cowboy – vallo a dire agli indiani, testa di cazzo). Non ho mai visto due zebre che si nascondano dai cuccioli per avere rapporti sessuali, ma vedo sparatorie e morti ammazzati in tv, senza problemi. Credo nella meritocrazia, non in quote imposte per una finta uguaglianza, anche se capisco che, talvolta, l’obbligo possa essere l’unica via per addomesticare le capre. Credo nella diversità, perché non siamo tutti uguali, tra maschi e femmine meno che meno. Il Male non è la differenza, ma quello che siamo riusciti a farla diventare, una questione di superiorità/inferiorità. Ma cosa potevi aspettarti? La specie umana non è certo destinata a una grande evoluzione. E non voto, non voto mai, perché mi fanno tutti schifo. Un po’ come gli esseri umani, in fondo. Mi fermo.

Detto ciò, quello che avviene in James Bond è sintetizzabile in questo (qui c’è un piccolo spoiler, ma niente di pericoloso): abbiamo uno scienziato che si prostituisce al miglior offerente, per vendere la propria anima a chi vuole fare solo del male. Lo vedi dall’inizio che è una persona di merda. È uno che merita la morte dai titoli di apertura. Uno che, in una storia normale, verrebbe ucciso già durante il casting. Invece no, viene tenuto miracolosamente in vita e non si capisce il perché. Poi dice una frase razzista e, finalmente, lo ammazzano. E allora capisci. Capisci che doveva dire quella frase ed essere ucciso (un po’ come il vero spirito di 007, insomma). Peraltro una frase razzista pronunciata di fronte al nuovo 007 che, guardacaso, è donna e, guardacaso, è nera.
Ma è questo il livello? Perché se per lanciare un messaggio corretto, dobbiamo creare “Holla e Benja”, allora si è già fallito.

Dopodiché, non bastasse tutto questo, James Bond si trasforma in James Rambo. In una scena da machismo estremo anni Ottanta, Craig sale delle interminabili scale e uccide tutti a colpi di pistola. So che dire irreale in 007 significa poco, ma questa parte del film lo è. Non diverte, non emoziona. È degna del peggior Steven Seagal. È il dover controbilanciare per forza, il far contenti tutti e non deludere nessuno.

Ora dirai: «Ma questo è per l’amore libero, ma contrario a uno 007 femmina. Ce l’ha con il machismo, ma apprezza Ana de Armas. Vuole rimanere nel passato, pur accettando la nuova emotività di Bond. Dice che si farebbe Craig, ma pare sessista. Non si capisce nulla».

È così, la vita è una cosa complessa. Gli schemi vanno bene per gli stupidi, se ti piacciono vai pure a votare (sono favorevole a questo, allora DEVO essere contrario a quell’altro). Ma non è rinnegando il passato che si cambia il futuro. Bond è Bond, con i suoi pregi e i suoi difetti, e se non deve essere Bond forse val la pena che muoia davvero (questa è proprio per chi ha visto il film).
Spero non resuscitino un Cavill, un Elba o, peggio che peggio, una terribile Lashana Lynch, per il prossimo 007. Perché rischiamo che uccida solo chi parcheggia senza permesso nei posti riservati ai disabili.
A quel punto, a morire, potrei essere io.

Ho letto una bella frase riassuntiva, in un’altra recensione che parla di questo film, su MyMovies. Avrei voluto farla mia, ma la verità è che l’ha scritta una donna, e la cosa mi fa piacere, perché forse non sono il solo a vedere le cose in modo simile e forse mi salvo da stupide accuse di sessismo.
Una tagline perfetta: “Ogni epoca ha il Bond che si merita.”

“Dune” di Denis Villeneuve

Premetto, da subito, di non aver ancora letto il romanzo di Frank Herbert, dal quale Dune è tratto. Ho però visto la trasposizione omonima di David Lynch del 1984, sebbene molto tempo fa. Il libro ce l’ho, comunque, chiariamolo.

Detto ciò, vorrei ricordarti la filmografia di Denis Villeneuve:
Un 32 août sur terre (1998)
Maelström (2000)
Polytechnique (2009)
La donna che canta (2010)
Prisoners (2013)
Enemy (2013)
Sicario (2015)
Arrival (2016)
Blade Runner 2049 (2017)
Dune (2021)

Da Prisoners in poi ho visto tutto, compreso quel capolavoro che è Enemy. Quindi posso, con estrema sobrieta (e sfoggiando un linguaggio tecnico che trasuda competenza), dichiarare che, anche questa volta, il buon Denis ha tirato fuori un altro stracazzo di film.

La storia di Dune ormai la conoscono tutti, quindi mi limiterò ad accennarla. Sul pianeta desertico di Arrakis si estrae, dalla sabbia, la “spezia”, preziosa droga dai molteplici utilizzi. A contendersi i diritti di estrazione, sotto la guida feudale dell’Imperatore, due casate: gli Harkonnen (quelli brutti e cattivi) e gli Atreides (i fichissimi). Tra loro, costantemente (e comprensibilmente) incazzati con tutti, i Fremen, gli abitanti autoctoni del deserto. Complotti, guerre, veggenti, sogni e, ovviamente, vermoni giganti.

Con le musiche di Hans Zimmer e scenografie (sia interne che esterne) fuori di testa, Dune è, semplicemente, epico. Lo è in ogni istante. È come se ogni minuto di questo film trasmettesse la precarietà del destino dell’Universo, come se vibrasse. Sono davvero pochi i momenti di alleggerimento e non c’è – grazie! grazie! grazie! – nessun ricorso all’ironia, alla sdrammatizzazione. Questa è davvero una cosa rarissima ormai, con tutti i giocattoloni e blockbuster che girano. La dico meglio: non c’è nessuna cazzo di battuta, mai. Dio, che bello.

Te lo anticipo, questo Dune è la prima parte di due (si spera). Termina a metà libro (così mi dicono dalla regia) e il finale è tagliato con la mannaia. Ripeto, non aspettarti di vedere un qualche tipo di autoconclusione, non c’è. Speriamo solo che le parti siano davvero due, perché i libri della saga di Herbert (senza contare le opere derivate scritte da altri autori, tra i quali il figlio dello scrittore) sono sei. Lo spettatore medio, lobotomizzato dalla serialità netflixiana, non aspetta altro che una saga da dodici film. Io confido in Villeneuve, due sono sufficienti, anche perché mantenere un livello così alto sarebbe pressoché impossibile e si rischierebbe di sfociare in un nuovo, e altrettanto terrificante, Star Wars.

Non starò a parlarti di implicazioni ecologiche e nemmeno di feudalesimo (Arrakis potrebbe tranquillamente essere l’Africa), l’hanno già fatto in molti. Ma il fatto che non io non lo faccia non significa che stia trascurando la genialità e la preveggenza (il romanzo è del 1965) di Herbert. Anzi.

“Old” di M. Night Shyamalan

Ieri sera sono andato al cinema: un evento. L’ultima volta si parla di mesi fa, con il bellissimo Druk, ma era una proiezione in esterna, con un costo/biglietto umano. Ieri, invece, ero proprio “in sala”, per la modica cifra di 9 euro (che mi hanno subito ricordato come mai sono passato dall’andare al cinema una volta alla settimana a una ogni sei mesi). Comunque, per farmi ancora più male, ho scelto Old di Shyamalan, giusto perché Glass mi era piaciuto… (sono ironico, ovviamente).

L’idea di Old è molto buona, come lo sono spesso le idee di Shyamalan.
Un gruppo di 13 persone, residenti in un resort di lusso, vengono scortate e abbandonate in una spiaggia isolata. Lì, gli stereotip… scusa, i malcapitati si rendono presto conto che il tempo trascorre in modo diverso, forse a causa delle strane rocce che circondando la zona. In breve: mezz’ora equivale circa a un anno di vita. I segni più evidenti si notano subito sui bambini, che passano da essere preadolescenti ad adulti in poche ore. Insieme all’invecchiamento, naturalmente, anche le varie patologie e malattie accelerano la loro corsa (c’è una scena sull’osteoporosi che, nonostante tutto, merita molto). E qui mi fermo, un po’ per non spoilerare quel poco di trama presente e un po’ perché, a tutti gli effetti, finiscono anche le idee.

Non fraintendermi, Old non è brutto come Glass, ma è ben lontano dagli antichi fasti de Il sesto senso, Signs o The village. Si piazza lì nel mezzo, insieme a tutta la restante produzione del regista. Poteva diventare un gran bel film, aveva le carte in regola, tuttavia è successo ciò che (ultimamente) accade spesso alle pellicole di Shyamalan: implodono su una singola buona trovata. Tradotto: in questo film c’è solo una spiaggia dove le persone invecchiano velocemente, fine. Lo spiegone conclusivo non stupisce né aggiunge nulla al filone delle trame “gruppo-isolato-dove-succedono-cose”. Un vero peccato.

L’assenza di idee diventa “assordante” (perdonami il gioco di parole) proprio quando i novelli anziani cominciano a subire i sintomi più comuni dell’invecchiamento. La scena nella quale la moglie, ormai sorda, grida «Cosa hai detto?» al marito cieco è addirittura grottesca, un brutto incrocio tra una pubblicità dell’Amplifon e Non guardarmi non ti sento.

Insomma, sebbene Old sia piacevole a livello visivo, non porta nulla di nuovo nei contenuti. Se l’avessi visto sul televisore di casa avrei pensato alla solita mediocre produzione Netflix.
Purtroppo non è così.
(La locandina, però, è fantastica).

“Druk – Un altro giro” di Thomas Vinterberg

Druk (Un altro giro) racconta la storia di quattro amici, insegnanti nella stessa scuola superiore, che decidono di testare la teoria dello psichiatra Finn Skårderud. La teoria prevede che l’essere umano sia nato con lo 0,05% di alcol nel sangue e che, in realtà, solo mantenendo questa percentuale possa raggiungere la felicità e la soddisfazione nella propria vita (sintesi molto ermetica, ma questo è). I quattro stabiliscono una vera e propria tabella di marcia e si lanciano nell’impresa, con risultati altalenanti, anche a causa dei differenti stili di vita.

I tre imbecilli seduti al mio fianco non hanno capito nulla del film, appena lo schermo è diventato nero si sono esibiti nel grande classico «Ma che senso ha?» «Probabilmente nessuno, prova a guardare su internet». Posso immaginare che sia frustrante essere scemi e trovarsi anche con nove euro in meno in tasca (questo il prezzo del biglietto, per riportare la gente nelle sale), tuttavia ciò dovrebbe farti intuire che Druk non è che sia un film proprio per tutti. Io, per la cronaca, l’ho trovato fantastico. Per la precisione: delicato come un passerotto e potente come un elefante.

Druk fa ridere (e sorridere) per il 90% del tempo. Mads Mikkelsen è straordinario, ma in verità tutto il cast funziona molto bene. Nonostante le differenze culturali con la Danimarca siano “importanti” (anche solo per quanto riguarda l’utilizzo degli alcolici) e, quindi, ci si perda qua e là qualche sfumatura, è impossibile lasciare la sala senza avere qualcosa che ti si ripiega dentro. Perché Druk è un film sulle occasioni mancate (e su quelle non mancate), sui sogni che non si sono realizzati (o che si sono realizzati). Druk è un film su quello che si pensava di diventare, sulla vita che si sperava di avere, e sulla normalità che ti investe con tutta la sua forza, rendendoti ordinario prima che tu abbia il tempo di accorgertene.

Druk è anche il primo film che vedo che proponga una soluzione estrema (l’alcol, appunto) senza consacrarla né condannarla. È un po’ come se ti dicesse: «Guarda, se vuoi si può fare questa cosa. Certo, ci sono i pro e i contro». La brutalità della vita è tale da rendere giusitificabile un certo grado di anestesia, insomma. Ed è così che, se l’obiettivo della tua giornata diventa comprare il latte o il merluzzo al supermercato, forse tanto vale farlo da ubriaco.

[SPOILER] Il rischio di scivolare c’è ed è dietro l’angolo (così come l’alcolismo e la morte), ma c’è anche il “rischio” di raggiungere un qualche tipo di libertà. Il ballo finale di Mikkelsen (che sognava di fare il ballerino) tra gli studenti neodiplomati – con tutti i loro sogni ancora interi – è qualcosa di poetico, disperato e positivo contemporaneamente. È una sovversione delle regole che richiede, appunto, un certo livello di anestetizzazione per essere attuata.

P.s. Questo film ha vinto svariati premi, tra i quali l’Oscar come migliore film straniero. Ora  pare che Di Caprio abbia acquistato i diritti per produrne un remake statunitense. La domanda è: perché?