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“Il bosco di Mila” di Irma Cantoni

Sto aspettando che mi arrivi un carico di libri (tra cui romanzi di Bukowski, Coe, Fante, Corona, Wells…) e sto anche attendendo che esca Sleeping Beauties, dell’accoppiata King, padre e figlio (21 novembre). Insomma, tra quello che deve arrivare e La saga di Terramare appena terminata, mi sono trovato per caso questo romanzo tra le mani e quindi l’ho letto. Il preambolo perchè, come sai, il giallo non è il mio genere, mi annoia. Sherlock escluso, ovviamente.
Devo però ammettere che, sarà anche per il bisogno di una lettura un po’ più leggera e “intrattenitrice”, Il bosco di Mila si è fatto mangiare in meno di una settimana, nonostante le sue 360 pagine.

La trama la accenno appena, poichè qualsiasi aggiunta sarebbe un’anticipazione di troppo. Una bambina, Mila, sparisce durante una gita scolatica nel bosco di Mompiano (Brescia). Sulla scomparsa indaga il commissario Vittoria Troisi, romana trasferita a Brescia. Le piste sono molte e variano tra la criminalità cinese e i segreti nascosti dai Morlupo, la famiglia nota, ricca e potente di Mila.

L’ambientazione è forte e caratterizza tutto il romanzo, spaziando tra il monte Maddalena e il lago di Garda. La presenza di alcune frasi in dialetto bresciano è poi molto divertente, oltre che rara nel mondo della fiction, sia cartacea che televisiva, spesso puntata verso idiomi più “famosi” (toscano, napoletano, siciliano, ecc.). Solo questo vale la lettura del libro.
L’intreccio è articolato e si complica piacevolmente nella seconda parte del romanzo, con flashback e ricordi di altri tempi. È davvero ben costruito.

La protagonista, il commissario Troisi, è molto… femminile. Troppe paranoie mentali, pensieri, dubbi. Ecco, è stato per me l’elemento debole, nel senso che ha reso il giallo un giallo un po’ troppo… femminile, appunto. Per tutto il romanzo mi sono chiesto chi mi ricordasse e poi ci sono arrivato: il commissario Vittoria Fusco della serie del Barlume (in tv, i libri di Malvaldi non li ho ancora letti). Ci condivide anche il nome di battesimo. Poi, verso le ultime pagine, compare anche un personaggio che di cognome fa proprio “Fusco”. Sarà un caso?

Ho letto che il libro ha visto la luce grazie ad un concorso, ed è stato anche questo a convincermi alla lettura, per provare qualcosa fuori dai circoli commerciali classici. Non è male, se ti piacciono i gialli non rimarrai deluso.

“L’ombra del bastone” di Mauro Corona

E’ ufficiale: dopo un rapporto iniziale incerto, partito un po’ come un diesel, Mauro Corona mi piace, e pure parecchio. Qui trovi la mia pessima opinione de La fine del mondo storto e qui invece la gioia post-lettura de Il canto delle manére. Così ti fai un ripasso.

L’ombra del bastone non ha cambiato la mia ultima opinione, evidentemente avevo proprio scelto male il primo libro. Anche qui viene descritto un mondo montano caratterizzato dalla vita semplice: il vino, le bestie, il sesso. Il romanzo nasce come trascrizione da parte dell’autore di un quaderno ritrovato per caso, su cui è narrata in prima persona la drammatica storia vera (vera?) della vita di Severino Corona, detto Zino. Tra amore, passione, erotismo, tradimenti, violenze e stregoneria, l’esistenza di Zino è un tribolare infinito.
Il linguaggio è semplice, diretto, anche questo “montano”. Il luogo, ovviamente, Erto e il tempo i primi del 900.

Quello che avevo già riscontrato ne Il canto delle manére e che ho ritrovato ancora ne L’ombra del bastone è la capacità di Corona di far capire la tragedia di questi uomini, assissini quasi per caso, tormentati per una vita da un errore, che alle volte errore non sembra nemmeno. Il momento di ira, che potrebbe anche apparire giustificabile, che rovina una o più esistenze. Il cosiddetto “macigno” difficile da dimenticare.

Sto già scorrendo il ditone sulla bibliografia di Corona, non finisce qui.

“A ovest di Roma” di John Fante

Di Fante avevo già letto i quattro romanzi che compongono la saga di Arturo Bandini, il cui più conosciuto è Chiedi alla polvere, grazie alla trasposizione filmica con Colin Farrell (che non ho visto). Conoscevo già il suo stile di scrittura, ma in qualche modo lo avevo dimenticato. Avevo dimenticato la tristezza poetica con cui descrive anche le situazioni più semplici, avevo dimenticato quanto mi piacesse.

Questo A ovest di Roma è stato pubblicato postumo, così come altri suoi libri, dalla moglie Joyce. Due racconti qui: uno lungo, Il mio cane Stupido, e uno corto, L’orgia. Ho preferito il primo, che è poi un breve romanzo, ma anche il secondo non mi è dispiaciuto. Entrambi parlano di contesti familiari scossi da un evento che non fa altro che portare alla luce problematiche già preesistenti.

Il linguaggio è quello di Fante, ironico, a volte volgare e crudo, incredibilmente moderno. Non è chiaro a che anni risalgano questi racconti, essendo postumi, ma ricordo che anche nel leggere Aspetta primavera, Bandini (1938) ero rimasto colpito dall’attualità espressiva, senza alcun filtro. La situazione non cambia nemmeno con questa raccolta.

Bukowski disse che Fante era il suo Dio, e questo dovrebbe bastare a convincerti a leggerlo, se ancora non l’hai fatto.

“Il canto delle manére” di Mauro Corona

Chapeau, Mr. Corona.
Sono molto contento di avere cambiato idea su questo autore. Tempo fa avevo letto La fine del mondo storto rimanendo parecchio deluso. Tuttavia, conoscendo ed apprezzando Corona dalle sue interviste, mi ero riproposto di provare a leggere ancora un suo libro, prima di decidere non facesse per me. Meno male. Questo Il canto della manére è un romanzo di tutt’altra pasta, tanto che sono già alla ricerca del prossimo libro di Corona da leggere.

La storia parla del boscaiolo Santo Corona della Val Martin, dalla nascita alla morte. Ci sono amore, sangue, vendette, guerra, viaggi e molto altro, il tutto ambientato tra le montagne all’inizio del 900. Sentimenti forti e scelte di vita strazianti. Fino all’ultimo ho cercato di trovare qualche minuto libero nella giornata per poter voltare pagina e vedere come proseguiva il racconto.

Sicuramente uno dei libri più belli che ho letto quest’anno.

“La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth

Avevo un’oretta disponibile e mi sono trovato questo libretto tra le mani. E’ un racconto veloce veloce di circa sessanta pagine.

La trama è nota. Un senzatetto alcolizzato contrae un debito con un generoso sconosciuto, che lo elemosina di alcuni denari. Unica sua missione (non troppo convinta), e voto nella vita, diventerà quella di restituire il debito sotto forma di donazione a Santa Teresa, nella chiesa di Santa Maria di Batignolles. Ogni pretesto sarà valido per posticipare questa azione.

Il film non l’ho visto, però avevo letto critiche molto felici al libro e quindi mi sono buttato. A mio parere niente di particolare, non ho trovato riflessioni sulla vita di rilevante interesse. Un po’ tirata, si potrebbe azzardare una sorta di critica su come il denaro cambi e influisca sulle intenzioni e le personalità. E’ un misto tra un Bukowski trattenuto e la visione della vita da parte di un alcolizzato (che poi è la stessa cosa).
Preferisco Bukowski, appunto. O John Fante.

“La fine del mondo storto” di Mauro Corona

Devo fare alcune premesse, prima di scrivere di La fine del mondo storto:
• Innanzitutto sento spesso parlare Mauro Corona in tv e sulle sue pagine social, ed ogni volta mi fermo rapito ad ascoltarlo. E’ sempre piacevole ed interessante ciò che ha da dire e concordo con il suo pensiero.
• Ho acquistato d’impulso questo libro, perchè l’ho trovato a un prezzo esiguo, quindi non ho effettuato una scelta. Semplicemente volevo leggere qualcosa di questo autore e ne ho approfittato.
• E’ ritenuto il peggior romanzo di Corona anche dai suoi ammiratori più sfegatati.

Purtroppo, il libro non mi è piaciuto molto. E mi dispiace.

La trama è molto bella e semplice: da un giorno all’altro finiscono tutte le fonti di energia fossili e l’uomo deve trovare un modo per sopravvivere. Il 75% delle persone muore (per il freddo, la fame, la salute), il restante 25% deve reimparare a vivere secondo natura, rispettando l’ambiente e la natura, appunto.

Cosa mi piace (→ tutta la teoria)
L’idea è molto bella, e non è fantascientifica, ma vicina alla realtà. La critica al mondo costruito su falsi valori inutili, sul profitto e l’arrivismo, corrisponde esattamente a quello che penso. La condizione di un uomo, che sa giocare in borsa e usare le tecnologie più avanzate, ma non sa più come si accenda un fuoco, se non con un accendino, è una drammatica verità. Apprezzo e condivido appieno la visione pessimistica dell’essere umano che, come sostiene anche Corona, è un coglione. E’ una bellissima parabola tragica, che dovrebbero leggere tutti, soprattutto i bambini, nelle scuole.

Cosa non mi piace (→ la scrittura)
Per farla breve, questo romanzo di 160 pagine, poteva essere un racconto di 30 pagine, considerando già in 30 pagine un buon grado di ripetitività, per sottolineare i concetti. Tradotto: in 160 pagine c’è un livello altissimo di ripetitività. Chiariamo, vengono ripetuti anche concetti importanti, però quando leggo per tre volte che le discoteche vengono usate come stalle, la situazione stride. E’ chiaro cosa voglia indicare, e concordo, ma una volta è sufficiente. Sembra un libro scritto con rabbia (e forse lo è), ma con una rabbia propria e non comunicativa, quella che non ti fa ragionare bene e ti acceca. Come in quelle discussioni che, dopo un po’, diventano solo la ripetizione delle proprie idee, senza apportare indicazioni costruttive. Io la capisco questa rabbia, e forse è propria di chi ha ancora una inconscia speranza nella razza umana. Personalmente, non avendone, di speranza, faccio fatica a leggerla.

Detto questo, proprio per le premesse indicate sopra, credo proverò ancora un libro o due di Corona, proprio perchè potrei essere cascato sul romanzo sbagliato, con concetti eccellenti, ma male espressi.

“Millennium – La ragazza che giocava con il fuoco” di Stieg Larsson

Che dire, non ho molto da aggiungere rispetto a quanto già scritto per il primo volume Uomini che odiano le donne, sono nuovamente volate altre 750 pagine in un attimo. In copertina dicono “Entrate nel mondo di Stieg Larsson e non vorrete più uscirne!”, ed è una buona sintesi di quanto succede davvero.

Nel primo volume il tema centrale era un serial killer, qui si parla di mafia della prostituzione (trafficking) e di intrighi segretati che hanno al centro Lisbeth Salander, di cui si scopre molto, svelando quindi l’alone di mistero che la circonda. Il tema del serial killer mi è più caro, ma è una preferenza personale, non per questo saprei dire quale dei due libri è il migliore. C’è molta azione, molta più violenza rispetto al primo volume e molta più storia personale di Lisbeth. Questo romanzo è inoltre una introduzione a quanto succederà nel terzo, è chiaro dal finale (non spoilero).

Una menzione particolare ad una scena di combattimento di boxe (o quasi) che ti lascia col fiato sospeso per qualche pagina, e non è certo facile, a livello narrativo, sviluppare così bene una situazione palesemente più visuale che scritta. Altra curiosità: il buon Mikael Blomkvist riesce a trombarsi un altro membro della famiglia Vanger, è davvero incontenibile!

Forse Larsson non sarà ricordato per la profondità dei suoi romanzi, ma a livello di coinvolgimento è davvero inimitabile, sembra di vedere un film. E’ la classica lettura per cui  appena hai cinque minuti prendi il libro in mano e vuoi vedere cosa succede nella pagina dopo.

Ho già La regina dei castelli di carta pronto.

“Fine turno” di Stephen King

Fine della trilogia poliziesca di Stephen King. Fine turno..
Avevo già parlato dei primi due libri della serie: Mr. Mercedes e Chi perde paga (sempre tu abbia voglia di farti un ripasso).

Nella normalità, sia della produzione letteraria che cinematografica, la decadenza della qualità nel progredire con gli episodi/puntate/serie/volumi è ormai un dato di fatto innegabile. Pochissimi sono gli esempi che contraddicono la regola (vedi Il padrino). Tuttavia, dal creatore della Torre Nera (altro rarissimo caso di eccellenza seriale) non mi sarei aspettato la conferma della regola. E invece.. invece Fine turno mi ha proprio scassato i maroni.

Questo ultimo capitolo è la copia carbone del primo, con tanto di difficoltà fisica del protagonista Hodges che deve lottare con il suo corpo oltre che con il nemico Brady (nel primo libro il poliziotto aveva il cuore prossimo a un infarto, qui ha un tumore ed è prossimo alla morte). Peraltro questo schema della doppia difficoltà è uno schema classico alla Stephen King, una delle maggiori pecche ripetitive, a mio parere, dei suoi peggiori libri. E io, te lo ricordo, amo Stephen King. Nel primo volume della trilogia c’era però la novità hard boiled a rendere il tutto digeribile, in quest’ultimo invece non c’è nulla di nuovo, anzi. La svolta verso i poteri parapsicologici del cattivone, non fa altro che ammazzare la freschezza di un genere nuovo per l’autore, riportando il tutto sui consueti binari, ma con qualche ruota in meno a causa del voler comunque contraddistinguersi per un appartenenza di genere (noir) ormai imposto alla serie.

Io non sono uno di quelli che dice “il King di una volta non esiste più”, ho trovato i recenti The dome e 22/11/63 molto belli, e anche Joyland, per quanto sicuramente più leggero, è godibilissimo. Al tempo stesso però ritengo Fine turno una delle peggiori prostituzioni dell’autore alla commercialità più estrema, al volersi adeguare ad una moderna necessità seriale di cui, ancora una volta, almeno io, non sentivo il bisogno.

Sicuramente, in un mondo dove ormai il caprone medio segue ogni anno la “nuova” serie televisiva con lo stesso entusiasmo con cui segue il “nuovo” campionato, economicamente è la strategia più premiante. Minor sforzo creativo, sicurezza del ritorno del consumatore, maggiori introiti. Non a caso anche Mr. Mercedes diventerà un ennesima serie televisiva. E chiariamo, la colpa non è certo di King o dei produttori vari, che giustamente ci guadagnano miliardi sulle pecorelle, la colpa è del letargo dei cervelli. Lo schiavo lavora 12 ore al giorno in modo ripetitivo, dopodichè si svaga con un passatempo altrettanto ripetitivo.

La lobotomia autoinflitta è completa.

“Tarzan delle scimmie” di Edgar Rice Burroughs

In totale ignoranza ero convinto che il buon Burroughs avesse scritto un solo romanzo sul personaggio di Tarzan, ma approfondendo la questione mi son dovuto presto ricredere. I romanzi su Tarzan sono 24, di cui 16 tradotti in italiano (wiki). Tarzan dell scimmie è il primo libro della serie (scritta tra il 1912 e il 1947, più un paio di opere postume) e anche il più rappresentato cinematograficamente. A proposito, non ho ancora visto il Tarzan appena uscito al cinema, lo guarderò, anche se per me Tarzan rimane sempre Christopher Lambert in Greystoke – La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie.

Detto questo, sono rimasto notevolmente stupito: Tarzan mi è piaciuto moltissimo. Cioè, non che mi aspettassi un brutto libro, ci mancherebbe, ma non immaginavo certo mi avrebbe coinvolto e conquistato così tanto, pensavo giusto a un passatempo. Invece, tolti gli adeguati filtri dovuti al periodo di scrittura (soprattutto alle incongruenze scentifiche), Tarzan parla della vera natura umana, quella che si sviluppa con la crescita nella giungla del protagonista. Un esempio per tutti: Tarzan quando ha bisogno uccide. Senza rabbia o rimpianto, uccide come farebbe un leone o una tigre, senza che ci sia nulla di male in questo, senza cattiveria. Dal leone alla scimmia, passando per i negri* cannibali del villaggio vicino. (*Perdona il termine non politically correct, ma così si chiamano nel libro. E poi tra negri, neri, di colore, afroamericani o altro, non so più quale è il termine corretto di quest’anno, che tanto non sarà corretto l’anno prossimo, perchè l’uomo “civile” risolve i problemi del nostro tempo con la terminologia).

Spoilero. Il finale è peraltro estremamente amaro. Tarzan dopo un breve periodo nella civiltà (molto breve a livello di pagine) capisce che non è nel suo regno. Non solo: Jane, condizionata dalle promesse di matrimonio e dalle convenzioni sociali, ti appare come una creatura inferiore al “dio silvano” (così lei definisce Tarzan). Tarzan è disposto a cambiare la sua vita per l’amore di una donna, la donna vorrebbe ma non se la sente, si inventa delle motivazioni che giustifichino la sua rinuncia a Tarzan, e alla fine questo renderà scontenti tutti. E’ una perfetta metafora di quello che accade ogni giorno nel nostro mondo. Tarzan si finge stupido, si finge scimmia, per poter creare un minimo di armonia nella “civiltà” che si lascia alle spalle.

Curiosità: ci sono alcune parti scientificamente impossibili (o almeno credo). Tarzan con un abbecedario impara da solo a leggere e scrivere. Quando arrivano persone dall’esterno lui comunica scrivendo. Il problema è che non conosce solo le parole associate a determinate immagini (come se fossero ideogrammi), ma è in grado di comporne e leggerne di nuove, senza saper parlare.
Oltre a questo le scimmie sono talvolta soggette ad attacchi d’ira, più vicini all’uomo che all’animale.
Ovviamente quindi, bisogna attivare la sospensione dell’incredulità, altrimenti difficilmente un bambino sarebbe sopravvissuto nella giungla tra pantere e serpenti fino a diventare uomo..

Questo Tarzan delle scimmie, acquistato solo perchè costava 2 euro ed era insieme ad altri libri scelti invece con cura, si è rivelato indubbiamente una delle migliori sorprese del mio anno di letture.

“Bone – Il mistero della scintilla – Libro Primo” di Jeff Smith e Tom Sniegoski

Io lo so che finirò con il parlarti di Bone di Jeff Smith invece che del libro, perchè è uno dei migliori fumetti che abbia mai letto, ma comunque ci proviamo. Cioè, Bone è fantastico, non ci sono cazzi. Dicevo? Ah si, il Mistero della scintilla. Però Bone è inimitabile dai, con le sue 1300 pagine è una sorta di Signore degli anelli dei fumetti in chiave comica, anche se bisogna dire che nonostante le risate mantiene un concetto molto serio e profondo di Bene e Male. Insomma è inarrivabile.

Il mistero della scintilla..

Allora, questo è il primo libro di una trilogia di romanzi illustrati da Smith e scritti da Sniegoski, nati come costola del fantasticissimo Bone. Se non hai letto il fumetto non prendere neanche in considerazione questi romanzi, prima devi leggere il fumetto, poi cercherai di ritrovare la magia nelle altre letture. Già perchè da Bone sono nate altre pubblicazioni (che non ho ancora letto) sempre edite da Bao che ha curato anche l’omnibus a fumetti, tra cui Racconti intorno al fuoco, La principessa Rose e L’arte di Bone. Sto divagando di nuovo.

Questo libro è un libro per ragazzi, ma ragazzi minuscoli, tipo 9/11 anni. Amarezza, tristezza e rassegnazione. Ero galvanizzato dalle 220 pagine, sperando, vista la mole, che non si trattasse di una storia per bambini, ma non c’è stato nulla da fare. Oddio, chiariamo, un ottimo libro per il suo target, ma la magia di Bone non si è ripetuta. Mi rimane la speranza che, uscendo i tre libri della trilogia ad anni di distanza, avvenga il fenomeno Harry Potter, cioè che gli autori facciano crescere la storia assieme ai lettori rendendola più adulta con le successive puntate. Ma temo che questa speranza sia solamente il voler giustificare il collezionista che è in me e che acquisterà anche i due libri successivi per soddisfare il bisogno di completezza della collezione.

La storia è talmente semplice che se te la racconto finisce subito. Quindi non te la racconto. I protagonisti la vivono come una grande e lunga avventura, ma tanto lunga non è, se non nella mente di un eventuale lettore molto giovane, appunto. Insomma, se hai un nipotino è un libro che consiglierei sicuramente, sarà sicuramente soddisfatto e divertito. Se sei un collezionista è inutile che ti dica qualsiasi cosa, farai quel cazzo che ti impone la malattia (hanno anche curato un’edizione davvero bella fisicamente, solida, lo sanno che non si resiste, i furboni). Se invece hai letto Bone occasionalmente non cercare di recuperare un amore finito, sappiamo entrambi come sono gli strascichi. I disegni di Smith non sono molti e anche questi sono adeguati al target, nulla a che vedere con.. ci risiamo.

Non so se si evince da quel che ho scritto.. ma vorrei essere chiaro visto che siamo alla fine così che non siano dubbi: Bone è MITICO!