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“Fine turno” di Stephen King

Fine della trilogia poliziesca di Stephen King. Fine turno..
Avevo già parlato dei primi due libri della serie: Mr. Mercedes e Chi perde paga (sempre tu abbia voglia di farti un ripasso).

Nella normalità, sia della produzione letteraria che cinematografica, la decadenza della qualità nel progredire con gli episodi/puntate/serie/volumi è ormai un dato di fatto innegabile. Pochissimi sono gli esempi che contraddicono la regola (vedi Il padrino). Tuttavia, dal creatore della Torre Nera (altro rarissimo caso di eccellenza seriale) non mi sarei aspettato la conferma della regola. E invece.. invece Fine turno mi ha proprio scassato i maroni.

Questo ultimo capitolo è la copia carbone del primo, con tanto di difficoltà fisica del protagonista Hodges che deve lottare con il suo corpo oltre che con il nemico Brady (nel primo libro il poliziotto aveva il cuore prossimo a un infarto, qui ha un tumore ed è prossimo alla morte). Peraltro questo schema della doppia difficoltà è uno schema classico alla Stephen King, una delle maggiori pecche ripetitive, a mio parere, dei suoi peggiori libri. E io, te lo ricordo, amo Stephen King. Nel primo volume della trilogia c’era però la novità hard boiled a rendere il tutto digeribile, in quest’ultimo invece non c’è nulla di nuovo, anzi. La svolta verso i poteri parapsicologici del cattivone, non fa altro che ammazzare la freschezza di un genere nuovo per l’autore, riportando il tutto sui consueti binari, ma con qualche ruota in meno a causa del voler comunque contraddistinguersi per un appartenenza di genere (noir) ormai imposto alla serie.

Io non sono uno di quelli che dice “il King di una volta non esiste più”, ho trovato i recenti The dome e 22/11/63 molto belli, e anche Joyland, per quanto sicuramente più leggero, è godibilissimo. Al tempo stesso però ritengo Fine turno una delle peggiori prostituzioni dell’autore alla commercialità più estrema, al volersi adeguare ad una moderna necessità seriale di cui, ancora una volta, almeno io, non sentivo il bisogno.

Sicuramente, in un mondo dove ormai il caprone medio segue ogni anno la “nuova” serie televisiva con lo stesso entusiasmo con cui segue il “nuovo” campionato, economicamente è la strategia più premiante. Minor sforzo creativo, sicurezza del ritorno del consumatore, maggiori introiti. Non a caso anche Mr. Mercedes diventerà un ennesima serie televisiva. E chiariamo, la colpa non è certo di King o dei produttori vari, che giustamente ci guadagnano miliardi sulle pecorelle, la colpa è del letargo dei cervelli. Lo schiavo lavora 12 ore al giorno in modo ripetitivo, dopodichè si svaga con un passatempo altrettanto ripetitivo.

La lobotomia autoinflitta è completa.

“Tarzan delle scimmie” di Edgar Rice Burroughs

In totale ignoranza ero convinto che il buon Burroughs avesse scritto un solo romanzo sul personaggio di Tarzan, ma approfondendo la questione mi son dovuto presto ricredere. I romanzi su Tarzan sono 24, di cui 16 tradotti in italiano (wiki). Tarzan dell scimmie è il primo libro della serie (scritta tra il 1912 e il 1947, più un paio di opere postume) e anche il più rappresentato cinematograficamente. A proposito, non ho ancora visto il Tarzan appena uscito al cinema, lo guarderò, anche se per me Tarzan rimane sempre Christopher Lambert in Greystoke – La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie.

Detto questo, sono rimasto notevolmente stupito: Tarzan mi è piaciuto moltissimo. Cioè, non che mi aspettassi un brutto libro, ci mancherebbe, ma non immaginavo certo mi avrebbe coinvolto e conquistato così tanto, pensavo giusto a un passatempo. Invece, tolti gli adeguati filtri dovuti al periodo di scrittura (soprattutto alle incongruenze scentifiche), Tarzan parla della vera natura umana, quella che si sviluppa con la crescita nella giungla del protagonista. Un esempio per tutti: Tarzan quando ha bisogno uccide. Senza rabbia o rimpianto, uccide come farebbe un leone o una tigre, senza che ci sia nulla di male in questo, senza cattiveria. Dal leone alla scimmia, passando per i negri* cannibali del villaggio vicino. (*Perdona il termine non politically correct, ma così si chiamano nel libro. E poi tra negri, neri, di colore, afroamericani o altro, non so più quale è il termine corretto di quest’anno, che tanto non sarà corretto l’anno prossimo, perchè l’uomo “civile” risolve i problemi del nostro tempo con la terminologia).

Spoilero. Il finale è peraltro estremamente amaro. Tarzan dopo un breve periodo nella civiltà (molto breve a livello di pagine) capisce che non è nel suo regno. Non solo: Jane, condizionata dalle promesse di matrimonio e dalle convenzioni sociali, ti appare come una creatura inferiore al “dio silvano” (così lei definisce Tarzan). Tarzan è disposto a cambiare la sua vita per l’amore di una donna, la donna vorrebbe ma non se la sente, si inventa delle motivazioni che giustifichino la sua rinuncia a Tarzan, e alla fine questo renderà scontenti tutti. E’ una perfetta metafora di quello che accade ogni giorno nel nostro mondo. Tarzan si finge stupido, si finge scimmia, per poter creare un minimo di armonia nella “civiltà” che si lascia alle spalle.

Curiosità: ci sono alcune parti scientificamente impossibili (o almeno credo). Tarzan con un abbecedario impara da solo a leggere e scrivere. Quando arrivano persone dall’esterno lui comunica scrivendo. Il problema è che non conosce solo le parole associate a determinate immagini (come se fossero ideogrammi), ma è in grado di comporne e leggerne di nuove, senza saper parlare.
Oltre a questo le scimmie sono talvolta soggette ad attacchi d’ira, più vicini all’uomo che all’animale.
Ovviamente quindi, bisogna attivare la sospensione dell’incredulità, altrimenti difficilmente un bambino sarebbe sopravvissuto nella giungla tra pantere e serpenti fino a diventare uomo..

Questo Tarzan delle scimmie, acquistato solo perchè costava 2 euro ed era insieme ad altri libri scelti invece con cura, si è rivelato indubbiamente una delle migliori sorprese del mio anno di letture.

“Bone – Il mistero della scintilla – Libro Primo” di Jeff Smith e Tom Sniegoski

Io lo so che finirò con il parlarti di Bone di Jeff Smith invece che del libro, perchè è uno dei migliori fumetti che abbia mai letto, ma comunque ci proviamo. Cioè, Bone è fantastico, non ci sono cazzi. Dicevo? Ah si, il Mistero della scintilla. Però Bone è inimitabile dai, con le sue 1300 pagine è una sorta di Signore degli anelli dei fumetti in chiave comica, anche se bisogna dire che nonostante le risate mantiene un concetto molto serio e profondo di Bene e Male. Insomma è inarrivabile.

Il mistero della scintilla..

Allora, questo è il primo libro di una trilogia di romanzi illustrati da Smith e scritti da Sniegoski, nati come costola del fantasticissimo Bone. Se non hai letto il fumetto non prendere neanche in considerazione questi romanzi, prima devi leggere il fumetto, poi cercherai di ritrovare la magia nelle altre letture. Già perchè da Bone sono nate altre pubblicazioni (che non ho ancora letto) sempre edite da Bao che ha curato anche l’omnibus a fumetti, tra cui Racconti intorno al fuoco, La principessa Rose e L’arte di Bone. Sto divagando di nuovo.

Questo libro è un libro per ragazzi, ma ragazzi minuscoli, tipo 9/11 anni. Amarezza, tristezza e rassegnazione. Ero galvanizzato dalle 220 pagine, sperando, vista la mole, che non si trattasse di una storia per bambini, ma non c’è stato nulla da fare. Oddio, chiariamo, un ottimo libro per il suo target, ma la magia di Bone non si è ripetuta. Mi rimane la speranza che, uscendo i tre libri della trilogia ad anni di distanza, avvenga il fenomeno Harry Potter, cioè che gli autori facciano crescere la storia assieme ai lettori rendendola più adulta con le successive puntate. Ma temo che questa speranza sia solamente il voler giustificare il collezionista che è in me e che acquisterà anche i due libri successivi per soddisfare il bisogno di completezza della collezione.

La storia è talmente semplice che se te la racconto finisce subito. Quindi non te la racconto. I protagonisti la vivono come una grande e lunga avventura, ma tanto lunga non è, se non nella mente di un eventuale lettore molto giovane, appunto. Insomma, se hai un nipotino è un libro che consiglierei sicuramente, sarà sicuramente soddisfatto e divertito. Se sei un collezionista è inutile che ti dica qualsiasi cosa, farai quel cazzo che ti impone la malattia (hanno anche curato un’edizione davvero bella fisicamente, solida, lo sanno che non si resiste, i furboni). Se invece hai letto Bone occasionalmente non cercare di recuperare un amore finito, sappiamo entrambi come sono gli strascichi. I disegni di Smith non sono molti e anche questi sono adeguati al target, nulla a che vedere con.. ci risiamo.

Non so se si evince da quel che ho scritto.. ma vorrei essere chiaro visto che siamo alla fine così che non siano dubbi: Bone è MITICO!

“Paria dei cieli” di Isaac Asimov

Ci è mancato poco che l’ordine di lettura del Ciclo dell’Impero mi facesse venire un anacoluto al cervello (lo so che è una figura retorica, ma senti come suona bene). Ho scelto alla fine di leggerli nell’ordine cronologico di scrittura, e quindi: Paria dei cieli (1950), Il tiranno dei mondi (1951) e Le correnti dello spazio (1952). Ordine confutato dallo stesso Asimov che in Preludio alla Fondazione (1988) indica la corretta lettura in senso esattamente inverso, in disaccordo con i lettori che propongono un ulteriore terzo ordine di lettura.. Insomma, ci siamo capiti. Son sicuro che a leggerli così come sono usciti all’epoca non si sbaglia, dai.

Detto questo, il romanzo è ovviamente spettacolare. (La trama col cazzo che te la racconto, perchè è asimovianamente incasinata, quindi se vuoi te la vai a recuperare su wiki.) Quello che conta è che, come fino ad ora mi è capitato leggendo i libri di Asimov, non si tratta unicamente di narrazione pura senza alcuna morale. Infatti a dominare il romanzo è il concetto di superiorità o meno della razza, in questo caso della Terra nei confronti delle razze della Galassia. Ricorda che siamo nel 1950, quindi il tema è ancora più che mai caldo ed attuale. Questo non significa che si tratti di un polpettone, anzi, l’impressione è che Asimov “la butti un po’ lì”, per fare riflettere divertendo, così come farebbe un buon maestro insegnando un gioco istruttivo a un discepolo, forse conscio che le masse non hanno molta voglia di impegnarsi psicologicamente in riflessioni troppo estranee alla narrazione (ma questo lo dico io eh). Ovviamente tanta scienza, ben spiegata, caratterizza tutto il resto della storia.

Una postilla divertente a fine libro mi ha dato l’idea di un Asimov “precisino”. Tutta la vicenda si svolge sulla Terra che, per ragioni imputabili a una probabile guerra nucleare del passato, è radioattiva. Ne conseguono varie attenzioni dei personaggi alle radiazioni e alla convivenza con esse (tipo le mutande di piombo..). Asimov a fine libro, qualche anno dopo, ci tiene a specificare che all’epoca non era ancora così chiaro come le radiazioni potessero influenzare la vita, ma che l’esperienza a lungo termine di Hiroshima gli ha fatto capire che ci sono diverse incongruenze scientifiche nel libro riguardo questo tema. Chiede quindi al lettore la sospensione dell’incredulità per tutta la parte riguardante la radioattività. Come dire, milioni di pianeti conquistati, ma il tutto in modo razionale, coerente e credibile.

Io, invece, devo sospendere l’incredulità per poter immaginare che, anche solo tra 100 anni, l’intera umanità non sia già estinta.

“Mi chiamo Chuck” di Aaron Karo

La prima volta che ho visto Mi chiamo Chuck in libreria ne sono stato attratto, ma il prezzo di copertina di 12 euro, unito al fatto che fosse un romanzo per young adults, mi aveva fatto desistere dall’effettuare l’acquisto. Poi però, qualche giorno fa, l’ho ribeccato su eBay a 5 euro spedizione inclusa, e allora non ho resistito. E devo dire che non sono pentito.

Si, è un romanzo per ragazzi, si legge tranquillamente in tre ore perchè, pur avendo 280 pagine, ha l’interlinea a doppia senso con corsia d’emergenza (e piazzola di sosta) e i caratteri in dimensione extralarge. Insomma è proprio leggerino, ma è molto piacevole. C’è anche da dire che ho una certa passione per i romanzi di formazione, basti pensare che Il giovane Holden rimane uno dei miei libri preferiti in assoluto.

La storia è semplice e non molto originale. Chuck è un ragazzino sfigato e nerd di 17 anni, con un amico sfigato quanto lui, una sorella che non lo caga mai e un’esistenza ai margini dell’impopolarità totale in ambito scolastico (fa parte del club dei secchioni), dove i soliti bulli “bulleggiano” a scapito suo e dei suoi pochi amici. Scopre l’amore e questo pian piano cambia le cose, ed è il motore del miglioramento del personaggio in tutta la storia. Fine, non spoilero dai. L’originalità consiste nel fatto che Chuck soffra di un disturbo ossessivo-compulsivo. Presente? Quelli che si lavano le mani 8000 volte, contano il numero delle pippe (lo fa) e hanno problemi nei contatti fisici. Ecco. Il disturbo psichico è il coprotagonista del romanzo, pur sempre rimanendo il tutto in una chiave di comicità e leggerezza.

Il pregio di questo romanzo di Aaron Karo è proprio l’analisi della malattia del protagonista, e di come questa condizioni i rapporti di Chuck con la sua famiglia, i suoi amici e l’amore. E’ una novità e soprattutto l’argomento è affrontato senza mai risultare pesante ma anzi, con molta autoironia da parte di Chuck stesso che narra in prima persona. Il lato meno positivo invece è che tutto il resto sia molto stereotipato, a partire dagli altri personaggi del romanzo che non presentano una grande profondità psicologica. Ad esempio il bullo fa il bullo perchè è un bullo, stop. E’ pur sempre un romanzo per ragazzi certo, ma credo che qualcosa di più dal contesto si sarebbe potuto spremere. Inoltre forse l’età di 17 anni è un pochino fuori mira verso l’alto, il protagonista (& co.) potrebbe avere anche 15 anni, e due anni a quell’età contano parecchio..

E’ comunque un romanzo che mi ha riportato per un po’ alla giovinezza, divertendomi, una buona lettura per staccare e svagarsi senza grandi pretese.

“Il bazar dei brutti sogni” di Stephen King

La copertina, bellissima e finalmente fedele all’originale, mi ha conquistato subito. Poi nel prendere in mano il libro, bè, è gommoso, ho detto tutto. A livello visivo e tattile Il bazar dei brutti sogni ha già vinto ancora prima di iniziare a leggerlo. Il resto è facile.

20 racconti in cui il Re passa come sempre da un argomento all’altro, sondando tutti gli aspetti dell’animo umano. L’orrore, nel senso classico, è presente in circa la metà delle storie, anche se, per ovvie ragioni di marketing, ormai King è conosciuto come romanziere del terrore. Chi lo conosce davvero sa bene ormai che nella maggior parte dei casi non si parla di vampiri o zombie. L’orrore è quello umano, quello che si nasconde dentro ognuno di noi e che Stephen descrive benissimo, e che ovviamente fa più paura. L’orrore della solitudine, della rassegnazione, della vita sprecata, della paura della morte. Tanti sono i tipi di orrore, e anche se molti “hanno i denti” quelli più spaventosi sono meno facili da riconoscere.

Ho visto che diversi lettori si lamentano poichè in questa raccolta sono presenti molti racconti già pubblicati. Sarà anche vero, ma sono racconti pubblicati a puntate online o su giornali che io non avevo mai letto. Di King ho letto tutto (mi mancano 3/4 libri, che sono in lista..) ma non ho mai inseguito la singola pubblicazione “speciale” sulla rivista, ecc.. quindi credo che, se sei un appassionato “normale”, resterai soddisfatto dal materiale presente. E’ anche un’occasione per leggere diverse traduzioni in breve periodo, e di accorgersi che la magia non la fa il traduttore..

Senza spiegazioni o anticipazioni, ti consiglierei, se credi che King sia uno scrittore “di genere”, di provare anche il solo racconto Premium Harmony, che è corto, non impegna tanto e lo puoi leggere senza sentirti ucciso dalla mole delle sue 10 pagine.

Sicuramente il meglio il Re lo offre nei romanzi, e più sono lunghi e articolati meglio è, tuttavia questo Bazar mi è piaciuto comunque e ha felicemente intervallato la trilogia poliziesca/noir che sinceramente mi sta stufando. Resta comunque il fatto che, come si suol dire, la cosa più importante non è la meta ma il viaggio, di conseguenza, per uno come King che è molto bravo a farti viaggiare su chilometraggi da 800 pagine, il racconto resti qualcosa di ancora un gradino sotto la media. Ecco, se proprio dovessi dire qualcosa di negativo, è che nel racconto ci si aspetta spesso il colpo di scena finale, considerata la sua breve lunghezza, e non un piccolo viaggio in cui la meta conta poco.

“Senza veli” di Chuck Palahniuk

Con Senza veli ho letto esattamente dieci libri di Palahniuk, mi manca quindi veramente poco per l’opera omnia e ho già Dannazione sottomano, quindi siamo sulla buona strada. I picchi di Soffocare, Survivor e Fight Club non si sono ripetuti, però alcuni dei suoi romanzi mi sono piaciuti molto lo stesso, come Gang bang ad esempio, anche se più “leggeri” rispetto ai must have.

Questo Senza veli ti spezza le gambe nelle prime 50 pagine, ma poi un pochino si riprende, ed è comunque godibile in alcuni tratti anche se probabilmente rimane uno dei peggiori romanzi (se non il peggiore) di Chuck. L’inizio è terribilmente e pesantemente nozionistico, cosa a cui Palahniuk ci ha abituato e che generalmente è uno dei suoi punti di forza, ma non questa volta, poichè le informazioni elargite sono davvero troppe e spesso prevalgono sulla storia. Storia che, appunto, risulta essere un po’ debole, tanto che avevo previsto il colpo di scena finale a un terzo del romanzo.

Te lo consiglio solo se sei un vero appassionato di cinema d’altri tempi, i tempi dei fratelli Marx per capirci. Io amo il cinema, ma ho avuto comunque delle difficoltà a trovare interessante quello che spesso si è rivelato essere un semplice snocciolinare nomi di celebrità, film e luoghi. In definitiva in questo romanzo succede poco e quel poco che succede è abbastanza scontato e prevedibile. Peccato.

“Pigmeo” di Chuck Palahniuk

“Porta non più rimarginata dentro muro” significa: la porta si è aperta. Ecco. Immaginati un intero romanzo scritto in questo linguaggio e puoi avere un’idea parziale di Pigmeo.
Il protagonista è un ragazzino terrorista, proveniente da un non ben precisato paese, che parla (molto/troppo) male la lingua. La storia è raccontata in prima persona, di conseguenza siamo vicini a un esperimento letterario più che a un vero e proprio romanzo. Fino a pagina 100 ti penti di aver acquistato il libro, poi il cervello, che è incredibilmente versatile, inizia ad adeguarsi al linguaggio del Pigmeo, e ti godi la restante metà della storia. Sicuramente uno dei libri più odiati di Palahniuk proprio a causa della difficile lettura, basta dare un’occhiata in rete per capire che chi ha mollato la presa non è certo una mosca bianca. Sarei curioso di capire quanta responsabilità è dell’autore e quanta del traduttore.

A me in fin dei conti non è dispiaciuto, certo Chuck ha scritto di meglio, ma anche di peggio. Il giovane Pigmeo (che è così denominato per tutto il libro, tranne quando si autoenuncia come “operativo me”) offre una visione della vita occidentale sicuramente sarcastica ma in fondo veritiera, con il continuo inseguimento di falsi valori, ideali e credi religiosi e la relativa ipocrisia onnipresente. Non mancano momenti di ineguagliabile originalità nel disprezzo del “nemico” americano, come quando Pigmeo nota, guardando dei porno, l’incapacità dell’uomo occidentale di portare a termine la missione fecondativa poichè all’ultimo momento sbaglia sempre tentando di fecondare il seno, l’ano o il volto della partner.
Gli Stati Uniti, ma in fondo tutto l’Occidente, vengono smembrati pezzo per pezzo dalla visione di Pigmeo, e io non sono riuscito a dargli torto.

Se non hai mai letto Palahniuk sicuramente devi iniziare da qualcos’altro. Se odii le persone amerai Pigmeo e “l’arma turgida di operativo me” pronta a fecondare qualsiasi cosa per infiltrare il nemico nell’Occidente.

“La fine dell’Eternità” di Isaac Asimov

Qualche anno fa ho letto il ciclo dei Robot di Asimov, composto dai quattro romanzi Abissi d’acciaio, Il sole nudo, I robot dell’alba e I robot e l’Impero riproponendomi più volte poi di riprendere in mano un autore che, erroneamente e stupidamente, avevo giudicato noioso senza nemmeno conoscerlo.

Asimov, invece, è semplicemente un genio. Questo La fine dell’Eternità, ritenuto da molti il suo romanzo migliore, ne è l’ennesima prova. Scritto nel 1955 non fa parte di nessun ciclo, anche se verrà poi citato nelle varie Fondazioni (che non ho ancora letto), e tratta il tema dei viaggi nel tempo con i relativi paradossi e tutto ciò che di cervellotico ne segue. L’Eternità non è altro che la possibilità di controllare gli eventi temporali, tornando indietro o andando avanti nel tempo, per far sì che l’Umanità possa evolvere nel migliore dei modi (almeno secondo il pensiero degli “Eterni”) senza mai correre nessun rischio o pericolo. Da qui segue una critica alla mancanza di libero arbitrio e all’immobilità culturale e scientifica che deriverebbe dalla eccessiva sicurezza e dall’annullamento dell’imprevedibile.
E’ una visione ottimistica dell’Uomo quella che ha Asimov, ben diversa dalla mia, ma sicuramente interessante. Basti pensare che nella storia ipotizza il passaggio dell’era atomica dal 30° secolo al 1930 come un’evoluzione dell’Umanità necessaria al raggiungimento futuro delle stelle. Auguri.

Probabilmente non è un romanzo per tutti, diciamo che a confronto la trilogia filmica di Zemeckis potrebbe essere una passeggiata di salute. Ora mi aspetta la Trilogia dell’Impero, dopodichè procederò con la Fondazione. Con calma. Ti tengo aggiornato.

“Fuga dal campo 14” di Blaine Harden

Ovvero: dell’Olocausto in realtà non ce ne frega un cazzo. Ma veniamo prima al libro, poi procederò con calma insultando la razza umana.

La storia è nota. Shin Dong-hyuk è uno tra i pochissimi prigionieri che sono riusciti a fuggire da un campo di concentramento della Corea del Nord e, probabilmente, l’unico tra gli evasi a esserci anche nato dentro. Il libro, scritto dal giornalista Blaine Harden, racconta gli anni di prigionia e la fuga di Shin.
Sembra che, al momento, nei campi di concentramento/sterminio/lager della Corea del Nord ci siano all’incirca 200.000 prigionieri, con una prospettiva di vita media di 45 anni. Questi campi si estendono per decine di chilometri e sono visibili con Google Earth. Nei campi l’essere umano non ha alcun diritto: è giustiziabile, stuprabile o torturabile in qualsiasi istante. Ti ricorda forse qualcosa di già visto?
Non basta. I lager della Corea del Nord sono presenti dagli anni 50. Facciamo due conti per vedere se hanno fatto più morti di quelli tedeschi o 60 anni di sterminio sono sufficienti per dare un’idea generale? (Non certo perché sia una gara, ma per capire la portata della cosa.)
Si parla di persone che mangiano topi, serpenti e alimenti non digeriti (recuperati all’interno delle feci), per poter sopravvivere. Che poi, se ti beccano a rubare un topo o un chicco di riso, ovviamente, ti fucilano.
È in questa atmosfera che nasce e cresce Shin, con una mentalità puntata a spiare e tradire i compagni di prigionia (madre compresa), senza nessuna conoscenza di quelli che sono i normali rapporti umani. La madre, per Shin, è una rivale per la spartizione del cibo, nulla di più, come per lei Shin rappresenta solo un peso da nutrire. Il tutto nella convinzione che siano le guardie ad avere sempre ragione, unica voce dall’alto e simbolo di un’autorità divina, mai conosciuta, alla quale obbedire ciecamente.
Il contorno sono abusi sessuali, bambini uccisi a randellate da maestri che insegnano la superiorità del dittatore Kim Jong-un, torture, mestruazioni che imbrattano tuniche mai sostituite, schiavismo, ecc.
Dimenticavo, Shin è nato imprigionato e nel campo dovrebbe morirci in quanto colpevole dei reati commessi dai suoi avi. I reati sono, principalmente, quelli di opposizione politica al regime.

La cosa più difficile da capire, ma che il libro passa bene, è il concetto di “assenza della normalità”. Se una persona nasce in uno di questi campi, senza aver mai visto l’esterno, non conosce nemmeno cosa sia l’esistenza dell’esterno. Stiamo parlando del fatto che non si sappia che la Terra sia rotonda, credo che ciò possa rappresentare una buona sintesi. Non esiste il rapporto umano, se non legato allo spionaggio o al tradimento, quindi nessuna amicizia o amore, neanche familiare. Paradossalmente, chi nasce come Shin all’interno del campo, è più forte e meno portato al suicidio (così dice lui stesso) di chi nasce fuori, perchè non ha alcun confronto con un altro tipo di vita. Nasce e muore schiavo.

Spesso ci si chiede come il mondo sia rimasto a guardare durante lo sterminio effettuato dai nazisti. Io non credo sia molto diverso da quanto succeda con la Corea del Nord. La verità è che non ce ne frega un cazzo, appunto. Probabilmente anche allora non ce ne fregava, finchè la cosa non è diventata economicamente rilevante. In Corea del Nord non c’è petrolio, c’è un dittatore pazzo con l’atomica, è meglio lasciare stare. Mica siamo al Bataclan, la Corea del Nord è lontana e i coreani sembrano tutti uguali, specie nelle loro sudice tuniche.
Io già la immagino la fine di questo regime (perchè finirà, come tutti, e ne riapparirà un altro altrove), quando si entrerà in quei confini vietati e si “scopriranno” le fosse, i milioni di morti, i crimini contro l’umanità. Allora sì che ci si darà dentro con la bandiera della Corea su Facebook, “siamo tutti Shin”, e puttanate varie. Un paio di settimane di shock mondiale e finita lì: “nessuno poteva immaginare”. E via di giornate della memoria, fiori e discorsi. E poi, diaciamocelo, è molto meno faticoso esibire la propria indignazione su qualcosa di ormai immutabile.

C’è anche chi sostiene che il libro sia in parte romanzato. Il che può anche essere, in alcuni punti, ma credo sia inutile stare a discutere sui dettagli, quando i campi si vedono con il satellite, o no? Certo, in TV viene mostrata solo Pyongyang, dove vive l’elite della nazione, ossia una piccola percentuale di benestanti (legati al governo) che lascia alla fame tutto il popolo. Questo non aiuta perchè, se non si vede in TV, allora, non esiste…

Alla fine, volendo allargare lo sguardo, quello che succede all’interno dei lager accade anche nel mondo, fuori. Così come i prigionieri, dentro al campo, tradiscono e pensano solo a se stessi per sopravvivere, nessuno, fuori, è disposto a rinunciare a qualcosa per migliorare o salvare la vita a un altro essere vivente, nell’individualismo più totale. L’Uomo pensa alla sopravvivenza unicamente come individuo, non come specie. Questo ci rende inferiori a tutti gli altri animali presenti sul pianeta. Ci ammazziamo ancora per gli dei, nel terzo millennio, come i primitivi che non sapevano giustificare l’origine dei fulmini.
Spesso si fantastica sul fatto che saremmo destinati a grandi cose, perché abbiamo dalla nostra l’intelletto e una ricca storia. Si elogia la razionalità, la scintilla che ci renderebbe speciali e ci dovrebbe portare verso un futuro migliore. Io credo, invece, che siamo semplicemente una di quelle forme di vita difettose, come un pesce senza branchie, destinati all’estinzione perchè inadatti. Senza che questo sia una colpa, nell’infinito dello spazio e del tempo, siamo uno sputo che non conta nulla, sbagliati nel DNA senza possibilità di rettifica. Leggere storie come questa me lo conferma. Non vale neanche la pena di lottare, il nostro tempo finirà comunque.