Archivi tag: Libri

“Montagne di una vita” di Walter Bonatti

Conoscevo già, ovviamente, Bonatti per aver visto qualche documentario sulle sue incredibili imprese e per la nota vicenda del K2 (se non la conosci leggila su wiki, è molto interessante), ma non avevo mai letto nessuno dei suoi libri. L’altro giorno quindi, nel vedere questo libro al mercatino, ho colto subito l’occasione. E sono molto soddisfatto.

Che dire, Bonatti era un superuomo, fisicamente portato e predisposto per le imprese impossibili d’alta quota. A livello prestazionale era una spanna sopra tutti gli altri, lo si capisce anche solo leggendo quante volte sia lui a massaggiare gli arti e a curarsi di compagni di viaggio che stanno per finire assiderati. Lui invece, di aiuto, sembra non averne mai bisogno. (Consiglio a tal proprosito di approfondire anche la tragedia del Pilone Centrale del Freney, altra vicenda molto interessante, se ti capita.) Per dirne una: non ricordo in quale delle sue scalate si amputa parte di un dito con una martellata, ma questo non lo ferma, prosegue e termina il percorso prestabilito, senza ritirarsi, pur potendolo fare.

Il libro poi descrive la bellezza di un alpinismo di altri tempi (Bonatti ha scalato dal 1950 al 1965, per poi passare ad altre avventure in giro per il mondo), quando la tecnologia non era presente ed esistevano ancora mappe con indicato “zona inesplorata”. Si parla di zaini pesanti 70 kg, di abiti ed equipaggiamenti lontani da quelli utilizzati ai giorni nostri. E’ un vero e proprio ritorno alla natura avventuriera dell’Uomo.

Tutto questo si condensa in una morale e in una visione ben precisa dell’autore, che spiega quale sia il vero senso dell’impresa e dell’avventura, che non deve essere facilitata dalla tecnologia e dal superamento di ogni limite grazie ad aiuti/scorciatoie. Solo l’utilizzo esclusivo delle proprie forze può legittimare realmente un’impresa. Non ha senso perforare una parete per poter dire di essere riusciti a vincerla, perchè, in poche parole, quella è una cosa che può fare chiunque. Bisogna sapersi adattare ed improvvisare con pochi mezzi.

Qui davvero si parla di una morale ed un’etica che sembra totalmente persa ai giorni nostri. Chapeau.

“Aria sottile” di Jon Krakauer

Tempo fa avevo visto il film Everest di Baltasar Kormákur (di cui avevo anche scritto) e ne ero rimasto talmente colpito da continuare a pensare a quella tragedia del 1996. Avevo intenzione di leggere il libro di Krakauer già da allora, ma poi, sai come vanno le cose, il progetto era stato accantonato. Ora finalmente ci sono riuscito. Di Krakauer avevo già letto Nelle terre estreme, da cui è stato poi tratto il film Into the wild di Sean Penn, altra storia/film/vita estremamente ricca ed interessante, ed ero quindi pronto ad un’altra buona lettura. Non sono certamente rimasto deluso, nonostante i due libri siano molto diversi tra loro: Nelle terre estreme è più un lungo reportage basato su un’indagine giornalistica, mentre Aria sottile è un resoconto in prima persona, essendo Krakauer uno dei membri superstiti della spedizione sull’Everest del 1996.

La storia è nota: durante la conquista della vetta dell’Everest, il 10 maggio 1996, nove alpinisiti persero la vita. La gran parte di questi perì nella fase di discesa, poichè sopraffatta da una perturbazione, neanche troppo straordinaria per quella altitudine. Krakauer era membro della spedizione commerciale guidata dal Rob Hall, insieme ad altri clienti che sborsarono la cifra di 60/70mila dollari per farsi traghettare alla meta. Tra i morti anche Scott Fischer, altro grande alpinista, alla guida di un’altra spedizione commerciale, unitasi a quella di Rob Hall per l’assalto alla vetta.

Sono davvero tantissimi i fatti e gli errori che hanno portato a questo tragico evento, Krakauer li sonda uno ad uno, accollandosi anche la responsabilità per la morte di una delle aiuto guide, Andy Harris. Ma non intendo stare qui a fare un elenco delle cose che, secondo lo scrittore o secondo varie personalità del regno della montagna, potevano essere fatte meglio o meno. (Una di queste, la più famosa, è un’annosa disputa con un’altra aiuto guida, il fortissimo Anatoli Boukreev, sulla questione dell’utilizzo delle bombole d’ossigeno in vetta, da parte delle guide stesse).

Quello che il libro ti lascia non è questo, non è una mera indagine, sebbene sia presente. Quello che Karkauer è bravissimo a far capire all’uomo comune, cioè a chi non ha idea di come si viva oltre gli 8000 metri, è che a quell’altitudine si muore, non si vive. In quella “zona della morte” l’unica cosa da fare è essere veloci a salire e scendere, poichè appena la si raggiunge il corpo inizia a soccombere, non è progettato per sopravvivere lassù. Fine. Con un terzo dell’ossigeno, azioni all’apparenza semplici, come aprire o chiudere una valvola dell’ossigeno, sono molto complesse, non solo da compiere, ma anche da pensare. Ogni piccola azione, è un atto di forza. Di fronte a tutto questo le varie accuse, semplicemente, crollano. Non ci si dovrebbe neanche chiedere di chi sia la responsabilità delle morti, poichè la responsabilità è individuale, di chi sceglie di correre tale rischio. Lo sforzo è tale che i piccoli aiuti sono atti eroici, e gli aiuti che non si riescono a dare sono la normalità. Ci sarà anche un motivo se il percorso è letteralmente cosparso di cadaveri che non si possono riportare indietro, perchè chi muore rimane lì.

Ho sempre grande ammirazione per le esperienze al limite. L’ho avuta per personaggi come Alexander Supertramp o Ambrogio Fogar, e non posso non averla per chi ha vissuto la tragedia del 1996, per i vivi e per i morti. Ho l’idea che queste persone muoiano facendo ciò che amano, sfidando il limite dell’umano e riportando la vita ai suoi concetti base, primordiali. Chi può dire di vivere così intensamente nella banale vita di tutti i giorni, dove spesso si aspetta solamente che il tempo passi?

“Fine turno” di Stephen King

Fine della trilogia poliziesca di Stephen King. Fine turno..
Avevo già parlato dei primi due libri della serie: Mr. Mercedes e Chi perde paga (sempre tu abbia voglia di farti un ripasso).

Nella normalità, sia della produzione letteraria che cinematografica, la decadenza della qualità nel progredire con gli episodi/puntate/serie/volumi è ormai un dato di fatto innegabile. Pochissimi sono gli esempi che contraddicono la regola (vedi Il padrino). Tuttavia, dal creatore della Torre Nera (altro rarissimo caso di eccellenza seriale) non mi sarei aspettato la conferma della regola. E invece.. invece Fine turno mi ha proprio scassato i maroni.

Questo ultimo capitolo è la copia carbone del primo, con tanto di difficoltà fisica del protagonista Hodges che deve lottare con il suo corpo oltre che con il nemico Brady (nel primo libro il poliziotto aveva il cuore prossimo a un infarto, qui ha un tumore ed è prossimo alla morte). Peraltro questo schema della doppia difficoltà è uno schema classico alla Stephen King, una delle maggiori pecche ripetitive, a mio parere, dei suoi peggiori libri. E io, te lo ricordo, amo Stephen King. Nel primo volume della trilogia c’era però la novità hard boiled a rendere il tutto digeribile, in quest’ultimo invece non c’è nulla di nuovo, anzi. La svolta verso i poteri parapsicologici del cattivone, non fa altro che ammazzare la freschezza di un genere nuovo per l’autore, riportando il tutto sui consueti binari, ma con qualche ruota in meno a causa del voler comunque contraddistinguersi per un appartenenza di genere (noir) ormai imposto alla serie.

Io non sono uno di quelli che dice “il King di una volta non esiste più”, ho trovato i recenti The dome e 22/11/63 molto belli, e anche Joyland, per quanto sicuramente più leggero, è godibilissimo. Al tempo stesso però ritengo Fine turno una delle peggiori prostituzioni dell’autore alla commercialità più estrema, al volersi adeguare ad una moderna necessità seriale di cui, ancora una volta, almeno io, non sentivo il bisogno.

Sicuramente, in un mondo dove ormai il caprone medio segue ogni anno la “nuova” serie televisiva con lo stesso entusiasmo con cui segue il “nuovo” campionato, economicamente è la strategia più premiante. Minor sforzo creativo, sicurezza del ritorno del consumatore, maggiori introiti. Non a caso anche Mr. Mercedes diventerà un ennesima serie televisiva. E chiariamo, la colpa non è certo di King o dei produttori vari, che giustamente ci guadagnano miliardi sulle pecorelle, la colpa è del letargo dei cervelli. Lo schiavo lavora 12 ore al giorno in modo ripetitivo, dopodichè si svaga con un passatempo altrettanto ripetitivo.

La lobotomia autoinflitta è completa.

“Millennium – Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson

Credo che 700 pagine di tomo terminate in una settimana siano già un buon riassunto di quello che penso di questo libro. Mi ha totalmente coinvolto e anche stupito, ero scettico di fronte al “fenomeno editoriale”, ed infatti l’ho letto solo ora, ma mi sono dovuto totalmente ricredere. Narrativa pura al 100%, tutto intreccio e suspance, da rimanere senza fiato.

La storia è ben nota, anche perchè da questo volume hanno tratto due film, quello svedese e quello, più noto, americano di Fincher con Daniel Craig. Io ho visto solo quest’ultimo e devo dire che segue abbastanza il libro (salvo inevitabili concessioni e semplificazioni), ora però devo al più presto recuperare anche il primo, di Niels Arden Oplev.

Quello che mi ha più (piacevolmente) sorpreso è che in alcune parti, principalmente quelle di carattere finanziario, il romanzo è abbastanza complesso e, diciamo, non per tutti. Non è la classica lettura rilassante insomma, bisogna starci un minimo dietro. Già, perchè a contorno della vicenda principale, la ricerca dell’assassino, c’è tutta una sottotrama di carattere economico, che nel film viene trascurata per ovvie ragioni di tempo e di difficoltà di trasposizione.

Inoltre, c’è da dirlo come aneddoto, questo Mikael Blomkvist è un trombatore seriale, più che nel film. Riesce ad avere anche una storia con una dei membri della famiglia Vanger, oltre ad ovviamente con la sua direttrice della rivista Millennium e con la più che desiderabile Lisbeth Salander.

Ora mi dirigo velocemente sul capitolo finale della trilogia poliziesca di Stephen King, Fine turno, e poi mi fiondo su La ragazza che giocava con il fuoco, per forza.

“Sinistre Presenze – 17 Racconti horror impegnati” di AA.VV.

Sono generalmente poco incline a tutto ciò che provenga dall’Italia, che sia cinema, musica o letteratura. Questo libro tuttavia, mi è stato regalato, e di conseguenza ho provato ad affrontarlo con spirito nuovo, anche se tutti gli autori sono ovviamente italiani. Pensavo peggio.
Per prima cosa non bisognerebbe leggere l’introduzione, infatti dalle prime pagine si ha l’impressione di un libro schierato politicamente (almeno nella narrativa che la politica se ne stia fuori dalle palle), invece è solo un’intro a mio parere mal riuscita. I racconti sono socialmente impegnati, ma un impegno condivisibile di critica alla società, non uno schieramento destra-sinistra da stadio, che ancora è tanto di moda tra chi crede che esista davvero una divisione di questo tipo. Per capirci è un po’ una critica del tipo Zombie di Romero, argomenti di innegabile esistenza riguardo ai difetti del genere umano.

(Scrivo per chi ha già letto più che per chi deve ancora leggere.)
Detto questo i racconti sono altalenanti, alcuni molto coinvolgenti e interessanti, altri terribilmente noiosi. Non sto a farti titoli e nomi, non ne ho voglia. C’è però un ottimo racconto proprio sugli zombie come critica all’omologazione di massa, una divertente e anticlericale (con tanto di copula tra un prete e una suora) rivisitazione di Tremors e un bel racconto finale (questo più che per la trama per lo stile di scrittura) di Danilo Arona sulle pozioni magiche. Come contrappeso un paio di lunghi racconti veramente indigeribili, quello sul libro satanico e quello degli uomini che chiacchierano in osteria, entrambi estremamente pesanti e noiosi.

Metà e metà insomma. L’avrei comprato? Probabilmente no. Ed ora che l’ho letto? Si, qualche racconto vale davvero la pena di leggerlo, diciamo che si potrebbe ridurre a 10/12 racconti e salterebbe fuori proprio un bel libro. D’altra parte, con le raccolte di autori vari non può che essere così.
E’ comunque sicuramente apprezzabile questo intento di voler inserire dell’impegno sociale nell’horror, anche se è davvero molto difficile mantenere il giusto mix tra divertimento e critica, e solo in pochi autori ci riescono..

“Tarzan delle scimmie” di Edgar Rice Burroughs

In totale ignoranza ero convinto che il buon Burroughs avesse scritto un solo romanzo sul personaggio di Tarzan, ma approfondendo la questione mi son dovuto presto ricredere. I romanzi su Tarzan sono 24, di cui 16 tradotti in italiano (wiki). Tarzan dell scimmie è il primo libro della serie (scritta tra il 1912 e il 1947, più un paio di opere postume) e anche il più rappresentato cinematograficamente. A proposito, non ho ancora visto il Tarzan appena uscito al cinema, lo guarderò, anche se per me Tarzan rimane sempre Christopher Lambert in Greystoke – La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie.

Detto questo, sono rimasto notevolmente stupito: Tarzan mi è piaciuto moltissimo. Cioè, non che mi aspettassi un brutto libro, ci mancherebbe, ma non immaginavo certo mi avrebbe coinvolto e conquistato così tanto, pensavo giusto a un passatempo. Invece, tolti gli adeguati filtri dovuti al periodo di scrittura (soprattutto alle incongruenze scentifiche), Tarzan parla della vera natura umana, quella che si sviluppa con la crescita nella giungla del protagonista. Un esempio per tutti: Tarzan quando ha bisogno uccide. Senza rabbia o rimpianto, uccide come farebbe un leone o una tigre, senza che ci sia nulla di male in questo, senza cattiveria. Dal leone alla scimmia, passando per i negri* cannibali del villaggio vicino. (*Perdona il termine non politically correct, ma così si chiamano nel libro. E poi tra negri, neri, di colore, afroamericani o altro, non so più quale è il termine corretto di quest’anno, che tanto non sarà corretto l’anno prossimo, perchè l’uomo “civile” risolve i problemi del nostro tempo con la terminologia).

Spoilero. Il finale è peraltro estremamente amaro. Tarzan dopo un breve periodo nella civiltà (molto breve a livello di pagine) capisce che non è nel suo regno. Non solo: Jane, condizionata dalle promesse di matrimonio e dalle convenzioni sociali, ti appare come una creatura inferiore al “dio silvano” (così lei definisce Tarzan). Tarzan è disposto a cambiare la sua vita per l’amore di una donna, la donna vorrebbe ma non se la sente, si inventa delle motivazioni che giustifichino la sua rinuncia a Tarzan, e alla fine questo renderà scontenti tutti. E’ una perfetta metafora di quello che accade ogni giorno nel nostro mondo. Tarzan si finge stupido, si finge scimmia, per poter creare un minimo di armonia nella “civiltà” che si lascia alle spalle.

Curiosità: ci sono alcune parti scientificamente impossibili (o almeno credo). Tarzan con un abbecedario impara da solo a leggere e scrivere. Quando arrivano persone dall’esterno lui comunica scrivendo. Il problema è che non conosce solo le parole associate a determinate immagini (come se fossero ideogrammi), ma è in grado di comporne e leggerne di nuove, senza saper parlare.
Oltre a questo le scimmie sono talvolta soggette ad attacchi d’ira, più vicini all’uomo che all’animale.
Ovviamente quindi, bisogna attivare la sospensione dell’incredulità, altrimenti difficilmente un bambino sarebbe sopravvissuto nella giungla tra pantere e serpenti fino a diventare uomo..

Questo Tarzan delle scimmie, acquistato solo perchè costava 2 euro ed era insieme ad altri libri scelti invece con cura, si è rivelato indubbiamente una delle migliori sorprese del mio anno di letture.

“12 anni schiavo” di Solomon Northup

Penso che scriverò in merito a questo il libro in modo un po’ sparso, così è.

Mi aspettavo un polpettone, essendo stato scritto nel 1853, invece sono stato piacevolmente sorpreso dallo stile fresco (per quanto si possa parlare di stile fresco considerato il tema) e dalla leggerezza con cui sono descritti i 12 anni di schiavitù a cui è stato sottoposto il protagonista, dopo essere stato rapito e privato della identità di uomo libero.

Avevo già visto il film di McQueen, bellissimo come tutti i suoi film, e dopo aver letto il libro non posso che apprezzarne ancora di più la regia. E’ uno di quei pochissimi casi in cui romanzo e trasposizione cinematografica si equivalgono, leggere il libro dopo il film devo ammettere che risulti quasi inutile (dal punto di vista conoscitivo), se non per sentire la storia dalle parole esatte di chi l’ha vissuta.

Questo romanzo ti consente di avere una visione precisa di cosa fosse la schiavitù in quegli anni, anche perchè chi scrive è una persona di cultura, cosa generalmente impossibile perchè gli schiavi venivano appositamente mantenuti nell’ignoranza più totale per evitare problemi. Solomon è invece un uomo che ha studiato, suona il violino e ha doti di artigiano. In realtà si intuisce una certa censura dovuta all’epoca, che limita i sopprusi subiti dagli schiavi alle frustate o comunque a punizioni “descrivibili”. Ma è chiaro, quando si parla di padroni “lussuriosi”, quali altre punizioni dovessero subire. Il padrone ha sullo schiavo qualsiasi diritto.

E’ una sorta di Fuga dal campo 14 del 1850. Quando l’uomo è ridotto in schiavitù il tempo sembra fermarsi, le differenze sono infatti minime a 150 anni di distanza. Quello che più mi colpisce di questi due libri è il concetto, più volte espresso in entrambi i romanzi, secondo cui chi nasce schiavo soffre molto meno rispetto a chi ha avuto modo di conoscere la libertà. E anche così non è forse ben detto. Più precisamente, chi nasce schiavo anela poco alla libertà, non la desidera come ci si aspetterebbe dovrebbe essere, non la immagina, non ha idea di cosa sia. Quello che io mi chiedo, o meglio, che chiedo a te perchè io la mia risposta la conosco, è questo: ormai è chiaro che siamo tutti schiavi, in modo più subdolo e meno cruento di Solomon certo, ma quanto siamo realmente coscienti di esserlo? Dove si ferma la nostra capacità di immaginare una reale libertà mai vista e provata?

“Le correnti dello spazio” di Isaac Asimov

Eccomi a concludere il Ciclo dell’Impero, dopo Paria dei cieli e Il tiranno dei mondi ho terminato la trilogia con Le correnti dello spazio, il più breve romanzo dei tre e, a mio parere, anche il meno entusiasmante.

Non mi dilungherò molto, non ho in realtà tanto da dire in più rispetto a quanto ho già scritto per gli altri due romanzi del Ciclo. Tuttavia ho trovato l’intera storia un po’ più freddina, senza grandi coinvolgimenti emotivi, né da parte mia ma nemmeno da parte dei protagonisti. In realtà i personaggi principali sono più di uno e non sono riuscito ad affezionarmi a nessuno di loro, questo ha creato un bel distacco che non mi ha consentito di appassionarmi, come è successo invece per i precedenti capitoli. C’è molto intrigo politico e burocratico in questo Le correnti dello spazio, l’azione c’è ma non si avverte la tensione degli eventi, anche perchè tutta la narrazione è un continuo salto da un evento/luogo/personaggio all’altro, con una cronologia leggermente sovrapposta in alcuni punti, dove troviamo la descrizione di reazioni ad accadimenti che vengono solo successivamente descritti.

La trama la trovi su wiki, sappi che parla di un uomo a cui è stata cancellata la memoria poichè possedeva informazioni importanti per quanto riguarda la distruzione di un pianeta, fondamentale per il commercio di un materiale pregiatissimo di cui è unico produttore nell’Universo. Chi e perchè gli ha cancellato la memoria? Intrighi, ribaltoni, politica.

E’ sempre Asimov, ovvio, quindi la genialità nel creare e rendere plausibile un mondo, anzi, un Universo, articolato e complesso è incredibile. Posso però dire che tra i suoi libri che ho letto fino ad ora (non tanti in realtà, 8 o 9) questo è quello che mi è piaciuto di meno. E’ quel romanzo che mi farebbe dire: “Ah non hai mai letto Asimov, è un genio, però non iniziare da Le correnti dello spazio perchè ti faresti un’idea sbagliata”.

“Il tiranno dei mondi” di Isaac Asimov

Prosegue la mia avventura galattica nel Ciclo Asimoviano, in particolare nel Ciclo dell’Impero (il Ciclo dei Robot l’ho letto prima di iniziare a scrivere su questo blog). Dopo Il paria dei cieli ho affrontato quindi in ordine cronologico (di scrittura) Il tiranno dei mondi. A breve leggerò Le correnti dello spazio, concludendo questa trilogia, per poi FINALMENTE arrivare al Ciclo della Fondazione, che non vedo l’ora di scoprire.

L’unica pecca del libro (e dopo procediamo ad inchinarci) non dipende ovviamente da Asimov, che è un genio assoluto e inimitabile del genere, ma nella traduzione del titolo. Il titolo originale è infatti The Stars, Like Dust (tradotto solo in poche edizioni in Stelle, come polvere) assolutamente più poetico e in linea con l’opera. Ma è una puntualizzazione fatta apposta per essere scassacazzo, chiariamoci.

Come al solito non starò a snocciolare la trama, composta da avventure, intrighi e viaggi stellari. Quello che lascia sempre a bocca aperta è il contesto in cui si svolge la vicenda, come viene storicizzato e reso coerente in millenni di storia dell’Umanità ormai alla conquista dell’Universo. Attualissimo direi anche il tema dei Tiranni che dominano su una serie di pianeti, dove ogni pianeta reclama la propria dignità e indipendenza dall’impero centrale. In questa gigantesca costruzione non manca comunque la visione dell’Uomo nel suo piccolo, con la storia d’amore e le conseguenti gelosie e paure del singolo individuo. L’avventuriero e la principessa, tema ripetuto in molte narrazioni, rivive qui ricordando una sorta di Guerre Stellari meglio costruita.

Non riesco ad esprimere bene ciò che Asimov crea nel lettore, o comunque in me in particolare. Quello che mi fa adorare questo scrittore è che, mentre l’adrenalina cresce nella trama, gli intrighi si infittiscono, la politica fa il suo orribile corso (come la nostra) e l’amore ha suoi alti e bassi, riesco a sentire costantemente, in sottofondo a tutto questo, il vuoto, il silenzio e la desolazione dello Spazio che avvolge tutto. Asimov riesce a far apparire piccolo anche un impero galattico composto da molti pianeti, come a ricordare, appunto, che in confronto all’infinito siamo granelli di polvere.

“Sventura” di Chuck Palahniuk

Quando devo scrivere di un libro e continuo a pensare “dai, fai vedere che ci sono dei lati positivi” non è certo un buon segno. Il mio attaccamento a Palahniuk rischia di distorcere la realtà e portarmi su posizioni poco obiettive. La prima grande verità è che in queste 334 pagine di romanzo ci sono almeno 100 pagine di troppo. Ma andiamo per gradi.

Sventura è il secondo capitolo della Trilogia Dantesca di Palahniuk, iniziata con Dannazione (di cui ti avevo parlato QUI). La verginella Madison, uscita dall’Inferno, si aggira per la Terra sotto forma di fantasma, scoprendo che i suoi famosissimi genitori (una sorta di coppia Pitt-Jolie) hanno fondato una religione, il burinismo, caratterizzata dalla totale adesione alla volgarità (parolacce, rutti, scorregge..). In un crescendo che potrebbe portare all’estinzione della razza umana, Madison deve cercare di impedire il trionfo del burinismo, inseguita da Satana e da una cerchia di fantasmi che la consigliano (un po’ come l’angelo buono e l’angelo cattivo). Trama leggera e forte critica sociale, ossia tutto quello che mi era piaciuto in Dannazione. E fino a qui tutto bene.

Ma.

Ma Sventura (che, ricordo, si presentava potente come Fight Club e Soffocare: vaffanculo) è pesante, prolisso e poco coinvolgente. Palahniuk si affida ancora al suo insuperabile modo di scrivere tralasciando i contenuti. Come anticipato, forse la soluzione doveva essere quella di tagliare, per riportare il romanzo alla metratura standard delle precedenti opere. A un certo punto mi sono trovato dentro a un flashback interminabile di qualche decina di pagine (intendo 50/70 pagine, non so), evitabilissimo. Certo, c’è la scena del glory hole che rimane fantastica..

Poco da dire, se ci metto un mese a leggere un libro, o è Il signore degli anelli, o non mi è piaciuto e ho letto giusto quelle 10 pagine al giorno sul water per poterlo finire. Spero che la terza parte della trilogia sia più simile alla prima, spero che questo contrasto tra Dio e Satana sia davvero entusiasmante, anche se deve essere parecchio difficile fare del fantasy su della mitologia fantasy.