“Paria dei cieli” di Isaac Asimov

Ci è mancato poco che l’ordine di lettura del Ciclo dell’Impero mi facesse venire un anacoluto al cervello (lo so che è una figura retorica, ma senti come suona bene). Ho scelto alla fine di leggerli nell’ordine cronologico di scrittura, e quindi: Paria dei cieli (1950), Il tiranno dei mondi (1951) e Le correnti dello spazio (1952). Ordine confutato dallo stesso Asimov che in Preludio alla Fondazione (1988) indica la corretta lettura in senso esattamente inverso, in disaccordo con i lettori che propongono un ulteriore terzo ordine di lettura.. Insomma, ci siamo capiti. Son sicuro che a leggerli così come sono usciti all’epoca non si sbaglia, dai.

Detto questo, il romanzo è ovviamente spettacolare. (La trama col cazzo che te la racconto, perchè è asimovianamente incasinata, quindi se vuoi te la vai a recuperare su wiki.) Quello che conta è che, come fino ad ora mi è capitato leggendo i libri di Asimov, non si tratta unicamente di narrazione pura senza alcuna morale. Infatti a dominare il romanzo è il concetto di superiorità o meno della razza, in questo caso della Terra nei confronti delle razze della Galassia. Ricorda che siamo nel 1950, quindi il tema è ancora più che mai caldo ed attuale. Questo non significa che si tratti di un polpettone, anzi, l’impressione è che Asimov “la butti un po’ lì”, per fare riflettere divertendo, così come farebbe un buon maestro insegnando un gioco istruttivo a un discepolo, forse conscio che le masse non hanno molta voglia di impegnarsi psicologicamente in riflessioni troppo estranee alla narrazione (ma questo lo dico io eh). Ovviamente tanta scienza, ben spiegata, caratterizza tutto il resto della storia.

Una postilla divertente a fine libro mi ha dato l’idea di un Asimov “precisino”. Tutta la vicenda si svolge sulla Terra che, per ragioni imputabili a una probabile guerra nucleare del passato, è radioattiva. Ne conseguono varie attenzioni dei personaggi alle radiazioni e alla convivenza con esse (tipo le mutande di piombo..). Asimov a fine libro, qualche anno dopo, ci tiene a specificare che all’epoca non era ancora così chiaro come le radiazioni potessero influenzare la vita, ma che l’esperienza a lungo termine di Hiroshima gli ha fatto capire che ci sono diverse incongruenze scientifiche nel libro riguardo questo tema. Chiede quindi al lettore la sospensione dell’incredulità per tutta la parte riguardante la radioattività. Come dire, milioni di pianeti conquistati, ma il tutto in modo razionale, coerente e credibile.

Io, invece, devo sospendere l’incredulità per poter immaginare che, anche solo tra 100 anni, l’intera umanità non sia già estinta.

“Mi chiamo Chuck” di Aaron Karo

La prima volta che ho visto Mi chiamo Chuck in libreria ne sono stato attratto, ma il prezzo di copertina di 12 euro, unito al fatto che fosse un romanzo per young adults, mi aveva fatto desistere dall’effettuare l’acquisto. Poi però, qualche giorno fa, l’ho ribeccato su eBay a 5 euro spedizione inclusa, e allora non ho resistito. E devo dire che non sono pentito.

Si, è un romanzo per ragazzi, si legge tranquillamente in tre ore perchè, pur avendo 280 pagine, ha l’interlinea a doppia senso con corsia d’emergenza (e piazzola di sosta) e i caratteri in dimensione extralarge. Insomma è proprio leggerino, ma è molto piacevole. C’è anche da dire che ho una certa passione per i romanzi di formazione, basti pensare che Il giovane Holden rimane uno dei miei libri preferiti in assoluto.

La storia è semplice e non molto originale. Chuck è un ragazzino sfigato e nerd di 17 anni, con un amico sfigato quanto lui, una sorella che non lo caga mai e un’esistenza ai margini dell’impopolarità totale in ambito scolastico (fa parte del club dei secchioni), dove i soliti bulli “bulleggiano” a scapito suo e dei suoi pochi amici. Scopre l’amore e questo pian piano cambia le cose, ed è il motore del miglioramento del personaggio in tutta la storia. Fine, non spoilero dai. L’originalità consiste nel fatto che Chuck soffra di un disturbo ossessivo-compulsivo. Presente? Quelli che si lavano le mani 8000 volte, contano il numero delle pippe (lo fa) e hanno problemi nei contatti fisici. Ecco. Il disturbo psichico è il coprotagonista del romanzo, pur sempre rimanendo il tutto in una chiave di comicità e leggerezza.

Il pregio di questo romanzo di Aaron Karo è proprio l’analisi della malattia del protagonista, e di come questa condizioni i rapporti di Chuck con la sua famiglia, i suoi amici e l’amore. E’ una novità e soprattutto l’argomento è affrontato senza mai risultare pesante ma anzi, con molta autoironia da parte di Chuck stesso che narra in prima persona. Il lato meno positivo invece è che tutto il resto sia molto stereotipato, a partire dagli altri personaggi del romanzo che non presentano una grande profondità psicologica. Ad esempio il bullo fa il bullo perchè è un bullo, stop. E’ pur sempre un romanzo per ragazzi certo, ma credo che qualcosa di più dal contesto si sarebbe potuto spremere. Inoltre forse l’età di 17 anni è un pochino fuori mira verso l’alto, il protagonista (& co.) potrebbe avere anche 15 anni, e due anni a quell’età contano parecchio..

E’ comunque un romanzo che mi ha riportato per un po’ alla giovinezza, divertendomi, una buona lettura per staccare e svagarsi senza grandi pretese.

28/04/2016 – Incubo dell’armonica e dello specchio

Sverginiamo subito questa nuova categoria del blog con l’incubo di stanotte.

Il sogno inizia, o perlomeno è da lì che lo ricordo, mentre salgo le scale a chiocciola della casa dove vivevo con i miei genitori e mio fratello fino a circa dieci anni fa.
Mi dirigo verso la camera da letto che condividevo con mio fratello (ancora prima quindi, circa vent’anni fa), dove lui è seduto sul letto e sta giocando con qualcosa. Ha circa 6/7 anni nel sogno e io dovrei averne circa 14/15. Queste età sono attinenti non solo con l’ambientazione del sogno, ma anche per il modo in cui io mi rapporto nel sogno con mio fratello bambino, ossia lo considero come un fratello minore quando si hanno 15 anni. Per capirci, lo vedo un po’ come un moccioso.
Non ricordo bene perchè sono lì in camera, credo per avvisarlo che è pronto il pranzo. Mentre ci stiamo dicendo qualcosa, suona un’armonica. Nel momento in cui suona, mio fratello me la mostra e vedo che la tiene in mano, mentre suona da sola. L’armonica è la mia attuale armonica, una Golden Melody (allora non avevo armoniche). Io dico a mio fratello una cosa come: “Lo sai che non è normale che succeda questo, vero?”. Lui dice che lo sa, e la cosa ci inquieta, ma non ci spaventa o terrorizza come dovrebbe in una situazione normale (cazzo, in una situazione normale l’armonica non suona da sola, ma ok..). E’ più una situazione da “campanellino di Santa Lucia” per capirci. Una merda di tortura mentale che dovrebbe essere positiva, come la fatina dei denti che ti si avvicina di notte mentre dormi per fare del bene, ma che in fondo ti fa cagare sotto.
L’armonica suona ancora e io ci avvicino le labbra per verificare se passa dell’aria/fiato, mentre mio fratello la tiene in mano. Non ricordo se nel sogno senta dell’aria o meno. Gli dico che, non essendo noi a suonare, ci deve essere qualcuno che la sta facendo suonare e che quel qualcuno, allora, deve fare accendere il televisore, come prova. La mia vecchia tv a tubo catodico sulla scrivania, ovviamente, si accende.
A quel punto, non chiedermi perchè, cerco di capire che morto stia comunicando con noi. Elenco i vari nomi dei nonni spiegando/pensando che azzeccando il morto giusto la tv deve accendersi (nel frattempo si è spenta), sempre come prova. A quell’epoca, stando alla logica, era morta solo una nonna su quattro. Io li elenco tutti (credo) come se fossero morti, compresa l’unica nonna che è ancora viva oggi. La tv si accende nel nominare mio nonno paterno, allora vivo e ad oggi morto. Essendo una figura positiva, non siamo particolarmente spaventati. La tv si accende e spegne più volte fino a rimanere spenta.
Mi avvicino quindi al televisore e, al muro sopra questo, è appeso uno specchio che conosco. E’ uno specchio allegro, da cucina, con il disegno raffigurante una bambina sulla parte specchiata. E’ ancora oggi nella cucina dei miei genitori dopo vari traslochi. Nel riflesso ho l’età giusta, non 15 anni, ma non ho la barba, che invece porto da qualche mese. Dapprima il mio riflesso è normale, poi lo sguardo cambia e il “me riflesso” mi guarda fisso, con la testa ferma, anche se io mi muovo. In un attimo agisce indipendentemente da me e viene in avanti urlando, io ovviamente mi sveglio.
Urlando.

“Il bazar dei brutti sogni” di Stephen King

La copertina, bellissima e finalmente fedele all’originale, mi ha conquistato subito. Poi nel prendere in mano il libro, bè, è gommoso, ho detto tutto. A livello visivo e tattile Il bazar dei brutti sogni ha già vinto ancora prima di iniziare a leggerlo. Il resto è facile.

20 racconti in cui il Re passa come sempre da un argomento all’altro, sondando tutti gli aspetti dell’animo umano. L’orrore, nel senso classico, è presente in circa la metà delle storie, anche se, per ovvie ragioni di marketing, ormai King è conosciuto come romanziere del terrore. Chi lo conosce davvero sa bene ormai che nella maggior parte dei casi non si parla di vampiri o zombie. L’orrore è quello umano, quello che si nasconde dentro ognuno di noi e che Stephen descrive benissimo, e che ovviamente fa più paura. L’orrore della solitudine, della rassegnazione, della vita sprecata, della paura della morte. Tanti sono i tipi di orrore, e anche se molti “hanno i denti” quelli più spaventosi sono meno facili da riconoscere.

Ho visto che diversi lettori si lamentano poichè in questa raccolta sono presenti molti racconti già pubblicati. Sarà anche vero, ma sono racconti pubblicati a puntate online o su giornali che io non avevo mai letto. Di King ho letto tutto (mi mancano 3/4 libri, che sono in lista..) ma non ho mai inseguito la singola pubblicazione “speciale” sulla rivista, ecc.. quindi credo che, se sei un appassionato “normale”, resterai soddisfatto dal materiale presente. E’ anche un’occasione per leggere diverse traduzioni in breve periodo, e di accorgersi che la magia non la fa il traduttore..

Senza spiegazioni o anticipazioni, ti consiglierei, se credi che King sia uno scrittore “di genere”, di provare anche il solo racconto Premium Harmony, che è corto, non impegna tanto e lo puoi leggere senza sentirti ucciso dalla mole delle sue 10 pagine.

Sicuramente il meglio il Re lo offre nei romanzi, e più sono lunghi e articolati meglio è, tuttavia questo Bazar mi è piaciuto comunque e ha felicemente intervallato la trilogia poliziesca/noir che sinceramente mi sta stufando. Resta comunque il fatto che, come si suol dire, la cosa più importante non è la meta ma il viaggio, di conseguenza, per uno come King che è molto bravo a farti viaggiare su chilometraggi da 800 pagine, il racconto resti qualcosa di ancora un gradino sotto la media. Ecco, se proprio dovessi dire qualcosa di negativo, è che nel racconto ci si aspetta spesso il colpo di scena finale, considerata la sua breve lunghezza, e non un piccolo viaggio in cui la meta conta poco.

“Dannazione” di Chuck Palahniuk

Si, lo so, è il terzo libro di Chuck di cui scrivo di seguito.
E allora? Ecco.
Chiariamo anche subito che ho letto Dannazione perchè il suo seguito, Sventura (2° nella trilogia infernale), è stato paragonato in “potenza viscerale” a Fight Club e Soffocare, di conseguenza a stretto giro ti beccherai anche quello.

Dopo, appunto, il linguismo esasperato di Pigmeo e il nozionismo di Senza Veli, finalmente un romanzo senza sperimentazione di alcun tipo, leggero e grazioso come un pipistrello travestito da farfalla con le ali intrise di sperma sprecato. Una lettura velocissima direi, ma piacevole, svagante. Grazie Chuck, ci voleva.

Madison Spencer è una vergine ragazzina di 13 anni condannata all’Inferno (apparentemente per un overdose di marijuana) e costretta a vagare tra montagne di forfora, paludi di feti abortiti, enormi call center e, come anticipato, mari di sperma masturbatorio sprecato (ovviamente in costante crescita). Ma l’Inferno è così male o è meglio della Terra? Naturalmente Palahniuk ti porta, come sempre con la sua satira, a riflettere sull’ipocrisia umana, in questo caso rappresentata dalla famiglia terrena iperborghese di Madison.

Mai fu più adeguata la citazione di Mark Twain: “Il Paradiso lo preferisco per il clima, l’Inferno per la compagnia”. (No, non se l’è inventata Marracash, capra). Ecco, Madison sembra pensarla allo stesso modo. Anche perchè all’inferno la verginella riesce a strappare baffi, leadership e souvenirs vari a personaggi del calibro di Hitler, Vlad l’Impalatore e Caterina de Medici. Inoltre vaga tra i demoni in compagnia del suo personale Breakfast Club, formato da molti più amici di quanti ne abbia avuti in vita.
Così a occhio, in caso tu lo conosca, l’Inferno di Palahniuk ricorda molto l’Inferno burocratico che appare talvolta in Dylan Dog (quello in cui il direttore ha due facce e l’impiegato ha la testa a forma di pistola, per capirci).

Ora mi procurerò Sventura, sono curioso di sapere come Madison affronterà Satana, anche se per questo probabilmente bisognerà attendere il 3° ed ultimo libro della trilogia. Nel frattempo ho però imparato che, se mentre mangio qualcuno rompe il cazzo con qualche promozione telefonica, è sicuramente un anima dannata infernale che chiama da un call center programmato per interrompere i pasti. Il girone del call center a Dante mancava.

A breve, giusto per dare varietà, Il bazar dei brutti sogni di King, che ho appena iniziato.

“Senza veli” di Chuck Palahniuk

Con Senza veli ho letto esattamente dieci libri di Palahniuk, mi manca quindi veramente poco per l’opera omnia e ho già Dannazione sottomano, quindi siamo sulla buona strada. I picchi di Soffocare, Survivor e Fight Club non si sono ripetuti, però alcuni dei suoi romanzi mi sono piaciuti molto lo stesso, come Gang bang ad esempio, anche se più “leggeri” rispetto ai must have.

Questo Senza veli ti spezza le gambe nelle prime 50 pagine, ma poi un pochino si riprende, ed è comunque godibile in alcuni tratti anche se probabilmente rimane uno dei peggiori romanzi (se non il peggiore) di Chuck. L’inizio è terribilmente e pesantemente nozionistico, cosa a cui Palahniuk ci ha abituato e che generalmente è uno dei suoi punti di forza, ma non questa volta, poichè le informazioni elargite sono davvero troppe e spesso prevalgono sulla storia. Storia che, appunto, risulta essere un po’ debole, tanto che avevo previsto il colpo di scena finale a un terzo del romanzo.

Te lo consiglio solo se sei un vero appassionato di cinema d’altri tempi, i tempi dei fratelli Marx per capirci. Io amo il cinema, ma ho avuto comunque delle difficoltà a trovare interessante quello che spesso si è rivelato essere un semplice snocciolinare nomi di celebrità, film e luoghi. In definitiva in questo romanzo succede poco e quel poco che succede è abbastanza scontato e prevedibile. Peccato.

“Pigmeo” di Chuck Palahniuk

“Porta non più rimarginata dentro muro” significa: la porta si è aperta. Ecco. Immaginati un intero romanzo scritto in questo linguaggio e puoi avere un’idea parziale di Pigmeo.
Il protagonista è un ragazzino terrorista, proveniente da un non ben precisato paese, che parla (molto/troppo) male la lingua. La storia è raccontata in prima persona, di conseguenza siamo vicini a un esperimento letterario più che a un vero e proprio romanzo. Fino a pagina 100 ti penti di aver acquistato il libro, poi il cervello, che è incredibilmente versatile, inizia ad adeguarsi al linguaggio del Pigmeo, e ti godi la restante metà della storia. Sicuramente uno dei libri più odiati di Palahniuk proprio a causa della difficile lettura, basta dare un’occhiata in rete per capire che chi ha mollato la presa non è certo una mosca bianca. Sarei curioso di capire quanta responsabilità è dell’autore e quanta del traduttore.

A me in fin dei conti non è dispiaciuto, certo Chuck ha scritto di meglio, ma anche di peggio. Il giovane Pigmeo (che è così denominato per tutto il libro, tranne quando si autoenuncia come “operativo me”) offre una visione della vita occidentale sicuramente sarcastica ma in fondo veritiera, con il continuo inseguimento di falsi valori, ideali e credi religiosi e la relativa ipocrisia onnipresente. Non mancano momenti di ineguagliabile originalità nel disprezzo del “nemico” americano, come quando Pigmeo nota, guardando dei porno, l’incapacità dell’uomo occidentale di portare a termine la missione fecondativa poichè all’ultimo momento sbaglia sempre tentando di fecondare il seno, l’ano o il volto della partner.
Gli Stati Uniti, ma in fondo tutto l’Occidente, vengono smembrati pezzo per pezzo dalla visione di Pigmeo, e io non sono riuscito a dargli torto.

Se non hai mai letto Palahniuk sicuramente devi iniziare da qualcos’altro. Se odii le persone amerai Pigmeo e “l’arma turgida di operativo me” pronta a fecondare qualsiasi cosa per infiltrare il nemico nell’Occidente.

“La fine dell’Eternità” di Isaac Asimov

Qualche anno fa ho letto il ciclo dei Robot di Asimov, composto dai quattro romanzi Abissi d’acciaio, Il sole nudo, I robot dell’alba e I robot e l’Impero riproponendomi più volte poi di riprendere in mano un autore che, erroneamente e stupidamente, avevo giudicato noioso senza nemmeno conoscerlo.

Asimov, invece, è semplicemente un genio. Questo La fine dell’Eternità, ritenuto da molti il suo romanzo migliore, ne è l’ennesima prova. Scritto nel 1955 non fa parte di nessun ciclo, anche se verrà poi citato nelle varie Fondazioni (che non ho ancora letto), e tratta il tema dei viaggi nel tempo con i relativi paradossi e tutto ciò che di cervellotico ne segue. L’Eternità non è altro che la possibilità di controllare gli eventi temporali, tornando indietro o andando avanti nel tempo, per far sì che l’Umanità possa evolvere nel migliore dei modi (almeno secondo il pensiero degli “Eterni”) senza mai correre nessun rischio o pericolo. Da qui segue una critica alla mancanza di libero arbitrio e all’immobilità culturale e scientifica che deriverebbe dalla eccessiva sicurezza e dall’annullamento dell’imprevedibile.
E’ una visione ottimistica dell’Uomo quella che ha Asimov, ben diversa dalla mia, ma sicuramente interessante. Basti pensare che nella storia ipotizza il passaggio dell’era atomica dal 30° secolo al 1930 come un’evoluzione dell’Umanità necessaria al raggiungimento futuro delle stelle. Auguri.

Probabilmente non è un romanzo per tutti, diciamo che a confronto la trilogia filmica di Zemeckis potrebbe essere una passeggiata di salute. Ora mi aspetta la Trilogia dell’Impero, dopodichè procederò con la Fondazione. Con calma. Ti tengo aggiornato.

“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino

Stiamo parlando di Tarantino, quindi un film difficilmente è “brutto”. Non è un regista paragonabile ad altri (“..non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport..”), non tratta gli argomenti allo stesso modo e i dialoghi sono sempre ad un livello superiore. Il raffronto può quindi solamente ripiegarsi su se stesso, ossia: come si pone questo The Hateful Eight rispetto agli altri film di Tarantino? Per rispondere meglio a questa domanda ti ho preparato la mia personale classifica (che non include gli episodi di Four Rooms e Sin City):

1° – Pulp Fiction
2° – Django Unchained
3° – Bastardi senza gloria
4° – Le iene
6° – Kill Bill vol. 2
5° – Kill Bill vol. 1
6° – Grindhouse – A prova di morte
7° – The Hateful Eight
8° – Jackie Brown

Non è finito in ultima posizione unicamente perchè di Jackie Brown ricordo solo che non mi era piaciuto per niente, quindi ho dato a The Hateful Eight il beneficio del dubbio lasciandolo al penultimo posto.

Credo che il Quentin questa volta abbia peccato di autocompiacimento, relegando la storia ad un’importanza secondaria (aggiungerei: inconsistente, inesistente) rispetto alla nota abilità nei dialoghi e alla descrizione dei piccoli gesti che lo caratterizzano positivamente.
Inoltre a me i film lunghi piacciono, sono un amante delle tre ore, ma qui proprio non ci siamo, si poteva tagliare il minutaggio tranquillamente a metà, tanto non succede un cazzo.

Il paragone diretto con l’unico suo altro simil-western, ossia Django, è improponibile, siamo su due livelli totalmente diversi.
E poi lì c’era Christoph Waltz.

“Fuga dal campo 14” di Blaine Harden

Ovvero: dell’Olocausto in realtà non ce ne frega un cazzo. Ma veniamo prima al libro, poi procederò con calma insultando la razza umana.

La storia è nota. Shin Dong-hyuk è uno tra i pochissimi prigionieri che sono riusciti a fuggire da un campo di concentramento della Corea del Nord e, probabilmente, l’unico tra gli evasi a esserci anche nato dentro. Il libro, scritto dal giornalista Blaine Harden, racconta gli anni di prigionia e la fuga di Shin.
Sembra che, al momento, nei campi di concentramento/sterminio/lager della Corea del Nord ci siano all’incirca 200.000 prigionieri, con una prospettiva di vita media di 45 anni. Questi campi si estendono per decine di chilometri e sono visibili con Google Earth. Nei campi l’essere umano non ha alcun diritto: è giustiziabile, stuprabile o torturabile in qualsiasi istante. Ti ricorda forse qualcosa di già visto?
Non basta. I lager della Corea del Nord sono presenti dagli anni 50. Facciamo due conti per vedere se hanno fatto più morti di quelli tedeschi o 60 anni di sterminio sono sufficienti per dare un’idea generale? (Non certo perché sia una gara, ma per capire la portata della cosa.)
Si parla di persone che mangiano topi, serpenti e alimenti non digeriti (recuperati all’interno delle feci), per poter sopravvivere. Che poi, se ti beccano a rubare un topo o un chicco di riso, ovviamente, ti fucilano.
È in questa atmosfera che nasce e cresce Shin, con una mentalità puntata a spiare e tradire i compagni di prigionia (madre compresa), senza nessuna conoscenza di quelli che sono i normali rapporti umani. La madre, per Shin, è una rivale per la spartizione del cibo, nulla di più, come per lei Shin rappresenta solo un peso da nutrire. Il tutto nella convinzione che siano le guardie ad avere sempre ragione, unica voce dall’alto e simbolo di un’autorità divina, mai conosciuta, alla quale obbedire ciecamente.
Il contorno sono abusi sessuali, bambini uccisi a randellate da maestri che insegnano la superiorità del dittatore Kim Jong-un, torture, mestruazioni che imbrattano tuniche mai sostituite, schiavismo, ecc.
Dimenticavo, Shin è nato imprigionato e nel campo dovrebbe morirci in quanto colpevole dei reati commessi dai suoi avi. I reati sono, principalmente, quelli di opposizione politica al regime.

La cosa più difficile da capire, ma che il libro passa bene, è il concetto di “assenza della normalità”. Se una persona nasce in uno di questi campi, senza aver mai visto l’esterno, non conosce nemmeno cosa sia l’esistenza dell’esterno. Stiamo parlando del fatto che non si sappia che la Terra sia rotonda, credo che ciò possa rappresentare una buona sintesi. Non esiste il rapporto umano, se non legato allo spionaggio o al tradimento, quindi nessuna amicizia o amore, neanche familiare. Paradossalmente, chi nasce come Shin all’interno del campo, è più forte e meno portato al suicidio (così dice lui stesso) di chi nasce fuori, perchè non ha alcun confronto con un altro tipo di vita. Nasce e muore schiavo.

Spesso ci si chiede come il mondo sia rimasto a guardare durante lo sterminio effettuato dai nazisti. Io non credo sia molto diverso da quanto succeda con la Corea del Nord. La verità è che non ce ne frega un cazzo, appunto. Probabilmente anche allora non ce ne fregava, finchè la cosa non è diventata economicamente rilevante. In Corea del Nord non c’è petrolio, c’è un dittatore pazzo con l’atomica, è meglio lasciare stare. Mica siamo al Bataclan, la Corea del Nord è lontana e i coreani sembrano tutti uguali, specie nelle loro sudice tuniche.
Io già la immagino la fine di questo regime (perchè finirà, come tutti, e ne riapparirà un altro altrove), quando si entrerà in quei confini vietati e si “scopriranno” le fosse, i milioni di morti, i crimini contro l’umanità. Allora sì che ci si darà dentro con la bandiera della Corea su Facebook, “siamo tutti Shin”, e puttanate varie. Un paio di settimane di shock mondiale e finita lì: “nessuno poteva immaginare”. E via di giornate della memoria, fiori e discorsi. E poi, diaciamocelo, è molto meno faticoso esibire la propria indignazione su qualcosa di ormai immutabile.

C’è anche chi sostiene che il libro sia in parte romanzato. Il che può anche essere, in alcuni punti, ma credo sia inutile stare a discutere sui dettagli, quando i campi si vedono con il satellite, o no? Certo, in TV viene mostrata solo Pyongyang, dove vive l’elite della nazione, ossia una piccola percentuale di benestanti (legati al governo) che lascia alla fame tutto il popolo. Questo non aiuta perchè, se non si vede in TV, allora, non esiste…

Alla fine, volendo allargare lo sguardo, quello che succede all’interno dei lager accade anche nel mondo, fuori. Così come i prigionieri, dentro al campo, tradiscono e pensano solo a se stessi per sopravvivere, nessuno, fuori, è disposto a rinunciare a qualcosa per migliorare o salvare la vita a un altro essere vivente, nell’individualismo più totale. L’Uomo pensa alla sopravvivenza unicamente come individuo, non come specie. Questo ci rende inferiori a tutti gli altri animali presenti sul pianeta. Ci ammazziamo ancora per gli dei, nel terzo millennio, come i primitivi che non sapevano giustificare l’origine dei fulmini.
Spesso si fantastica sul fatto che saremmo destinati a grandi cose, perché abbiamo dalla nostra l’intelletto e una ricca storia. Si elogia la razionalità, la scintilla che ci renderebbe speciali e ci dovrebbe portare verso un futuro migliore. Io credo, invece, che siamo semplicemente una di quelle forme di vita difettose, come un pesce senza branchie, destinati all’estinzione perchè inadatti. Senza che questo sia una colpa, nell’infinito dello spazio e del tempo, siamo uno sputo che non conta nulla, sbagliati nel DNA senza possibilità di rettifica. Leggere storie come questa me lo conferma. Non vale neanche la pena di lottare, il nostro tempo finirà comunque.

La vita, l'universo e tutto quanto.